Voci

2 giugno 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese


Al piano di sopra, sono sicuro, ci sono degli africani.

Non so di che paese dell’Africa sono, non so neppure se siano “africani”, in quanto sono magari cittadini francesi, ma è sicuro che sono dei francesi africani, e dei francesi africani neri, sono senz’altro degli africani neri, quelli al piano di sopra, lo so pur non vedendoli, pur non avendo nessuna certezza visiva del colore della loro pelle, perché se avessero la pelle molto scura, la pelle nera, non sarebbero di certo africani del Maghreb, come degli egiziani o degli algerini, la cui pelle più scura di quella di un francese rimane comunque più chiara di quella di un africano del Senegal o del Camerun, anche se poi molti europei sono neri, e tra questi moltissimi europei sono una fotocopia degli africani neri, perché in definitiva sono figli degli africani neri, pur essendo dei francesi, a tal punto che confondono le idee intorno alla certezza della pelle europea, non si sa più di che colore sia la pelle europea, e in particolare il colore della pelle francese, che dovrebbe essere bianca, salvo tutte le volte che, sul suolo francese, s’incrocia un tipo dall’aria africana, con i capelli crespi e tutto, che potrebbe essere un gabonese a passeggio per l’Europa, ed invece è un cittadino francese, questo tipo di situazione rende quasi irriconoscibile l’immagine di un francese, e di un europeo, perché sia l’uno che l’altro, se non sono neri di pelle come certi africani, possono essere neri di pelle come certi indiani, o avere addirittura neri i capelli, fini fini, e gli occhi a mandarla, proprio come i cinesi, gli europei hanno un’immagine poco chiara della loro pelle, è una pelle bianca a macchia di leopardo, un pelle zebrata, indecisa, ma quello che rimane invece certo, è che al piano di sopra, i vicini che parlano, quale che sia la relazione tra la loro pelle e la loro nazionalità, una relazione di certo imprevedibile, ebbene questi vicini parlano molto, e parlano africano.

Non so di che cosa parlino questi vicini, nella loro lingua africana, anche se è un evidente azzardo che io pretenda di definire “africana” la loro lingua, io che non conosco una parola della lingua africana, in quanto per altro questa lingua non esiste, nessuno ha mai scritto in lingua africana, e nemmeno parlato in africano, tutti quanti gli africani parlano una loro lingua, una lingua ben più precisa e reale, e geograficamente radicata, di una inesistente lingua “africana”, ma io che ho sentito più volte senegalesi parlare nella loro lingua senegalese, congolesi nella loro lingua congolese, ivoriani nella loro lingua ivoriana, so distinguere una lingua asiatica, ad esempio indiana, o giapponese, da una lingua del continente africano, ma è evidente che io commetto un errore puerile, un gigantesco errore di valutazione, quanto alla possibilità che il tipo di pelle nera, che io considero un senegalese, parli una qualche lingua che si dovrebbe considerare la lingua “senegalese”, come se io abbia partecipato, a scuola, magari fin dalle elementari, a delle lezioni di senegalese, in modo tale da essere capace, anche vagamente, di distinguere il senegalese dal tedesco o dall’inglese, ma ciò è falso, io rispetto alle lingue dell’Africa sono del tutto sprovvisto di parametri e nozioni, anche elementari, per dire qualsiasi cosa: posso solo dire di una persona che parla al piano di sopra, che sicuramente parla in una lingua che non è il francese, né un’altra lingua europea di quelle che io conosco (praticamente nessuna), e invece la sua cadenza, e i suoi toni, e il volume della voce, e il modo in cui sposta i mobili mentre parla, e il modo in cui qualcuno gli risponde, perché una voce è senza dubbio maschile, mentre l’altra con molta probabilità è femminile, tutti questi indizi, che più che indizi sono rumori, rumori indiziari che piovono dall’altro, mi dicono che il vicino di sopra parla in modo tale da assomigliare a molti abitanti di questo quartiere, quando si trovano seduti tra di loro a discutere, e sono riconoscibili sia per la pelle nera, ma soprattutto perché non parlano francese, anche se rimane enigmatico, impossibile anzi, stabilire chi sia francese e chi no, di tutti questi tipi dall’aria africana.

