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	Commenti a: Documenti TQ	</title>
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		Di: TQ, niente di nuovo sul fronte occidentale &#171; Scrittori precari		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-156128</link>

		<dc:creator><![CDATA[TQ, niente di nuovo sul fronte occidentale &#171; Scrittori precari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 22:02:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Almeno rispetto a quanto si legge sui Manifesti TQ, pubblicati sul loro blog e poi rilanciati da Nazione Indiana, che segnano, sotto certi punti di vista, un passo indietro: innanzitutto perché nel primo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Almeno rispetto a quanto si legge sui Manifesti TQ, pubblicati sul loro blog e poi rilanciati da Nazione Indiana, che segnano, sotto certi punti di vista, un passo indietro: innanzitutto perché nel primo [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Francesco Terzago		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154740</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesco Terzago]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Aug 2011 10:54:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Valeria Pinto,
non capisco però una cosa del tuo intervento sulla governance (molto &#039;autonoma&#039;) e sul neo-liberismo, aiutami... A tutti noi non piace il neo-liberismo, allo stesso tempo però il dubbio che mi sovviene è il seguente: anche quando nel quadro del neo-liberismo qualcosa di positivo si realizza arriva qualcuno a metterci in guardia: è il neo-liberismo che ne agita i fili, è tutto un inganno! Quasi fosse il contesto, e non la sostanza, a interessarci maggiormente. Che cosa dovremmo allora farcene delle certificazioni? Di realtà come Slow-Food, ad esempio... Rifiutarle - queste certificazioni - per, di riflessione, rifiutare il sistema economico che sta distruggendo l&#039;Occidente (e l&#039;Oriente)? O vederle come il sintomo di un cambiamento, forse un consumatore informato può essere determinante, o anche questo non va bene? Esistono certificazioni di vario tipo, da quelle comunitarie - imposizione di carattere economico nei confronti della realtà identitaria-culturale Paese -  quelle delle aziende, quelle poi proposte da realtà associative, facciamo di tutta l&#039;erba un fascio?

Altro discorso è la cultura della valutazione - che ha il difetto di proporre, più che altro, un canone sociale: se valuti un determinato fenomeno in un modo specifico sei &#039;dentro&#039; al nostro gruppo, altrimenti fuori. Un sistema di caste fatto sui saperi. E non sto fraintendendo le tue parole, sto solo amplificando il tuo discorso - non è forse la cultura della valutazione che richiede per l&#039;accesso a un concorso pubblico un voto di laurea alto ma non delle effettive competenze? (E quando occuperai quel posto non farai forse parte di uno specifico gruppo sociale?) Che privilegia la cultura della nozione (perché misurabile) a discapito di quella della creatività? Non sono questi meccanismi, che già pervadono il mondo dei saperi umanistici, che hanno tramutato la letteratura in un atto di fede, un dogma che viene talvolta rinnovato...

Ma tornando alle certificazioni: non è forse tutto questo il sintomo di un&#039;opinione pubblica che sta mutando, che si sta consapevolizzando, e che obbliga le multinazionali a abbandonare, per questioni di immagine - dunque di vendite, processi produttivi inquinanti, forme di sfruttamento? E non è questa forse una forma di pressione dal basso? Certo tutto questo è possibile quando le persone sono informate e consapevoli...

2.
Leggo questo manifesto, che posso condividere al 100%, poi sento dentro di me qualcosa, qualcosa che mi appesantisce, come se avessi mangiato troppi funghi per pranzo. Allora, forse, comprendo: è il fatto che venga proposto un paradigma &#039;ineludibile&#039;, assolutizzante, religioso, bianco o nero, la lettura del mondo è una soltanto. Si sceglie di tenere conto solo degli aspetti negativi della realtà che ci circonda, quasi come se la nostra missione fosse quella di mettere in risalto solo questi, siamo samurai che erano stati preparati a una guerra combattuta seguendo le vie del budo, e ci ritroviamo a essere testimoni di nazioni affondate con i mezzi del conflitto speculativo-finanziario.
Io ho il timore però di chiamarlo &#039;eluso vatismo&#039; il nostro, di essere tanti piccoli Mishima, che le parole d&#039;ordine cambino ma che il significato che celino sia sempre lo stesso - persone insoddisfatte che vogliono diventare protagoniste di determinati processi decisionali, perché hanno l&#039;impressione di avere la verità in pugno o che semplicemente non &#039;ce la fanno più&#039; (come tutti, vi sono vicino, senza ironia alcuna!), persone che sono arrivate all&#039;esaurimento delle loro energie.

