Politiche dell’irrealtà

21 giugno 2011
Pubblicato da

di Marco Rovelli

E’ da poco uscito il libro di Arturo Mazzarella Politiche dell’irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib (Bollati Boringhieri, euro 14). Esso mette in discussione dalle fondamenta la pretesa realistica di “dire la verità” sulla realtà. Il realismo è, per Mazzarella, letteralmente impossibile; ancorarsi alla realtà dei fatti è un’illusione. Lo è sempre stata, per la verità, ché costitutivamente la narrazione è artificio. Ma nella civiltà contemporanea facciamo quotidianamente esperienza di come l’immagine non sia un supplemento della realtà ma il suo principio costitutivo, di come ogni traccia non si esaurisca mai nella sua semplice evidenza, di come anzi “dobbiamo solo all’immagine la possibilità di attribuire un senso e di assicurare una permanenza al flusso di eventi che compongono la realtà”. Per mostrare questa radicale trasformazione dell’esperienza rappresentativa del reale, e la necessità ineludibile della scrittura di farci i conti, Mazzarella analizza le fotografie di Abu Ghraib, i film di Davide Lynch e Werner Herzog, ma anche i romanzi di Sebald e Houellebecq. Appalesatosi dunque il carattere propriamente impossibile della rappresentazione con  la realtà, ne viene che l’artificio della rappresentazione non può costituire una variabile dipendente, e non è più possibile credere di rappresentare i fatti “fotografandoli”, né di credere alla realtà come un “dato”. Occorre invece calarsi nell’ambiguità di quelli che Sciascia chiama i “fantasmi dei fatti”, raccontare insomma l’inestricabile groviglio tra i fatti e le loro immagini, e un linguaggio anti-mimetico che sondi la trama invisibile della realtà: come appunto Sciascia e Pasolini, convocati da Mazzarella come “antagonisti” nei confronti del realismo di Saviano, seppero fare.

(pubblicato su l’Unità. 18/6/2011)

Tag: , , , ,

42 Responses to Politiche dell’irrealtà

  1. genseki il 21 giugno 2011 alle 12:42

    “Appalesatosi dunque il carattere propriamente impossibile della rappresentazione con la realtà, ne viene che l’artificio della rappresentazione non può costituire una variabile dipendente, e non è più possibile credere di rappresentare i fatti “fotografandoli”, né di credere alla realtà come un “dato”.

    Francamente trovo questa frase di comprensione estremamente difficile. Non riesco a capire che cosa sia la “rappresentazione con la reltá” io ero stato abituato a considerare la “rappresentazione della realtá”, in cui la relazione tra rappresentazione e realtá era ben chiaramente espressa dalla preposizione “del” come relazione di appartenenza e di corrispondenza. Ma l’espressione “rappresentazione con la realtá” sembra voler significare che rappresentazione e realtá non abbiano tra di loro un relazione di reciproca dipendenza, forte o debole che sia ma stiano una accanto all’altra, in parallelo. Se la frase deve essere interpretata in questo modo sarebbe utile sapere allora in che modo si autodefiniscono rappresentazione e realtá. Cioè se la rappresentazione non è rappresentazione di una realtá di cosa caspita mai è rappresentazione? Di se stessa? Questo vorrebbe dire che la rappresentazione sarebbe tale prima di rappresentarsi cioè che la rappresentazione precede se stessa, la qual cosa, mi scusi, ma mi pare abbastanza illogica. Infatti lei, correttamente afferma che il carattere della “rappresentazione con la realtá” è impossibile, resta peró oscuro il perché lei introduca un concetto che lei stesso definisce impossibile in sostituzione di quello vecchio della rappresentazione della realtá che evidentemente è meno contradditorio. Stranamente, tuttavia, nella stessa frase lei riafferma che la rappresentazione non dipende dalla realtá, che era quello che aveva appena definito impossibile (proprio al principio della sua frase). Se lei riafferma che non vi è relazione tra realtá e rapresentazione non si vede in che modo si possano rappresentare i fatti fotografandoli o no.
    Subito dopo peró sembra che lei torni a stabilire una relazione tra la rappresentazione e la realtá parlando di un “inestricabile groviglio tra i fatti (la realtá, suppongo) e le loro immagini (rappresentazioni, intendo)”. Allora una relazione è possibile! Aggrovigliata ma possibile. Eppure lei aveva appena finito di negarla questa possibilitá scrivendo che la rappresentazione non dipende dalla realtá. Non si capisce davvero che cosa lei voglia dire.
    Infine, lei introduce l’espressione “fantasmi dei fatti”, questi fantasmi sono rappresentazioni? Sono l’unitá non analizzata di fatti e rappresntazioni? Sono la giustapposizione tra fatti e rappresentazioni.
    Per una elemtare comprensione del suo testo sarebbe utile precisarlo.
    cordialmente
    genseki