L’unico modo di sincerarmi in quale lingua delle molte lingue africane, esclusa quella araba, parli il mio vicino, è quello di salire sopra, in pieno pomeriggio di domenica, e bussare alla sua porta, per chiedergli imperativamente delle spiegazioni, dico imperativamente, ma in modo del tutto diplomatico, in realtà, e anche con grande dolcezza, con modestia senza dubbio, perché irrompere in casa d’altri, con certe pretese linguistiche, a metà pomeriggio di domenica, mentre lui e la sua famiglia, o lui e un’amica, o lui e qualcun altro di non facilmente identificabile discutono, non è la soluzione più facile, e comporta dei rischi di malinteso, di diffidenza etnica o culturale, perché io dovrei chiedere anche del tono della voce, che è alto, e dei lunghi silenzi tra un’emissione vocale e l’altra, perché non solo il mio vicino parla a lungo, ma parla come se fosse seduto in una stanza assai lontana da dove si trova il suo interlocutore, ed è quindi costretto non dico ad urlare, ma a tenere un tono sostenuto, virile, capace di risuonare attraverso dei locali adiacenti, io ho inoltre la certezza che colui che parla è seduto, e in una poltrona, fisicamente a suo agio, anche perché la voce scaturisce da lui con cadenza regolare, senza affanno, o tensione nervosa, o comunque urgenza, come accade invece a chi parla in piedi, costantemente minacciato da cose che potrebbe mettersi a fare, come spostarsi sulle gambe, afferrare delle suppellettili, girare intorno a un tavolo, solo chi è seduto, ben sprofondato in una poltrona, può parlare a lungo, e a voce molto alta, per farsi sentire in stanze lontane dell’appartamento. Questo francese, ma dall’aria probabilmente africana, che parla, lo fa in continuazione, sembra non potersi più interrompere, eppure non ha fretta, le sue frasi escono lente ma di continuo, le pause, rare, sono intervalli di silenzio spaventosi, durano minuti, e sembrerebbe che questo africano, posto che non sia un francese dalla pelle nera, abbia intenzione di parlare da solo per tutto il pomeriggio, e che di tanto in tanto, però, sia costretto a interrompere il suo monologo, forse per ricordare che cosa gli resta da dire, o forse per fissare bene in mente ciò che ha appena detto, in ogni caso esita, e per minuti interi, prima di riprendere il discorso o di avviarne uno nuovo, ammesso che si possa parlare di discorso, e non ad esempio di una lunga preghiera, interrotta da delle pause di raccoglimento, o invece soltanto di un racconto, un racconto che lui stesso, questo vicino del piano di sopra, vuole assolutamente indirizzarsi ad alta voce, sperando che nel passaggio dal monologo narrativo silenzioso a quello sonoro, qualche cosa nella trama della storia che viene raccontata, o magari nella natura dei personaggi principali, possa mutare, ma non completamente, dal racconto silenzioso a quello sonoro è solo il senso complessivo degli avvenimenti che muterebbe, e quindi tutto in effetti, radicalmente tutto, anche lasciando i personaggi intatti, e gli eventi nello stesso ordine causale e cronologico, eppure è proprio per mutare il senso della sua storia, per cambiare il proprio destino, che il mio vicino di pelle nera è costretto a raccontarsi una lunga storia ad alta voce, per tutto il pomeriggio di domenica, ma ciò non avviene in quella solitudine che ci si potrebbe aspettare da un tipo così, e soprattutto dalla situazione in cui versa un tipo così, infatti d’un tratto molti mobili vengono spostati o colpiti, o vengono urtati tra loro, e una voce probabilmente femminile irrompe, una voce che in fondo è sempre stata presente, ma per lo più con grande discrezione, come se la donna a cui la voce appartiene fosse molto paziente, e non avesse alcuna urgenza di interloquire con il parlatore lontano e ostinato, o forse questa donna, che di tanto in tanto, alla fine, comunque interviene, con brevi scambi verbali, forse questa donna è talmente non curante o stanca o addirittura sprofondata in uno stupore narcotico, che le sue reazioni sono del tutto arbitrarie, senza legame alcuno con quanto viene detto e ribadito e ripetuto, perché nessuno può escludere che il vicino che parla, non stia in realtà ripetendo un demenziale ritornello, ma mutando costantemente il ritmo dei propri interventi.