Il problema è questa incertezza, ma un&#039;incertezza che è a ognuno seduta affianco, dal panettiere, al saldatore, al professionista dell&#039;editoria - e noi che cosa proponiamo per il nostro gruppo sociale, omeopatico, rispetto al resto della popolazione, un cambio di passo - ma che ha in contorni di una rivincita generazionale. Qualcosa di giusto anche, ma non di rivoluzionario, del tutto borghese, e già veduto.
Perché invece di rivolgerci sempre al noi, non ci rivolgiamo al loro, perché non ci interroghiamo su quale possa essere - per esempio - un prodotto, a nostro avviso di qualità, che possa allo stesso tempo essere interessante per chi non è &#039;addetto ai lavori&#039;, perché ci limitiamo alla condanna - rileggevo pochi giorni fa l&#039;intervista a Marco Giovenale, un&#039;intervista nella quale il poeta candidamente ammetteva di non leggere più di tanto i giornali, come possiamo pretendere, senza leggere i giornali, o senza guardare il TG1, di capire che cosa ci circonda, di capire le pulsioni, anche più basse di questo nostro Paese - Cristo! Anche il fatto che scrivere su il Giornale diventi tabù per chi voglia far parte di questo salotto mi sembra qualcosa che non tenga conto del fatto che un certo immaginario, con tutti gli strumenti che ci vengono messi a disposizione, dobbiamo eroderlo, dobbiamo rimodellarlo - e invece la sensazione che ho, è che non ci si voglia sporcare le mani, che non si voglia in alcun modo &#039;adattarsi&#039; alle contingenze, che si preferisca non cedere, essere duri e puri fino all&#039;ultimo, fino all&#039;estinzione... E magari essere così, &#039;insignificanti&#039;, se messi difronte al sistema Paese - ma allora, se la nostra scelta è dell&#039;ortodossia (e la rispetto come scelta, sia chiaro), lamentarsi è un esercizio superfluo e di cattivo gusto...
Abbiamo forse davanti due strade, una che parla di oggetti, libri, penne, tastiere, faldoni di bozze: oggetti rassicuranti, a noi consueti, quelli di sempre dall&#039;invenzione della stampa in poi, di &#039;l e t t e r a t u r a&#039; come è sempre stata intesa, con fine poi strettamente moralistico ed educativo, ma della moralità della letteratura e per un&#039;educazione alla letteratura (valori che chi, poi, dovrebbe stabilire? Siamo tornati indietro fino alla Scuola di Francoforte? Vi prego ditemi di no! O siamo, anche peggio, all&#039;élitismo della neoavanguardia) e dall&#039;altra, a mio avviso l&#039;ibridamento, esplorare i territori &#039;anfibi&#039;, come li avrebbe definiti Alfieri - c&#039;è fame di letteratura, magari non della letteratura come la noi intendiamo: questo è il punto attorno a cui dovremmo veramente ragionare, questo forse ci farebbe stare meglio.

Concludo con una divertente citazione, [...] è necessario realizzare una letteratura di tipo nazionale e popolare, [...] Antonio Gramsci.

Voglio dire un&#039;ultima cosa, ho scritto questa noticina perché queste contraddizioni le sento da tutti, sono anche le mie contraddizioni, così volevo condividerle con voi, spero di non essere stato troppo indelicato,
un sincero augurio per questa vostra iniziativa, Francesco.