  2. véronique vergé il 21 giugno 2011 alle 13:46

    La realtà è superata dalla scrittura. E’ lo stile, la scelta del vocabulario, il ritmo che danno il sentimento magico di una realtà sublimata dalla finzione.
    Gomorra, nel caso dello scrittore Roberto Saviano, fa incontrare una scrittura a distanza, soggetto di descrizione, con un scrittura autobiografica della realtà napoletana. L’immensità di Gomorra viene dal mondo portato dalla scrittore, la città natale con il suo linguaggio, i suoi personnagi, la trama di guerra e di tragedia. Unità e polifonia.
    Cӏ una trasmutazione del fatto in una matiera viva, di sangue, di fuoco nel caso di Gomorra.
    Sebald,lui, crea una metamorfosi poetica della realtà, melancolica. Una tristezza che nessuna realtà puo svelare. E’ la sua alchimia: una matiera
    blu, tormentata, di forma e di dolore, un paesaggio della ferita.
    La realtà è sempre vissuta come intima, anche un evento storico è storia colletiva, ma individuale. Lo scrittore con il suo respiro particolare dice come si respira la realtà li, su una spiaggia inglese, in una università americana, o in una città di Campania. Ho sovento paroganato lo scrittore con un nuotatore della profondità, quando la realtà si trova adosso e che si misura la sua metamorfosi nell’ombra per scambiare un po’ di luce. Dire la sua verità.

  3. marco rovelli il 21 giugno 2011 alle 14:46

    Genseki, mi spiace che per un refuso lei abbia dovuto fare questa lunga precisazione. Era appunto un semplice refuso, laddove appunto la lectio corretta, come lei scrive, era “rappresentazione della realtà”. Me ne scuso.
    E’ la problematicità della corrispondenza tra rappresentazione e realtà che – tematizzata fin dagli esordi del pensiero: cfr. sofisti vs. Parmenide – viene per l’autore di questo libro in primo piano nell’epoca in cui la realtà appare interamente requisita dall’immaginario, e non si può, secondo questa tesi, avvicinarsi ad essa con la fede di poterla dire quale essa è, dal momento che il fatto è un tutt’uno con la sua rappresentazione. E’ detto nel libro: “Al di là delle intenzioni realiste in cui rimangono impigliati gli scrittori di denuncia alla Saviano, sono proprio i «fantasmi dei fatti» a disancorare la rappresentazione del reale da confini troppo angusti e a rendere credibili letteratura, fotografia e cinema. Solo dove i fatti convivono con i loro fantasmi, ossia con congetture, deformazioni immaginative, miraggi, manipolazioni visionarie, si apre lo spazio in cui è possibile oggi fare esperienza.” Ma su questo, evidentemente, non posso sostituirmi all’autore.

  4. Larry Massino il 21 giugno 2011 alle 15:13

    Ver unica ho capito, il parte nopeo parte giornalista parte scrittore ti ha messo a percentuale… scherzo… non troppo… Rovelli, invece, dice e non dice… francamente non ho capito se è favorevole o contrario alla tesi del libro. Perché lì starebbe il problema. Io sono naturalmente favorevole.