[da Materiali per un libro su Parigi]

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15 Responses to Voci

  1. fabio teti il 2 giugno 2011 alle 10:29

    ancora spalancando l’abissale. qui non tanto l’abissale di ogni apparente prossimitĂ  percettiva quanto quello che sostiene la proposizione “sono sicuro”, la proposizione della certezza (che sostiene o, meglio, le è concentrico, e tutto da esplorare ogni volta daccapo). grande scrittura, grande capacitĂ  di “cominciare enunciando”, di scommettere su una possibilitĂ  di conoscenza che si dĂ  nel suo stesso praticarsi come scrittura e che mai è garantita da un “sapere” anticipato rispetto al discorso stesso (mi sembra infatti che qualsiasi accenno, in questi Materiali, a modi di certezza, a dati che il soggetto vorrebbe acquisiti, venga non “sistematicamente” ma “inevitabilmente” deviato o rovesciato o “zebrato” nell’andare, nel giustapporre, nel moto dell’esplorare, appunto, del tentare…)

    ma arriverĂ  mai “il” libro?

    un saluto,

    f.t.

  2. sparz il 2 giugno 2011 alle 12:09

    fantasticamente avvolgente questo pezzo, Andrea, non si riesce a smettere e ci si chiede quando continuerĂ . Leggendoti io ho la netta sensazione che la tua prosa sia indistinguibile dalla tua poesia. Grande.

  3. A. M. il 2 giugno 2011 alle 16:56

    “Io non vi rubo nĂ© ricchezza nĂ© gloria.
    Non voglio possedere altro che il mio corpo.
    E’ scritto anche nella polvere delle arene
    da cui provengo e nella memoria
    degli alberi che mi circondano…”

    Gezim Hajdari

  4. andrea inglese il 2 giugno 2011 alle 19:53

    a fabio

    “capacitĂ  di “cominciare enunciando”, di scommettere su una possibilitĂ  di conoscenza che si dĂ  nel suo stesso praticarsi come scrittura e che mai è garantita da un “sapere” anticipato rispetto al discorso stesso (mi sembra infatti che qualsiasi accenno, in questi Materiali, a modi di certezza, a dati che il soggetto vorrebbe acquisiti, venga non “sistematicamente” ma “inevitabilmente” deviato o rovesciato o “zebrato” nell’andare, nel giustapporre, nel moto dell’esplorare, appunto, del tentare…)”

    Ti ringrazio dell’analisi, in cui cogli molto bene un aspetto per me importante di questo lavoro. Una sorta di smarrimento e di deriva, a partire dall’ovvio e dal piĂą familiare; ma questa deriva, diventa in qualche modo esplorazione di una terra incognita, seppure apparentemente prossima.

  5. fabio teti il 2 giugno 2011 alle 20:35

    ringrazio te della risposta, Andrea.
    magari poi mi è capitato di ripetermi, qui su NI o altrove, sull’argomento. resta il fatto che – fuori da categorie inservibili o ormai poco perspicue – questo non “utilizzare” la scrittura (poesia e prosa) come strumento di “traduzione” e “messa in (spesso: bella) forma” di una conoscenza previa, di un discorso preesistente, di un tema “a garanzia”, sta divenendo mano a mano, almeno per il sottoscritto, il punto o campo di forze e di forse dove meglio è possibile dirimere scritture e risultati forti, importanti, dal resto.

    un abbraccio!

    f.

  6. Ares il 3 giugno 2011 alle 10:36

    Però a me è venuto il malditesta.

  7. doctor Octopus il 3 giugno 2011 alle 16:14

    @ Ares

    E’ prosa ad alta gradazione: consuma con cautela!