P.s.: &quot;Etica. L’etica della riforma è improntata a un continuo impegno di trasparenza e di riconoscimento della competenza e del merito.&quot; Parole della Gelmini?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Valeria Pinto,<br />
non capisco però una cosa del tuo intervento sulla governance (molto &#8216;autonoma&#8217;) e sul neo-liberismo, aiutami&#8230; A tutti noi non piace il neo-liberismo, allo stesso tempo però il dubbio che mi sovviene è il seguente: anche quando nel quadro del neo-liberismo qualcosa di positivo si realizza arriva qualcuno a metterci in guardia: è il neo-liberismo che ne agita i fili, è tutto un inganno! Quasi fosse il contesto, e non la sostanza, a interessarci maggiormente. Che cosa dovremmo allora farcene delle certificazioni? Di realtà come Slow-Food, ad esempio&#8230; Rifiutarle &#8211; queste certificazioni &#8211; per, di riflessione, rifiutare il sistema economico che sta distruggendo l&#8217;Occidente (e l&#8217;Oriente)? O vederle come il sintomo di un cambiamento, forse un consumatore informato può essere determinante, o anche questo non va bene? Esistono certificazioni di vario tipo, da quelle comunitarie &#8211; imposizione di carattere economico nei confronti della realtà identitaria-culturale Paese &#8211;  quelle delle aziende, quelle poi proposte da realtà associative, facciamo di tutta l&#8217;erba un fascio?</p>
<p>Altro discorso è la cultura della valutazione &#8211; che ha il difetto di proporre, più che altro, un canone sociale: se valuti un determinato fenomeno in un modo specifico sei &#8216;dentro&#8217; al nostro gruppo, altrimenti fuori. Un sistema di caste fatto sui saperi. E non sto fraintendendo le tue parole, sto solo amplificando il tuo discorso &#8211; non è forse la cultura della valutazione che richiede per l&#8217;accesso a un concorso pubblico un voto di laurea alto ma non delle effettive competenze? (E quando occuperai quel posto non farai forse parte di uno specifico gruppo sociale?) Che privilegia la cultura della nozione (perché misurabile) a discapito di quella della creatività? Non sono questi meccanismi, che già pervadono il mondo dei saperi umanistici, che hanno tramutato la letteratura in un atto di fede, un dogma che viene talvolta rinnovato&#8230;</p>
<p>Ma tornando alle certificazioni: non è forse tutto questo il sintomo di un&#8217;opinione pubblica che sta mutando, che si sta consapevolizzando, e che obbliga le multinazionali a abbandonare, per questioni di immagine &#8211; dunque di vendite, processi produttivi inquinanti, forme di sfruttamento? E non è questa forse una forma di pressione dal basso? Certo tutto questo è possibile quando le persone sono informate e consapevoli&#8230;</p>
<p>2.<br />
Leggo questo manifesto, che posso condividere al 100%, poi sento dentro di me qualcosa, qualcosa che mi appesantisce, come se avessi mangiato troppi funghi per pranzo. Allora, forse, comprendo: è il fatto che venga proposto un paradigma &#8216;ineludibile&#8217;, assolutizzante, religioso, bianco o nero, la lettura del mondo è una soltanto. Si sceglie di tenere conto solo degli aspetti negativi della realtà che ci circonda, quasi come se la nostra missione fosse quella di mettere in risalto solo questi, siamo samurai che erano stati preparati a una guerra combattuta seguendo le vie del budo, e ci ritroviamo a essere testimoni di nazioni affondate con i mezzi del conflitto speculativo-finanziario.<br />
Io ho il timore però di chiamarlo &#8216;eluso vatismo&#8217; il nostro, di essere tanti piccoli Mishima, che le parole d&#8217;ordine cambino ma che il significato che celino sia sempre lo stesso &#8211; persone insoddisfatte che vogliono diventare protagoniste di determinati processi decisionali, perché hanno l&#8217;impressione di avere la verità in pugno o che semplicemente non &#8216;ce la fanno più&#8217; (come tutti, vi sono vicino, senza ironia alcuna!), persone che sono arrivate all&#8217;esaurimento delle loro energie.</p>
<p>Il problema è questa incertezza, ma un&#8217;incertezza che è a ognuno seduta affianco, dal panettiere, al saldatore, al professionista dell&#8217;editoria &#8211; e noi che cosa proponiamo per il nostro gruppo sociale, omeopatico, rispetto al resto della popolazione, un cambio di passo &#8211; ma che ha in contorni di una rivincita generazionale. Qualcosa di giusto anche, ma non di rivoluzionario, del tutto borghese, e già veduto.<br />
Perché invece di rivolgerci sempre al noi, non ci rivolgiamo al loro, perché non ci interroghiamo su quale possa essere &#8211; per esempio &#8211; un prodotto, a nostro avviso di qualità, che possa allo stesso tempo essere interessante per chi non è &#8216;addetto ai lavori&#8217;, perché ci limitiamo alla condanna &#8211; rileggevo pochi giorni fa l&#8217;intervista a Marco Giovenale, un&#8217;intervista nella quale il poeta candidamente ammetteva di non leggere più di tanto i giornali, come possiamo pretendere, senza leggere i giornali, o senza guardare il TG1, di capire che cosa ci circonda, di capire le pulsioni, anche più basse di questo nostro Paese &#8211; Cristo! Anche il fatto che scrivere su il Giornale diventi tabù per chi voglia far parte di questo salotto mi sembra qualcosa che non tenga conto del fatto che un certo immaginario, con tutti gli strumenti che ci vengono messi a disposizione, dobbiamo eroderlo, dobbiamo rimodellarlo &#8211; e invece la sensazione che ho, è che non ci si voglia sporcare le mani, che non si voglia in alcun modo &#8216;adattarsi&#8217; alle contingenze, che si preferisca non cedere, essere duri e puri fino all&#8217;ultimo, fino all&#8217;estinzione&#8230; E magari essere così, &#8216;insignificanti&#8217;, se messi difronte al sistema Paese &#8211; ma allora, se la nostra scelta è dell&#8217;ortodossia (e la rispetto come scelta, sia chiaro), lamentarsi è un esercizio superfluo e di cattivo gusto&#8230;<br />
Abbiamo forse davanti due strade, una che parla di oggetti, libri, penne, tastiere, faldoni di bozze: oggetti rassicuranti, a noi consueti, quelli di sempre dall&#8217;invenzione della stampa in poi, di &#8216;l e t t e r a t u r a&#8217; come è sempre stata intesa, con fine poi strettamente moralistico ed educativo, ma della moralità della letteratura e per un&#8217;educazione alla letteratura (valori che chi, poi, dovrebbe stabilire? Siamo tornati indietro fino alla Scuola di Francoforte? Vi prego ditemi di no! O siamo, anche peggio, all&#8217;élitismo della neoavanguardia) e dall&#8217;altra, a mio avviso l&#8217;ibridamento, esplorare i territori &#8216;anfibi&#8217;, come li avrebbe definiti Alfieri &#8211; c&#8217;è fame di letteratura, magari non della letteratura come la noi intendiamo: questo è il punto attorno a cui dovremmo veramente ragionare, questo forse ci farebbe stare meglio.</p>
<p>Concludo con una divertente citazione, [&#8230;] è necessario realizzare una letteratura di tipo nazionale e popolare, [&#8230;] Antonio Gramsci.</p>
<p>Voglio dire un&#8217;ultima cosa, ho scritto questa noticina perché queste contraddizioni le sento da tutti, sono anche le mie contraddizioni, così volevo condividerle con voi, spero di non essere stato troppo indelicato,<br />
un sincero augurio per questa vostra iniziativa, Francesco.</p>
<p>P.s.: &#8220;Etica. L’etica della riforma è improntata a un continuo impegno di trasparenza e di riconoscimento della competenza e del merito.&#8221; Parole della Gelmini?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Sui commenti &#124; Generazione TQ: documenti e iniziative		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154716</link>

