fronte del libro

25 maggio 2011
Pubblicato da

di Antonella Agnoli

Per parlare del futuro delle biblioteche dobbiamo partire da domande apparentemente lontane dal nostro tema, come per esempio: “Perché esistono i pub a Londra, le osterie a Venezia e i caffè sul porto di Marsiglia?” “Perché andiamo ad ascoltare un gruppetto di strimpellatori nella sala comunale quando potremmo ascoltare Bach sul divano di casa nostra?” E ancora: “Perché Netflix oggi negli USA è più conosciuto della Library of Congress ma non sufficiente?”

Tutte queste domande sono legate tra loro e riconducono a una riflessione sul motivo per cui esistono dei luoghi che non sono né casa né lavoro eppure sono popolarissimi? Perché “perdiamo tempo” a chiacchierare al mercato, in osteria, al pub, nel caffè greco dove si gioca a Backgammon? Se lo era chiesto negli anni Ottanta Ray Oldeburg scrivendo il suo libro sui Third Places, che dovrebbe essere oggi considerato un classico della sociologia. I “terzi luoghi” (né casa né lavoro) sono importanti perché fanno di noi degli esseri umani, cioè parte di una tribù.

Il lavoro è una corvée, la casa è il regno della famiglia nucleare mentre il bar, il pub, il caffè sono i luoghi dove troviamo gli amici, i vicini di casa, tutti coloro che non sono parenti ma a cui siamo legati da vincoli ben più profondi di quelli che ci uniscono ai cugini che incontriamo due volte l’anno. La nostra tribù.

Scimpanzè e homo sapiens condividono la caratteristica di aggregarsi in unità più grandi della famiglia ma molto più piccole della città o della nazione: tribù di alcune decine o centinaia di persone che condividono residenza, modi di comportamento, rituali, solidarietà. Le tribù sono indistruttibili (anche se capitalismo e burocrazia fanno del loro meglio per sopprimerle) perché non possiamo vivere isolati, nemmeno con mariti e figli al fianco: abbiamo bisogno della vicina del piano di sopra, della compagna di scuola che non ha cambiato città, del compagno di lavoro che ha sempre una battuta pronta, della signora che fa le tagliatelle come nessun’altra. Non siamo fatti per stare da soli (o con i rispettivi partner), per questo i matrimoni sono delle feste e i bambini fanno allegria.

Le tribù sono entità territoriali, anche nell’era di Facebook. Non siamo “veramente” membri di una tribù che condivide attraverso internet la passione per Audrey Hepburn, per i vini argentini o per i modellini di aerei della seconda guerra mondiale: questi hobby possono essere divertenti ma non creano solidarietà forti, impegni reciproci. I vincoli che ci fanno sentire più sicuri di noi stessi, più rilassati, più forti, si creano in piazza, in strada, al caffè. Possiamo sentirci “veramente” vicini solo a chi c’era ieri e ci sarà domani, alle persone di cui notiamo l’assenza quando non compaiono alla solita ora. Non ci sono tribù cosmopolite e il networking di cui si vantano i manager di successo è un patetico tentativo di sostituire il gruppo da parte chi viaggia troppo per trovare veri amici.

Le tribù hanno i loro rituali e tra questi rientrano attività come guardare collettivamente un film o una partita di calcio, cantare insieme, fare una gita a Brisighella, scambiarsi ricette di cucina, andare ad ascoltare gli amici che cantano nel coro della chiesa, partecipare a un gruppo di lettura. La settimana scorsa, a Flagstaff in Arizona, mi sono ritrovata in un pub affollato ad ascoltare una band che improvvisava una jam session con più entusiasmo che talento. Perché stare lì, quando tutti i presenti avrebbero potuto ascoltare Miles Davis o Wynton Marsalis a casa loro (o sul loro iPod) con una qualità ben migliore di quella delle gracchianti casse che il gruppetto aveva a disposizione?
La risposta è che ciò che contava non era la qualità della musica ma la qualità dello stare insieme, il piacere di ritrovarsi attorno a una passione comune, con gli amici che salgono sul palco per una canzone, o per un assolo di chitarra, poi scendono perché è il turno di qualcun altro, poi bevono una birra discutendo di un concerto che hanno sentito vent’anni fa, o di un nuovo musicista che si esibirà la settimana prossima. Era questa la ricchezza della serata, il collante che teneva insieme persone diversissime tra loro.

