riflessioni a bassa voce sul tradurre

26 luglio 2011
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di Laura Barile

Il bel libretto di Antonio Prete All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione (Bollati Boringhieri, 2011) apre con una verità paradossale di assoluta evidenza: che il traduttore sottrae all’altro, al testo originale, ciò che gli è più proprio. E cioè il tono, il colore, la musica delle sillabe: in una parola, la lingua.

Quella del traduttore è dunque una scommessa straordinaria: restituire in un’altra lingua, che è la propria, la prima voce, che scompare e all’ombra della quale si traduce. Trovare altri suoni, lemmi, metafore, rime e allitterazioni, sì da ricostruire in altri modi l’armonia e dolcezza dell’originale. Perché, come dice Dante nel Convivio, “nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra trasmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia.”

Antonio Prete, noto leopardista e traduttore de Les fleurs du mal, saggista e poeta, non ha scritto un libro di teoria, ma di riflessioni e frammenti sul tema della traduzione e sul compito del traduttore (a Benjamin è consacrato un capitolo di esegesi e note a margine di quel suo famoso testo mistico e geniale). Non sono le teorie della traduzione che questo libro interroga. Ma si interroga invece sulla scommessa della traduzione, sui possibili sensi ulteriori che un testo dispiega, quando venga ri-letto e ri-petuto, e sulle possibilità latenti che talvolta la traduzione sprigiona. E lo fa alla luce delle riflessioni di alcuni grandi pensatori non sistematici: soprattutto i tanti appunti e frammenti di Leopardi e il Libro dell’ospitalità di Edmond Jabès, del quale balza fuori da queste pagine un vivo ricordo parigino.

E’ un libro che parla a bassa voce, in una conversazione densa di implicazioni antropologiche sull’ascolto. Si tratta infatti di rendere familiare lo straniero, senza tuttavia abolire la sua differenza.

W. H. Auden, presentando una traduzione di Cavafis, si chiedeva cos’è che ci incanta di quella poesia, e rispondeva semplicemente (come solo i grandi poeti possono fare): il suo tono. E’ il “tono” di Cavafis che ci incanta nelle sue poesie – e così vorrei dire del tono accattivante, riflessivo, di questi discorsi sul tradurre, fondamentalmente interrogativi e mai normativi.

Non mancano le narrazioni, le storie: come quella di Cervantes e di Sidi Hamete Benengeli, con il ragazzo moro spagnolizzato, il morisco aljamiado che traduce le prime pagine su Dulcinea nell’Alcalà di Toledo … fino alla Avellaneda , la seconda parte apocrifa e la riflessione sul Don Chisciotte che altro non è, a sua volta, che la traduzione fantastica di un libro di cavalleria. O quelle relative alle sparse pagine leopardiane sulla traduzione, momenti lampeggianti di un costante interrogarsi, non abbastanza valutate dai teorici della traduzione. Come, per citare un testo che ha avuto influenza decisiva sulla vita di molti di noi, il Prologo alla traduzione del Manuale di Epittèto, manuale di sopravvivenza che Leopardi volle tradurre per generosità verso i suoi simili, per condividerlo appassionatamente con i suoi lettori presenti e futuri. E ancora, la finzione che presiede alla Storia del genere umano, fino alla finzione del manoscritto aramaico ritrovato del Cantico del gallo silvestre, in una pagina tutta da leggere (ricordiamo che Prete ha intitolato una sua bella e rara rivista al “Gallo silvestre”).

