AAA cercasi edizioni per un’espressione idiomatica

9 luglio 2011
Pubblicato da

di
Arianna Pavone1

Con coraggio si combattono tutte le battaglie: con pazienza e intelligenza si combatte la battaglia più grande. Quella per la libertà d’espressione. Le case editrici fanno uso (ed abusano) del loro potere per demolire e annientare ciò che invece dovrebbero cercare come un cieco cerca la luce: il talento.
Questa è una certezza, nonché dato di fatto. Continuamente, nel nostro Paese, si proclama a gran voce l’esistenza della libertà di espressione: “… Siamo in un Paese democratico in cui il popolo è libero di esprimere le proprie idee ed opinioni…”. Queste affermazioni che vengono accettate come dogmi dal popolo assetato e affamato di qualcosa di diverso, diventano ridondanti e risultano sempre più inutili e “di forma”, ci illudiamo di vivere nella libertà di stampa e accettiamo tutto ciò che ne deriva come verità che appartengono al senso comune.

Ed è questa tanto famigerata e proclamata autonomia che fa si che le case editrici, diventate negli ultimi anni alla stessa stregua di fabbriche di produzione stagionale e seriale come quelle dei panettoni per Natale ( delle colombe per Pasqua) offrano esattamente ciò che ci si può aspettare dalle fabbriche di panettoni: prodotti stereotipati, fatti in serie e che rispondono a certi standard (non tanto qualitativi ma piuttosto quantitativi). Libri o panettoni, che escono esattamente dalla stessa fabbrica e mediante gli stessi processi di produzione. Libri e libretti che invece di arricchire e rinnovare la cultura la congelano in uno stato di ibernazione permanente, cosicché le “fabbriche” smerciano per letteratura ciò che in realtà ne è una patetica imitazione.
Com’è risaputo, tutte le fabbriche sono fatte di persone, esseri umani come tutti: Carne, ossa, sangue e una sfilza di organi interni più o meno funzionanti. Non ho mai visto né sentito dire di fabbriche gestite da “dei” o “semi dei”, soltanto uomini. Questi “opifici moderni” invece, alla luce preferiscono la cecità, facendo tutto quello che è nelle loro possibilità (ed è abbastanza) per far sprofondare molti talenti nel buio di un anonimo e desolante silenzio, assorbiti nell’abbagliante luce di numerosi fuochi di paglia che durano giusto il tempo di mangiare la colomba di Pasqua o di uno starnuto allergico (in base alle preferenze del pubblico).

Come faranno questi scrittori volutamente dimenticati ad uscire dal recinto nel quale sono stati confinati? E non sono neanche scrittori maledetti, chissà se qualcuno di loro lo fosse stato… Per gli scrittori, si sa, i loro lavori sono sempre i migliori, proprio per questo dobbiamo conservare intatta la nostra capacità di giudizio, perchè gli scrittori emarginati non sono gli amanuensi dell’elenco del telefono e nemmeno i fiorellini che nascono all’ombra di qualcuno, sono quelli che hanno avuto il coraggio di esprimere sé stessi: quelli che hanno sfidato la produzione seriale cercando di spezzare la catena, cercando di proporre novità in un contesto nel quale novità significa sempre imitazione (di qualcuno o di qualcosa), di inserirsi in questa serie di “anelli” pregiati come il prodotto fuori serie, di tingersi di blu quando tutti sono bianchi o al massimo grigi, rosa spento, o celeste pallido, di gridare dal buio cercando di arrivare alle coscienze di questi “responsabili” che noi chiamiamo direttori editoriali, un nome che dà tanta risonanza e abbaglio d’importanza ma che in fondo non ha moltissimo senso.
Libertà di espressione? Certo, dentro le recinzioni troviamo tutta quella di un mondo intero… Fuori? Tutto il resto e ancora tanti, troppi, sovrabbondanti, eccessivi libretti.

