Finanzcapitalismo, ultima chiamata

2 maggio 2011
Pubblicato da

di Marco Rovelli

Definirei il libro di Luciano Gallino Finanzcapitalismo (Einaudi, 19 euro) decisivo,  per comprendere il mutamento radicale di paradigma avvenuto negli ultimi trent’anni. Siamo in un altro mondo, e conviene capirlo più in fretta possibile. Perché il tempo è davvero agli sgoccioli. Ho intervistato l’autore per l’Unità, qui pubblico l’intervista in versione integrale.

Sappiamo che l’alternanza tra fasi espansive e produttive e fasi speculative sono sempre state una costante nella storia del capitalismo (ce lo ha spiegato ad esempio Giovanni Arrighi). Ma lei ci fa capire che oggi siamo in presenza di una sorta di salto quantico: ci dice con molta chiarezza che siamo in una fase del tutto nuova, non più nel classico capitalismo industriale, ma nel finanzcapitalismo. E ci dice che questo salto quantico è un salto con esiti potenzialmente tragici.

Vi è stato in questi ultimi trent’anni un enorme sviluppo del sistema finanziario a paragone dello sviluppo del sistema dell’“economia reale”: se all’inizio degli anni ottanta il volume degli attivi finanziari corrispondeva al Pil mondiale, al momento della crisi ammontava a oltre quattro volte il Pil. Il mondo è stato radicalmente trasformato da un processo patologico.
E’ enormemente e patologicamente cresciuta, in particolare nell’ultimo decennio, l’attività bancaria, che si continua a chiamare così anche se si tratta di attività finanziarie estremamente diversificate, non trattandosi più delle banche classiche depositi e prestiti, ma di conglomerati giganteschi che operano in ogni possibile settore.
E” enormemente e patologicamente cresciuta la finanza ombra, un sistema senza nome né indirizzo né identità, formata da una grande quantità di società di scopo (i cosiddetti “veicoli”), e da centinaia di trilioni di dollari di derivati scambiati tra privati (otc) che sono stati un elemento decisivo di destabilizzazione. In questo processo i bilanci delle banche sono diventati incomprensibili e ingestibili, perché molte attività sono state trasmesse ai “veicoli”, in particolare i titoli derivanti dalla cartolarizzazione, ovvero la trasformazione in crediti di debiti derivanti da prestiti alle famiglie o alle imprese (la crisi è iniziata da lì, negli Stati Uniti, dai derivati composti da mutui che le famiglie non erano più in grado di pagare).
E’ enormemente e patologicamente cresciuto il ruolo degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e fondi comuni di investimento): essi sono i “nuovi proprietari universali”, possedendo oltre la metà del capitale delle imprese di ogni genere.
E’ infine enormemente e patologicamente cresciuto il peso che le istituzioni finanziarie hanno assunto nel governo delle imprese. Dal 1980 in avanti si è affermato il criterio che un’impresa funziona unicamente per massimizzare il valore delle azioni, e questo ha modificato il criterio di governo e di gestione quotidiana delle imprese, con conseguenze ben visibili, drammaticamente, ogni giorno.
A causa di questo sviluppo abnorme, l’insieme del sistema finanziario non è controllabile da alcuna autorità, non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua composizione: chi parla di costruire “trasparenza del mercato finanziario” davvero non ha compreso i fondamenti della questione. Questo mercato finanziario non può essere trasparente. Siamo su un aereo senza pilota in cabina di pilotaggio. Bisogna riformare il sistema dalle fondamenta, mentre invece dopo la crisi non è stata intrapresa alcuna riforma.
Guardando la copertina del suo libro, dove vi è un grattacielo visto dal basso che ricorda la torre di Babele, viene naturale pensare che siamo di fronte a una sorta di  hybris degli umani, alla smisuratezza di un processo totalmente sfuggito di mano, che ha preso vita propria, fuori da qualsiasi controllo.
Sì, è così. E lo vediamo ogni giorno come l’intera economia sia totalmente a rimorchio del sistema finanziario. Lo vediamo anche da un punto di vista simbolico, ché il linguaggio della finanza ha permeato ogni ambito della civiltà, del discorso quotidiano. Ma se questo sistema tende all’assolutezza, ed è radicalmente incontrollabile, ciò equivale a uno svuotamento di fatto del concetto stesso di democrazia.
