e io che mi credevo

27 maggio 2011
Pubblicato da

ovvero
I compagni che sbagliano
di
effeffe

Al film di Mario Martone, Noi credevamo, sono andati ben sette Premi David di Donatello. Da quello più importante per la sezione migliore film a quello apparentemente minore, del Miglior trucco. Dico apparentemente perché, a parer mio, l’arma vincente dell’opera è stata proprio il maquillage ovvero l’arte dello svelare e insieme rivelare (nascondere, velare due volte) verità altrimenti disturbanti nella presa diretta. Per spiegare come e perché questo film non mi sia affatto piaciuto e soprattutto perché lo considero come l’ennesimo esempio di esperienza mancata mi sono necessari alcuni passaggi che spero non tedieranno il lettore.

Raccontami una Storia
La domanda che mi assilla ogni volta che sento parlare di Storia è: come si racconta la Storia? A volte mi sembra che questa strana creatura ( qui da intendersi nel suo significato anglosassone di macchina-mostro) sia come un dispositivo soggetto a revisione costante. Ecco perché al termine revisionista, così abusato in Italia, e malinteso per giunta visto che la Storia è quella che, attraverso le sue narrazioni, diventa ogni volta, preferisco il termine francese négationnisme, ovvero narrazione che nasconde o nega la verità di un fatto1.
Il Risorgimento,, durante il novecento è stato raccontato sempre e comunque nella sua matrice più autentica e libertaria, sia che si trattasse di una storiografia di sinistra, si pensi per esempio al Carlo Pisacane riletto da Nello Rosselli, che nazionalista, ed è una storia che affascina quanto il libro Cuore che pur essendo un manuale di propaganda unitaria potè contare tra i propri più ferventi lettori un Majakovskij o un Miller.2. Come se dalla concretezza dei fatti si elevasse un racconto senza tempo, universale come accade per ogni narrazione “intempestiva”, per lo più epica in grado di interrogarsi dai tempi di Omero sui valori e sul senso della vita. Se il Romanzo, rompe questo tipo di continuità tra esperienza e racconto non è in nome della verità storica ma di un altro tipo di verità, non per questo meno vera ma soprattutto non meno utile per elaborare quel tipo di esperienza. Quando per esempio Cervantes di ritorno dalla più grande battaglia di tutti i tempi, Lepanto, la prima cosa che gli viene in mente di scrivere è il Don Chisciotte, o più recentemente Kurt Vonnegut che sopravvissuto al bombardamento di Dresda, si inventa qul grande piccolo capolavoro Mattatoio n°5, non assistiamo a una diserzione del racconto dall’esperienza ma ad una reinvenzione del mondo che quell’esperienza l’aveva generata.

Mancare l’esperienza
Una delle ossessioni – ma non sempre le ossessioni sono inutili- della nuova narrativa italiana è l’idea di “perdita dell’esperienza”. certo nessuno si sognerebbe di pensare che la vita si sia messa in testa di privare le nostre esistenze di magnifici o terribili doni come l’amore o la morte, tanto per citarne due, assai fondamentali e sempre in auge, quanto di prendere atto della perdita di quegli strumenti, il survival kit, che ci fa sentire così poco attrezzati per decodificarla, ricordarla, raccontarla ovvero fare in modo che essa, l’esperienza sia trasmissibile. Accade invece che si manchi l’esperienza quando nonostante la mia posizione di testimone privilegiato di un fatto, quel mio stesso statuto non genera una narrazione all’altezza dell’esperienza appena vista o vissuta. Ai David di Donatello, per esempio era candidato anche Venti sigarette a Nassirya. La sensazione che mi è rimasta addosso a fine proiezione era che il corto circuito, giovane filmaker dei centri sociali vs guerra in Iraq, era che il film avesse centrato il suo bersaglio, ma che quest’ultimo, al di là della volontà del regista, era tutt’altro. Sulla guerra in Iraq, sull’esperienza di tanti giovani confrontati con una strana missione di pace, nuovo ordine mondiale e quant’altro, sulla morte di soldati al soldo di un nuovo tipo di guerra, 20 sigarette non diceva nulla. In altri termini l’esperienza del regista Aureliano Amadei vittima sopravvissuta a quell’attentato, era totalmente superata dall’involontaria caricatura di un frequentatore borghese di centri sociali, vittima della propria inettitudine e dei propri familiari così fintamente radical, così veramente chic. Con chiunque io abbia parlato che quella guerra se l’è combattuta, volente o nolente, e che quel film l’avesse visto, a prescindere dal grado di convinzione nell’indossare le stellette, il giudizio era stato unanime: quel film non racconta.

