Stranieri in patria

10 maggio 2011
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Si trovano all’angolo della piazza, davanti alla filiale della Banca Popolare di Bergamo, già Credito Varesino, non appena smette di piovere. Restano lì a fare grappolo, perché le due panchine non basterebbero per ospitarli, ma soprattutto perché non sono come le sedie attorno al tavolo di un circolo, di quelli che in centro sono scomparsi. Discutono di calcio e di politica, commentano i temi del giorno secondo quanto ha detto il tg o la “Prealpina” sbirciata sul banco di qualche bar-tabacchi. Il delitto di Avetrana, l’età di Ruby, la guerra contro Gheddafi, le prossime elezioni comunali. Formano un coro di accenti siciliani, calabresi e campani, alcuni così stinti dalla residenza in Alta Italia che è impossibile attribuirne un’origine, salvo la certezza che sia meridionale. Pensionati, prepensionati, ex operai delle aziende che la crisi, una alla volta, ha fatto sbaraccare. Magari qualcuno è stato anche postino, bidello, usciere: beneficiario, in pratica, di uno di quei posti fissi su cui si fonda l’assioma che “i terroni non hanno voglia di lavorare”.

Percorrendo le vie che si diramano dalla piazza, sbircio le targhe degli studi professionali, colpita dalla quantità di cognomi indubbiamente non lombardi. Uno degli avvocati più quotati è siciliano, e il notaio dove ho siglato l’acquisto della casa, era un ometto che leggeva l’atto d’acquisto con l’inflessione ermetica di un maresciallo dei carabinieri da commedia all’italiana. Nell’attuale giunta Pdl-Lega, il noto parrucchiere trapanese Sparacia fa l’assessore allo sport e allo spettacolo, mentre si è dovuto accontentare del doppio ruolo di presidente e amministratore delegato dell’Azienda municipalizzata, il vice coordinatore Pdl della provincia di Varese, nato come Totò al Rione Sanità di Napoli.
“Chillo, sapete, tiene tutti gli amici suoi…”, mi ha detto un commerciante suo conterraneo, lasciando sospeso in aria il proseguo della frase. Che siano attendibili o meno, stupisce poco che corrano voci di questo genere, se persino il “Corriere” titola “il «boss» del Pdl” e chiosa:
“Dicono sia il politico più potente del Varesotto, ma lui smentisce sempre e fa professione di modestia. Comunque sia ieri il Tribunale di Busto Arsizio lo ha rinviato a giudizio per concussione: Nino Caianiello, manager di aziende pubbliche e stratega del Pdl provinciale, viene accusato da un imprenditore di aver preteso una tangente da 400mila euro per la concessione di un’ autorizzazione a un supermarket di Gallarate. Caianiello non era né sindaco, né assessore, ribatte la difesa, ma la tesi del pm Roberto Pirro è che, nonostante non avesse incarichi formali, Caianiello fosse il «dominus» dell’ urbanistica cittadina in virtù del suo ruolo di leadership politica in Forza Italia.”
Ha quindi ragione Aldo Cazzullo, nativo di Alba, quando nel sottotitolo del libro che precede il fortunato Viva l’Italia, sostiene che nel bene e nel male siamo tutti diventati meridionali? Una nazione unificata dall’espansione della pizza come di corruzione, inefficienza, clientelismo, mafia?
Il gruppo davanti alla Popolare di Bergamo rende difficile pensare al Sud diventato senza avvedersi colonizzatore culturale. Magari non a Milano, ma nelle realtà di provincia i terroni restano fra di loro, mentre i pensionati lombardi dicono le stesse cose, nella stessa piazza, ma a distanza di cinquanta-cento metri. Forse lo mette in dubbio persino una carriera come quella del boss fra virgolette che resta in sella malgrado le pendenze giudiziarie e tuttavia riveste ruoli politici inferiori al suo potere, mentre gli incarichi di prestigio toccano a chi può vantarsi di rappresentare il territorio dove è nato.