Peraltro questo processo, lei lo mette in chiaro molto bene nel libro, è stato determinato dalle scelte della politica, contrariamente alla  vulgata proposta e introiettata dalla politica stessa che si è dipinta come passiva e impotente di fronte ad esso.
Non è stato per nulla un processo naturale. E’ stato invece un grande progetto ideologico, culturale e politico avviato dagli anni cinquanta e che ha preso piede a partire dagli anni ottanta. Non è vero che la politica è stata sopraffatta dalla finanza: l’assoluta libertà di agire che ha acquisito la finanza è stata un’operazione politica, iniziata peraltro in Europa. Si parla, a questo di proposito, di un “consenso di Parigi” che ha preceduto il “consenso di Washington”. La crisi ha dimostrato l’assoluta falsità della tesi ideologica dell’autoregolazione del mercato, eppure essa continua a presentarsi come l’unica possibile. E questo lo verifichiamo anche nella continuità delle persone: il consiglio economico di Obama, ad esempio, è composto da banchieri che hanno avuto parte importante nella deregulation fatta sotto Reagan e Bush.
Europa degli anni ottanta, Obama: lei sta dicendo che anche il “centrosinistra” globale è caduto nella trappola?
Sì, le cosiddette “sinistre” hanno fatto proprio lo scenario secondo cui la globalizzazione è un fatto economico, laddove esso è stato un fatto eminentemente politico. E’ stato un progetto agevolato da organizzazioni internazionali che di democratico non hanno nulla, dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca Mondiale alla Commissione Europea. Le sinistre socialdemocratiche hanno adottato il paradigma della signora Thatcher, credendo al fatto che “non ci sono alternative”: perciò le sinistre si sono distinte solo per “aiutare i più deboli”, e tamponare i disastri. Il mio timore è che ancora oggi non abbiano capito che cosa è successo: sono caduti nella scena del teatro, recitando la parte che la commedia (o meglio, la tragedia) gli ha assegnato, senza rendersi conto che stanno seguendo i dettami di in un immenso sistema industrial-finanziario, agevolato nella sua crescita dalla politica e che alla politica adesso spetterebbe incivilire.
Il successo di questo sistema è appunto anche ideologico: esso si presente come il trionfo della ragione (o forse di una coincidenza perfetta di razionale e reale), dove invece esso è, nella sua essenza, pura irrazionalità.
Il finanzcapitalismo ha in questo senso radicalizzato un’istanza propria del capitalismo industriale, che ha sempre pensato la crescita come una pietra filosofale. Crescita a ogni costo, a scapito del resto. Ma questa furente irrazionalità la vediamo al lavoro nei suoi esiti tragici, sia nella distruzione dell’ambiente e di qualunque tipo di ecosistema (e qui siamo giunti a un punto limite, davvero di non ritorno), sia nella quotidiana svalorizzazione delle persone. E le persone svalorizzate, infantilizzate come consumatori, non saranno mai in grado di salvare il pianeta.
Lei pensa che al punto in cui siamo è possibile un “contromovimento”, un’alternativa al disastro?
Un contromovimento è un’incognita grossa, nella presente situazione. Credo che una reazione ai danni globali di questo sistema che ci sta dominando possa prendere due direzioni. Una che potremmo definire socialdemocratica, una autoritaria, e in Europa quest’onda è certamente montante. E’ questo il grande dilemma è questo: e su questo il dado non è tratto.
Lei ha segnalato qualche passo possibile da fare.
Sì, per esempio la gestione dei fondi pensione, potrebbe essere un passo piccolo ma significativo. La gestione dei fondi pensione è affidata alle banche depositarie che fanno investimenti i quali assicurino un futuro ai fondi stessi, prescindendo del tutto da un investimento sostenibile, responsabile. I sindacati su questo dovrebbero essere più consapevoli e presenti.
Ci sono poi riforme che si possono avviare solo in ambito internazionale, ma bisognerebbe cominciare a parlarne: e invece quando se ne parla lo si fa tirando fuori i documenti dell’UE, che però non fa altro che invocare trasparenza e sorveglianza, ciò che equivale a mettere telecamere intorno a un edificio pieno di buchi e con le fondamenta che crollano e buio all’interno. E’ di questo buio che invece occorre discutere.