Mancare la storia
Dalle prime scene di Noi credevamo ho pensato che mi fossi sbagliato di film. Anzi che il film avesse sbagliato i costumi di scena. I primi piani di uno dei protagonisti- le espressioni corrucciate dell’eccellente Luigi Locascio, Nicola in La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, si sovrapponevano a quelle del pur bravo Locascio, Domenico in Noi credevamo – risuonavano in me creando uno straordinario effetto di déjà vu. E così man mano che si andava avanti mi rendevo conto di come si trattasse di un remake di quella storia, attraverso la sua esperienza fondante della beata gioventù essenzialmente concentrata sulla figura del rivoluzionario o del terrorista a seconda di dove si guardasse. In altri termini Mario Martone sacrificava il racconto del Risorgimento in nome degli anni di piombo, dei cattivi maestri, delle fazioni, dei moderati e dei radicali, della paranoia dei cospiratori, delle spie e dei venduti al nemico, i pentiti, nell’angustia di un montaggio molto, in certi punti troppo, teatrale, troppo scritto e poco “giocato” per non parlare delle scivolate assolutamente imperdonabili dal punto di vista del linguaggio cinematografico. La sequenza dell’insurrezione fallita nei boschi meriterebbe l’annovero nell’albo delle scene comiche legate al fattore nebbia subito dopo quella dell’arrivo di Totò e Peppino alla stazione di Milano.
Non meraviglia allora che un giovane studente, costretto a vedersi il film in sala insieme alla propria classe abbia scritto in un commento su youtube:

Sono andato a vederlo mercoledì con la scuola ha fatto talmente cagare che me ne sono andato e mi hanno sospeso. bruciate tutti i dvd del film.

La figlia della mia compagna, quindicenne, alle mie insistenti domande su com’era stato- mi piace la sensibilità di Martone e dunque speravo che mi confortasse nell’attesa- mi aveva risposto che dopo i primi dieci minuti nessuno in classe ci aveva capito più niente.
Ora che l’ho visto ho capito perché. Nel tentativo di raccontare gli anni settanta del secolo scorso attraverso la storia degli anni cinquanta e sessanta di due secoli fa, Martone avrebbe voluto, come molti della sua generazione chiudere i conti con il proprio personale passato. Per raccontare gli anni di piombo, ma soprattutto la propria generazione, bisognava truccare i protagonisti in modo che lo spettatore ne seguisse la storia senza pregiudizi, seguendo passo dopo passo il cammino aperto da Giordana in quel campo minato che è e rimane il ventennio della Grande Ricreazione . In un certo senso l’ operazione di sdoganamento è riuscita visto che sia ai David di Donatello che sulle pagine della critica ufficiale, perfino quella abitualmente più accorta, il film è passato. Eppure, bastava poco per scorgere la lacrima, la goccia di sudore, che scompaginava la maschera, il cerone. Lo scarso appeal avuto presso i più giovani, dimostra invece come, quando si manca una storia, per scelta o per necessità, c’è poca speranza perché questa sopravviva alla voce che l’ha raccontata. Ed è un peccato. Uno spreco di soldi ed energia.

  1. il termine fu introdotto alla fine degli anni 80 dallo storico Henry Rousso per indicare quel movimento di pensiero trasversale, dall’estrema desta all’estrema sinistra, che negava l’Olocausto durante il nazismo. In seguito fu esteso ad altri fatti e tentativi di falsificazione []
  2. «Appena presi a leggere il libro – scrive Miller– le lacrime cominciarono a uscire dai miei occhi. E pensare che non avevo poggiato gli occhi su quel libro per quasi ottant’anni!». []

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25 Responses to e io che mi credevo

  1. véronique vergé il 27 maggio 2011 alle 08:45

    Grazie Effeffe,

    Sono innamorata del cinema di Martone. Il mio primo amore fu l’AMORE MOLESTO. Avevo amato il libro per la reminiscenza di Napoli e dell’infanzia della narratrice( Dalia)
    Il film di Martone dà sempre una visione viva, ma anche onorica di Napoli, adeguata alla psicologia della protagonista.
    Il vestito rosso di l’attrice favorita di Martone (Anna Bonaiuto) mi colora ancora l’occhio: il suo camminare nelle strade di Napoli, sotto una pioggia di temporale.
    Il ricordo degli anni 60 con la madre in una nebbia blu alzando dal mare/ le tailleur blu.
    Anna Bonaiuto a occhi immensi svelando la sua sensibilità, i suoi capelli neri sembrano fatto per il ricordo. Il trucco svela e nasconde. Mi rammento un momento dove l’attrice nel l’amore molesto dice allo specchio:
    “sei un fantasma”, il fantasma della madre. – Mi scuso se parlo di l’amore molesto-
    Non ho visto ancora NOI CREDEVAMO, se ho ben capito, è un poco fallito nella traversata di un’epoca già presente nel cinema italiano- Ma non me lo perdero.
    Ignoro se la città Napoli è presente in questo film, lo spero; perché Martone è magnifico nella sua manera di filmare la città, un momento della città. La sua ispirazione è li, nella bellezza, l’ombra, la faglia del sole ( Come in MORTE DI UN MATEMATICO NAPOLETANO).
    Forse il film è lo specchio dei fantasmi di un’ epoca, noi spettatori, non possiamo afferrare questi fantasmi. Siamo davanti, non dentro.