Prendo la foto di classe di mio figlio, ultimo anno della “Dante Alighieri”, la scuola primaria più centrale. Un tempo, nella città denominata “Manchester italiana”, si usava distribuire gli alunni nei banchi con criteri di censo: in prima fila i figli degli industriali, nell’ultima quelli degli operai. Qualcosa di simile si propaga ancora oggi: nella “A” i bambini della borghesia gallaratese sino alla “C” dove finiscono quelli di provenienza più incerta e variegata. Per questo, insieme a mio figlio, nella 5a°C ci sono una bambina marocchina, due di genitori peruviani, il compagno cileno e quello albanese, la figlia di una bielorussa e un italiano, una di madre ucraina, alunni provenienti da famiglie di origine siciliana, romana, pugliese e lucana. Solo due compagni su ventidue hanno i genitori di Gallarate, sei originari di comuni nel raggio di una ventina di chilometri, e questo si sente in senso letterale. Esclamano “aspe’” (e non “guaglio’” come si sente alla tv e alla radio), apostrofandosi talvolta con i nomi abbreviati alla prima sillaba, ma sono al tempo stesso “il Matteo”, “la Farida” e “la Katia”.
Non per i bambini di una classe molto unita, ma per il mondo attorno, l’arrivo degli stranieri ha generato negli strati sociali una scossa sotterranea. I terroni si sono scoperti italiani; talvolta, in contemporanea, anche simpatizzanti o militanti della Lega: cosa che non toglie che si possono creare rapporti di buon vicinato con certa “brava gente” arrivata sullo stesso ballatoio di una casa di ringhiera da un paese lontano.

Il motore che spinge il paese a disgregarsi e al tempo stesso lo tiene insieme come una colla velenosa si chiama risentimento. Ingrossa il consenso della Lega e regala quindici ristampe a un libro come Terroni. Ma non è solo il rancore reciproco delle due estremità dello stivale. Possiede molte più facce, molti più strati, sedimentazioni in certe aree sovrapposte e mai elaborate che trovano sfogo nelle risposte più distruttive.
Nelle città del Nord da lungo tempo industrializzate come quella di cui sto raccontando, le giornate erano scandite dalle sirene delle fabbriche, la società organizzata intorno al lavoro, valore e fine condiviso, primo e ultimo. Però era norma che il figlio dell’operaio divenisse a sua volta operaio e il figlio dell’industriale mandasse avanti l’impresa di famiglia. Capitava certo che un operaio si mettesse infine ad aprire la sua fabricchetta proverbiale e capitava che chi non aveva spazio o voglia di calcare le orme di un padre imprenditore, si avviasse verso la libera professione. Ma era raro che, fra i locali, i lavoratori pensassero di mandare i figli all’università e ancora più che al solo fine di acquisire qualifiche in più da spendere in azienda, vi fossero indirizzati i figli degli industriali.
Per questo nelle regioni settentrionali oggi ci sono tanti medici, avvocati, notai, commercialisti e così via, terroni o figli di terroni. I figli di chi è arrivato non capendo una parola e ora rimastica l’inflessione dialettale in piazza con i compari, ma persino i figli dei mafiosi. Non solo chi, come gli insegnanti, è stato mandato su grazie a quelle graduatorie nazionali più volte contestate dalla Lega che tuttavia rivelano il nodo dello scandalo. Perché è laggiù, in Bassa Italia, che vorrebbero essere tutti dottori. Invece qui la cosa non è ancora ritenuta tanto normale, come ha fatto capire l’incarnazione di mito e mentalità dell’operoso Nord, ossia Silvio Berlusconi dicendo proprio: “è impensabile che i figli degli operai diventino tutti dottori!”
Così, insieme al disprezzo della cultura in senso lato, cova la brace del rancore contro chi per suo tramite ha saputo trovare un modo imprevisto per forare verso l’alto la piramide sociale. Braci che dalle parti del Nord-Est vengono attizzate dal rimosso di essere stata, a sua volta, zona di un’immigrazione secolare, ma in genere poco riscattata dall’ascesa, specie nelle regioni vicine tanto più avanzate, quanto difficilmente permeabili attraverso il lavoro delle braccia.
Strati di rancore dei subalterni di ieri verso quelli che oggi stanno all’ultimo gradino della scala: prima i veneti, poi i terroni, infine gli “extracomunitari”. E’ una dinamica elementare, quella per cui c’è sempre qualcuno che diventa l’”under dog” di qualcun altro, permettendo in confronto di sentirsi finalmente integrato. Ma anche la logica spietata della guerra tra poveri, per cui l’ultimo arrivato accetta di sgobbare e vivere in condizioni intollerabili per un lavoratore italiano. Emigrano ancora dal Sud Italia, tantissimi, ma solo coloro che contano di guadagnare quanto basta per non doversi accampare in tuguri spesso affittati a costi di rapina.

