Archètipi: Beniamino Servino

14 luglio 2011
Pubblicato da

Campetti della Reggia di Caserta visti da molto in alto

Un luogo perduto
di
Beniamino Servino

È chiamata piazza. Piazza Carlo III. Piazza? Ma se dentro c’entra tutta una piccola città! Isernia, per esempio, 20 mila abitanti, ci sta tutta. Ma non i volumi, tutta la città con le strade le piazze la villa comunale. Ci siete mai andati? Già, lì ci si va apposta. Non è che la incontri camminado per la città. Ci capiti perché ci vuoi andare. Io ci vado ogni tanto in bicicletta.
Il titolo di queste note è un luogo perduto, ma sarebbe più adatto il luogo della follia.
Oggetto di un intervento di recupero durato anni e costato una cifra che fa rabbrividire tanto è incredibile, restituisce la dimensione della follia anacronistica e ottusa delle sovrintendenze. La vista da google earth [solo così si può scoprire il disegno delle siepi o la geometria dei percorsi] mostra dei ricami da cartigli barocchi che ti fanno sobbalzare! Vuoi vedere, pensi mentre stai su google earth, che quelle bizzoghe e quei frustrati volevano rifare qualche disegno di quel bellillo di Vanvitelli?
Eh sì. Proprio così. Hanno usato le risorse pubbliche per disegnare delle siepi roccocò [che gli si bloccasse in gola a Natale un roccocò!]. Non ci sta una pianta! [Non c’è un albero!] Cosa che se ci capiti [perché ci devi capitare per caso!] sotto il sole là rimani, morto.
Un luogo perduto perché sottratto alla città. E sottraendo sottraendo non resta più niente della città.

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3 Responses to Archètipi: Beniamino Servino

  1. A cerchiata il 14 luglio 2011 alle 21:21

    Il soprintendente è chiaramente un anarchico.

  2. andreadarsi il 14 luglio 2011 alle 23:05

    se a caserta capiti apposta perchè sei un turista bravo e ci vai per andare alla reggiadicaserta, bene: una lunga noia infinita da gita scolastica ma che vuoi te la sei cercata e pace
    Se a caserta capiti per caso, e hai un sacco di tempo libero, la reggiadicaserta ti pare un lungo perimetro che non senti il bisogno di varcare, meglio evitare, passeggiare a caso se non che poi se passeggi molto ci vai a sbattere contro ogni due per tre e – comunque vada – non ti viene nessuna voglia di varcare il muro il cancello cercare l’entrata, l’entrata di che
    se a isernia capiti per caso ed è tardi, cerchi un albergo per dormire prima di riprendere il viaggio la cosa è onesta

  3. véronique vergé il 16 luglio 2011 alle 11:56

    Mi rammento benissimo la gentilezza di Salvatore : in agosto, due anni fa, mi ha fatto visitare la Reggia. Ho un ricordo nitido della geometria classica del giardino, il lungo viale sotto un sole di fuoco che rendeva il percorso ardente. Ti faceva desiderare di più l’acqua delle fontene. Si camminava a passo lento sotto la leggera ombra degli alberi.
    Fontane che erano sculpture della sete, ma anche della bellezza mitologica. C’era quasi silenzio. L’acqua era quasi un sospiro. Piccoli pesci, ombre veloce, facevano il solletico alla superficie. Con un mano bagnata
    la tortura della sete cresceva. Verso il cielo, era l’ultima cascata tra un paesaggio di pietre, molte bianche sotto il cielo, blu. Sulla sinistra si apriva un giardino dove (credo) si alzavano alberi tanti amati: le palme.
    Ma ero troppo stanca e sono rimasta al cancello, con la mia sete di ombre.
    Un luogo si scopre meglio con il corpo vivo, con la sua attesa, con il miraggio della bellezza.



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