  2. Larry Massino il 27 maggio 2011 alle 09:33

    Caro Forlani, se tu conoscessi Martone, il potente direttore del teatro Stabile di Torino, capiresti che non lavora per il pubblico, che le sue narrazioni hanno un’altra funzione, che i suoi committenti sono assolutamente insensibili al valore artistico (anzi, meno i loro sponsorizzati ne cacciano, più risulteranno artisti a loro volta, e colti…). Martone, il modesto regista Mario Martone, è uno di quelli attorno ai quali il potere ha costruito l’orribile paradigma della nuova cultura italiana, nella quale, dal punto di vista della messa in discussione delle strutture del potere stesso, non succede nulla di significativo da decenni, non a caso… Di più non posso dire.

  3. francesco pecoraro il 27 maggio 2011 alle 09:58

    prova a mettere dei ragazzini di fronte a un film di Kubrik, metti Odissea nello spazio, e vedi poi cosa ti dicono.
    a parte questo, dissento.
    però non mi va di spiegare perché.
    quindi come non detto.

  4. francesco forlani il 27 maggio 2011 alle 10:30

    Fra però sai che figata portare le scolaresche a vedere 2001 Odissea nello spazio!!
    A me il grido di dolore del ragazzino che scrive, “ha fatto talmente cagare” mi ha ricordato quello del fantozzi : la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca! e dunque pur amando il cinema sovietico e stimando il lavoro di martone, soprattutto le sue prime prove, non ho potuto che solidarizzare con il ragazzo. Questo a prescindere dalle ragioni per cui Noi credevamo è un film completamente raté. Per non parlare della capacità che ha avuto il regista, perché per questo ci vuole davvero talento, a mortificare uno dei migliori attori che abbiamo in Italia, Toni Servillo, facendogli recitare un Mazzini a metà fra un Toni Negr (come ce lo s’immagina e non è) i e un Direttore di Pompe funebri
    effeffe

  5. francesco forlani il 27 maggio 2011 alle 11:00

    Larry, condivido solo in parte le tue considerazioni. In fin dei conti mi sembra che almeno in Martone, rispetto a un Nanni Moretti, il rapporto alla realtà delle storie, e il potere ne è una parte, non necessariamente predominante, sia più problematico
    effeffe

  6. Larry Massino il 27 maggio 2011 alle 11:36

    Questo è il problema, Forlani, che vi affrettate a scrivere ” stimando il lavoro di martone “, come se ne temeste l’ira, come se vi aspettaste protezione… Lo capirei se foste tra i suoi favoriti, perché in fondo famiglia la teniamo tutti… Invece i suoi film sono modesti, a partire da Morte di un Matematico Napoletano, nel quale, se si leva la grandiosa interpretazione di Carlo Cecchi, rimane poco. Ma Carlo Cecchi è grande sempre, anche quando fa ” La scorta “, o Donato Bilancia nella fiction televisiva, o si fa ritrarre da un più problematico Tonino de Bernardi (un inchino); ed è grande, Carlo Cecchi, sempre, sia quando lavora sul palcoscenico sia quando fa pedagogia sia quando si occupa di letteratura sia quando sfotte lo status quo in rare partecipazioni convegnistiche sia quando conversa amabilmente.

    Quello è stato il trucco di Martone, fare il cinema coi grandi attori del teatro, peraltro quasi tutti allevati o rigenerati da Cecchi stesso, da Anna Bonaiuto a Servillo a Lo Cascio a Carpentieri a Licia Maglietta a Iaia Forte. ” Rasoi ” nun se poteva da guardà… ” l’amore molesto ” non l’ho visto, ma immagino una grande Bonaiuto. In teatro nulla nulla di decente, a parte lo spiritoso Tango Glaciale con il quale gli furono stranamente aperte le porte dei grandi tetri a poco più di vent’anni (non succede mai!), nei quali scandalizzava le vecchiette abbonate per il volume alto della musica.