Quello di Flagstaff era un pub, ma avrebbe potuto benissimo essere una biblioteca: il successo delle public libraries americane non nasce dalla qualità delle collezioni o dall’opulenza degli edifici, ma dalla loro capacità di presentarsi come luoghi neutrali ed accoglienti dove microtribù si possono aggregare.

Si possono, naturalmente: le tribù non si formano a comando e nessuno può prevedere se e come i pensionati di Phoenix o i teenager di Seattle approfitteranno delle ricche (e costose) biblioteche che le città hanno messo a loro disposizione. Forse una modesta biblioteca di quartiere a Pittsburgh, o nel Bronx, avrà più successo perché un bibliotecario più intraprendente e tenace è riuscito a tessere legami con le casalinghe, gli scacchisti o gli alcoolisti anonimi della zona.

A questo punto, una buona domanda sarebbe: “Scusate, ma perché dovremmo creare delle biblioteche quando la gente è contentissima di ritrovarsi in piazza, al bar, dal barbiere? Se è la spontaneità a decidere delle aggregazioni, la biblioteca che c’entra?”

La prima risposta è che negli ultimi 25 anni la pressione del lavoro sul tempo libero è fortemente aumentata: abbiamo sempre meno tempo per fare qualsiasi cosa e, a questo, si sono aggiunte le riduzioni nei servizi sociali: se l’autobus passa ogni mezz’ora, quella è una mezz’ora che non posso usare per la mia vita personale o per stare con gli amici. Se devo occuparmi dei genitori anziani, o dei figli piccoli che non trovano posto in asilo, questi impegni comprimono la mia giornata. Una biblioteca a portata di mano (come gli Idea Store di Londra, collocati dentro o a prossimità dei centri commerciali) facilita la vita, soprattutto se ha lunghi orari di apertura.

La seconda risposta è che la biblioteca (o, almeno, la biblioteca che ho in mente io) è più attrezzata per svolgere vari ruoli socialmente utili di quanto non lo sia il caffè. La biblioteca è gratuita, e accetta chi non può, o non vuole, consumare. La biblioteca è della collettività e non respinge nessuno. La biblioteca garantisce la possibilità di entrare in contatto con il mondo esterno anche a chi non possiede un computer portatile per usufruire della rete wireless di Starbucks. Reti che in Italia sono in ogni caso rarissime, mentre negli USA, paese del Patriot Act e ossessionato dai controlli, si trovano connessioni wi-fi ovunque e non è richiesta nessuna password per accedervi. La biblioteca offre un accesso gratuito a consumi culturali (“alti” o “bassi” che siano) anche a chi non ha i mezzi per andare in libreria, o per scaricare un nuovo album di Vasco Rossi da iTunes o semplicemente per comprarsi un computer e collegarsi a Internet. Chi abita in casette mobili (usatissime dai vecchietti nel caldo Sud) spesso non si può permettere un collegamento alla rete e, nella nuova bella biblioteca di Prescott Valley, era appunto pieno di vecchietti che usavano Internet.

