Su “Hotel a zero stelle” di Tommaso Pincio

14 luglio 2011
Pubblicato da

di Vanni Santoni

La prima cosa che ti viene da pensare quando ti approcci a Hotel a zero stelle è che sia narrativa di viaggio – dice del resto il sottotitolo: “Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora”. Quando poi lo sfogli e sbirci qualche riga qua e là, valuti che possa essere un saggio: noti infatti che parla di scrittori, e in modo piuttosto analitico, tanto che ogni capitolo è introdotto da un piccolo ritratto dell’autore a cui è dedicato (nell’ordine: Parise, Greene, Kerouac, Fitzgerald, Simenon, Wallace, Dick, Landolfi, Melville, Pasolini, Marquez e Orwell, con Burroughs e Kafka “bonus”). In realtà si tratta di qualcos’altro ancora: Hotel a zero stelle è un romanzo, che parla di un tizio che diventa uno scrittore. E lo diventa scoprendo, studiando, affiancando i grandi: facendoci amicizia.
Il risultato è che leggendo questo libro non solo ti torna alla mente quanto hai voluto bene a tutti quegli autori, ma ti viene anche voglia di abbracciare Tommaso Pincio, offrirgli una birra, di tempestarlo di pacche sulle spalle. Sarà che la mia lista di numi tutelari è parecchio vicina alla sua, sarà che mi sono commosso a scoprire uno scrittore italiano che sa chi sono i Merry Pranksters, che capisce l’importanza della rivoluzione psichedelica (e forse, chissà, la preferisce pure al Maggio francese), che ha letto e ricorda Le meraviglie del possibile; sarà che anch’io da ragazzo non avrei immaginato di finire a scrivere libri, fatto sta che leggendo Hotel a zero stelle mi è parso di aver ritrovato un amico di cui mi ero dimenticato, o un fratello maggiore disperso chissà dove (in Vietnam, presumo).
Non bastano tuttavia le affinità personali per ritrovarsi entusiasti di un romanzo. Il fatto è che in Hotel a zero stelle Pincio fa qualosa di più che parlarti in modo appassionato degli scrittori che ama: li usa per portarti dentro di sé, e la vicenda personale, che inizialmente appare come una semplice cornice, si manifesta poi come la vera spina dorsale del libro, tanto che quando si apre il più drammatico dei molti squarci autobiografici – un lampo d’infanzia – ti emozioni moltissimo, e realizzi altresì che il piccolo Pincio febbricitante è fatto dello stessa materia di uno Winston Smith torturato.
C’è poi l’arte, l’arte abbandonata per la scrittura (e tra tanti scrittori c’è spazio anche per qualche artista: il passo su Boetti, in particolare, fa sperare che un domani compaia sugli scaffali una sorta di seguito, nel quale le “stanze” sono occupate da artisti), l’arte che diventa passatempo, ma anche strumento al servizio della scrittura: se infatti, giunto a fine libro, ti sei ormai rassegnato a pensare che l’inclusione di quei ritratti in testa a ogni capitolo non sia che un vezzo – solo quello di Orwell ha una funzione direttamente legata al testo –, la conclusione viene a spiazzarti, dando loro un significato e una funzione che sono per ogni verso romanzeschi. Chiudi allora Hotel a zero stelle con una bella sensazione, che non ti lascia: hai ritrovato un amico (anzi, una quindicina) e pensi che se, come vi è scritto, la letteratura non è il luogo della felicitá, essa può essere almeno il luogo del conforto.

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2 Responses to Su “Hotel a zero stelle” di Tommaso Pincio

  1. Marilena Renda il 14 luglio 2011 alle 13:10

    Un libro che ci dice che cos’è la letteratura, per alcuni di noi: un luogo per espatriati, per “gente che non sa più stare in casa propria”, e abita le pagine dei propri scrittori preferiti come stanze d’albergo. Zero stelle, ma molte rape, e molti spettri.

  2. véronique vergé il 15 luglio 2011 alle 11:47

    La recensione di Vanni Santoni ha qualcosa di vivace, mostra come la lettura- il vincolo tra scrittore e lettore sia animato di affinità, di amicizzia, perché fondato sul condividere.

    Come lo scrive Marilena lo scrittore o il lettore ha una stanza fatta di fantasmi, di ombre. Una stanza semplice, una stanza d’albergo, una stanza senza rumore, diventa un paesaggio vasto. Mi è accaduto di trascorrere una serata in un albergo, sola, con la piccola musica che hai nella mente: “sei sola. Sei stancha, ma non al punto di dormire. Sei sola, l’hai desiderato- ma ora ti viene un po’ di noia, di tristezza. Niente di personale nella camera. Sei di passaggio”. Qualcosa ti fa sentire claustrofoba, come se le idee erano troppo strette nella mente. Una cosa mi toglieva l’impressione sgradevole: era un libro. Parole di un altro mi facevano compagnia.
    Con un libro non mi sono sentita sola in nessuno luogo.

    Questo libro parla di un’altra forma di libertà, non è quella del lettore,
    ma dello scrittore, anima della libertà, con un potere immenso, è libero di creare un mondo a partire di una strada, di un cipresso, di un porto, di una finestra anche chiusa, di un corpo visto nello specchio.
    La differenza tra il lettore e lo scrittore è il vincolo tra una parola accolta e una parola in capacità di rompere la solitudine. Il lettore ha una posizione più comoda: abita pagine già animate, quando lo scrittore
    inventa un luogo singolare a partire del grado di solitudine- anche se Kerouak non fu mai solo- Ma Kafka, Pasolini, Fitzgerald erano uomini confrontati alla solitudine di una stanza, anche di lusso ( per Fitzgerald), e la bellezza del luogo non aveva importanza, era una bellezza immaginaria. Un punto di partenza.



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