    Per quanto riguarda Servillo, sono certo che è stato lui stesso a scegliersi la linea interpretativa, perché Martone così lavora con gli attori. Il fatto è che Servillo è un bravo attore, ma che sia uno dei migliori attori è esagerato, perché lo mette su un piedistallo che lo danneggia, e sopraditutto danneggia la verità. Servillo fa grandi cose nel cinema perché ha goduto di ” lezioni ” attoriali che in questo paese vengono a tutt’oggi ignorate, in quel teatro che a torto si definisce di ricerca, perché ha trovato, eccome se ha trovato… peggio per lui per chi non se n’è ancora accorto che produciamo uno dei più importanti teatri del mondo… lavorando assieme a gente come Leo de Berardinis, il già citato Cecchi, il compianto Antonio Neiviller ecc In ogni caso, la sua più stupefacente interpretazione cinematografica fu ” L’uomo in più ” di Sorrentino, che pochi hanno visto, che quasi nessuno guardò con il cieco fervore che si mostra oggi qualunque cosa egli faccia.

    Insomma, Forlani, capirei la fretta precisatoria, circa la stima per l’istituzionale Martone, se foste embedded (anche Cecchi ha di recente dichiarato pubblicamente che stima Martone…). Ma il problema è che non lo siete – mi scuso per la generalizzazione che quando ci vuole ci vuole – siete solo aspiranti embedded, più o meno inconsciamente. Niente di trascendentalmente malefico, per carità, ma poi non vi lamentate se lo cose vanno come vanno, nel senso di una sempre crescente esclusione dei non omologabili; smettete di lamentarvi se in questo pastone istituzional culturale non trova posto madame la poésie.

  7. Larry Massino il 27 maggio 2011 alle 11:42

    Francesco stavo scrivendo, non avevo visto il tuo messaggio delle 11.00. Però parliamone, cazzo, parliamone del rapporto con il potere di Moretti di Martone di Ronconi di Baricco di Veronesi di Scalfari…. Che ti sia chiaro, perlomeno, che il mio intento provocatoriamente polemico non è in direzione di colpire la tua persona, né nessun altro, ma solo nell’intento di smascherare la non sempre benefica azione dei facitori di cultura.

  8. francesco forlani il 27 maggio 2011 alle 12:15

    Appunto, parliamone. Secondo me l’avventura di Teatri Uniti non è un effetto delle collaborazioni che a giusto titolo hai citato ma in qualche modo la causa. Secondo me quello è stato un momento importante, ed è la ragione della mia stima verso il percorso di Martone. Per il resto ti assicuro che non aspiro a una beata mazza. certo sorprende che di questo film assolutamente debole, fragile, nessuno abbia tentato di formularne una critica ch non fosse positiva e come nel mio piccolo ho proposto. Ecco, parliamone. effeffe

  9. Larry Massino il 27 maggio 2011 alle 18:58

    I Teatri Uniti, dici. C’ero. Nel senso che facevo parte di quella che stava diventando una nuova tradizione teatrale, tutta fondata sul lavoro corporale-attoriale, in forte polemica con la precedente tradizione del teatro formalista, quello di analisi-pensiero-regia, che allora imperava nei Teatri Stabili, monopolizzando gli spazi destinati all’innovazione, con i vessilli di Ronconi, Squarzina, Castri, Strehler, che era ancora ben vivo e socialisteggiava in parlamento, vaneggiando circa una legge sul teatro, contro la quale si battevano Carmelo Bene ed Eduardo, beffardamente solidali sul piano politico e artistico, nonostante l’apparente lontananza dei loro mondi, pure abbastanza amici negli ultimi anni di vita di Eduardo stesso, in nome della CHIUSURA IMMEDIATA DEL MINISTERO DELLO SPETTOACOLO.

    Si tratta di fine anni ’80: si poteva scegliere se sostenere la linea di soppressione dei finanziamenti pubblici, sostenuta da Bene-De Filippo, oppure la legge sul teatro proposta dai socialisti, ho detto socialisti, attraverso il parlamentare Giorgio Strehler. Si trattava di assecondare il desiderio POLITICO di indipendenza del duo suddetto, per niente anarchico, ma ragionatissimo desiderio di distanza dallo Stato e dai suoi lacché – sia per una esigenza morale che estetica – a favore di forme organizzative meno costose, che prevedessero concessione dei teatri agli artisti e detassazioni, che facessero tornasse il teatro a ruotare anche un po’ attorno al botteghino (i due avevano tanto pubblico, incassavano…), non solo per il 10% dei costi complessivi, quando va bene… oppure si trattava di assecondare la burocraticissima forma organizzativa che avevano preso i Teatri Stabili, favorevoli naturalmente alle sovvenzioni statali e dogmaticamente chiusi nel dare sostegno esclusivo alla noiosa e pedagogica regia cosiddetta critica (che si accavallava nei cartelloni del maggiori teatri ai trombonissimi primattori declamatori, ancora amati dal nocivo pubblico degli abbonati, quelli che oggi ancora acclamano Giorgio Albertazzi), tutti controllati dai partiti politici, che li usarono e li usano per fabbricare consenso, ma pure come scantinati per parcheggiare gli emergenti o gli accantonabili fra i loro dirigenti, inventandosi un assurdo ruolo di formazione delle politiche culturali mediante elefantiaci consigli di amministrazione i cui componenti sono ben retribuiti, ma di teatro non sanno un cazzo. Non sto a dire che l’ala Strelher è diventata l’ala dei Martonian Veltroniani… E che l’ala Bene-De Filippo è scomparsa (anzi no, vedo che Casa Pound ha fatto una manifestazione contro un importante teatro, in nome dei principi di Carmelo Bene. Strano no? Lo farebbero questo scempio, i nuovi fascisti, se per esempio lo Stabile di Torino diretto dal fondatore dei teatri Uniti Mario Martone, democratico e di sinistra Doc, dedicasse una stagione intera al forse innovatore teatrale del secondo novecento più importante al mondo?)