		<dc:creator><![CDATA[Sui commenti &#124; Generazione TQ: documenti e iniziative]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2011 11:14:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...]  Su Nazione Indiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;]  Su Nazione Indiana [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Andrea Garbin		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154672</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Garbin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2011 19:31:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Iniziativa interessante, ma non leggo nulla di nuovo purtroppo. I soliti discorsi che si sentono in giro, certamente da 3-4 anni. Troppo generalista il manifesto e alcuni temi li tratta poco bene o riduttivamente. Siete liberi di farmi cambiare idea.

Il razzismo padano leghista: troppo riduttiva la frase, il problema non è padano, ma è ben più complesso. (Vivo in mezzo ai leghisti 365gg all&#039;anno)

Poi non vedo una motivazione valida per escludere i ventenni. Spiegatemi perchè nel mondo arabo le rivoluzioni le fanno i ventenni mentre da noi non dovrebbero neanche essere presi in considerazione.

Formare un nuovo pubblico? Educare una comunità di lettori forti? Non mi piace nemmeno questa idea.

&quot;TQ svolgerà le proprie attività in luoghi nei quali il dialogo possa avvenire in modo orizzontale, in spazi non elitari né commerciali. La definizione è ampia: può includere una piazza, una scuola, un centro sociale occupato o un festival letterario.&quot; come si fa a dire che un festival letterario non è uno spazio elitario e commerciale?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Iniziativa interessante, ma non leggo nulla di nuovo purtroppo. I soliti discorsi che si sentono in giro, certamente da 3-4 anni. Troppo generalista il manifesto e alcuni temi li tratta poco bene o riduttivamente. Siete liberi di farmi cambiare idea.</p>
<p>Il razzismo padano leghista: troppo riduttiva la frase, il problema non è padano, ma è ben più complesso. (Vivo in mezzo ai leghisti 365gg all&#8217;anno)</p>
<p>Poi non vedo una motivazione valida per escludere i ventenni. Spiegatemi perchè nel mondo arabo le rivoluzioni le fanno i ventenni mentre da noi non dovrebbero neanche essere presi in considerazione.</p>
<p>Formare un nuovo pubblico? Educare una comunità di lettori forti? Non mi piace nemmeno questa idea.</p>
<p>&#8220;TQ svolgerà le proprie attività in luoghi nei quali il dialogo possa avvenire in modo orizzontale, in spazi non elitari né commerciali. La definizione è ampia: può includere una piazza, una scuola, un centro sociale occupato o un festival letterario.&#8221; come si fa a dire che un festival letterario non è uno spazio elitario e commerciale?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: cooksappe		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154615</link>

		<dc:creator><![CDATA[cooksappe]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Aug 2011 17:05:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Alessandro V.: quoto al 100%]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Alessandro V.: quoto al 100%</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Valeria Pinto		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154587</link>

		<dc:creator><![CDATA[Valeria Pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Aug 2011 07:59:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea, anche la mia – di intervenire e cercare di discutere – alla fine è una scommessa. Non posso aderire al manifesto in questa forma, ma, se ne ho capito lo spirito, lo ripeto,  mi ha colpito, e poi so che tra le persone coinvolte ce ne sono di prim’ordine. Il senso del mio intervento – credo che lo si sia inteso – è stato quello di chiedere di più ad un sistema che penso potrebbe dare di più. Mi dispiace anche che si accumulino gli attacchi superficiali, come denuncia l’intervento di ieri di Giuseppe Zucco (e però un po’ di immediatezza in meno anche nella comunicazione forse sarebbe d’aiuto). In ogni caso vediamo che succede a settembre, se si guadagna in chiarezza, vigilanza e trasversalità. Non so se per un seminario pubblico (a formare cittadini mi ci vedo poco) ma ad un allargamento del confronto sono sicuramente interessata: superare, cioè integrare tra loro, gli specifici professionali e generazionali; cercare un incontro con altre esperienze che magari non possono aderire a TQ ma possono convergere su terreni comuni… questa a me pare la via. 