 

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17 Responses to Finanzcapitalismo, ultima chiamata

  1. nanni barbero il 2 maggio 2011 alle 16:07

    Non ho letto il volume, e temo – dopo aver scorso il tuo scritto – che difficilmente lo leggerò: mi sembra il solito brodo lungo in cui il tecnico di turno mescola allegramente la realtà fingendo che l’anamnesi , peraltro superficiale , possa rappresentare una cura….e dalla montagna a conclusione far partorire il topolino dei fondi di pensione…
    il solito nanni

  2. marco rovelli il 2 maggio 2011 alle 16:22

    Per me ti sbagli di grosso, Nanni. Prima di tutto perché Gallino è tutto meno che “il tecnico di turno”. Secondo, perché l’analisi di Gallino è tutt’altro che superficiale, ma anzi va a mettere insieme una serie di fili fino a tracciare davvero un paradigma tutto nuovo. Terzo, perché oggettivamente le possibilità di invertire questo flusso distruttivo della finanza globale si intravedono a fatica (altrimenti non saremmo qui a rivoltarci nella nostra impotenza: tutti quanti), e oltre a quanto dice Gallino rispetto ai fondi pensioni, l’altra possibilità – che Gallino non nomina per buona creanza di sociologo accademico ma che sono convinto in cuor suo appoggerebbe – sarebbe quella della scena finale di Fight club.

  3. carmelo il 2 maggio 2011 alle 16:33

    mi permetto di rilevare, al di la della difefrenza di opinioni e delel critiche che chiunque, a ragion veduta, puo’ e deve fare, che Luciano Gallino non èun tecnicno di turnocome sbrigativamente è stato bollato, ma uno studioso serio e rigoroso. Le sue analisi sul mercato del lavoro degli anni ’70 e ’80 sono imprescindibili .

    L’eccesso di finanza (che di fatto è un sistema sofisticato per rimandare al futuro – per divorare il futuro oserei dire – le contraddizioni sempre più acute del sistema economico-produttivo, è un fenomeno reale, grave e cruciale, che rischia di portarci in modo quasi inerziale al disastro.

    Che debba essere governato in qualche modo dalla politica, non è un auspicio ma la sola unica possibilità.
    Il problema principale a mio parere risiede nel fatto che gli stati (o quel che resta degli stati) non sono ormai in grado di governare alcunchè: dai conflitti che esplodono con frequenza sempre maggiore, al fenomeno storicamente rilevante dei flussi migratori (che mai come negli ultimi decenni hanno assunto le dimensioniche conosciamo)….
    Contro una finanza “extra-terriotoriale puo’ opporsi solamente, una coscienza di popoli una politica altrettanto extra-territoriale

  4. nanni barbero il 2 maggio 2011 alle 16:42

    caro marco, ti prego, concedimi nella mia totale anarchia logico-culturale il diritto di non esser giudicato superficialmente: so di cosa sto parlando e, credimi, quello che tu sottolinei come “nuovo paradigma” interpretativo della politica economica attuale è solo gioco di specchi…serve a pubblicare un nuovo saggio da Einaudi…ti consiglio di leggere o rileggere i saggi economici di >Ezra Pound… c’è molta più in quelli che in tutto il tuo Gallino,Orazio…ciao

  5. marco rovelli il 2 maggio 2011 alle 16:47

    Io non ti giudico superficialmente, lo giuro. Credo piuttosto che sia tu a giudicare superficialmente Gallino.

  6. nanni barbero il 2 maggio 2011 alle 16:48

    PS non ho il piacere di conoscere Gallino e non era ne è mia intenzione di affendere alcuno col termine di “tecnico di turno”, solo di ricordare che lui è un tecnico, e che scrive ora…analisi tipicamente spazio-temporale…certe volte ,riguardo i “tecnici” bisogna forse ricordare il vecchio Pascal quando dice dio dei profeti, non dei filosofi non dei matematici” …
    PPS ora mi raccomando nobn accusatemi di Teismo inconscio…ciao a tutti

  7. marco rovelli il 2 maggio 2011 alle 16:55

    Scrivendo “Gallino” non intendevo la persona Gallino, ma la sua tesi e la sua argomentazione (che, torno a ripetere, non è per nulla tecnica – se mai, è estremamente concreta).