La parte centrale del libro consiste in una serie di brevi capitoli dedicati ognuno a una “figura” del tradurre, secondo una modalità frequentata dall’autore: ricordo una sua lettura baudelairiana centrata su alcune figure come Modernità, Città, Aura etc., di grande suggestione. Queste figure hanno una loro modulazione di sviluppo: a partire dalla Ospitalità della lingua (tradurre, secondo Jabès, ebreo sefardita di Alessandria d’Egitto, è accogliere colui che è in cammino, il nomade mediterraneo). E ancora, la Camera Oscura, espressione leopardiana che presume che il traduttore metta in gioco la propria lingua fino all’estremo, e abbia una totale familiarità con essa per riuscire a trasporre, più che le parole, uno stile. Lo stile dell’originale, riflesso nella “camera oscura” della propria lingua: senza tuttavia abolire la lontananza che gli appartiene. Leopardi, contrario alle traduzioni modernizzanti, trovava che Anacreonte in certe traduzioni secentesche era “un Greco vestito alla parigina, o piuttosto mostruosamente un parigino vestito alla greca”. E qui si potrebbe aprire una discussione sulla modernizzazione dei classici, proposta e realizzata da tempo, e non solo in Italia.

Altra “figura” densa di implicazioni: l’Imitazione, che è il cuore della stessa scrittura. La scrittura è al tempo stesso cancellazione-rinascita della realtà. Mallarmé la definiva “disparition vibratoire”: quelle “vibrazioni” di cui parla Sereni a proposito della poesia, che hanno a che fare con l’emozione di partenza e con la sua eco nel testo scritto. Vibrazioni che devono attraversare e sommuovere anche il testo di arrivo del traduttore. Ma l’Imitazione, a partire dal suo primo grado (la traduzione), apre verso possibilità nuove, di nuovi testi mossi da quel primo, testi “d’après …”, come certi testi di Antonella Anedda, o in altro modo il “cinema di poesia” di Pasolini. E ancora, come tacere la figura della Musica del verso (secondo Valéry : “esitazione prolungata tra suono e senso”)? e ancora, il piacere della ripetizione dato dalla rima, e la fondamentale figura del Ritmo.

Yves Bonnefoy parla di intimità profonda che lega reciprocamente la percezione complessiva dei due poeti in gioco. Resta, secondo Prete, la difficoltà di accordare il verso della propria lingua (vedi per noi l’endecasillabo) a una metrica straniera… Potremmo allora citare l’interessante scelta di Amelia Rosselli di tradurre Emily Dickinson mantenendo per quanto possibile l’omofonia, prescindere dal significato, e soprattutto mantenendo il ritmo anglosassone dei “piedi”: però con un numero di sillabe a piacere, scandite dagli ictus (come nella battuta musicale dove ciò che conta è il tempo), secondo la teoria dello Sprung Rythm di Hopkins. Ma, si dirà, la lingua di Amelia Rosselli non è “solo” l’italiano, come si sa … e tutto si complica, o si semplifica.

Lasciamo al lettore il piacere di sfogliare l’ultima parte, più analitica sulle traduzioni dei maggiori poeti del nostro Novecento. Ma ci piace concludere da un “margine” di Prete a Benjamin: come cioè sia davvero poca cosa, nel processo della traduzione, la fedeltà al senso. E come la tensione inventiva del traduttore si alimenti di “tutto il resto”.

Tutto il resto, è la poesia.

A. Prete, All’ombra dell’altra lingua. Per una poetica della traduzione, Bollati Boringhieri, 2011, pp. 138, 16,00 eu.

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One Response to riflessioni a bassa voce sul tradurre

  1. véronique vergé il 26 luglio 2011 alle 11:04

    All’ombra dell’altra lingua, è un titolo magnifico, ma avevo letto nella mia lettura veloce: all’alba dell’altra lingua. La traduzione è la forma di scrittura la più difficile, perché il traduttore ha un potere magico: dare una forma letteraria nella lingua specchio. Parte da una lettura straniera, direi che parte da una riva straniera, il libro è nato li, in italiano, in francese, in russo… La lingua scorre come un’ombra su una prateria, le parole scivolano nella mente, si sente una musica: è la parte la più facile; essere portato dall’ombra. Poi viene la ricerca della trasposizione non fedele, ma lavorata nel limo della lingua natale. Il traduttore è l’uomo sotto l’ombra che fa venire il racconto in piena luce, visibile nel suo paese.
    Una bella traduzione è un miracolo, ma forse il frutto dei due amori: la lingua straniera e natale. Sovente il traduttore è nell’ombra dello scrittore: è ingiusto.



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