@alanina, è vero, il quadro appare inattaccabile. Quello che abbiamo di fronte – e contro – è un modello straordinariamente intelligente. E noi, come stiamo messi? 

Sono in movimento, continuo a leggere, ma mi è difficile intervenire.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea, anche la mia – di intervenire e cercare di discutere – alla fine è una scommessa. Non posso aderire al manifesto in questa forma, ma, se ne ho capito lo spirito, lo ripeto,  mi ha colpito, e poi so che tra le persone coinvolte ce ne sono di prim’ordine. Il senso del mio intervento – credo che lo si sia inteso – è stato quello di chiedere di più ad un sistema che penso potrebbe dare di più. Mi dispiace anche che si accumulino gli attacchi superficiali, come denuncia l’intervento di ieri di Giuseppe Zucco (e però un po’ di immediatezza in meno anche nella comunicazione forse sarebbe d’aiuto). In ogni caso vediamo che succede a settembre, se si guadagna in chiarezza, vigilanza e trasversalità. Non so se per un seminario pubblico (a formare cittadini mi ci vedo poco) ma ad un allargamento del confronto sono sicuramente interessata: superare, cioè integrare tra loro, gli specifici professionali e generazionali; cercare un incontro con altre esperienze che magari non possono aderire a TQ ma possono convergere su terreni comuni… questa a me pare la via. </p>
<p>@alanina, è vero, il quadro appare inattaccabile. Quello che abbiamo di fronte – e contro – è un modello straordinariamente intelligente. E noi, come stiamo messi? </p>
<p>Sono in movimento, continuo a leggere, ma mi è difficile intervenire.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: alanina		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154530</link>

		<dc:creator><![CDATA[alanina]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 14:24:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io invece, siccome l&#039;analisi di Valeria effettivamente interpreta in modo coerente una serie di fenomeni che conosco bene, come a dire che la trovo piuttosto convincente per la mia esperienza, le chiedo se lei o altri o qualcuno o qulache testo arrivano anche a immaginare possibili sistemi alternativi a un quadro che, raccontato in questo modo, appare inattaccabile.
E che siano, però, adatti alla contemporaneità, desiderabili, concretamente perseguibili.
Escludendo, per esempio, i vari possibili cedimenti strutturali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io invece, siccome l&#8217;analisi di Valeria effettivamente interpreta in modo coerente una serie di fenomeni che conosco bene, come a dire che la trovo piuttosto convincente per la mia esperienza, le chiedo se lei o altri o qualcuno o qulache testo arrivano anche a immaginare possibili sistemi alternativi a un quadro che, raccontato in questo modo, appare inattaccabile.<br />
E che siano, però, adatti alla contemporaneità, desiderabili, concretamente perseguibili.<br />
Escludendo, per esempio, i vari possibili cedimenti strutturali.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154516</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 23:38:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cara Valeria,

metti davvero tanta carne al fuoco, tutta carne interessante, per carità. Per quanto mi riguarda, come già dicevo, le questioni che sollevi sono anche questioni su cui TQ dovrà interrogarsi. Dico dovrà, perché sono le questioni probabilmente più complesse (da mettere a fuoco) e le più spinose (da affrontare praticamente). Non sono quindi cose che si risolvono né con un manifesto né con un giro di commenti. Quindi il tuo accenno al &quot;congedo&quot;, mi sembra in tutti i sensi molto prematuro. Io, come credo altri, sono in TQ a titolo del tutto sperimentale. E&#039; una scommessa da fare. Parte di questa scommessa è data dalla possibilità che molti di noi prendano coscienza della frase che tu citi: &quot;Come dice l’economista Paul Treanor: “Il neoliberismo è una filosofia nella quale l’esistenza e l’operatività di un mercato (…) e di strutture mercatistiche è vista come un valore etico in sé, in grado di agire come guida per tutte le azioni umane e di sostituirsi ad ogni credo etico preesistente”.
Questa frase apparentemente semplice, ha invece una portata, come tu poi mostri in altri passaggio della tua riflessione, enorme e solo in parte noi ne siamo consapevoli, nel concreto svolgersi delle nostri vite individuali e collettive.
Il punto d&#039;avvio sulla riflessione del neoliberismo come ideologia dominante (quindi non solo insieme di politiche economiche e di pratiche economiche, ma anche insieme di valori, modelli narrativi, ecc.) è stato, per me, il libro di Luc Boltanski &quot;Le nouvel esprit du capitalisme&quot;, che trovo un testo ancor oggi fondamentale, per penetrare tutte le valenze del neoliberismo. Il nodo più recente è stata la riflessione sulla crisi finanziara statunitense (https://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/). 