    La mia posizione, in quegli anni, che cercavo di condividere con alcuni dei massimissimi esponenti appena dietro il duo dei superbi, era quella di combattere gli Stabili, dichiarare guerra ai finanziamenti pubblici, chiudere ministeri dello spettacolo e assessorati alla cultura (sui quali fanno pressione quelli che stanno vicini alla politica, innescando di fatto un micidiale meccanismo di esclusione degli artisti meno sociali… per non dire di quelli non protetti dai notabili locali). Bisognava ripartire dal lavoro degli attori, quelli che avevano percorso in due diversi decenni il tragitto di totale rivolgimento delle strutture di base del teatro italiano. Bisognava assecondare il bisogno di spazi nuovi, con sale prova, laboratori, biblioteche, servizi e sala teatrale, o sale teatrali, al massimo da 200 posti: nei teatri settecenteschi ci facessero pure dei wine bar, delle macellerie, o l’Upim, o la Rinascente, che sono tutti in centro e non hanno difficoltà a collocarsi commercialmente…

    Ne parlavo per esempio con Carlo Cecchi, il quale, tra parentesi (mi scuso se lo cito, ma ci sta), sentendomi dire certe cose sulla cosiddetta cultura di sinistra, mi diceva incuriosito che a lui le aveva dette paro paro Elsa Morante tanti anni prima (non per vantarmi…), che la Morante, quando nel ’75, a seguito della clamorosa crescita del Partito Comunista alle elezioni amministrative, si fecero le giunte di sinistra in quasi tutte le città italiane, facendole ruotare attorno all’innovazione poltica degli Assessorati alla Cultura, si espresse così: quel poco di cultura che è rimasto in Italia, questi la distruggeranno. Cecchi, acerrimo nemico dei politici che hanno strumentalizzato la cultura per portarla al loro livello, nell’infimo, ma ancora di più nemico dei registi cosiddetti critici, del loro costoso e noiso teatro, capiva benissimo che si doveva tornare al repertorio, come gli suggerivo, cosa che ad altri sembrava invece reazionaria. Cioè a dire, bisognava tornare a compagnie che passano divertite da uno spettacolo all’altro nella stessa città, chiudendo il più possibile con l’esperienza delle compagnie che per esigenze di regolamenti ministeriali se ne vanno strasciconi da una città all’altra con lo stesso spettacolo. Cecchi capiva ottimamente che si potevano fare piccole compagnie stabili, almeno nelle grandi città, con sede in piccoli teatri, massimo da 200 posti, che andavano riempiti tornando a pensare a un teatro popolare, lasciando perdere gran parte del teatro cosiddetto borghese, il dramma e quelle robe lì, concentrandosi attorno a forme teatrali popolari come la farsa (che ci porta anche a Pirandello e Beckett, o, all’indietro, a Shakespeare e Molière), che è la nostra unica vera tradizione (insieme al tragediare attorno ai fatti di cronaca, che è la nostra massima concezione di tragedia…). Cecchi capiva benissimo che si potevano ottenere aiuti dai privati, cosa che lui provò anche a fare a Roma, ma non so perché la cosa non andò in porto. In ogni caso, una volta persa la guerra, senza neanche combattere, sarebbe davvero indifferente che uno o l’altro di noi riuscisse a fondare l’isola felice. E la guerra fu persa a tavolino, perché chi la doveva combattere, i teatranti più innovativi, trovò più conveniente accordarsi con il nemico circa la spartizione del bottino statale; o ancora peggio con i politici, coi quale i Teatri Uniti, per esempio, fecero combutta dando vita a NUOVE NARRAZIONI circa inesistenti Rinascimenti Napoletani, che fruttarono a Mario Martone e alla sua creatura il controllo di alcuni teatri Stabili italiani, da quello di Napoli a quello di Roma a quello di Torino, che è il più importante e RICCO di tutti.

