Ingratitudine

9 giugno 2011
Pubblicato da

di Lucio Trevisan

[Eccovi alcune pagine di un libro inquieto, Ingratitudine, di Lucio Trevisan, pubblicato da NoReply. Il Romanzo verrà presentato a Milano il 14 giugno presso la libreria Centofiori (Piazzale Dateo 5) alle ore 18,15. Ne parleremo con l’autore io e Marco Rossari. Segue aperitivo. G.B.]

Il diluvio

Dopo di noi diluvierà
Non spioverà, va bene
Noi la fortuna
Degli ombrellai
Chili di liquidi

Dopo di noi

Va bene, come vuoi
dopo di noi
diluvierà, non spioverà
Dopo di noi: il diluvio.

Battisti/Panella, Il diluvio

17 febbraio 1977. Scendo a Roma in treno in una cuccetta pulciosa. Si è sparsa la notizia che il piccì cerca la prova di forza. Per non sporcarsi le mani, vigliaccamente, manda avanti la cigielle e il suo leader più prestigioso. A Roma l’università è occupata. Sei giorni prima la polizia ha ucciso Francesco Lorusso a Bologna. Ora la cigielle ha convocato un comizio dentro l’università. L’“Unità” lo annuncia in una pagina interna: Lama parlerà agli studenti. Ma Lama non viene per confrontarsi, si scomoda per spaccare il Movimento, ristabilire l’egemonia del riformismo in università, magari far sgombrare la Sapienza, se ci riesce. Non è che lo dichiara, non è mica scemo, ma neanche noi lo siamo. Il gioco è scoperto. Viene lì e quello che fa è dire: io vengo qui, prendo un megafono e faccio il mio discorso che deve coprire tutti gli altri discorsi, non me ne frega un cazzo di dialogare con voi che siete dei fascisti mascherati da compagni. È da un po’ che sentiamo ripetere che siamo dei fascisti rossi, che facciamo il gioco dei padroni, che rompiamo le uova nel paniere della pace sociale e del compromesso storico, e ci siamo rotti i coglioni di sentire quella solfa. (…). E lui viene lì a farci la lezione dal suo pulpito delle lotte operaie e sindacali che hanno difeso la democrazia.
Vaffanculo!
Alla Tiburtina prendo la metropolitana. Arrivo alla Sapienza a piedi verso le otto. E noto subito, entrando nel piazzale della Minerva, mi pare si chiami così, che quelli del servizio d’ordine del piccì e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca stanno cancellando le scritte sui muri esterni della facoltà di lettere. Ce n’è una enorme accanto ai cancelli. I LAMA STANNO IN TIBET. E loro stanno provando a farla sparire. Tiro dritto, ma non è una bella prova di dialogo e di autocritica, penso. I compagni veri sono asserragliati nella facoltà. Mi fanno entrare, un compagno di lì che faceva il pendolare con Milano mi riconosce, dopo un attimo d’incertezza. Dentro non vedo armi né proprie né improprie. La parola d’ordine è: Lama non deve parlare, non ha diritto di cittadinanza lì dentro, cosa cazzo è venuto a fare? A provocare, rispondono i compagni in coro.
Esco sui gradini. Su una scala di quelle da biblioteca gli “indiani” hanno piazzato un fantoccio di Lama a grandezza naturale in polistirolo. Porta appesi tanti grandi cuori. Sopra c’è scritto: “L’AMA O NON L’AMA”. “NON LAMA NESSUNO”. Giochi di parole innocui. Sorrido. Gli “indiani” metropolitani sono l’alta creativa del Movimento del ’77. (…)
Ora sono circa le nove.
Il piazzale si sta riempiendo. Con il servizio d’ordine della cigielle è entrato un camion che sta diffondendo da un altoparlante canzoni del movimento operaio, marcette. I compagni escono dalla facoltà e vanno a occupare un lato della piazza. Dagli indiani partono dei cori irridenti, raccolti da tutti gli altri. “Più lavoro, meno salario.” “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci.” “È ora, è ora, miseria a chi lavora.” “Ti prego, Lama, non andare via, vogliamo ancora tanta polizia.” Mi unisco ai cori. C’è dentro, in una sintesi fulminante, la critica alla filosofia berlingueriana dell’austerità e dei sacrifici, al moderatismo. Lama, circondato da una decina di tute blu, che lo sovrastano e lo rendono quasi invisibile, attraversa il piazzale e sale sul camion. Dagli altoparlanti le note delle canzoni non riuscivano a soffocare gli slogan ironici. Alle dieci Lama prende la parola. Mi ricordo l’esordio: “Il ‘Corriere della Sera’ ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…” Urla, e fischi. E poco più avanti: “Gli operai nel ’43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi, e voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche…” Se non sono le parole esatte, ci assomigliano molto. Dal lato degli indiani sono volati dei palloncini pieni di acqua colorata e vernice. Nel servizio d’ordine della cigielle, edili, operai, sindacalisti, c’è stato un attimo di sbandamento, erano tutti macchiati di vernice, bagnati fradici, sbertucciati, e si sono incazzati. È partita una carica selvaggia per distruggere il carroccio degli indiani.
