Archètipi: Beniamino Servino

Campetti della Reggia di Caserta visti da molto in alto

Un luogo perduto
di
Beniamino Servino

È chiamata piazza. Piazza Carlo III. Piazza? Ma se dentro c’entra tutta una piccola città! Isernia, per esempio, 20 mila abitanti, ci sta tutta. Ma non i volumi, tutta la città con le strade le piazze la villa comunale. Ci siete mai andati? Già, lì ci si va apposta. Non è che la incontri camminado per la città. Ci capiti perché ci vuoi andare. Io ci vado ogni tanto in bicicletta.
Il titolo di queste note è un luogo perduto, ma sarebbe più adatto il luogo della follia.
Oggetto di un intervento di recupero durato anni e costato una cifra che fa rabbrividire tanto è incredibile, restituisce la dimensione della follia anacronistica e ottusa delle sovrintendenze. La vista da google earth [solo così si può scoprire il disegno delle siepi o la geometria dei percorsi] mostra dei ricami da cartigli barocchi che ti fanno sobbalzare! Vuoi vedere, pensi mentre stai su google earth, che quelle bizzoghe e quei frustrati volevano rifare qualche disegno di quel bellillo di Vanvitelli?
Eh sì. Proprio così. Hanno usato le risorse pubbliche per disegnare delle siepi roccocò [che gli si bloccasse in gola a Natale un roccocò!]. Non ci sta una pianta! [Non c’è un albero!] Cosa che se ci capiti [perché ci devi capitare per caso!] sotto il sole là rimani, morto.
Un luogo perduto perché sottratto alla città. E sottraendo sottraendo non resta più niente della città.

francesco forlani

Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017 

Tags:

  3 comments for “Archètipi: Beniamino Servino

  1. A cerchiata
    14 luglio 2011 at 21:21

    Il soprintendente è chiaramente un anarchico.

  2. andreadarsi
    14 luglio 2011 at 23:05

    se a caserta capiti apposta perchè sei un turista bravo e ci vai per andare alla reggiadicaserta, bene: una lunga noia infinita da gita scolastica ma che vuoi te la sei cercata e pace
    Se a caserta capiti per caso, e hai un sacco di tempo libero, la reggiadicaserta ti pare un lungo perimetro che non senti il bisogno di varcare, meglio evitare, passeggiare a caso se non che poi se passeggi molto ci vai a sbattere contro ogni due per tre e – comunque vada – non ti viene nessuna voglia di varcare il muro il cancello cercare l’entrata, l’entrata di che
    se a isernia capiti per caso ed è tardi, cerchi un albergo per dormire prima di riprendere il viaggio la cosa è onesta

  3. véronique vergé
    16 luglio 2011 at 11:56

    Mi rammento benissimo la gentilezza di Salvatore : in agosto, due anni fa, mi ha fatto visitare la Reggia. Ho un ricordo nitido della geometria classica del giardino, il lungo viale sotto un sole di fuoco che rendeva il percorso ardente. Ti faceva desiderare di più l’acqua delle fontene. Si camminava a passo lento sotto la leggera ombra degli alberi.
    Fontane che erano sculpture della sete, ma anche della bellezza mitologica. C’era quasi silenzio. L’acqua era quasi un sospiro. Piccoli pesci, ombre veloce, facevano il solletico alla superficie. Con un mano bagnata
    la tortura della sete cresceva. Verso il cielo, era l’ultima cascata tra un paesaggio di pietre, molte bianche sotto il cielo, blu. Sulla sinistra si apriva un giardino dove (credo) si alzavano alberi tanti amati: le palme.
    Ma ero troppo stanca e sono rimasta al cancello, con la mia sete di ombre.
    Un luogo si scopre meglio con il corpo vivo, con la sua attesa, con il miraggio della bellezza.

Comments are closed.