    Si fossero invece fatte “ riforme “ vere, antistataliste, sulla scia appena descritta; si fosse ottenuto almeno un parziale ritiro dello Stato e della politica dalle scelte organizzative ed estetiche, le cose oggi andrebbero diversamente. In meglio. I comici televisivi, per esempio, che oggi imperversano per il disperato tentativo dei direttori dei teatri di attirare nuovo pubblico, sarebbero ben distinti dai teatranti, e non lavorerebbero nei teatri, ma dovegliparalloro. Così come sarebbe definitivamente tramontato il bisogno delle masse di emanciparsi… mediante le regie analitiche dei Ronconi e dei Castri. Penso che nemmeno i giornalisti avrebbero potuto confondersi con gli artisti, occupando abusivamente i teatri con le loro omelie, cosa che invece oggi avviene purtroppo regolarmente, da Massimo Fini a Marco Travaglio a Roberto Saviano.

    Meglio che finisco se no scrivo uno stupido saggio. Solo con il dirti, Forlani caro, che la fondazione dei teatri Uniti, di fatto, fu più una chiara operazione politica che una svolta estetica, che infatti risultò poco favorevole per gli stessi artisti che vi parteciparono, oscurandoli o ritardandone la crescita: sia Neiviller che Servillo, i due più importanti oltre a Martone stesso, si rifugiarono per un po’ nella compagnia di Leo de Berardinis, con il quale peraltro realizzarono un fantastico omaggio a Eduardo che si chiamava “ A da passa’ a nuttata “, che fu anche un fantastico esempio di rigorosissimo teatro popolare (c’erano anche Iaia Forte, Marco Manchisi e Vincenza Modica). Poi Neiviller rimase del tutto isolato, assai amareggiato, perché come artista meritava davvero tanta attenzione in più, e non meritava di morire … Servillo si rifugiò ancora nella compagnia di Cecchi. L’unica carriera che prese il volo fu guarda caso quella di Mario Martone, artisticamente il meno dotato (anche cinematograficamente, dato che nella sua stessa città doveva confrontarsi con talenti importanti come Pappi Corsicato, Antonio Capuano, di lì a poco Paolo Sorrentino, per non dire del dimenticato Salvatore Piscicelli). Perché?

  10. effeffe il 27 maggio 2011 alle 19:23

    Larry me lo metti apposto che io ne faccio un post?
    effeffe

  11. jacopo galimberti il 28 maggio 2011 alle 12:24

    Io il film non l’ho visto ma quello che dice FF mi sembra credibile. Si tratta di un fenomeno diffuso e per certi versi adombrato anche in un romanzo a cui ho partecipato con la SIC, vale a dire: rileggere la Resistenza (qui il Risorgimento) ricalcandolo sulla storia degli anni settanta.
    Eco fu forse il primo, con il nome della rosa, ma lo fece deliberatamente. Cerchero’ di vedere il film se lo trovo in dvd.

    @FF, oltre a Toni Negri, c’e’ anche Oreste? e un bell’ombroso alla Franco Piperno? una nobildonna un po’ Mara Cagol? Scommetto almeno su un Kossiga.

  12. Vincenzo Cucinotta il 28 maggio 2011 alle 14:47

    Il film non l’ho visto, intervengo solo per dire che “Morte di un matematico napoletano” mi è piaciuto mo9ltissimo, anzi è uno di quei film che ti rimangono nel cuore.
    Del resto, anche Larry ammette che avesse dei pregi. Per me , è certo difficile spartire i meriti, ma francamente trovo esagerato che un regista possa essere ininfluente sul film che ha diretto, che si possa affermare che non ne abbia alcun merito.
    Ammetto che altre cose di Martone non mi sono piaciute, e lo stesso “Amore molesto”, qui già citato, non è per me assolutamente all’altezza di “Morte di un matematico napoletano”.

  13. Larry Massino il 28 maggio 2011 alle 16:37

    Cucinotta, non ho mai detto che Morte di un Matematico Napoletano fu un film brutto, ho detto che tolto Cecchi rimane poco, e a Martone va sicuramente almeno il merito di averlo scelto e convinto, come gli va riconosciuto che ha sdoganato al cinema tanti altri straordinari attori del teatro, a partire da Anna Bonaiuto e Toni Servillo. Però il punto è un altro…

  14. Larry Massino il 29 maggio 2011 alle 11:23

    Non per caso ieri sera ho visto in tv ” L’amore molesto “. L’ho trovato recitato bene (per forza: da Anna Bonaiuto in giù tutti bravissimi). Ma anche ben girato, a volte coraggioso nei movimenti di macchina, con uno straordinario sonoro in presa diretta. Non è un cialtrone, Martone, è preparato e ha grandi margini di crescita (in teatro penso di no, è preparato ma i suoi spettacoli, sono fermo al 2000, non funzionano, perché gli è mentale). Per il resto, rimane quanto detto sopra, che artisticamente, fatte le proporzioni con gli artisti più o meno della sua generazione, è sopravvalutato, secondo me perché sa usare meglio gli strumenti della politica, dalla quale, gioco forza, è anche usato.