  5. marco rovelli il 21 giugno 2011 alle 15:21

    Larry, io qui svolgevo il modesto compito del recensore più che quello dell’interprete, comunque mi onora che tu ritenga importante, al punto da costituire “il problema”, se io sono favorevole o no :) In ogni caso, sì, credo che la rappresentazione spettacolare, e i suoi fantasmi ambigui e plurali, non possono essere elusi. Raccontare verità, e non la Verità, farsi (una) voce di un coro, questo è quanto credo si debba fare, e l’ho scritto. L’iperrappresentazione del mondo è un “senso” decisivo e ineludibile che si intrama col mondo stesso e risuona con tutto il resto. Non si può più credere di scorporare realtà e rappresentazione, se mai lo si è potuto.

  6. fm il 21 giugno 2011 alle 16:05

    @ mr

    Mi procurerò il libro, mi interessa in modo particolare lo snodo problemtico che emerge dalla citazione che riporti nel tuo commento (immagino sia la tesi portante dell’opera). Credo che quello “spazio”, oggi, sia uno dei luoghi privilegiati per chi voglia (cercare di) fare “arte”, e non limitarsi alla pura rappresentazione socio-antropologica dell’esistente.

    fm

  7. fm il 21 giugno 2011 alle 16:07

    Cos’è uno “snodo problemtico”?

  8. francesco forlani il 21 giugno 2011 alle 16:41

    fm et les autres,
    questa mia solo per segnalarvi che l’Arturo è uno dei figli di quella grande scuola del romanzo europeo, fondata da Giancarlo Mazzacurati alla Federico II di Napoli. Mi premeva ricordarlo perché so che qui su NI si è in tanti a sentire un debito profondo verso quel maestro.
    effeffe

  9. fm il 21 giugno 2011 alle 17:37

    E io te ne ringrazio, ff, mi dài una graditissima notizia.

    fm

  10. marco rovelli il 21 giugno 2011 alle 17:51

    ciao fm, a me il libro è parso molto interessante, così come anche Senza trauma di Daniele Giglioli. Tra l’altro l’incontro di sabato alla festa, che oltre a questi due ha visto la presenza di Cortellessa e Pischedda, è stato davvero pieno di spunti e visioni molto interessanti. (Tra le visioni interessanti – mi ha fatto piacere rivederti :)

  11. Fernando Bassoli il 21 giugno 2011 alle 20:25

    Va di moda il truculento, c’è poco da fare. “Va di moda la morte”, come il titolo di un libro di Raul Montanari.

  12. fm il 21 giugno 2011 alle 20:38

    @ mr

    Anche a me rivedere te – molto :)

  13. Fernando Bassoli il 21 giugno 2011 alle 22:26

    Saviano è una sorta di moda.

  14. Fernando Bassoli il 21 giugno 2011 alle 22:27

    Io sospetto che molti che lo citano non hanno manco letto i suoi libri.

  15. daniz il 21 giugno 2011 alle 22:31

    hanno risparmiato del tempo

  16. véronique vergé il 22 giugno 2011 alle 08:15

    Fernando Bassoli,

    Ho letto tutti i libri di Roberto Saviano in italiano e nella traduzione francese, eccetto l’ultimo perché non sono venuta in Italia da un momento. Roberto Saviano è uno scrittore di talento per la vastità che ha dato alla sua terra natale, il suo stile, la precisione dello sguardo.
    Rileggo sovente i suoi libri per la bellezza, ma anche la potenza che
    si alzano dalle pagine.
    Non parlo a vanvera, e non ho l’abitudine di fare l’elogio di un libro che non ho letto…

  17. georgia il 22 giugno 2011 alle 08:41

    come appunto Sciascia e Pasolini, convocati da Mazzarella come “antagonisti” nei confronti del realismo di Saviano, seppero fare

    che buffa frase.
    Capisco che le recensioni a volte costringano a concentrare al massimo e quindi sia impossibile essere comprensivi, ma è buffa lo stesso.
    A meno che il libro di mazzarella non sia solo un ulteriore libello contro saviano (come il dal lago di triste memoria), è buffo che vengano tirati in ballo sciascia e pasolini come “antagonisti” del realismo di saviano. L’antagonismo di solito è fra, non dico simili, ma almeno contemporanei … sarebbe come se io ora tirassi in ballo dante dicendo che era “antagonista” del realismo di pasolini.
    E questo nonostante il termine “convocare” rimandi chiaramente ad una seduta spiritica, la quale, si sa, elimina in un solo colpo ogni categoria di spazio e tempo.
    geo

  18. Larry Massino il 22 giugno 2011 alle 12:13

    ” Dal Lago di triste memoria ” è una frase penosa.