  8. véronique vergé il 3 giugno 2011 alle 16:24

    E’ un bellissimo testo. Nelle strade amo sentire lingue che non capisco. Ho il sentimento strano di camminare altrove- una parentesi per partire- un momento, in un luogo lontano, ignoto. Mi sembra rubare il tempo della parola- mi sembra rubare una riva che non conosco. Mi è accaduto un’esperienza strana, che camminando nella strada, ho sentito il francese come lingua straniera, mi accade nella stanchezza, di avere un sentimento di non riconoscimento della mia lingua, o di credere sentire un’altra lingua ( in particolare) l’italiano, come se il desiderio sia un inganno. Credo che c’entra incanto nel riconoscimento di una lingua.
    Sento nel testo poetico di Andrea Inglese, questo desiderio di attraversare il continente africano delle lingue, come un desiderio di svelare la sua propria identitĂ .
    Come su una spiaggia, senti voci che hanno la lingua del mare.

  9. Ennio Abate il 4 giugno 2011 alle 08:05

    Quelli che passano correndo

    Se si passeggia di notte per un vicolo e ci corre incontro un uomo, giĂ  visibile di lontano – perchĂ© il vicolo è in salita e c’è plenilunio – certo non lo si fermerĂ , neanche se debole e mal messo, neanche se dietro di lui qualcuno corre urlando; noi lo lasceremo invece continuare la corsa.
    PerchĂ© è notte e non possiamo farci nulla se il vicolo sale davanti a noi nel plenilunio; e poi quei due l’inseguimento possono forse averlo preordinato per divertirsi, forse tutti e due inseguono un terzo, forse il primo è inseguito senza colpa, forse il secondo vuole assassinarlo e noi ci faremmo complici dell’assassinio, forse i due nulla sanno l’uno dell’altro e ciascuno, sotto la propria responsabilitĂ , se ne corre a letto, forse sono sonnambuli, forse il primo dei due è armato.
    E, per finire, non potremmo noi essere stanchi, dopo aver forse bevuto troppo vino? Si sia contenti di non vedere piĂą neanche un secondo.

    (F. Kafka)

  10. andrea inglese il 4 giugno 2011 alle 11:08

    Kafka è il maestro dell’incertezza di ciò che dovrebbe essere l’ovvio: è l’uomo della vertigine, di ogni maniglia impugnata, porta che si apre: come se il cosmo non avesse scheletro – nĂ© in termini logici nĂ© in termini di abitudini umani nĂ© in termini di leggi naturali – e tutto potesse disarticolarsi ad ogni passo.

    Questo incollato da Abate è in assoluto uno dei primi testi che lessi di Kafka a 16 anni. Un’esperienza di lettura che non riuscirei mai piĂą a fare oggi, con il medesimo abbandono e la medesima meraviglia.

  11. Ennio Abate il 4 giugno 2011 alle 18:30

    A dire il vero, Andrea, non te l’ho incollato per farti ricordare che lo leggesti a 16 anni…

  12. Clelia Patrone il 6 giugno 2011 alle 13:41

    Andrea,
    l’ordito e la trama di questo tuo scritto, non so perchè mi riportano alla mente il generale Henrik e il suo “monologo” (spero che chiamarlo così non faccia rivoltare Marai nella tomba).

  13. andrea inglese il 6 giugno 2011 alle 15:14

    a Clelia

    a quale testo di Marai ti riferisci?

  14. lucia D. il 23 giugno 2011 alle 09:35

    Un romanzo è un romanzo.Le strade sono un’altra cosa,per come la vedo io.Chi scrive lo sa.Non ti difendevi in Vietnam gettando addosso dei libri ai militari,per quanto pesanti.Magari li potevi stupire”:perchè mi getti addosso dei libri?””Non avevo altro.”.Ma poi ti conviene scappare.E’ abbastanza storico,il ricordo.Andrea Inglese è un ottimo scrittore,sicuramente.Ha moto.

    Ciao,Ares.Vedo che sei anche qua,qualche commento sopra.Mi dispiace per il mal di testa.Ciao,Lucy

  15. lucia D. il 24 giugno 2011 alle 07:05

    Dal piano di sotto dei miei vicini,di notte,veniva il suono della radio,invece.Ed anche il Karaoke,a volte.E il giorno dopo bisognava lavorare!Ma questo è solo un ricordo.Ci litigammo quasi,comunque.Non è che puoi accendere la radio a tutto volume alle due di notte.GiĂ  alle medie odiavo Marinetti,che fracassava i vetri della gente,Che bravo.,e certo che li svegli.Ma non si poteva criticarlo,era nell’antologia.Un saluto,Lucia



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