Radio Londra : Digital Pression

12 maggio 2011
Pubblicato da

On air- di effeffe


Street-Fightin’ Press?
Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe
di
Paolo Mossetti

Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!

Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi. Lo Standard, quotidiano destrorso britannico, è un foglio di smaliziata e cristallina furbizia che ben fa da portavoce a queste oligarchie. Tapparsi il naso e leggere come affronta argomenti quali la protesta studentesca non è mai un esercizio inutile: è il modo per capire una certa strategia comunicativa.

Tanto per cominciare, la lotta che i movimenti di protesta in tutto il mondo stanno portando avanti, dalla ricca Londra alla assai meno ricca Tunisia, sia pure generata da condizioni e bisogni diversi, in fondo si può riassumere così: una lotta dei giovani depredati del loro futuro contro le oligarchie di cui sopra. Eppure, fateci caso, nella lotta nessuno pronuncia quella parola: classe. Se è diventata tabù, ormai da decenni, lo è diventata per un motivo ben preciso: perché abbiamo dimenticato, o fingiamo di dimenticare, che le oligarchie finanziarie e mediatiche – le vere responsabili della crisi di questo decennio – hanno una comunicazione interamente o quasi sottoposta ai loro interessi; una comunicazione che quotidianamente deruba, spossessa le altre categorie non solo dei loro diritti, ma anche della loro identità. E toglie loro, letteralmente, le parole da bocca: imponendo il vocabolario che vuole, le “parole chiave” che vuole. Con la complicità dei manipolati, non di rado.
Esiste sì, come insegna la filosofia greca, una derivazione naturale dei nomi: sono le cose stesse che suggeriscono le parole da usare, e se un ragazzo si presenta alle manifestazioni vestito da clown è giusto che venga definito clown dai giornali. Ma i linguaggi parlati sono molteplici, e una componente di arbitrarietà ci deve per forza essere: quindi le cose tendono a suggerire il nome con cui chiamarle, ma dopo di che il Potere ci lavora sopra, limando, pianificando, istruendo, correggendo il tutto con i suoi razionali interessi.
In questi ultimi mesi, forse anni, il primo passo è stato quello di formare, presso l’opinione pubblica più timorosa e conservatrice – non importa quale partito essa voti – l’identikit del perfetto manifestante: egli, almeno qui a Londra, dev’essere per definizione un soggetto apolitico interessato solo a non pagare rette troppo alte, e guai a sventolare bandiere che non siano del suo gruppetto studentesco; egli è libero di scorazzare dal punto A al punto B, dalle ore tot alle ore tot – pacificamente: ovvero limitandosi a urlare slogan e a mostrare striscioni. I violenti – quelli che provocano disordini -, devono essere schedati come minoranza-che-va-isolata-e-condannata. Cambiate leggermente le parti di questo schema, e vedrete che è una formula buona per tutti i luoghi e tutte le occasioni. Ma chi contribuisce a importarla, a tradurla, ad amministrarcela?
Sul fronte della “piazza”, qui in Inghilterra si discute molto del Lifestyle anarchism teorizzato da Murray Bookchin , per definire coloro i quali vivono l’anarchismo più come un vestito da indossare, o una serie di «routine» estetizzanti, che come una reale pratica quotidiana: facendone fare così le spese a chi è coerente nell’ombra, nella sobrietà: sono questi dunque – gli attivisti del click, gli anarchici trendy, i manifestanti cool, etc. – i volti visibili identificabili nominabili della protesta, che fanno comodo agli intervistatori della BBC come a tutte le tv di Stato.

Poi c’è il fronte di quelli che chiameremmo gli intermediari tra la piazza e le oligarchie. La giornalista Carolle Cadwalladr ha condotto sull’Observer una ricerca interessante, analizzando come le elite provenienti da Oxford-Cambridge continuino a dominare in modo spaventoso l’establishment politico e culturale britannico: il duo «Oxbridge» sforna, da solo, oltre all’80% degli avvocati inglesi, un terzo di tutti i ministri e la metà di tutti i leading journalists del Regno Unito. Chi ha avuto la fortuna di aver studiato in una di queste prestigiose facoltà – a stragrande maggioranza bianche e ricche –, ha dunque altissime possibilità di diventare uno dei columnist che giudicheranno, interpreteranno, filtreranno le proteste di domani.
Molti reporter “progressisti”, seppur giovani e volenterosi, provengono da lì, da questo background affluente: ed è giusto o scortese chiedersi come ne vengano influenzati? Sarà un caso, ma a leggere il Guardian e del New Statemen – due voci labour tra le più infestate di oxbridgiani – sembra che la ribellione sia composta ancora, come quarant’anni fa, da una idealizzata middle – upper class di figli di papà che si prende cura degli oppressi, e che per gli oppressi è schierata in prima fila nei cortei; che i lifestyle anarchists, i clicktivist dal sorriso facile di cui sopra, siano davvero la nuova prima linea degli scontri. Forse in una realtà parallela. In quella che ho vissuto io, da novembre a oggi, sono gli incappucciati delle aree più povere, i figli degli immigrati, ma anche gli squatters diciottenni senza alcun titolo e senza sindacato, a trasformare le noiose passeggiate della middle class contestataria in un momento di esplosione del conflitto sociale; ad occupare i palazzi del potere – vedi la Millbank Tower ridotta ad uno scheletro pieno di vetri e cartacce – e i simboli delle corporation.