  19. lorenzo galbiati il 22 giugno 2011 alle 12:44

    Francesco, peccato invece che io non ti abbia visto all’incontro, ma ero un po’ rintronato, e spesso vado in giro senza vedere chi mi sta di fronte.

  20. georgia il 22 giugno 2011 alle 14:08

    “dal lago di triste memoria” perchè ho comprato e letto il libro e l’ho trovato penoso (per essere gentili), soprattutto pensando che è dello stesso autore di cui avevo letto saggi e introduzioni su hannah arendt

  21. arturo mazzarella il 22 giugno 2011 alle 19:17

    Intervengo solo per qualche precisazione.
    Mi sembra infatti che Marco Rovelli, sia nel suo articolo sia nelle risposte fin qui offerte, abbia messo in luce i nodi centrali intorno a cui ruota il mio libro, che nasce da una domanda davvero elementare: quali sono oggi le modalità più appropriate per rappresentare la realtà, per aderire intimamente a essa? Se davvero esiste – in letteratura, nel cinema, e nel sistema generale delle arti – un salutare “ritorno alla realtà”, come molti sembrano affermare, allora dovremmo essere in grado di conoscere e manovrare con sufficiente dimestichezza i processi attraverso i quali è possibile portare alla luce il fascio di connessioni che compongono la realtà stessa. Invece non è così. I nostri modelli culturali sono per lo più ancorati a un concetto di realtà estremamente semplicistico. La realtà, secondo le interpretazioni più diffuse, viene a coincidere puntualmente con la sua testimonianza diretta: con quelle forme espressive che, escludendo perentoriamente il ricorso alla manipolazione prodotta dall’immagine, si fondano sul criterio dell’evidenza. Questo sconcertante semplicismo è il presupposto del dilagante successo di “Gomorra”. Nel romanzo di Saviano sono abolite ipotesi e congetture di ogni tipo. Tutto è testimoniato direttamente, certificato dall’invadente presenza dell’occhio del protagonista, pronto a ripetere a ogni passo: “Io so e ho le prove”. Ma questo non è un modello di interpretazione della realtà, piuttosto coincide con la riproposizione di un paradigma giudiziario del tutto inutilizzabile in letteratura. Se ne erano accorti con brutale disincanto già Sciascia e Pasolini. Sciascia, nella “Scomparsa di Majorana” (che, insieme all’ “Affaire Moro”, costituisce senza dubbio il vertice di tutta la sua produzione), invita ad abbandonare il primato feticistico attribuito ai fatti, per scrutare, viceversa, tra i “fantasmi dei fatti”, lasciandosi così avvolgere dal groviglio di ipotesi che si annidano in ogni evento. E aveva pienamente ragione. Non faremo mai nessun passo in avanti se non ci convinciamo che la realtà è uno scenario intriso di fantasmi: labili, eterei, caduchi, eppure, paradossalmente, solidi, resistenti. Al pari di ogni immagine. Proprio quelle immagini che Pasolini, negli ultimi anni di vita, insegue con accanimento sfibrante: perché sono la manifestazione più pregnante della vitalità che si agita in ogni evento, che lo permea dall’interno. Perciò, nel celebre articolo “Il romanzo delle stragi”, poteva ribadire di continuo: “Io so, ma non ho le prove”. E non si tratta certo di un limite, dal momento che – come sanno bene Herzog e Lynch o Sebald e Houellebecque, gli autori sui quali si sofferma l’ultimo capitolo del libro -le prove sono impotenti di fronte ai fantasmi della realtà. Anche di fronte ai fantasmi più macabri e insensati, come le immagini provenienti da Abu Ghraib o quelle contenute nei filmati delle videoesecuzioni allestite dai terroristi islamici. Entrambe esempi della più sfrontata manipolazione della realtà. Ma, purtroppo, entrambe in grado di incidere sulla realtà con un vigore sconosciuto a ogni prova o testimonianza diretta.