Soprattutto la biblioteca è un luogo dove, con un po’ di aiuto, si può capire meglio cosa sta facendo il governo, perché la benzina è aumentata, cosa sta succedendo in Afghanistan o come affrontare la crisi economica. Un tempo, la domenica mattina, le belle piazze italiane avrebbero parzialmente svolto questo ruolo, oggi ci incontriamo solo i turisti, e qualche badante che non sa dove andare. Questo compito è vitale per la democrazia, anche se i cittadini fossero indifferenti e disgustati dalla politica, come spesso sono.
In altre parole, le biblioteche del XXI secolo hanno come missione quella di creare delle tribù attive, dei gruppi di cittadini che godono della compagnia reciproca, che magari non vanno più in là dello scambiarsi ricette di cucina, ma che nello stesso tempo diventano più curiosi, più consapevoli, più informati. E anche più umani. Che i nostri iPad ci mettano a disposizione tutto ciò che il genio umano ha prodotto da Leonardo in poi non è sufficiente: Italia-Germania 4 a 3 si guarda solo in compagnia.

In compagnia, anche se ci sono da tempo gli iPod e ora anche Netflix, che sta per sbarcare in Italia. Netflix non è un’invenzione come la bomba atomica o la penicillina, è piuttosto un modo intelligente per fare un lavoro assai banale come quello di affittare film. L’azienda statunitense che ha base a Los Gatos, in California, ha oltre 20 milioni di abbonati, si fa pagare 8,99 dollari al mese (6 euro al cambio attuale) per mettere a disposizione un numero indefinito di film. Un nipote tecnologicamente avanzato di Blockbuster, dove sia andava fino a qualche tempo fa per affittare un dvd. Niente di rivoluzionario.

Ciò che ci interessa di Netflix è il fatto che offre una scelta di film così vasta da far impallidire qualunque cineteca e qualunque museo del cinema, a un costo che chiunque può permettersi. Non solo: grazie alle efficienti poste americane il dvd ordinato arriva entro 48 ore (la spedizione non costa nulla), mentre gli impazienti possono guardare il film in streaming sul proprio televisore o sul proprio smart-phone, senza particolari difficoltà. Netflix è talmente efficiente da aver fatto dimenticare nel giro di due anni i celebri siti peer-to-peer dove faticosamente ci si poteva scaricare Via col vento stando collegati una settimana.

Di nuovo, la domanda è: “Se esiste Netflix, perché abbiamo bisogno di una biblioteca, dove occorre avere la tessera, andare a cercare il film (magari ancora su una cassetta VHS…), fare la fila al bancone del prestito, e restituire il dvd entro una settimana?” La domanda è più che legittima e la mia risposta è che le biblioteche pubbliche (ovviamente non quelle di conservazione) dovrebbero effettivamente sparire se non sono in grado di competere con Netflix. Ma se avessimo una biblioteca più utile di Netflix?

Una biblioteca è un luogo dove i film possono essere contestualizzati e studiati, perché per esempio esiste una sezione di libri sul cinema, o perché il bibliotecario sa come aiutarvi a cercare. Netflix può rendere più amichevole la selezione dei propri titoli ma non può spiegare a nessuno come sono nati gli “Spaghetti-Western” di Sergio Leone, né come recitare in quei film sia stato un’esperienza fondamentale nella carriera di Clint Eastwood come attore e come regista. La biblioteca (o almeno, un certo tipo di biblioteca) può far scoprire al più indifferente dei teenager che non esistono solo Harry Potter e Guerre stellari ma anche Blade Runner, Fronte del porto e La corazzata Potemkin.

In realtà, Netflix, il caffè sul porto e la biblioteca non sono in concorrenza fra loro: sono piuttosto luoghi tutti necessari per garantire una certa qualità della vita. Luoghi dove lo stare insieme diventa occasione di scambio, di arricchimento, di riflessione. Situazioni dove si può discutere dei bei ragazzi e del matrimonio di Harry e Kate ma anche della morte di Osama bin Laden e dell’elezione del sindaco. In fondo, se a Milano qualcuno organizzasse una serie di proiezioni di Mani sulla città di Francesco Rosi prima di andare a votare sarebbe un vantaggio, no?