  8. nanni barbero il 2 maggio 2011 alle 17:23

    se non ti volessi bene mi dovrei adirare con te, caro Marco: le cose che tu racconti e prendi da Gallino son cose ben note da decenni e dibattute a tutti i livelli…in definitiva già ai tempi dela scuola di francoforte se ci fai mente locale, già ai tempi del club di roma …sulla concretezza delle argomentazioni (che in definitiva dovrebbe essere tipica per i “tecnici”) la cosa che mi viene in mente leggendo la tua manchette è “imparare a nuotare come primo passo per difenderci dallo tzunami”….non ti pare un pò poco per scrivere un libro?

  9. Antonio D'Agostino il 2 maggio 2011 alle 17:29

    Ho acquistato il libro da pochi giorno sicuro di trovarlo non solo interessante ma anche necessario , viste la trasformazione del capitalismo in corso …. questa recensione è un ulteriore stimolo alla lettura . grazie .
    Consiglio di leggere il libro ” La società del disagio ” di Alain Ehrenberg edito da Einaudi . E’ un libro che mette a fuoco le conseguenze delle politiche e dei sistemi sociali sulla persona (non è un argomento nuovo , Sennet ne ha già abbondantemente parlato , ma il testo del sociologo francese va ancora più in profondità ed argomenta in modo splendido). Questi due libri letti contemporaneamente o in successione lasciano al lettore qualche coordinata in più per mettere in cammino il pensiero .

  10. marco rovelli il 2 maggio 2011 alle 17:32

    Il punto che – permettimi – non hai colto è il “salto quantico”: la finanza è il cuore del capitalismo, e anzi se il capitalismo è qualcosa lo è grazie alla finanza sin dai tempi di Siena Firenze e soprattutto Genova (non a caso citavo Arrighi). Ciò che è nuovo è l’intensificazione radicale di una serie di processi, che ridislocano completamente le coordinate di tutta la questione: una questione di quantità diventa una questione di qualità. E se chiami in causa il club di roma, e ancor più la scuola di francoforte (e già, ma allora perché non citare hilferding già che ci siamo), appunto ciò mi conferma che non hai colto il cuore della questione (e a maggior ragione ti consiglio di andare alle fonti).

  11. carmelo il 2 maggio 2011 alle 17:33

    mi dispiace passare per antipatico ma questo è il rischio che si corre nelle discussioni su internet.
    Non si entra mai nel merito dei contenuti che vengono proposti nella discussione,
    ci si prende il lusso non solo di fare commenti esiemporanei, paradossali e iperbolici
    e sioprattutto si liquidano e giudicono le eprsone senza nemmeno consocere cio’ che hanno scritto.

    non basta citare Pascal e Pound

    in ogni caso su wikipedia c’e’ una breve biografia del “tecnico di turno”

    Breve biografia

    La sua formazione sociologica inizia presso Olivetti di Ivrea (TO) per volontà dell’ingegnere Adriano Olivetti. Nel 1956, infatti, viene chiamato a collaborare all’Ufficio Studi Relazioni Sociali costituito presso la Olivetti – struttura di ricerca aziendale inedita in quel periodo in Italia – e successivamente, dal 1960 al 1971, ricopre la carica di direttore del Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (SRSSO) che era un’ulteriore articolazione dell’ufficio Studi Relazioni Sociali. Nella struttura aziendale, il SRSSO faceva capo alla Direzione del Personale e dei Servizi sociali, di cui fu responsabile per lungo tempo Paolo Volponi. Dopo il 1971 lascia il SRSSO dell’Olivetti, ma continua a collaborare con l’azienda, come consulente, almeno fino al 1979.Dopo aver ottenuto una Libera Docenza in Sociologia nel 1964, è diventato Fellow Research Scientist del Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences di Stanford in California. Dal novembre 1965 al 1971 è stato professore incaricato presso la Facoltà di Magistero e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Successivamente, dal 1971 al 2002 è stato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione della stessa Università, nella quale attualmente è professore emerito. Tra il 1968 e il 1978 è stato direttore dell’Istituto di Sociologia di Torino, una delle prime strutture di ricerca in questo ambito disciplinare costituite nell’università italiana. Dal 1999 a fine 2002 è stato Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione e della Formazione. In tale ruolo ha promosso lo sviluppo di un Centro specializzato nello studio e nella realizzazione di corsi orientati alla “Formazione aperta/assistita in rete”. D’altra parte, sin dagli anni Ottanta ha fatto parte quale rappresentante dell’ateneo torinese del Comitato Scientifico del CSI/Piemonte, ricoprendo, dal 1990 al 1993, la carica di Presidente. Ha fondato e presieduto dal 1987 al 1999 il Centro di Servizi Informatici e Telematici per le Facoltà Umanistiche dell’Università di Torino, che sin dai primi anni Novanta ha messo a disposizione Internet a studenti e docenti.