  22. Larry Massino il 22 giugno 2011 alle 21:56

    C’è anche una questione epistemologica: l’osservatore, e nello specifico l’osservatore ingenuo Roberto Saviano – ingenuo nel senso di giovane ardito – influisce sull’oggetto osservato, non è e non può essere neutrale. Un giorno Saviano sono sicuro che verrà a insegnarci a tutti che la cosiddetta realtà è un prodotto della manipolazione umana, in modo particolare del sistema editoriale. Comunque quasi completamente d’accordo con Mazzarella: non mi convince tanto Pasolini, ci devo pensare. Magari mi leggo il libro…

  23. giuseppe zucco il 23 giugno 2011 alle 00:32

    @ arturo mazzarella.

    ho letto il suo commento, vorrei soffermarmi in particolare su questo punto:

    “la realtà, secondo le interpretazioni più diffuse, viene a coincidere puntualmente con la sua testimonianza diretta: con quelle forme espressive che, escludendo perentoriamente il ricorso alla manipolazione prodotta dall’immagine, si fondano sul criterio dell’evidenza. Questo sconcertante semplicismo è il presupposto del dilagante successo di “Gomorra”.

    per un attimo, arrivato fin qui, ho creduto che questo “sconcertante semplicismo” sia appunto “il presupposto del dilagante successo di Gomorra” – ovvero, che faccia parte dell’interpretazione con cui il libro è stato accolto.

    poi vado avanti, e leggo questo:

    “Nel romanzo di Saviano sono abolite ipotesi e congetture di ogni tipo. Tutto è testimoniato direttamente, certificato dall’invadente presenza dell’occhio del protagonista, pronto a ripetere a ogni passo: “Io so e ho le prove”. Ma questo non è un modello di interpretazione della realtà, piuttosto coincide con la riproposizione di un paradigma giudiziario del tutto inutilizzabile in letteratura.”

    davvero? è andata proprio così, insomma? non ne sono del tutto convinto, allora apro “gomorra”, proprio la primissima pagina del primissimo capitolo:

    “Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a dominare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro. Ecco dove erano finiti. I corpi che le fantasie più spinte immaginavano cucinati nei ristoranti, sotterrati negli orti d’intorno alle fabbriche, gettati nella bocca del Vesuvio. Erano li’. Ne cadevano a decine dal container, con il nome appuntato su un cartellino annodato a un laccetto intorno al collo. Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nelle loro citta’ in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno, una volta morti. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese. Quando il gruista del porto mi raccontò la cosa, si mise le mani in faccia e continuava a guardarmi attraverso lo spazio tra le dita. Come se quella maschera di mani gli concedesse più coraggio per raccontantare.”

    come si ricava da questa lettura, senza neanche faticare a cercare chissà quale evidenza, qui non c’è testimonianza diretta, non c’è la certificazione dell’invadente presenza dell’occhio del protagonista, non c’è alcuna abolizione di ipotesi e congetture. molto semplicemente, basta leggere le ultime righe della citazione per accorgersi che saviano sta riportando il racconto di un testimone. cioè, saviano, da scrittore qual è, ha rimesso il racconto del testimone in una nuova forma, ha riallestito una scena, ha scandito le fasi e il ritmo della narrazione, ha illuminato i dettagli e i totali della scena, ha immaginato i movimenti del container e dei corpi, giusto per far intendere meglio a noi lettori la testimonianza del gruista. in poche parole, ha manipolato la veridicità della testimonianza, senza falsificarla, per renderla leggibile – o ancora meglio, memorabile. ha utilizzato lo stile e l’immaginazione – un’immaginazione in tutto e per tutto cinematografica – per rendere più esatta la scena, i movimenti della scena, i ragionamenti e i collegamenti che scaturiscono dalla forza di quella descrizione. ed è chiaro, allora, che oltre alla realtà, qui si agitano anche i fantasmi della realtà, cioè tutta una serie di rispondenze che molto probabilemnte non ci sarebbero state se uno scrittore non avesse usato stile e immaginazione per raccontare con precisione quel determinato accadimento.

