Ma Tolstoj con «Freedom» c’entra poco

6 giugno 2011
Pubblicato da

di Daniela Brogi

(a proposito di Jonathan Franzen, Libertà*)

1. «USA BENE LA TUA LIBERTà»: l’iscrizione del 1920 che a pagina 204 blocca l’attenzione di Patty, uno dei personaggi principali, fissa meglio di ogni altra frase i significati di Freedom, perché definisce, oltre al tema centrale, la tensione del racconto: il senso di un imperativo lapidario che attrae su di sé tutto il corpo del testo, spingendolo fino a un carico di rottura.

L’intrigo di Libertà non è originale, guardato in sé: racconta, nell’arco dell’ultimo trentennio, lo sfaldamento amoroso e famigliare di una coppia americana middle-class apparentemente perfetta. Sono Walter e Patty Berglund, lui di povere origini, lei di famiglia ricca, e più avanti lui avvocato d’impresa riconvertitosi al business della protezione ambientale, lei casalinga disperata e madre egocentrica; sono invischiati in un’ambigua relazione con Richard Katz, musicista rock amico/rivale fin dal college e per lungo tempo amante di Patty, secondo uno schema che complica il triangolo classico, trasformandolo in un delirio narcisistico circolare. Il marito difatti, che per lungo tempo resta all’oscuro, non svolge la funzione tradizionale del tradito messo in disparte, ma è la figura più amata, quella di cui gli altri due hanno più bisogno per immedesimarsi nell’immagine adorante che rimanda loro proprio Walter – il vero protagonista della storia.

L’esplosione del rapporto procede in simultanea con la rappresentazione della società liberal statunitense, sempre più individualista e più lontana, alla prova dei fatti, dal mito dell’America come luogo dove l’ambizione diventa successo, e libertà e felicità sono un’unica cosa. A pensarci, è un’impalcatura già fatta esplodere da molte narrazioni sullo schermo: dopo Lynch con Twin Peaks, dai fratelli Coen, Altman, per esempio, o da Mendes, Solondz… Per un verso la libertà di pensare e di fare quel che si vuole, sganciata da ogni principio di negoziazione, e trasformata nell’unica forma di espressione e di realizzazione di sé, finisce per porsi come puro egoismo, violenza su di sé e sugli altri. Per l’altro verso, questa grande costruzione, che è stata ancora più enfatizzata dalla retorica dell’«Operazione Rafforzamento della Libertà» (Operation Enduring Freedom) attuata dall’amministrazione Bush dopo l’11 Settembre, è smascherata nei suoi aspetti più grotteschi: «l’America […] era il paese della libertà, il luogo dei grandi spazi aperti dove un figlio poteva ancora sentirsi speciale. Niente, però, disturba questa sensazione quanto la presenza di altri esseri umani che si sentono altrettanto speciali» (pp. 489-490).

Tuttavia, o proprio per questo effetto di déjà vu, a tanti il libro non è piaciuto. Ad altri, invece, è piaciuto molto, per ragioni però che si sono quasi del tutto esaurite nella protesta contro il supposto snobismo dei detrattori. In entrambi i casi, sono stati impugnati più che altro i contenuti (fa  però eccezione Lagioia: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-04-09/perche-tutti-vogliono-capolavori-163656.shtml?uuid=AaE6LeND), e si è guardato poco alla composizione del racconto, che invece è l’aspetto più bello.

2. È come se la retorica narrativa di Freedom in ogni momento sviluppasse l’idea di un difetto di messa a fuoco: sin dall’incipit, dove si parte da un confuso sguardo spettatoriale, ma soprattutto grazie alla trovata di raccontare la storia costruendo un romanzo che va all’indietro. Libertà, infatti, prende il via da una circostanza (lo stupore dei vicini alla notizia della rovina di Walter) che, seguendo l’ordine della vicenda, giungerà soltanto a p. 521, mentre intanto il romanzo va avanti scavando nel passato, e occupando quasi metà del testo con il memoriale di Patty (pp. 33- 207). Dotato di un titolo significativo, Sono stati commessi degli errori, che subito richiama alla memoria la più famosa opera di Franzen, il testo scritto da Patty entrerà nell’azione narrativa vera e propria solo a p. 413, quando Richard, una volta letto il manoscritto, per vendetta lo consegna a Walter.