Questo articolo è stato pubblicato su Il Manifesto Venerdì 13 Maggio 2011

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5 Responses to fronte del libro

  1. véronique vergé il 25 maggio 2011 alle 11:40

    Perdo la significazione del tempo in una biblioteca. Se un sabato ( mio giorno di predilezione) valica la soglia della biblioteca, predo un biglietto per l’oblio della pioggia, della noia, dell’angoscia di trovarmi sola alla casa. Nella biblioteca sono mezzo i libri, mi rassicura: sono in un luogo protetto, una nave dove il cielo si intravede con una pausa nella mia lettura. Sono in una solitudine, ma con altri corpi vicini. Vedo i passaggeri: quelli che studiano, con la tazza di caffè, i dizionari, quelli che vagabondano con un porto mai trovato, quelli che sacppano al freddo, alla follia – mi sembra che la biblioteca come la stazione sia il luogo delle anime perdute-
    Vedo i lettori in amore davanti i libri, occhiali, volti giovani o giĂ  appassiti.
    Mi chiedo chi sono: quella sul soglio di un porto di solitudine che i libri appagano.

  2. véronique vergé il 25 maggio 2011 alle 11:41

    prendo, scappano

  3. Antonio Coda il 25 maggio 2011 alle 12:39

    Questo articolo è tremendamente bello!

    Però le biblioteche come vi sono vagheggiate io non le ho mai conosciute. Va detto che sono stato un frequentatore di biblioteche molto parco: per l’esperienza patita – di personale lento e bolso e annoiato e per la complessiva atmosfera di studio addolorato e di silenzio da messa da seduti e per gl’orari pensati principalmente per spaventare lavoratori o comunque chiunque non riesce a spuntare qualche oretta di tempo libero tra le otto e le diciotto – le biblioteche sono diventate per me un luogo tristo ed evitato.

    Con tutti i rimpianti che derivano dal rinunciare a un luogo così traboccante di stimoli, conoscenze, astruserie e sapiditĂ  – ma soltanto in potenza.

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  4. stella il 25 maggio 2011 alle 14:12

    Per me che non sono una donna di fede, entrare in una biblioteca, ma in quella della mia cittĂ  un po’ di piĂą è come per un credente sentirsi accolto nella Casa del Signore. E so che quando sono inquieta, quando tutto mi pare possa travolgermi nella sua corsa, quando ho bisogno di ritrovare il mio respiro basta che entro in biblioteca e taumaturgicamente sto meglio. Il resto rimane fuori e io torno io.
    Da bambina non avevamo enciclopedie a casa, ma mia madre non se ne diede cura, c’era una biblioteca per questo! Sei anni quando ho fatto la tessera, quindi piĂą di quarant’anni che possiedo questo luogo che cura la serenitĂ  e l’equilibrio della mia mente.
    Stella

  5. véronique vergé il 25 maggio 2011 alle 17:11

    Condivido l’esperienza di Stella. Mi sento dentro un riparo, sono un pesce in un acquarium, con altri specie strani. Gente di etĂ  diversa
    mi sono vicini: giovani che studiano, madri ( il sabato) con bambini,
    pazzi, appassionati di lingua, di scienza, lettori anziani. E ho sempre avuto la fortuna di essere corteggiata in biblioteca. Ho anche avuto un amore che ha iniziato in biblioteca. penso che è un luogo di incontri.
    Di manera generale mi sento in pace mezzo i libri. Riconosco gli habitué
    della mia biblioteca: un sorriso, un saluto. Durante gli anni di universitĂ 
    non sono andata in aula magna, ero alla biblioteca per leggere, sognare, essere con la mia amica di cuore o il mio fidanzato : era un tempo bello.
    Dopo la biblioteca andiamo da bere qualcosa, facciamo una passeggiata.

    Stella parla di seneritĂ , è vero, c’è una tranquillitĂ  che mi appaga, una bolla dolce.
    La prima cosa che faro nella mi nuova cittĂ  sarĂ  l’iscrizione in biblioteca.
    Con i libri, non sono mai in terreno ignoto.



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