    questo per dire, secondo me, che al contrario di quanto afferma lei, le prove non sono impotenti di fronte ai fantasmi della realtà. le prove, in moltissimi casi, riportate dalla penna di uno scrittore, suscitano i fantasmi dei fatti. così, anche con le prove, soprattutto perchè queste prove rimangono lampanti ed evidenti, i libri diventano case stregate sature di fantasmi, sussurri, catene cigolanti. se un libro entra così prepotentemente nell’immaginario collettivo, non è solo per il racconto provato dei fatti, ma anche perchè scivola con stridore di denti tra la percezione e i pensieri dei suoi lettori.

    giuseppe

  24. marco rovelli il 23 giugno 2011 alle 01:31

    Ho cassato due commenti. Storpiare i nomi altrui in funzione denigratoria non è consentito, qui. Fatelo al tg4, se volete.

  25. Larry Massino il 23 giugno 2011 alle 07:26

    Zucco ha abbastanza ragione su quella parte del romanzo, che però è la più imbarazzante di tutte, perché Saviano, da scrittore, aderisce a un racconto panzana, invece di mettere dubbi, invece di demolire il luogo comune indimostrato e indimostrabile, molto utile a fini di razzismo, che i cinesi non muoiono mai. Glielo dico io a Saviano perché i cinesi in Italia non muoiono mai: sono giovani e bambini.

    Però, in generale, ha ragione Mazzarella: Saviano si propone come testimone diretto, e lo fa anche quando si appoggia a documenti processuali, al materiale indiziario, dando per scontato che sia la verità. Sarebbe interessante riscrivere Gomorra estraniandosi, usando la terza persona.

    Sono d’accordo con Rovelli che storpiare i nomi a fini denigratori è idiota (la tentazione di farlo ce l’abbiamo tutti, qualche volta l’abbiamo fatto tutti, ma è idiota lo stesso).

  26. véronique vergé il 23 giugno 2011 alle 08:19

    A Arturo Mazzarella,

    Molte pagine di Gomorra sono illuminate dell’incontro tra la realta, la testimonianza e la scelta di fare risaltare un detaglio. Il soffio corto nell’evocazione della morte di una ragazza in strada, li, la descrizione che travolge il lettore. La presenza del mare nel primo capitolo, l’impressione del freddo, l’alba, la stanchezza, l’odore della cucina
    cucina cinese, il mare nell’ultimo capitolo con la significazione di salvezza
    e anche di lotta, lotta per uscire del fango: il grido che il sud poterbbe gridare: sono ancora vivo! Gomorra analisa il mondo della Camorra con una potenza nella scrittura che prende il lettore fuori nel centro di questo mondo. E’ questione di verità letteraria, si gioca nella linea di luce che fa confine tra la verità giornalistica e quella che si sente con la pelle.
    I personaggi di Gomorra sono vivi, le vedo. Gelsomina Verde, Annalisa sono passate da vittime elencate nella cronaca a personaggi di tragedia, sono presente nella scrittura. Roberto Saviano ha dato grandezza a queste vittime della Camorra.
    I racconti scritti dopo confermano il suo talento. Senso della concisione, ritmo, detagli, percezioni.
    Aggiungo che leggendo ho sentito l’anima del sud e quella dello scrittore.
    E vedo una perfetta armonia con la sua anima è quella della sua scrittura.

    Mi scuso per gli errori, non ho tempo di rileggere.

  27. arduino il 23 giugno 2011 alle 09:47

    Occorre tener conto che Pasolini e Sciascia da un lato e Saviano dall’altro raccontano fatti sui quali è possibile acquisire un diverso livello di conoscenza. Pasolini conosce i colpevoli ma non ha le prove circa la stragi di stato, sulle quali non è stato possibile raccogliere dati certi, né giudiziari né giornalistici, per la matassa di complotti in cui le stragi sono maturate, per gli infiniti depistaggi, per la sovrapposizione di fatti veri, falsi, verosimili che attorno alle stragi si sono concentrati. La situazione è simile in Petrolio, laddove l’indagine su Mattei e Cefis è tenuta a distanza dai fatti da strati e strati di menzogne.