Freedom ha suscitato dubbi forse anche perché l’intelaiatura narrativa, e pure la lunghezza, richiedono uno sprofondamento nella durata della storia, una disponibilità alla lettura a oltranza, al ritorno, alla ripetizione, una fiducia nel racconto che, aggiunti al gusto minuzioso dei tantissimi dettagli della vita quotidiana che fanno habitus, in parte assomigliano al piacere con cui oggi guardiamo certe serie tv americane.

Più volte è stato evocato Tolstoj, a cui effettivamente rimanda la scrittura orientata a rappresentare lo spirito del tempo di un’intera epoca. Tra l’altro, Guerra e pace è nominato in ben tre casi (pp. 176, 184 e 578). Attenzione però: la logica del racconto lavora sulle antitesi piuttosto che sulle affinità; la citazione ha sempre il valore di una posa romanzesca. Ogni volta siamo all’interno dell’autobiografia di Patty: Tolstoj serve per far colpo su Richard, per infilarsi nel suo letto attraverso il travestimento mentale di Natasha, o per paragonare a Pierre il fratello divenuto contadino.

Tolstoj dunque sembra una falsa pista. L’autore dietro a Freedom forse è un altro: Francis Scott Fitzgerald – nato a Saint Paul, Minnesota, il luogo dove per lungo tempo abita la famiglia Berglund – il romanziere dei miti infranti di felicità dell’”età del Jazz”, ovvero di quegli anni Venti a cui risale precisamente l’iscrizione sulla libertà di cui si parlava all’inizio.

3. A Fitzgerald già fa ripensare la bellezza della prosa – malgrado qualche rischio di sovraesposizione della voce autoriale (per es. a p. 267, o 317). Sono altri due importantissimi aspetti, però, che più che altro ricordano il grande narratore.

Primo: il tema della libertà come ideale che, trasformato in valore assoluto, non può che bruciare i personaggi. Credere che il mondo sia pieno di possibilità che si autorigenerano illimitatamente non è più poesia del cuore smentita dalla prosa del mondo circostante – come nel romanzo di formazione classico -, ma può diventare ansia, ossessione, menzogna, vitalismo che distrugge. È precisamente da tutto questo, per esempio, che prenderà le distanze Joey, il figlio del protagonista: «non era la persona che aveva creduto o che avrebbe scelto di essere, se fosse stato libero di scegliere, ma c’era qualcosa di consolante e liberatorio nel ritrovarsi in individuo concreto e definito, anziché una collezione di individui potenziali e contradditori» (p. 476).

In tal senso, forse non è solo uno spunto figurativo la possibilità che la dendroica cerulea, l’uccellino a rischio di estinzione che potrà sopravvivere solo nella riserva protetta («Spazio libero»!), e che funge da emblema di Freedom, ricordi qualcosa de l’Ode all’usignolo di Keats da cui è tratto il titolo di Tenera è la notte. Nell’estate dopo il terzo anno delle superiori (siamo nella prima metà degli anni Settanta), il protagonista di Freedom parte per la casa al lago (p. 501) con una copia «di seconda mano» di Walden (Vita nei boschi, 1854), l’opera di riferimento del romanticismo americano. Con la sua fiducia senza limiti nell’amore per la libertà Walter Berglund si investe di una tensione alla felicità a cui rinnova la promessa fino al punto massimo di resistenza dell’illusio. È lo slancio deliberato di un personaggio che ce la mette tutta per uscire dal destino preparatogli dalla costellazione famigliare e sociale di provenienza, confidando nel sogno americano. È, se si vuole, un delirio di onnipotenza di seconda mano, per l’appunto, sufficiente a non distinguere per trent’anni le verità e gli errori della sua storia di coppia con Patty. Ma è anche un progetto di costruzione della felicità a suo modo dotato di una qualità etica. Perciò, malgrado sia ingannevole, talvolta pure irritante, diventa significativo per i lettori; ci interessa, ci rende attenti a esplorare l’umanità di questo personaggio – quasi al punto di commuoverci nel finale della storia. «[…] Though the dull brain perplexes and retards: // Already with thee! tender is the night, // […]  But here there is no light, // Save what from heaven is with the breezes blown // Through verdurous glooms and winding mossy ways» (Ode to a Nightingale).

