L’estetica sovietica e il corpo sequestrato

14 maggio 2011
Pubblicato da

di Lorenzo Pompeo

A proposito di due mostre

Pensare l’estetica sovietica, ovvero la facciata celebrativa del regime, come semplice frutto di una decisione presa dai vertici del PCUS o da Stalin in persona rappresenta una semplificazione che nasconde un errore di valutazione. Più correttamente andrebbe considerato un concorso di circostanze e di persone che la edificarono in modo non sempre premeditato. L’opera della scultrice Vera Muchina realizzata per l’Esposizione Internazionale «Arts et Techniques dans la Vie moderne» (1937) di Parigi, L’operaio e la Kolchoziana, divenne una vera e propria icona dell’epoca sovietica (fu scelta anche come simbolo della Mosfilm, la più importante casa di produzione cinematografica della Russia sovietica) e del realismo socialista. L’affermazione di quell’icona fu immediata e perentoria, mentre il premio Stalin fu assegnato all’autrice nel 1941.
Analogo discorso vale per alcuni quadri di Aleksander Deineka, pittore a cui il Palazzo delle Esposizioni ha recentemente dedicato un’importante mostra. Nato a Kursk nel 1899 nella famiglia di un impiegato delle ferrovie, Deineka non fu solo un pittore, ma anche uno sportivo, come si evince anche dalle sue tele. Praticò il calcio, il nuoto, e anche il pugilato. Frequentava il circolo pugilistico del VChUTEMAS (gli Atelier superiori artistico-tecnici di Mosca, la più importante accademia d’arte in Russia, dove aveva studiato fino al 1925 e dove insegnò a partire dal 1928). Il suo allenatore diceva che se non avesse mostrato talento per la pittura, sarebbe diventato un buon pugile. Non è un caso, evidentemente, se nel suo autoritratto del 1948 lo si vede proprio nelle vesti di un pugile.
A partire dal 1928, anno in cui il suo celebre quadro La difesa di Pietrogrado fu esposto nei locali del VChUTEMAS in occasione del primo anniversario della Rivoluzione, Deineka, divenne l’artista più rappresentativo dell’Unione Sovietica. Nel 1929 alcuni suoi lavori di grafica vennero esposti a New York nella mostra ufficiale Exhibition of Contemporary Art of Soviet Russia e l’anno seguente alcune sue tele furono presentate alla XVII Biennale di Venezia. In qualità di ambasciatore dell’arte sovietica, ebbe la possibilità di viaggiare molto. Nel 1935 trascorse sei mesi all’estero, tra Stati Uniti ed Europa (fece tappa a Parigi, e passò anche per l’Italia). Corpi di atleti ed episodi legati allo sport sono uno dei suoi temi prediletti e anche ai suoi allievi raccomandava di praticare gli sport.
Sarebbe un grave errore considerare Deineka come un mero esecutore delle direttive artistiche del regime. Al contrario, fu Deineka stesso che contribuì, con le sue opere, a codificarle. Anche a lui si deve il passaggio dai temi legati al mito del proletariato, della fabbrica e della miniera, ai giganteschi corpi degli sportivi che, in sintonia con le tendenze artistiche degli altri regimi totalitari europei, riempirono i quadri e i monumenti negli anni ’30.
Il realismo socialista divenne “dottrina ufficiale” nel Primo congresso degli scrittori sovietici del 1933. Successivamente, nel 1935 (fu l’anno in cui, a seguito dell’assassinio di Kirov, cominciarono le epurazioni in ogni settore della società e nei vertici del partito) venne lanciata una campagna contro i cosiddetti “formalisti”, che fece piazza pulita di ogni forma di espressione artistica e culturale non conforme alle direttive ufficiali. Venne promulgata anche una legge che puniva severamente la produzione e il possesso di immagini pornografiche. Ne fece le spese il celebre fotografo Aleksandr Grinberg, il quale fu condannato a cinque anni di reclusione per alcune sue foto di nudo che erano state esposte nella mostra I maestri dell’arte fotografica sovietica. Da quel momento in poi non sarebbe stato più possibile esporre foto di nudo in Unione Sovietica per parecchi decenni. Proprio in quello stesso anno, a luglio, si organizza sulla Piazza Rossa, a Mosca, una parata ginnica. Una collezione di foto che documenta in modo dettagliato questi fenomeni è stata esposta in una recente mostra, Nudo per Stalin, organizzata dalla Fondazione Internazionale Accademia Arco presso la Sala Santa Rita di Roma. Nell’agosto del ’35 il minatore Stakanov stabilisce un record nell’estrazione del carbone dal quale ebbe origine il fenomeno dello stacanovismo.
L’anno successivo, il 1936, venne promulgata la costituzione sovietica, scritta quasi interamente dallo stesso Stalin, che sanciva alcuni diritti e libertà dei cittadini proprio nel momento in cui il terrore stava raggiungendo il culmine (si calcola che in quegli anni circa 8 milioni di cittadini fosse ai lavori forzati). In quello stesso anno, come racconta Mario Alessandro Curletto nel suo recente saggio I piedi dei Soviet. Il futbol dalla Rivoluzione d’Ottobre alla morte di Stalin: «Mentre Semën Timošenko girava il film che avrebbe ufficialmente sancito l’ingresso del futbol nell’immaginario collettivo sovietico, fu compiuto un passo storico. Il 26 marzo il presidium del Consiglio Superiore della Cultura Fisica presso il Comitato Centrale Esecutivo dell’URSS approvò un decreto che prevedeva la disputa del primo campionato sovietico di squadre di club» (Il melangolo, Genova 2010). Il quadro di Deineka Calciatore, del 1932, aveva preceduto questa storica decisione di quattro anni. La monumentale tela Il portiere, del 1934, di due.
Nell’articolo Un genere proibito, contenuto nel catalogo della mostra Nudo per Stalin, Aleksej Loginov scrive: «I giovani fotografi sovietici avrebbero scoperto a modo loro il tema del “corpo emancipato”, immortalando le parate sportive in cui ragazzi e ragazze marciavano sotto giganteschi ritratti di Stalin. (..) Partecipando alle parate, il singolo si trasformava in un membro del collettivo, annullando la propria individualità e sviluppando nel contempo la propria coscienza sociale. Negli anni venti e trenta lo sport diventa parte fondante della politica statale finalizzata all’educazione dell’individuo alla bellezza e alla salute fisica. (..) L’obiettivo dichiarato era il perfetto controllo sul corpo» (Nudo per Stalin, Gangemi, Roma 2009). Sempre nel 1936, venne promulgato un nuovo codice familiare e matrimoniale: il divorzio divenne molto più complicato e fu vietato l’aborto (venne nuovamente consentito nel 1955, due anni dopo la scomparsa di Stalin).
Lo sport, nelle sue rappresentazioni e nella sua pratica, sia attiva che passiva, divenne un elemento fondamentale nella vita culturale, nella propaganda e nell’estetica del regime. Il corpo dell’Homo sovieticus, stacanovista o sportivo, doveva essere offerto alla causa. Le giovani Kolchoziane corrono nude nelle acque di uno stagno nel quadro di Deineka Mezzogiorno (1932), si asciugano sorridenti in Bagnanti (1933) e fanno ginnastica nude in Giocando a palla. Il desiderio e l’erotismo appare del tutto rimosso. Malgrado ciò (o forse proprio per questo) appaiono felici.

Nota
La foto è di R. Diament, Parata sportiva a Kiev, 1935, coll. P. Khoroshilov, Mosca, da: Nudo per Stalin. Il corpo nella fotografia sovietica negli anni venti, Gangemi, 2009 Roma

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