    Sciascia scrive del Caso Moro e anche qui, per i fattori sopra citati cui si aggiunge la P2 radicata nel cuore dello stato mentre accadevano i fatti di cui Sciascia si occupa, la realtà è in partenza non conoscibile perché qualsiasi elemento di informazione che la referenzia è abbondantemente stravolto e inaffidabile.

    La camorra casertana raccontata da Saviano è invece molto più semplice, spesso non fa nulla per nascondere la propria presenza e i suoi atti, anzi spesso li ostenta per intimidire e acquisire nuova influenza, e buona parte dei suoi segreti sono decifrabili a partire da intercettazioni telefoniche, verifiche patrimoniali, indagini giudiziarie.

    Fermo restando quindi che il dato puro che ci viene dalla realtà arriva a noi deformato per infiniti motivi ben noti a psicologi, linguisti, filosofi e che la comunicazione in qualsiasi forma di questo dato lo altera ulteriormente, la diversa convinzione di presa sulla realtà dei tre autori citati credo dipenda in parte anche dai fatti stessi che essi scelgono di affrontare e non mi stupirei che lo stesso Saviano, di fronte a vicende immerse nella stessa ambiguità di quelle con cui si sono misurati Pasolini e Sciascia, possa ricorrere a tecniche narrative diverse e giungere a ben diverse conclusioni sulla conoscibilità di quei fatti specifici, senza per questo a venir meno in coerenza a quanto scritto in Gomorra.

  28. véronique vergé il 23 giugno 2011 alle 13:39

    Giuseppe Zucco,

    Ho trovato la tua analisa bellissima. Questa prima pagina- che ho scoperta- quatro anni fa (credo) non l’ho mai dimenticata-
    avevo dimenticato tutto attorno a me, solo- e già l’ho racontato
    qui su NI, solo vedevo il sole illuminare la pagina- e mentre leggevo
    sentivo un freddo, un sentimento di orrore, che non mi faceva
    “mettere la maschera di mani”, i miei occhi erano dentro la narrazione,
    quello che accadeva nel libro era più importante della mia attesa in questa giornata di primavera.

  29. Larry Massino il 23 giugno 2011 alle 19:01

    Veronica, a parte gli scherzi, tu hai letto qualcos’altro oltre a…

  30. véronique vergé il 24 giugno 2011 alle 10:42

    Larry, ho letto dal libro- . Torno più tardi sull’argomento se posso, perché è una giornata impegnativa, nella questione della parte fantasma, immaginazione, realtà, in particolare nella descrizione del porto, delle case in affitto, gli oggetti nel primo capitolo.

  31. Luminamenti il 24 giugno 2011 alle 10:53

    La recensione mi è piaciuta, leggerò questo libro, come mi era piaciuto molto, con altre angolazioni, il libro di Alessandro Dal Lago che secondo me sarebbe più utile al bravo Saviano di molti suoi non “reali” e non “sinceri” estimatori.

  32. danza il 24 giugno 2011 alle 13:39

    ora il discorso è: che letteratura vi piace?
    se non si può rendere letterabile ciò che il diverso dalla letteratura, forse ha futuro solo la letteratura impossibile?

    (grazie se qualcuno mi risponde. signorina danza
    – “danza” non è una storpiatura di daniz, ma la ragazza di daniz il quale ha preferito andare a farsi assumere dalla redazione del Fatto Quotidiano dove c’è uno che fa le stesse storpiature di Emilio Fede: Marco Travaglio. Un amico)

  33. véronique vergé il 24 giugno 2011 alle 14:18

    Nella scrittura di Roberto Saviano, sovente è usato il congiutivo. Il congiuntivo è costruzione dell’immaginazione, è la stessa cosa con
    la metafora, la il paragone. Quando descrive il porto evoca il silenzio,
    ma un silenzio è animato di murmuri, di parole. Roberto Saviano mostra come l’immaginazione che abbiamo della Camorra è falsa, cliché. Mostra una realtà che va di confronto all’immaginazione colletiva di chi non vive a Napoli. Nel porto transitano oggetti che sembrano non avere visibilità.
    Tutto si fa nel silenzio, nel passo felpato, in una barca partita nella notte o nel palazzo di Xian. Roberto Saviano porta l’invisibilità sotto la luce dello stile conciso, rapido, poi come un mare che cambia, una frase lunga, vasta. Nella margina, dà una dimensione al silenzio,
    ma una dimensione piena. E’ un libro abitato, non vuoto, non artificiale.