I clicktvist servono, in Inghilterra come in Italia il Popolo Viola o i Girotondi, a fornire del companatico tranquillizzante alle cene dei moderati. Ma questi soggetti, scelti non a caso da chi lavora nei grandi media, non rendono neanche vagamente idea dello scontro in atto. Non a caso, per distanziarsi dal ricatto buonista, il collettivo radicale UKUncut ha usato uno slogan inquietante, mutuato dalle facoltà occupate del Wisconsin: Screw us and we multiply, fotteteci e ci moltiplicheremo. È uno slogan che – gramscianamente, senza saperlo – fa i conti con il pessimismo della ragione – l’eterna sconfitta dei movimenti – e l’ottimismo della volontà – non avere altra scelta che moltiplicarsi.
Tutto è performance, ed è nell’esibizione di una “diversità radicale”, disturbante, la prima risposta a quelle keywords “progressiste” che dagli scrittori-giornalisti-preti di questa o quella famiglia e consorteria intellettuale e morale vengono sovraimposte sul movimento. Per costoro va bene sovreccitarsi per le rivolte mediorientali, ma guai a superare certi confini verbali e fisici nel Vecchio Continente, guai a mettere in discussione il loro primato, il loro linguaggio, il loro ambiguo lavorio. La seconda risposta, ben più importante, verrà dopo la performance: nella coerenza delle pratiche, nella quotidianità delle rinunce, dei sacrifici.

Dunque esiste, nell’interpretazione e nella divulgazione della protesta, una “questione di classe”, oppure bisogna credere a chi tenta di rimuoverla furbescamente, dando voce non a chi ha già perso tutto ma ai beautiful losers di professione – che sempre resteranno a galla?
Nelle assemblee di protesta di questi mesi, a Londra come a Roma o a Parigi, ho apprezzato che si tornasse a vedere a vedere quali sono le condizioni di vita degli oppressi, dei senza-futuro che scendono in piazza. Ma mi auguro che presto si faccia lo stesso nei confronti di chi quelle piazze le commenta: il dislivello tra le paghe degli opinionisti di professione, che accumulano carriere e titoli, e quello degli oppressi che da quegli stessi opinionisti vengono descritti e giudicati non è mai stato così scandaloso. Credo che sarà questa una svolta fondamentale nelle tattica dei movimenti.
Con questo non vorremmo imporre certo una sorta di realismo socialista alla Zdanov e liquidare brutalmente ogni formalismo, ogni pensosità, e censurare chiunque si avvicini al movimento: dialogare tutti insieme è importante, bianchi e neri, poveri e ricchi; anche prendere manganellate insieme e farsi rinchiudere insieme nei recintaggi polizieschi. Ma se non di odio, dunque, almeno di “disprezzo di classe” dovrebbe essere lecito e onorevole poter parlare: un disprezzo che abbia come obiettivo non l’esclusione dei singoli membri di una classe dalla protesta, ma la ridiscussione di quella classe; di quella borghesia compiaciuta che spesso strizza l’occhio ai suoi figli in piazza, senza rendersi conto di essere diventata parte di quelle oligarchie che strozzano sul nascere il loro futuro.

C’è la consapevolezza, e forse ci sbaglieremo, che mai come ora non si ha più voglia né di dare ricette né di riceverle. Specie se di fronte a noi c’è un giornalismo che più che essere “partecipativo”, “sul campo”, ha la funzione di un vero cavallo di Troia: manipolatore e subdolo; e bisogna pure dire che in questa generalizzata diffidenza verso tutti i poteri e verso i mediatori professionali – noi compresi – c’è un clima che fa star bene, perché non impedisce al sangue di affluire al cervello e di farsi resistenza attiva.

20 aprile 2011, London

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