Da lì in avanti è stato il caos. Cariche e controcariche. Pugni, schiaffi, calci. Mi spavento, e arretro di qualche fila per non farmi travolgere. La rabbia è esplosa, e non sono allenato allo scontro fisico, ai pestaggi scientifici. (…) Mi salvo dalle sprangate o da un agguato sotto casa, capitalizzando il carcere e il cursus honorum. Però non sono neppure un pacifista gandhiano. Non lo sono mai stato. Senza violenza non si cambia nulla. Non si è mai visto una classe dominante nella storia cedere il potere e ritirarsi a vita privata. Il problema, semmai, è capire quando e come usarla, la violenza, il dosaggio rispetto all’obiettivo. All’osso, è semplicemente un rapporto fra mezzi e fini. (…) C’è la violenza degli oppressi: Spartaco contro le legioni romane, le jacqueries, la distruzione delle macchine, il sabotaggio, i picchetti davanti alle fabbriche. C’è la violenza individuale gappista, giusta e rivoluzionaria, e la violenza di massa, spontanea e organizzata. Via Rasella e la guerra partigiana in montagna e in città. Ci sono le barricate. C’è l’assalto al palazzo d’inverno. C’è la violenza squadrista. C’è la polizia che ti spara addosso se occupi le terre o scendi in piazza.
È violenza o no?
Lo Stato deve essere il monopolista della violenza? Foucault, e le istituzioni totali. Qualcuno sostiene che la violenza è legittima solo quando c’è una dittatura, e pensa così di sciacquarsi la bocca. In democrazia sarebbe vietata. Verboten! E chi l’ha detto che una democrazia non è una forma di dittatura, la dittatura della maggioranza? E la minoranza deve stare a guardare, impassibile? E se la minoranza decide che la democrazia è una dittatura? E le rivoluzioni anticolonialiste e antimperialiste? Il capitalismo, il dominio di una classe sulle altre, non è violento? La vita è violenta.
Dal servizio d’ordine del sindacato ci sparano addosso a raffica la schiuma con gli estintori. In risposta partono pezzi di legno, sanpietrini. Ci caricano. Sono inquadrati, e decisi a fare male. Vedo compagni dei collettivi che vengono portati via per le gambe e le braccia, con le teste rotte, le facce insanguinate. Il servizio d’ordine è venuto avanti come una falange greca, bastonando con ferocia, quasi con sadismo. Per loro siamo carne da macello, cani rognosi, i figli di papà che hanno massacrato i poveri poliziotti a valle Giulia. Lama sta continuando a parlare nel casino più totale. Arretro fin sui gradini della facoltà di lettere, fuori dalla mischia, e vedo Lama che salta giù in fretta dal camion. Deve avere capito che mette male, la festa è finita. Al suo posto sale sul palco uno della camera del lavoro di Roma e tuona, più o meno: “Compagni, la manifestazione è sciolta. Non accettiamo provocazioni.” L’ultima parola scatena una carica brutale dei compagni che spazza via il servizio d’ordine del piccì e del sindacato. Lama si salva per il rotto della cuffia, pallido come uno strofinaccio. Questione di secondi, e sarebbe stato inghiottito dalla mischia. Viene inseguito fino ai cancelli. Ha rischiato di essere linciato, non l’aveva messo in conto e un po’ se lo meritava. Il camion viene capovolto, fatto a pezzi, cannibalizzato. I pezzi di lamiera diventano armi improprie. Rientro nella facoltà occupata. La scalinata ha una scia di sangue. Dentro urlano, bestemmiamo, cercano di medicare i feriti. Non so cosa fare. Alla fine lascio il campo di battaglia da un’uscita laterale. A terra c’è di tutto. Vedo anche un martello abbandonato da chissà chi. Un’ora dopo sono sull’Intercity per Milano, sconvolto, mi tremano le mani. Mi palpo qua e là. Non ho ossa rotte, per fortuna. Nel pomeriggio la polizia sgombra l’università dai collettivi che l’occupavano. Come volevasi dimostrare, penso, leggendo il mattino dopo la notizia sui giornali. Complimenti, Lama!