  15. AMA il 29 maggio 2011 alle 22:18

    Solo per dire che “L’amore molesto” e’ un grande film. Indimenticabile.

  16. effeffe il 29 maggio 2011 alle 22:43

    appunto
    effeffe

  17. helena janeczek il 30 maggio 2011 alle 07:38

    Francesco, sono d’accordo sul discorso “mancare l’esperienza”, ma sul resto francamente no. A me il film è piaciuto molto e non ci ho visto una trasposizione ai Risorgimento dell’esperienza degli anni settanta. Ma una rappresentazione delle contraddizioni che ne fanno una rivoluzione lasciata a metà, in parte mancata, in parte tradita: rappresentazione che non vuole affatto relativizzarne il valore “libertario”, ma anzi. Non mi sono piaciuti i pilastri di cemento, ma non mi pare così essenziale. Capisco che possa essere troppo “di costume”, ma questo possibile diffetto di regia più “artistica” l’ho trovato compensato dalla bravura molto superiore alla media dei film italiani di quasi tutti gli attori …(continua)

  18. helena il 30 maggio 2011 alle 11:11

    A te “Noi credevamo” non è piaciuto, a me sì: va benissimo. Non mi sembra il caso di stare lì a articolare punto per punto perché secondo me quel film non sia brutto o mancato.
    Più interessante invece – anche perché è un’argomentazione che non usi solo tu – è dirti perché trovo problematico il ragionamento sul “mancare una storia”. Partiamo dal film: la sua composizione attraverso episodi minori della storia, la sua stessa lunghezza, la sua teatralità sono oggi “difficili” per un spettatore, soprattutto giovane. Presuppone troppe conoscenze (e una consapevolezza storica) che non ci sono ecc. Questo, per esempio, vale anche per il mio libro che a me sembrava andare incontro al lettore grazie a un racconto che ha presa emotiva. Ma se lo sottoponi a una giuria popolare anche fatta di ragazzi, viene fuori che è troppo grosso, pieno di date, senza una trama, ecc. E quindi arriva più o meno in fondo.
    Francesco, io non ho niente contro le narrazioni lineari, semplici, immediate che raccontano una storia. Ma non credo che possono essere l’unico modello. Se noi, violando una certa accademia “sperimentale” (è un paradosso che ha un senso), ci prefiggiamo di essere più comunicativi, dobbiamo però renderci conto che non lo siamo abbastanza per il gusto corrente, per la capacità corrente di fruire di narrazioni complesse.

  19. francesco forlani il 30 maggio 2011 alle 11:59

    Helena io non credo come te – e la difficoltà del mio percorso ne è la prova- alla linearità dell’esperienza (e del suo racconto) E infatti rispetto ad altre narrazioni risorgimentali ( pensa ai fratelli taviani con Allosanfan o a Quanto è bello lu murire acciso di Lorenzini) a Noi credevamo mancava proprio l’elemento polifonico che quel tipo di Storia richiedeva. Una polifonia che per esempio ho trovato realizzata perfino nel suo papà narrativo, La meglio gioventù. Dal punto di vista storico poi non è che affrontasse la complessità del racconto, anzi ne taceva troppi passaggi dando per scontate troppe informazioni che solo addetti ai lavori avrebbero potuto decodificare. Quando dicevo che c’è troppo teatro mi riferivo al modo in cui gira, ad un uso della camera e degli spazi secondo me inadatta a quella storia. Per quanto riguarda la teatralità non sono affatto convinto che teatralità sia sinonimo di complessità .Altrimenti non si spiegherebbe la capacità del teatro di Eduardo, per esempio, di raccontare storie davvero complesse a tutti, piccoli o grandi che siano. Per il resto sono d’accordo con te aggiungendo che Noi credevamo è proprio questo, accademia sperimentale ovvero sperimentale consensuale (alla Nanni Moretti per intenderci)
    effeffe

  20. carmelo il 30 maggio 2011 alle 12:22

    Non ho visto ancora questo film e non mi permetto di entrare nel merito.
    I precedenti mi sono piaciuti; non saranno dei capolavori, ma sono dei bei film.
    Ciò che non trovo corretto è l’idea di usare l’artificio retorico del ragazzo che bolla il film:
    “””
    Non meraviglia allora che un giovane studente, costretto a vedersi il film in sala insieme alla propria classe abbia scritto in un commento su youtube:

    Sono andato a vederlo mercoledì con la scuola ha fatto talmente cagare che me ne sono andato e mi hanno sospeso. bruciate tutti i dvd del film.”””