Il problema rimane però &quot;come&quot; parlarne e in quali contesti e con chi parlarne. Io difendo l&#039;idea che intorno al neoliberismo, alla sua natura, alle sue cause, alle sue alternative, alla sua filosofia o visione del mondo, si dovrebbero realizzare dei seminari pubblici, confrontando più prospettive intorno alla questione, e non in un&#039;ottica specialistica, ma di formazione del cittadino. 

Tu che ne pensi di una proposta del genere? Per germinale che sia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Valeria,</p>
<p>metti davvero tanta carne al fuoco, tutta carne interessante, per carità. Per quanto mi riguarda, come già dicevo, le questioni che sollevi sono anche questioni su cui TQ dovrà interrogarsi. Dico dovrà, perché sono le questioni probabilmente più complesse (da mettere a fuoco) e le più spinose (da affrontare praticamente). Non sono quindi cose che si risolvono né con un manifesto né con un giro di commenti. Quindi il tuo accenno al &#8220;congedo&#8221;, mi sembra in tutti i sensi molto prematuro. Io, come credo altri, sono in TQ a titolo del tutto sperimentale. E&#8217; una scommessa da fare. Parte di questa scommessa è data dalla possibilità che molti di noi prendano coscienza della frase che tu citi: &#8220;Come dice l’economista Paul Treanor: “Il neoliberismo è una filosofia nella quale l’esistenza e l’operatività di un mercato (…) e di strutture mercatistiche è vista come un valore etico in sé, in grado di agire come guida per tutte le azioni umane e di sostituirsi ad ogni credo etico preesistente”.<br />
Questa frase apparentemente semplice, ha invece una portata, come tu poi mostri in altri passaggio della tua riflessione, enorme e solo in parte noi ne siamo consapevoli, nel concreto svolgersi delle nostri vite individuali e collettive.<br />
Il punto d&#8217;avvio sulla riflessione del neoliberismo come ideologia dominante (quindi non solo insieme di politiche economiche e di pratiche economiche, ma anche insieme di valori, modelli narrativi, ecc.) è stato, per me, il libro di Luc Boltanski &#8220;Le nouvel esprit du capitalisme&#8221;, che trovo un testo ancor oggi fondamentale, per penetrare tutte le valenze del neoliberismo. Il nodo più recente è stata la riflessione sulla crisi finanziara statunitense (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/</a>). </p>
<p>Il problema rimane però &#8220;come&#8221; parlarne e in quali contesti e con chi parlarne. Io difendo l&#8217;idea che intorno al neoliberismo, alla sua natura, alle sue cause, alle sue alternative, alla sua filosofia o visione del mondo, si dovrebbero realizzare dei seminari pubblici, confrontando più prospettive intorno alla questione, e non in un&#8217;ottica specialistica, ma di formazione del cittadino. </p>
<p>Tu che ne pensi di una proposta del genere? Per germinale che sia&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Valeria Pinto		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154515</link>

		<dc:creator><![CDATA[Valeria Pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 22:01:48 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39667#comment-154515</guid>

					<description><![CDATA[Sottoscrivo quello che scrive ng e sono molto contenta che alcuni condividano quello che ho scritto io. Vorrei tornare sul nesso tra etica della professione e azione politica comune su cui insistevano Giulio, Andrea, e prima in “Vibrisse” Vincenzo Ostuni, per provare di qui a ritornare su un po’ delle cose dette. Perché anch’io penso che bisogna aggregare e che l’aggregazione si fa anzitutto con chi è dentro il mondo lavorativo e (anche) di qui sviluppa la propria coscienza politica; e però penso che questo ambito lavorativo di resistenze settoriali e locali è quello in cui bisogna articolare una prospettiva globale. 

