Archètipi: Beniamino Servino

24 maggio 2011
Pubblicato da

Necessità monumentale nel paesaggio dell’abbandono
di
Beniamino Servino

Enunciazione/annunciazione

Abusi di necessità.

Abuso. Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa. Io abito troppo, lo faccio in modo eccessivo smodato illegittimo.

Abuso. Esercizio illegittimo di un potere. Io esercito illegittimamente il potere di modificare il paesaggio. Di-segnare il territorio, o semplicemente un campo. Una sponda. E mentre modifico illegittimamente il luogo del mio bisogno lo rendo vulnerabile [il luogo, non il bisogno]. Siamo vulnerabili insieme [io e il luogo, la parte attiva e la parte passiva, vicendevolmente]. Conviviamo vulnerabilmente, mirabilmente.

Necessario. Da cui non c’è modo di ritirarsi. Io non posso ritirarmi da un bisogno.

Abbandonare. Lasciare senza aiuto e protezione, lasciare in balìa di sé stessi o di altri. Smettere di occuparsi di una cosa. Smettere di averne cura. Ma il paesaggio vuole [vuole!] essere abbandonato [mai più campi da golf, mai più!]. È quella la sua vocazione, il suo destino. [Col tempo forse l’abbandono assorbe il bisogno, assorbe l’oggetto con cui il bisogno si è manifestato].

C’è assonanza tra la rappresentazione del bisogno e il luogo della rappresentazione. Tra il testo e la scena. Tra lingua e linguaggio.

Chiudo gli occhi, sento parlare, riconosco un idioma, una inflessione, un accento. Posso figurarmi [dalla lingua] il linguaggio della sua [della lingua] rappresentazione. Posso figurarmi la forma delle case, la forma della città.

Vocabolario essenziale. Lingua essenziale ma iperbolica, ripetitiva ridondante rumorosa. Ripetitiva, piena di tic.

Tanti bisogni piccoli, tutti assieme, diventano una massa. Senza consapevolezza aspirano al riscatto. Cercano la piè-tas.

Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Prima una giaculatoria. Poi un coro. Poi un urlo ca-den-za-to. Com-pi-ta-to.

Ma per essere condivisa e sostenuta [la piè-tas] deve essere riconosciuta. Deve essere rappresentata [la piè-tas] in una forma generata dal bisogno. Deve mostrare fiera la sua genesi, ma assumere anche una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata. Ma ancora riconoscibile. Una anamòrfosi liberatoria, immaginifica.

Solo allora la piè-tas genera stupore. Uno stupore da controriforma. Uno stupore che prepara il rispetto, uno stupore legittimante.

E il monumento al bisogno riscattato dalla piè-tas sta nel paesaggio dell’abbandono in-vulnerabilmente. Mirabilmente.

Esemplificazione/semplificazione

La Pennata è il manifesto popolare dell’appropriazione degli archètipi. Archètipi riproducibili istintivamente, riconoscibili immediatamente.

Una capanna senza tempo, senza tecnologia, senza aspirazione alla invenzione della forma. La pennata è costruita per essere temporanea, precaria, smontabile se arrivano i vigili [ma figurati se arrivano i vigili!].

L’éphémère est éternel.

Da un lato l’uomo-bambino fabbrica un riparo un ricovero per le cose che stanno fuori [che possono stare fuori], dall’altro l’uomo adulto fabbrica accanto al primo il riparo il ricovero per le cose che stanno dentro [che devono stare dentro].

Il bambino gioca con la leggerezza dell’apparente improvvisazione [guidato geneticamente] accanto all’adulto che restituisce [per sentito dire] formule di integrazione sociale [una iconografia di apparteneza].

Ma lo sapete, [voi] adulti non più bambini, che quelle capanne/mezze capanne/capannoni che avete vicino [a voi] possono riaffiorare sulla spiaggia insieme alla statua della libertà?

Rispetto/dispetto

Occupazione proletaria dei monumenti. Fuochi, bivacchi, finestre, finestrelle, accatastamenti. L’occupante prova una soggezione [che non vuole ammettere] al cospetto del monumento, ne sente una armonia a cui non è educato, ma la sente. Occupa il monumento perché lo associa [il monumento] a un potere che lo ha escluso [a lui, all’occupante]. Ne riconosce il valore simbolico.

L’occupante-iconoclasta è stato prima un escluso-idolatra.

Tipo/cetriolo/zucca/nido/pennata

Quel grattacielo somiglia a un cetriolo. Quell’auditorium somiglia a una zucca. Quello stadio somiglia a un nido. Questa è una pennata.

Tono su tono/nuances

In primavera, da aprile fino a maggio, il paesaggio dell’abbandono è colorato con una quantità che non si può contare di verdi diversi. Ma tanti. Mai tanti. E ogni verde ha il suo posto.

E’ un verde assorbente.

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6 Responses to Archètipi: Beniamino Servino

  1. davide vargas il 24 maggio 2011 alle 12:50

    ti rappresenta come i tuoi progetti

  2. stefano mirti il 26 maggio 2011 alle 00:21

    we ♥♥♥ b.s.

  3. cherubino il 26 maggio 2011 alle 18:47

    intro – spazioni
    grande serven

  4. giulia bonelli il 27 maggio 2011 alle 12:40

    Abbandonare. Lasciare senza aiuto e protezione, lasciare in balìa di sé stessi o di altri. Smettere di occuparsi di una cosa. Smettere di averne cura.

    E’ cosi che la vedo anche io, Servèn.
    Abbandono, oblio.
    E’ nell’assenza di controllo che vedo le cose interagire tra loro. Libere. E inaspettatamente restituire brandelli di poesia.
    E’ cosi che la vedo, ottimo Sèrven.
    G.

  5. Luigi F. il 28 maggio 2011 alle 15:09

    il casertano ha bisogno di tante annunciazioni, come e più di altri territori, perché sta morendo soffocato dal cemento, a partire da casertavecchia. grazie francesco per aver raccontato di B. S.

  6. A.Pe il 28 maggio 2011 alle 22:25

    Formastrutturasostanza.
    Parole, come chiodi, di quelli lunghi e sottili.
    Ad ogni colpo affondano nella carne – in un altro luogo – sempre più in profondità.
    In profondità, fino a fissarle (se dimenticate) le radici.



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