    L’idea demagocica che se una cosa non piace al pubblico (parola astratta e vuota: non esiste il pubblico, esitono i pubblici) debba essere una brutta cosa non la condivido. Se loo stesso criterio viene applicato ai libri, sarei curioso di sapere quali sono per lui le “non cagate”

    Io piutttosto farei una profonda riflessione sul fatto che a scuola, non si insegna ad amare e capire l’arte, la pittura, la musica, la poesia.
    Una riflessione sul fatto che il posto dei lettori è ormai preso dai consumatori.

    “”””””””””””””””””
    “Perché Perez Reverte o Vazquez Figueroa o qualunque altro autore di successo, diciamo, tanto per fare un esempio, Muñoz Molina, o quel giovanotto dal cognome sonoro, De Prada, vendono tanto? Solo perché sono ameni e chiari? Solo perché raccontano storie che tengono il lettore con il fiato sospeso? Nessuno vuole rispondere? Chi è l’uomo che osa rispondere? Nessuno dica niente. Detesto che la gente perda gli amici. Risponderò io. La risposta è no. Non vendono solo per questo. Vendono e godono del favore del pubblico perché le loro storie si capiscono. Ossia: perché i lettori, che non sbagliano mai, non in quanto lettori, ovvio, ma in quanto consumatori, in questo caso di libri, capiscono perfettamente i loro romanzi e racconti.
    [R.B: “I miti di Chtulhu” in il gaucho insostenibile, 163-164]

  21. francesco forlani il 30 maggio 2011 alle 12:57

    Carmelo io non ho trovato nessun artifizio retorico. Visto che non capita a tanti film di essere programmati nelle scuole il che, mi permetterai è oltre a una missione anche un privilegio, incrociando un po’ di opinioni e chiedendo in giro ai giovani spettatori, l’esperimento, accademico, è stato, mi sembra (sarebbe utile e giusto confortare o contraddire questa mia idea con dei dati più oggettivi) un fallimento. Per quanto riguarda poi l’arte a prescindere dal suo fruitore ho sempre pensato che una delle massime virtù per un creatore sia quello di capire a quale tipo di pubblico ci si rivolge. Certo se faccio un film sulla Storia di un paese so benissimo che dovrò fare i conti necessariamente con il paese la cui storia è raccontata. poi potrà far piacere o meno, però trattandosi di una storia condivisa perché la mia narrazione abbia un senso dovrà gioco forza entrare in contatto (risonanza o dissonanza) con quell’immaginario. Un immaginario molto meno bue di quanto si possa pensare, a mio parere, e in grado di reagire o meno a determinate letture purché animate da una forma di consapevolezza oltre che dei propri strumenti narrativi della storia che si vuole raccontare. Questa consapevolezza secondo me è mancata, sia sul primo che sul secondo versante. La cosa che un po’ mi lascia perplesso è che nonostante l’evidenza di tale “mancanza” lo si sia ritenuto il migliore film italiano dell’anno (secondo accademia) cosa che nessuno qui, Helena compresa, sarebbe disposto, mi sembra di capire, a dire.
    effeffe

  22. francesco pecoraro il 1 giugno 2011 alle 17:13

    a me Noi credevamo è piaciuto, e molto.
    gli anni settanta non c’entrano nulla.
    è un film scheggiato, spigoloso, fatto con due lire, ma bello, pieno zeppo di difetti ma anche di cose, di temi, di riflessioni.
    chi non l’ha visto lo vada a vedere.
    e poi, ma solo poi, parli.
    arli.

  23. AMA il 1 giugno 2011 alle 23:46

    Il taglio mi e’ sembrato atemporale, come se cercasse di identificare delle caratteristiche tipiche della nostra italianita’ attraverso personaggi storici di secondo piano ma non per questo necessariamente minori.

    Diverse cose non mi sono piaciute. L’ho trovato lento, lungo, teatrale, anche nei costumi, trucco e parrucco. Troppo Piemonte. Ma bello.

  24. francesco forlani il 8 giugno 2011 alle 14:53

    @FP
    Noi credevamo: Budget: 6.700.000 euro
    cifra indicata su oiù siti abbastanza affidabili

    secondo Indicinema
    Basso budget significa 600.000 euro per un film e 125.000 per un documentario.

    due lire quanto fa in euro?

    inzom
    effeffe



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