Eppure gli stranieri destano forse anche un risentimento simile a quello dei troppi dottori meridionali, qualcosa che somiglia all’invidia. I meridionali arrivarono con le valigie di cartone o con quelle vere e ammaccate e se ci avevano infilato un caciocavallo, una salsiccia, un sacchetto di taralli, una volta che erano stati mangiati, dei sapori di casa restava solo la nostalgia. Per poterla colmare bisognava aspettare Natale o Ferragosto, scendere al paese e caricarsi di provviste nuove. Così andò avanti per decenni. Melanzane, broccoli, cime di rapa comparivano dagli ortolani settentrionali in diverse ondate, tutte di molto successive a quelle della forza lavoro umana, e le prime mozzarelle fresche giunsero dalla Puglia a Milano solo negli anni ‘80.
Oggi che persino quella di bufala viaggia sino a Tokio e Sydney, sembra quasi inconcepibile quel ritardo. Non era più dovuto ai problemi di conservazione e trasporto, ma a un fatto culturale. E’ che i meridionali non esistono. Diventano terroni solo rispetto al Nord Italia: e portare un’identità in negativo, attribuita da altri, rende stranieri in patria. Questo li ha resi collettivamente deboli, li ha conservati in uno stato di subalternità di cui si sono approfittati sia i poteri mafiosi e clientelari, sia chi nei luoghi di immigrazione ha continuato a tollerarli. Così rimpiangevano il loro paese, la loro mozzarella unica e ineguagliabile, rimasta giù vicino ad Andria, Gioia del Colle, Bojano, Latina, Aversa, Battipaglia.
Gli stranieri hanno il vantaggio di avere alle spalle una nazione da cui provengono, a volte persino più di quella. L’usanza di chiamarsi “fratelli” se lo sono portata appresso i neri africani e i musulmani d’ogni gradazione di colore. E se anche i comuni negano l’apertura di moschee, non possono impedire che, in un batter d’occhio, qualcuno apra un money-transfer, una rosticceria di kebab, una bottega che venda proprio di tutto, dal riso pachistano a cetrioli russi in salamoia, okra e patate dolci, pane fresco arabo. Gli stranieri hanno il vantaggio di sapersi stranieri in Italia.