Sul punto ripropongo, in via preliminare, un riferimento all’Appel des appels francese, che ho già citato e secondo me potrebbe avere molto in comune con TQ, o almeno questo è il mio auspicio. Facilmente rintracciabile in rete l’illustrazione che ne fa uno dei promotori, Christian Laval: “Occorre sottolineare la doppia novità [di questo appello]. Da una parte, le persone che si riconoscono in questo movimento sono dei professionisti intellettuali, o più esattamente dei membri di professioni intellettuali o intellettualizzate; da questo punto di vista, non sono sicuro che accetterebbero la qualifica di intellettuali, o di intellettuali “specifici”. Dall’altra parte, precisamente, questi professionisti non intendono negare, bensì superare la “specificità” della loro professione e delle loro pratiche: questa specificità la vivono come una base e un punto di partenza dell’azione, come un possibile punto d’incontro tra i mestieri, ma anche come un limite e ostacolo se ci si continua a rinchiudere in una logica corporativa. Non vogliono abbandonare il terreno preciso del loro mestiere a favore di poste in gioco più generali, più lontane, più nobili; non si tratta solo di salire di generalità, guadagnare in universalità, acquisire più legittimità, secondo uno schema classico nella dinamica dei movimenti sociali. È che la pratica stessa della loro lotta implica un ricongiungimento con tutti quelli che, da parte loro, in un altro servizio, un’altra istituzione, un’altra funzione sociale, fanno esperienza della medesima logica generale, sentono le stesse parole, si confrontano con gli stessi dispositivi di potere”.

In questa logica di una trasversalità degli specifici lavorativi, parlo allora un momento del mio: l’università, che poi non è estraneo anche ad alcuni dei TQ ed è comunque, vedo, un ambito sul quale TQ prevede di intervenire. Osservo di passaggio, perché mi sembra assai simbolico della partita in atto, che praticamente lo stesso giorno in cui il manifesto di TQ saliva alla ribalta con tutte le sue buone intenzioni, la più antica università europea – l’Alma Mater di Bologna – approvava il nuovo statuto, interamente piegato alle nuove logiche del “mercato della conoscenza”.

Ora, negli ultimi tempi l’università è stata sotto i riflettori in modo straordinario; e nonostante le più improbabili corse a salire sui tetti, la riforma Gelmini è passata (perché in effetti non è stata osteggiata da chi avrebbe potuto). Se si pensa però che questa riforma sia il peggio si è fuori strada. Essere contro la riforma è facilissimo, soprattutto a parole. Essere contro il processo di Bologna e la strategia di Lisbona, di cui la riforma Gelmini non è che un momento (come tutte le altre prima di lei), invece è difficilissimo, anche solo a parole. Nella pletora di manifesti e petizioni che si producono a costo zero, non ne trovi uno. Se sei contro il processo di Bologna, cioè per una resistenza concreta alla trasformazione dell’idea di conoscenza richiesta e promossa dal progetto della società globale della conoscenza, nella migliore delle ipotesi sei un nostalgico dell’arroccamento accademico, un conservatore che difende l’indifendibile e l’immoralità dei privilegi di casta (e – qui la questione generazionale si fa sentire davvero – questo te lo viene a dire magari chi è prossimo alla pensione e la sua parte di disastro l’ha fatta ampiamente e non smette). In ogni caso combatti una battaglia persa.

La “modernizzazione” del processo di Bologna significa però, solo per gettare luce su un aspetto particolare, l’idea del lifelong learning e del self-empowerment, ossia di tutte le strategie necessarie a costituire il tipo umano in migliore armonia con la flessibilità del mercato, in grado di raggiungere, come dicono (prendo una descrizione a caso tra le molte disseminate in rete), “una condizione esistenziale cognitiva e affettiva caratterizzata da una serie di capacità, cosiddette di auto-efficacia”, consistenti “nella capacità di sentire gli eventi sotto controllo e interagire con successo rispetto ad essi, concentrandosi sulla soluzione dei problemi piuttosto che sulla loro natura, di percepire le difficoltà come sfide e porsi davanti obiettivi stimolanti da perseguire e coltivare, la progettualità, il potere di scelta, la visione positiva delle cose, ecc.”; dove “diverse sono le fonti su cui occorre lavorare per sviluppare il self-empowerment, nonché i pensieri, le emozioni e i comportamenti che ne derivano”, perché ciò che è in gioco qui non è una prestazione di lavoro ma una interezza di vita consacrata a questa prestazione (non un management del lavoro, ma con Marx, diciamo, un management della “forza lavoro” che si è).

Per stringere ancora il fuoco su un aspetto che forse suona più noto, il processo di Bologna corrisponde al plesso autonomia-valutazione, ossia l’asse principale della nuova architettura dei luoghi della conoscenza: una via lenta ma sicura per  consegnare formazione e “produzione della conoscenza” alle corporate e entrepreneurial universities transazionali (non appena sarà stato abbattuto l’ultimo - più che altro simbolico, e non per dire - baluardo della vecchia università ch’è il valore legale del titolo di studio) e alla non diversa logica privatistica delle agenzie di accreditamento (la strada aperta dalla prescrizione che i corsi di laurea si uniformino alle linee guida della “European Association for Quality Assurance in Higher Education”).