    “Bisogna rifondare la propia immaginazione per cercare di comprendere l’immensità della produzione cinese possa poggiare sullo scalino del porto napoletano.”
    L’illusione del mare sotto sole: “il sole accende il miraggio di mostrare un mare fatto d’acqua” ( – e mi ricordo avere visto da lontano questa linea d’oro blu, immaginata, con i miei occhi stranieri- il batello per l’isola: ho ceduto a questa illusione ) . “In realtà la superficie del golfo somiglia alla lucentezza dei sacchetti della spazzatura.”
    “Ci si immagina il porto come luogo del fracasso, dell’andirivieni di uomini, di cicatrici e lingue impossibili, frenesia di genti. Invece impera un silenzio da fabbrica meccanizzata; Al porto non sembra esserci più nessuno, i container, le navi e i camion sembrano muoversi da un moto perpetuo. Una velocità senza chiasso.”

  34. Larry Massino il 24 giugno 2011 alle 15:04

    Veronica, ti rendi conto che così facendo gli fai perdere un sacco di copie?

  35. girolamo il 25 giugno 2011 alle 00:11

    A – Perché il vero limite di Saviano…
    B – Si, ecco: il limite di Saviano…
    A – No. lasciami dire: lo so io qual è il vero limite di Saviano…
    B – No, guarda, lascia stare, che non hai capito: se mi lasci parlare te lo spiego io il vero limite di Saviano…
    A – Mi vuoi far parlare? Il limite di Saviano è che crede nella realtà dei fatti, e non ha capito che la realtà è tutta una rappresentazione…
    B – Proprio quello che dicevo io: il limite di Saviano è che crede nella rappresentazione dei fatti, e non ha capito che dietro le rappresentazioni ci sono i fatti…
    Ed ora, la parola alla gente: http://www.youtube.com/watch?v=iUYaUx3DX5o

  36. véronique vergé il 25 giugno 2011 alle 16:02

    Larry, lo so, mi spiego male nella lingua italiana. Vorrei potere dire come Gomorra mi ha sconvolta e non trovo le parole. Lo potrebbe fare in francese, non in italiano quando ogni parola è un piccolo sasso che pongo uno dopo l’altro.

  37. Albanova il 25 giugno 2011 alle 20:49

    larry ti brucia vero? l invidia e’ la cosa piu’ bella nei confronti di saviano

  38. Larry Massino il 26 giugno 2011 alle 09:57

    Albanova grazie per l’assist, e complimenti per la qualità e completezza dell’argomentazione

    http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2011/06/ulti-mora-flash-0817.html

  39. Larry Massino il 26 giugno 2011 alle 10:36

    Albanova, era questo il link esatto, ma va bene anche quello sopra

    http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2011/06/diritto-di-critica.html

    Sempre complimenti per la raffinatezza di pensiero.

  40. véronique vergé il 27 giugno 2011 alle 16:58

    Larry,

    Tu scrivi come tu pari senza pensare alla pena che puoi fare, la mia. Ti chiedo di smettere di fare scherzi che non sono divertenti. Mi sono chiesto se dovevo lasciare perdere o no, ma vorrei che tu sappia che ho una buona resistenza. Se è per scoraggiarmi, tu hai perso. Non parlo bene l’italiano, ma anchi’o ho il diritto di dire la mia ammirazione per uno scrittore e un libro. Ho capito che non ti piace, è il tuo problema, non è il mio. Restiamo cortesi.

  41. Simone Ghelli il 27 giugno 2011 alle 17:05

    Ho finito di leggere stamani il libro di Mazzarella, che offre molti spunti interessanti, anche se a tratti la critica a Saviano mi sembra un po’ “strumentale”. Mi ha inoltre stupito il fatto di non vedere in bibliografia un libro importantissimo sul tema, ovvero “Lo sguardo e l’evento” di Marco Dinoi.



indiani