A Viggiù c’un sindaco leghista donna, italoamericana, di pelle nera. Ne ho sentito parlare con rispetto da un suo cittadino mandato a vendere i prodotti del “Casale d’Arcisa’”, malgrado il suo nome lumbard specializzato in nodini di mozzarella lavorati sotto la sopravisione del “sig. Pietro De Crescenzio, presidente della Cooperativa e casaro originario pugliese con trentennale esperienza nel campo”. L’Italia è un paese strano. Un paese dove le spinte a far emergere qualcosa di nuovo, riconoscere e valorizzare quel che già c’è, devono superare la barriera di quella opposta. Dall’Alto Adige alle Egadi, sono sempre troppi a voler cambiare tutto perché nulla cambi. E’ questo ciò che foraggia corruzione, clientelismo, inefficienza, mafia: utili sia per conservare lo status quo, sia per farsi strada nelle dinamiche bloccate. Per difendere i privilegi o allargarli, nulla funziona meglio che far leva sul riflesso di scaricare le proprie mancanze, i propri errori, i propri ritardi addosso agli altri. Diventa facile, rispecchiandosi nel meridione disastrato, restare convinti di vivere in “nella regione più ricca d’Europa, dunque del mondo”, come ha ribadito di recente Giulio Tremonti a proposito del Nord Italia. Il ministro dell’economia non avrà avuto modo di misurare quei dati statistici sullo stato delle scuole, degli ospedali, dei trasporti pubblici, persino della pavimentazione stradale a confronto con la Svizzera o persino la Catalogna. Lo ha fatto mia madre, l’ultima volta che è venuta a trovarmi. Faceva quattro passi per Gallarate e esclamava a ogni angolo:”che decadenza!…è una vergogna che in uno stato dell’Unione Europea possa ancora esistere tanta miseria!” “Miseria?”, ho cercato di ribattere, “no, guarda, questo è ingiusto, esagerato.”
Ma forse la miseria dell’Italia, intuita da un’ottuagenaria abituata agli standard di Monaco di Baviera, è che prosegue nel suo declino con la testa sotto la sabbia. Tutta assieme.

Concussione, va a giudizio il «boss» del Pdl, “Corriere della Sera”, 23 settembre 2009

pubblicato sul numero 4/2011 di “Italianieuropei”

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15 Responses to Stranieri in patria

  1. marco mantello il 10 maggio 2011 alle 11:20

    E’ un bel pezzo, forse ci sono altri due profili del risentimento da considerare, quello verso le proprie origini, talora latente, talora manifesto, talora fuso, inscindibilmente, al dato di averle riprodotte in toto (per cui si difende dallo straniero di turno ciò che in fondo un po’ si odia, la propria gabbia di benessere impresa e famiglia) e quello connesso al primo della creazione del capro espiatorio. Forse il tema delle identità collettive va rivisto, e sottratto alla logica del noi e loro

  2. franco buffoni il 10 maggio 2011 alle 12:39

    Ammiro la tua analisi, Helena: il tuo non è un post, è una vera e propria narrazione. Purtroppo sono d’accordo con la riflessione finale di tua madre.

  3. véronique vergé il 10 maggio 2011 alle 13:53

    Condivido il commento di Franco Buffoni.
    La piazza luogo di reunione diventa separazione:
    norte/sud.
    Si porta in sé la casa natale, il dialetto, l’accento/
    l’accento è l’impronta eterna della terra,
    si porta in sé la cultura, la tradizione culinare,
    il tempo, i gesti della gente della nostra terra,
    il profumo, il colore dell’aria,
    la nostalgia di chi è partito.
    Terroni parola buttata come lembo di fango/
    senza possibilità di luce.

    Mi ha fatto pensare al film Rocco et ses frères.

  4. gianni biondillo il 10 maggio 2011 alle 16:19

    Tra l’altro quella di Tremonti è una straordinaria bugia che continuiamo a raccontarci: dati economici alla mano la Lombardia NON è la regione più ricca d’Europa; è un mito, duro a morire, ma sempre mito è.

  5. AMA il 10 maggio 2011 alle 20:01

    La Lombardia sarebbe potuta essere la regione piu’ ricca d’Europa, se non avesse perso il trenino Chicco tanti anni fa.

  6. Giuseppe Paganelli il 10 maggio 2011 alle 22:38

    La Lombardia ha profonde radici nel passato povero, quando del maiale si cucinava e si mangiava tutto, quando la pellagra imperava e le sere d’inverno si trascorrevano in stalla, accanto alle bestie per scaldarsi; quando a scuola si andava fino a sette, otto anni se ti andava di lusso e poi nei campi a lavorare; quando a scuola ci andavi a piedi scalzi perchè altrimenti gli zoccoli si rovinavano; quando si facevano tanti figli perchè i figli non hanno mai portato miseria. Ci si dimentica troppo in fretta di come si stava e di come si era quando l’illusione di essere ricchi ti viene iniettata mentre ti distraggono con effetti stupefacenti – pubblicitari. Le classiche fette di salame ad occultare la vista!