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6 Responses to Ingratitudine

  1. sergio soda star il 9 giugno 2011 alle 13:06

    gianni scusa un’informazione. ma questo trevisan è lo stesso che pubblicava – o pubblica non so – per mondadori? quello di cui, su oocities, a un certo punto si dice: “traduttore, topo di biblioteca, docente universitario, fotografo, viaggiatore, giornalista, investigatore, approda alla scrittura di fiction portando la pignola esattezza storica del ricercatore e la fantasia assoluta dei mari orientali ove ha vissuto a lungo. Quando non viaggia per il mondo vive a Milano”? è lui?

  2. leonardo pelo il 9 giugno 2011 alle 21:06

    @ soda star. NON so se è lui, ma fine anni ’80 ha pubblicato per Mondadori, tra cui anche il semi best seller. Naso di Mussolini

  3. carlo di roma il 10 giugno 2011 alle 12:52

    Come tutti quelli che c’erano ricordo bene quell’episodio dell’università di Roma. Si disse, dopo, di tutto: che Lama non doveva andare, e comunque non in quel modo. Che fu un tranello dei socialisti della Cgil, che sarebbe stato facile prevedere, in quella situzione che si era creata all’Università, quell’esito. Ricordo l’esultanza di tutta la stampa italiana nei giorni successivi, Unità esclusa. (che giornali leggeva Trevisan il giorno dopo?) Ricordo il durissimo colpo di immagine e politico che incasso la Cgil. Non ho capito se questo libro “inquieto” (in che senso, cioè, è inquieto il libro o inquietante il contenuto?) sia una rievocazione, un romanzo od altro. Ma nelle poche righe che ho potuto leggere mi sembra che per l’autore il tempo non sia passato. A volte questo è un difetto. O un rimpianto?

  4. lucio il 10 giugno 2011 alle 20:58

    Io ho un’altra impressione, mi sembra che per l’autore il tempo sia passato, però nel passare si sia mischiato. Se fosse proprio così, la citazione riportata dal primo commento suonerebbe come una perfetta presa in giro “topo di biblioteca, docente universitario, fotografo, viaggiatore, giornalista, investigatore, approda alla scrittura di fiction portando la pignola esattezza storica del ricercatore”.
    In effetti, la cacciata di Lama del 17 febbraio ’77 non segue di sei giorni l’uccisione di Lorusso – 11 marzo – la precede di ventidue, e la Metropolitana non si poteva prendere a Tiburtina perché fu inaugurata solamente nel dicembre 1990.
    Poi, volendo, si tratta di due particolari che in un lontano ricordo privato si possono anche confondere, ma su certi argomenti mi torna ancora a galla una certa pignoleria. Comunque Auguri.
    lucio

  5. leonardo p il 14 giugno 2011 alle 08:20

    PURA PROMOZIONE:
    Aperitivo gratis? Sì grato a “Ingratitudine” con gli scrittori Biondillo e Rossari martedì 14 giugno ore 18,15 in piazza dateo 5 a Milano, libreria 100 fiori per presentare Ingratitudine (il più bel libro sugli anni 70)

  6. bastet il 15 giugno 2011 alle 13:45

    non ho letto ancora il libro ma ho molta voglia di leggerlo. purtroppo non potrò andare alla presentazione a Milano ma mi fa molto piacere che ci sia. di quel periodo è stato scritto di tutto, solitamente demonizzando le situazioni o trattando il tutto come capriccio di pochi esagitati. non credo si tratti di non voler crescere ma piuttosto di acquisire la consapevolezza di aver fatto parte di qualcosa di grande, che è rimasto profondamente nel cuore. L’energia e l’entusiasmo di quel periodo, seppur con tutte le difficoltà oggettive che c’erano, sono stati sistematicamente demoliti. si diceva anche, anni fa, che l’aumento indiscriminato dello spaccio di eroina dalla seconda metà degli anni ’70 in poi fosse stato un modo per far fuori un movimento incontrollabile da parte del potere. può darsi sia vero, o forse no. ognuno conterà i propri amici morti di overdose, in qualche androne o buttati su una panchina al parco.
    cosa rimane? l’orgoglio di esserci stati, la volontà di costruirsi una vita libera e felice. si può fare.
    Bastet



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