    Parallelamente alla sua attività di ricerca e d’insegnamento, ha ricoperto diverse e prestigiose cariche istituzionali. Dal 1979 al 1988 è stato presidente del Consiglio Italiano delle Scienze Sociali. Dal 1987 al 1992 ha rivestito la stessa carica nell’Associazione Italiana di Sociologia. È socio dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Europea e dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Dirige dal 1968 la rivista scientifica Quaderni di Sociologia.

    Ha collaborato, inoltre con autorevoli quotidiani nazionali, in particolare tra il 1970 e il 1975 ha scritto su Il Giorno; dal 1983 al 2001 ha collaborato con La Stampa e dal 2001 collabora con La Repubblica. Fa parte del comitato scientifico della manifestazione “Biennale Democrazia”.

    Dal 2007, è il responsabile scientifico del Centro on line Storia e Cultura dell’Industria, progetto che promuove la conoscenza della storia industriale e del lavoro del Nord Ovest italiano dal 1850 a oggi, con finalità didattiche.
    Pubblicazioni

    Principali libri pubblicati:
    Anni Sessanta

    * Progresso tecnologico ed evoluzione organizzativa negli stabilimenti Olivetti 1946-1959: ricerca sui fattori interni di espansione di un’impresa, Giuffré, Milano, 1960.
    * Indagini di sociologia economica, Comunità, Torino, 1962.
    * (a cura di), L’industria e i sociologi, Comunità, Torino, 1962.
    * La teoria del sistema sociale, Tirrenia, Torino, 1966.
    * Personalità e industrializzazione, Loescher, Torino, 1968.
    * Questioni di sociologia, Comunità, Torino, 1969.

    Anni Settanta

    * Indagini di sociologia economica e industriale, Comunità, Torino, 1972.

    Anni Ottanta

    * La società: perché cambia, come funziona: un’introduzione sistemica alla sociologia, Paravia, Torino, 1980.
    * Occupati e bioccupati: il doppio lavoro nell’area torinese, il Mulino, Bologna, 1982.
    * Informatica e qualità del lavoro, Einaudi, Torino, 1983.
    * Mente, comportamento e intelligenza artificiale, Comunità, Torino, 1984.
    * (a cura di), Il Lavoro e il suo doppio: seconda occupazione e politiche del lavoro in Italia, il Mulino, Bologna, 1985.
    * Della ingovernabilità: la società italiana tra premoderno e neo-industriale, Comunità, Torino, 1987.
    * L’attore sociale: biologia, cultura e intelligenza artificiale, Einaudi, Torino, 1987.
    * Sociologia dell’economia e del lavoro: tecnologia, organizzazioni complesse, UTET, Torino, 1989.
    * La sociologia della politica, UTET, Torino, 1989.
    * La sociologia. Indirizzi, specializzazioni, rapporti con altre scienze, UTET, Torino, 1989.

    Anni Novanta

    * Strani anelli: la società dei moderni, La stampa, Torino, 1990.
    * Informatica e scienze umane: lo stato dell’arte, Franco Angeli, Milano, 1991.
    * (a cura di), Percorsi della sociologia italiana, Franco Angeli, Milano, 1992.
    * (a cura di), Teoria dell’attore e processi decisionali. Modelli intelligenti per la valutazione dell’impatto socio-ambientale, Franco Angeli, Milano, 1992.
    * L’incerta alleanza. Modelli di relazioni tra scienze umane e scienze sociali, Einaudi, Torino, 1992.
    * (a cura di), Disuguaglianze ed equità in Europa, Laterza, Roma-Bari, 1993.
    * et al., “Manuale di Sociologia”, UTET, Torino, 1997.
    * Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazione in Italia, Einaudi, Torino, 1998.