  1. Ho ricevuto questo flash via mail da una giovane lettrice di Nazione indiana. Mi ha colpito la trasparenza dei propositi ma soprattutto la drammaticità della percezione che un giovane (ah la jeunesse!) può avere del “bel mondo” letterario. Mi è sembrato giusto pubblicarlo. effeffe []

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3 Responses to AAA cercasi edizioni per un’espressione idiomatica

  1. Carlo Capone il 9 luglio 2011 alle 18:38

    Da anni leggo solo saggistica, salvo i romanzi di Camilleri.

    Eppure da ragazzo leggevo Kawabata, Platonov, Nievo (Stanislao).
    E poi Moravia, Pasolini, Bulgakov, le favole di Calvino, e un montone di altri.
    Boh.

  2. Fernando Bassoli il 9 luglio 2011 alle 19:43

    Ho trovato interessanti alcune considerazioni di Edmund White, non proprio recente vincitore del Premio Mondello (Palermo) per “La doppia vita di Arthur Rimbaud” (edito da Minimum Fax), riportate dal Tommy Cappellini. Secondo la tesi di mister White, le grandi case editrici puntano decisamente su volumi (saggi, dunque) capaci di vendere almeno 50mila copie, garantendo così un certo profitto. Le opere di narrativa, invece, vendono dalle 5mila alle 8mila copie anche in un grande Paese come l’America, che ha una popolazione di potenziali lettori 5 volte più grande dell’Italia. E’ dunque logico attendersi la bancarotta dei grandi gruppi editoriali, che finiranno per lasciare spazio e quote di mercato ai piccoli editori. Il fenomeno sarebbe già in atto. L’autore cita ad esempio i casi delle minuscole “Gray Wolf” e “Copper Canyon”. In effetti anche nel Belpaese sbocciano come funghi nuovi imprenditori (spesso autentici sprovveduti) che decidono di rischiare e aprire una casa editrice. Se il quadro whitiano appare pessimistico, esso conferma i paradossi che hanno sempre caratterizzato il “Sistema cultura”. Andando a studiare i casi del passato, infatti, troviamo tre costanti: troppi scrittori semi-indigenti a causa di evidenti sperequazioni contrattuali, molti editori ingiustamente arricchitisi alle spalle dei fessacchiotti incontrati e un pubblico-gregge che si lascia condizionare, acriticamente, dall’autorevole recensore di turno. L’unica cosa che appare chiara è che resta impossibile immaginare il mondo senza nuovi libri. E senza nuovi autori che abbiano cose più o meno interessanti da dire.

  3. Arianna Pavone il 10 luglio 2011 alle 11:43

    E’ sicuramente impossibile immaginare il mondo senza libri e di conseguenza, senza scrittori. Il problema è che qualcosa di così pregiato e prezioso come un libro, che dovrebbe essere trattato con cura e rispetto, venga in realtà utilizzato come un qualsiasi bene di consumo quotidiano. L’esempio delle fabbriche di panettoni sta ad indicare la noncuranza delle case editrici nello sfornare libri il cui successo rimane in realtà confinato ad un breve periodo. Il pubblico deve almeno essere in grado di scegliere. Per carità, i libretti possono andare benissimo, ma è chiaro che bisogna diversificare, altrimenti si rischia di leggere sempre le solite cose. E’ stato studiato che il pubblico non è la massa amorfa che credevano gli apocalittici, non è la vittima alienata nè la vittima passiva. E’ proprio il pubblico che deve scegliere cosa vuole leggere, cosa vuole vedere. Eppure, se guardo alcuni cataloghi di alcune case editrici non trovo molta scela fra le novità, ma cose quasi uguali o simili o addirittura identiche fra loro! E questo in parte mi addolora, perchè mi rendo conto che potrebbero esserci dei potenziali talenti, qualcuno che potrebbe dare un taglio alla monotonia che, proprio perchè ormai si pensa solo ed esclusivamente al guadagno, rimarrà sempre in silenzio o quasi sconosciuto.
    O si è tornati indietro, quando ancora il pubblico era considerato privo d’identità, oppure nell’avanzare verso il progresso siamo rimasti impantanati in una pozzanghera di fango.



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