In secondo luogo poi, e soprattutto, fa tornare in mente Fitzgerald il concetto antievolutivo di esperienza individuale messo in gioco dalla trama. (E oltre a Dick Diver e Jay Gatsby si ripensa un po’ anche a Benjamin Button che è molto più di un eroe divertente). Anche in Libertà, infatti, vita e destino conoscono tempi disordinati di battuta: disordinati perché lontani, ma anche perché si incontrano in modi sconnessi. Sono mysterious ways, come si dice nella famosa canzone degli U2 più volte rievocata («It’s alright…it’s alright…it’s alright»); misteriosi, beffardi, eppure talvolta significativi. Ed è proprio questo doppio effetto che la scrittura prova a imitare, attraverso una sintassi narrativa sfasata ma capace di fare significato, di riconfigurare mettendo accanto: come quando, per fare un esempio, la lettura di «un lungo manoscritto, redatto da tua moglie, che confermava le tue peggiori paure su di lei, su di te e sul tuo migliore amico» (pp. 505 ss.), ovvero la scoperta del sottosuolo di tradimenti, di errori e di bugie su cui ha messo le basi il matrimonio, arriva proprio a ridosso della digressione sulla storia della famiglia e dell’infanzia di Walter, ovvero di tutte le frustrazioni e le infelicità da cui il personaggio credeva di essersi malgrado tutto riscattato per sempre, attraverso i suoi principi di libertà. È proprio in questa zona di disagio allora che nasce il gesto del romanziere: da un tentativo di redenzione – laica – di una realtà abitata da così tante esperienze e verità frammentarie, da così tanti errori di definizione. E torna in mente, allora, anche un altro romanzo non per nulla citato in Freedom: Espiazione (p. 463), dove la voce narrante che si svela nel finale cercava di ricucire il passato, un po’ come fa Patty nella sua autobiografia. Senza più falsi sogni di ricomposizione tuttavia, giacché è impossibile tornare indietro per eseguire delle correzioni, per ricominciare da capo o per andare da un’altra parte: «così seguitiamo a bordeggiare come barche controcorrente, sospinte di continuo nel passato», come nel finale di Gatsby (nell’ottima traduzione di Pincio: minimum fax, roma 2011).


* Traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi, Torino 2011. Questo articolo riprende alcuni contenuti di una recensione che uscirà sul numero 63 di «Allegoria».

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3 Responses to Ma Tolstoj con «Freedom» c’entra poco

  1. Carlo L. il 7 giugno 2011 alle 01:07

    Tutto molto giusto e molto serio. Bella recensione

  2. Enrico Macioci il 7 giugno 2011 alle 11:49

    Concordo pienamente con l’articolo di Lagioia indicato nel pezzo. Libertà non è affatto un capolavoro ma solo un buon prodotto, un manufatto senz’anima. Fra Libertà e un grande romanzo corre la stessa differenza che c’è fra un manichino e un corpo vivo: il manichino non puzza, ma nemmeno scalda.

  3. Alessandra il 15 giugno 2011 alle 10:48

    Anche Fitzgerald è un riferimento del tutto esterno al romanzo di Franzen, e paragonarne le scritture mi pare fuori luogo; tanto per fare un esempio, Fitzgerald non avrebbe mai usato tutta la metaletterarietà, inutile e non così ben gestita, del manoscritto di Patty. Il riferimento di Franzen sono le fictions televisive meglio riuscite, non la letturatura.



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