    Anni Duemila

    * Globalizzazione e disuguaglianze, Laterza, Roma-Bari, 2000.
    * Il costo umano della flessibilità, Laterza, Roma-Bari, 2001.
    * L’impresa responsabile. Un’intervista su Adriano Olivetti, Comunità, Torino, 2001.
    * La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, Torino, 2003.
    * Dizionario di Sociologia, UTET, Torino, 2005.
    * L’impresa irresponsabile, Einaudi, Torino, 2005.
    * Italia in frantumi, Laterza, Roma-Bari, 2006.
    * Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici, Einaudi, Torino, 2007. ISBN 9788806186784
    * Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari, 2007.
    * Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, Einaudi, Torino, 2009.
    * Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2011

  12. Fernando Bassoli il 2 maggio 2011 alle 19:24

    L’anatocismo, è questo il padre di tutti i mali.

  13. nanni barbero il 2 maggio 2011 alle 22:35

    Per Carmelo:
    mi sento veramente distrutto nel leggere il tuo dovizioso excursus vikipedico su il per me ignoto prof dott Gallino e le sue sconvolgenti novità su un problema e un tema che veramente fan rimpiangere la scoperta dell’acqua calda (stando alla presentazione letta) …
    In merito al paradosso, caro carmelo, ti confesso cher lo considero uno degli strumenti più accuminati e precisi che la mente umana abbia creato, e per questo se posso ne uso (e abuso secondo alcuni…)
    Ho citato, lo confesso Pascal e indicato Pound non perchè pensassi che “bastassero” per la discussione, ma semplicemente – e paradossalmente- per aprire una nuova porta…strano che non mi condanni anche per aver citato indirettamente l’Amleto…un ulteriore sigillo alla mia proverbiale confusione gnoseologica…
    Con buona pace tua e di chi pensa di capire e “cangiare” il mondo con un volume einaudi non posso che andare a dormire canticchiando con Leo ” ni dieu ni maitre”…cantarlo è molto facile…accettarlo difficile…allor? merde! (citando Ferrè)

  14. sandro dell'orco il 2 maggio 2011 alle 23:18

    Luciano Gallino è un grande sociologo – economista. L’unico, in Italia, capace di grandi sintesi dal punto di vista degli sfruttati e della loro emancipazione. L’unico, tra l’altro, che ha tenuto fede alla sociologia come l’intendevano i primi Francofortesi, cioè come sociologia critica. Per questo leggerò con grande interesse questo suo libro

  15. sarmizegetusa il 3 maggio 2011 alle 00:21

    Gallino di solito scrive ottimi libri, non mancheremo di leggere anche questo.

    Salta tuttavia agli occhi il significato di questa frase, se completamente estrapolata dal contesto: “Finanzcapitalismo (Einaudi, 19 euro)” :)

  16. claudio c. il 3 maggio 2011 alle 20:17

    Ho quasi terminato il saggio di Gallino. Una lettura non facile, ma fondamentale, a mio parere da avvicinare con lentezza e tornando di frequente sulle pagine già lette. Una lettura che fa molto male. L’autore segue il processo finanziario di estrazione del valore con lucidità e senza concessioni, come ben evidenziato dall’intervista. Solo non direi che quello di Gallino è un nuovo paradigma, piuttosto credo si tratti di una felice apertura ai contributi recenti della sociologia della scienza e della tecnica che hanno indagato a fondo il potere epistemico del sistema finanziario. Tale approccio conferisce potenza e complessità al discorso critico, risollevandolo da certe paludi francofortesi. Ecco, la coppia complessità-critica rappresenta per me la chiave più preziosa del libro.

  17. La radice del male : eschaton il 9 giugno 2011 alle 00:38

    […] si può trovare così ad un passo dal Finanzcapitalismo di Luciano Gallino, che quest’anno si porta tantissimo nel rispettabile mondo di Einaudi e […]



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