  7. helena janeczek il 11 maggio 2011 alle 09:54

    Giuseppe, ho scoperto che nell’Alto Milanese -Varesotto gli operai, per molto tempo, erano stati contadini-operai. Un pezzetto di terra magra più la fabbrica-manifattura, spesso già doppio lavoro femminile, visto che predominava il tessile. Mi sembra un doppio legame che ha rallentato (o bloccato) la nascita di una coscienza di classe, formato la religione del “laùra’ laùrà laùra’”, forse eroso anche le strutture famigliari.
    Purtroppo da questa parte d’Italia ci si accontenta di raccontarsi favole alla Tremonti e non ci si chiede come mai la “locomotiva del progresso” che pure c’era stata, sia diventata prima un trenino Chicco e poi se ne sia andato, con nessuno che abbia nemmeno fatto ciao ciao con la manina.
    Quali ragioni culturali e sociali presistenti (ancora prima che politiche e economiche che ne sono anche l’effetto) abbiano causato questo ventennio di immobilità e regressione.
    Gianni, se hai dei dati economici da segnalare, sarei interessata. Da quel che ho capito io la leggenda della regione più ricca viene sostenuta invece con le solite statistiche tipo Istat, in cui vanno a finire anche dati -immagino – come le case di proprietà, il risparmio delle famiglie. Insomma tutto quello che anche per i famigerati rating salva questo paese dal finire allineato con la Grecia. Ma se qui ci sono indubbiamente più persone che si sono comprati la casa dove vivono o hanno attinto a un mutuo e lo pagano, questo non dice nulla sulla qualità e quanità degli investimenti pubblici, né sul rapporto stipendi medi/costo della vita. Probabilmente ci sono persino più nuclei che posseggono due auto, perché, almeno in provincia, è quasi impossibile muoversi con i mezzi pubblici…insomma lo stato si ascrive le proprie mancanze come meriti e in molti ci cascano.

  8. Larry Massino il 11 maggio 2011 alle 11:20

    Helena, ha ragione l’antica madre, l’Italia fa schifo, non solo a Gallarate. Però è ricca, schifosamente ricca, nonostante abbia perso per strada 1/4 della ricchezza negli ultimi 15 anni anni, per via della mancata crescita. Il problema, in buona sostanza, è che i soldi, invece di finire nella cura delle persone, delle città, del territorio, finiscono nelle luride tasche di chi si è ben posizionato per lucrare sul sistema, dai grandi capitalisti senza capitale ai mafiosi di tutte le specie, con i mezzo i partiti che pure loro drenano risorse a più non posso, distribuendo qualche briciola ai propri clienti elettori di punta, al fine di mantenere il consenso. Con in mezzo Massonerie, Opus Dei e Comunione e Liberazione. Purtroppo gli italiani credono che se non fosse così, sarebbe assai peggio, ché i comunisti si sa che fanno danni ovunque (forse ci hanno anche ragione…). Siamo un popolo che si accontenta, che sa fare sacrifici, magari in attesa di collocarsi più vicino alla greppia. Chi protesta e vorrebbe le cose più all’europea, del resto, è in genere così vicino alla greppia da procurare rabbia e invidia da parte del cosiddetto popolo (penso principalmente a Repubblica Espresso, nonché ai sacerdoti televisivi). I movimenti di protesta dal basso, ai quali si fa appello ultimamente, sono in genere identitari, cioè contro lo stato di cose finché esso non diventa funzionale ai propri interessi (la Lega); quelli alla Grillo della democrazia diretta lasciamo perdere, si tratta di destra populista e condominiale; quelli legalitari elitari, è peggio che andar di notte: con Nanni Moretti a capo, non vinceremo mai!

    Che fare? Secondo me bisogna tornare a fidarsi almeno un po’ della cultura politica, anche quella che rappresenta la rivista nella quale è uscito l’articolo, il cui capo è uno dei coraggiosi capitani del socialismo europeo (dovrebbe essere vicepresidente dell’Internazionale Socialista e capo del think tank della stessa). Perché se si sta male bisogna andare dal dottore, non dallo stregone. Secondo me.

  9. helena janeczek il 11 maggio 2011 alle 11:58

    Io mi fido meno di un po’ di costoro, ma credo che se ti chiedono un contributo è giusto darglielo, proprio perché rappresentano la politica, e cercare di mostrare un pizzichino del cosidetto “paese reale”…

  10. Larry Massino il 11 maggio 2011 alle 13:03

    Avevo detto che secondo me bisogna tornare a fidarsi almeno un po’ della cultura politica… Nemmeno io mi fido troppo delle persone, ma del socialismo europeo ancora sì. C’ho i mii limitismi.

  11. helena janeczek il 11 maggio 2011 alle 13:20

    toh, guarda…siamo d’accordo.

  12. Salvatore D'Angelo il 12 maggio 2011 alle 19:39

    Mio padre,claase 1914, che ha fatto undici figli, è stato da sempre impiegato/contadino (affittuario), fino a che è andato in pensione. Poi, fino a che ha potuto, cioè qualche mese prima di morire a 83 anni, ha continuato a curare un appezzamento-orticello a casa di mia sorella. Ma non lo ha fatto per la cultura del “laùra laùra”. L’ha fatto perchè era consustanziale al mondo della terra, alla sua cultura e a quell’epoca, entrata in lui come il circolo del sangue. Pur pensandola diversamente, mi chiedo se non sia il caso di “piegare” la tecnologia a quel mondo, se non sia il caso di pensare non in termini di sviluppo ma di “decrescita” (non felice, ma necessaria, intesa come inversione di tendenza di questo sistema). Mi convinco sempre più che coniugando la cultura di quel mondo, coniugando “computer e pero selvatico” -come dice poeticamente Franco Arminio omaggiando Latouche- potrebbe venirne fuori un mondo forse meno peggiore di quello in cui si vive ora. Mah. Boh.
    Quanto al post, Buffoni ha ragione. il testo ha un grande valore narrativo, è una gran bella narrazione.

  13. helena janeczek il 13 maggio 2011 alle 14:52

    Sì, la decrescita è necessaria. Ma complicata. A volte mi sembra che gli inviti a un consumo consapevole che vada a sostintuire quello indotto, non tengono conto di quanta gente ormai va già a far la spesa nei discount perché non ce la fa più a arrivare a fine mese. E’ più facile rinunciare all’acquisto della tal cosa nuova (paio di scarpe, telefonino o simili – che pure hano costi relativi) che a un minimo di vacanze dopo un anno di lavoro o a una serata in pizzeria. E sempre più persone non possono più permettersele.
    Poi, come voi (Salvatore e Giuseppe, in primis), sono convinta che la questione sia anche un fatto culturale. Oggi che siamo in molti a essere “acculturati” tanto quanto squattrinati, stiamo cominciando a sperimentare consumi diversi, nient’affatto elitari, un po’ per scelta e un po’ per necessità. In altri paesi europei, però, ci sono investimenti che aiutano a divulgare un modo di vivere, produrre e consumare più qualificato. Per esempio, per riferirmi all’esempio di sopra delle automobili, trasporti pubblici adeguati e piste ciclabili. Mi rendo conto che, detto così, suona vagamente ridicolo. Però se guardate proprio i grafici molto istruttivi linkati sopra da Gianni, potete avere un’idea di come le regioni europee più “verdi” siano spesso anche quelle più ricche e in crescita.
    In ultimo: non volevo opporre il “vero proletario” al contadino-operaio in senso valutativo. Credo che il discorso sulla cultura contadina in Italia sia ancora aperto e bisognerebbe farlo con molta attenzione e molta capacità di differenziare nell’analisi.

  14. nino caianiello il 6 giugno 2011 alle 18:16

    Ma visto che la campagna elettorale è terminata,e ci prepariamo alla prossima,perchè non proviamo a conoscere e a criticare ancor più ferocemente” l’uomo politico più potente del varesotto”….a disposizione e con serenità” partenopea” Vostro Nino Caianiello.



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