Ora, chi nulla ha detto del carattere europeo o meglio globale del processo e (per ignavia, per timore di non essere capito, per rassegnazione all’evidenza dell’indifendibile nell’università com’è stata gestita fin qui, o più verosimilmente per malafede) nulla ha detto contro i suoi principi cardine, come il lifelong learning, l’autonomia, la cultura della valutazione, ha pagato la via facile dell’attacco alla sola riforma Gelmini con la contraddizione di invocare più merito, più valutazione, più eccellenza, più competenza e più trasparenza, ossia (consapevolmente o inconsapevolmente, e non so quale caso sia più grave) di contrapporsi alla riforma sulla base dei suoi stessi principi, indicando semmai solo vie alternative (più efficaci?) per i medesimi obbiettivi. 
Tutto questo, mi rendo conto, dal di fuori può apparire astratto e ideologico, oltre che noiosissimo, ma per capire un processo tocca andare nell’analisi (che ha il colore del grigio e non del bianco delle nuvole, e neppure i colori brillanti di una superficiale rivendicazione di superficialità). Sicché stringo ancora il fuoco su un punto estremamente concreto. E mi riallaccio anche a quel passo importante del manifesto TQ che esprime l’intento “di contrastare una preoccupante identificazione tra qualità e quantità in ambito culturale, un ricorso esclusivo a misurazioni numeriche, economicistiche, della conoscenza” (col che provo a rispondere a una questione posta su “Vibrisse” da Federica Sgaggio su “che cosa sia la qualità, come si misura”).  
Di nuovo la valutazione (e forse così riesco anche a rispondere a Carmelo). In generale, il suo obbiettivo non è tanto misurare la produttività, la quantità, ma più ambiziosamente appunto “misurare la qualità”, in vista di un suo indefinito miglioramento (MCQ) attraverso la competizione con chi fa meglio (benchmarking). Nella ricerca umanistica e non solo, c’è un passaggio fondamentale che forse può interessare chi più è sensibile alle questioni editoriali, ossia la preliminare classificazione delle riviste e delle case editrici in differenti livelli di qualificazione (la fascia A, l’eccellenza, non può superare una percentuale assai limitata, la B un tot per cento, ecc., al fondo va tutto ciò che letteralmente non vale niente). I “punteggi qualitativi” (qualcuno un giorno dovrà studiare la meravigliosa creatività ossimorica del neoliberismo) sono determinati da vari fattori (presenza nelle banche dati, affidabilità della gestione, diffusione, impatto, ecc.). La classificazione serve ad attribuire apriori un determinato peso ad ogni pubblicazione senza bisogno di leggerla, il che rende sostenibile in fatto di tempo e costi una valutazione di massa e routinaria, attuabile da organismi esterni: i celebri “organi autorevoli, autonomi e indipendenti” che vengono spesso auspicati, senza però dire che ad essi non è per principio richiesta alcuna conoscenza in ordine ai contenuti che valutano (anche perché a valutare sarà verosimilmente un software che lavora su immense quantità di dati, raccolti da ogni luogo e ordinati secondo gli algoritmi dell’information-retrieval). Le agenzie che gestiscono le banche dati assumono qui un ruolo analogo alle agenzie di rating in economia: sono grandi concentrazioni private e impongono i loro criteri “oggettivi” (in grado p.e. di influire mediatamente anche sulla decisione di che cosa merita di essere studiato) avendo come principio guida l’analisi citazionale. Col che il valore di un “prodotto” si identifica senza scampo con la sua diffusione o tasso di uso (che qualcosa sia citato, non importa quanto apprezzato o addirittura letto) e poco importa che queste variabili siano dipendenti da tante altre cose, tra cui facili manipolazioni e promozioni commerciali (pubblicità, massiccia distribuzione, campagne di presentazione, eventi, festival, brand, e così via). Del resto, ciò che va considerato nella valutazione non deve essere il contenuto intellettuale dei singoli prodotti ma “la rilevanza dei prodotti sul mercato intellettuale della ricerca” (così l’Osservatorio sulla Ricerca di Bologna, punta avanzata di questo approccio in Italia). E, per inciso, esistono parametri per stimare persino il valore monetario di una citazione.
In base a questi criteri esteriori e in regime di concorrenza generale, ora, le riviste e le collane si trasformano in spazi dominati da una logica competitiva, avente come unico obbiettivo quello di ottenere il più alto impatto, ossia il migliore posizionamento possibile. A chi fa resistenza, non si risparmiano ironie sulla “editoria artigianale e prelibata” e sugli arroccamenti “sterili sotto il profilo intellettuale e improponibili (guarda un po’!) sotto il profilo etico-politico”. 

Tutto questo, che qui è in corso d’opera e sostanzialmente in ombra, si è svolto e si sta svolgendo insieme in tutta Europa e oltre: con le medesime movenze, il medesimo screditamento degli oppositori, i medesimi appelli alla moralizzazione, con un’uniformità sorprendente. E il richiamo morale a questo punto non sorprende più, perché, e questo deve essere chiaro, “Il neoliberismo non è soltanto dottrina economica: è una filosofia sociale e morale, sotto alcuni aspetti qualitativamente differente dal liberismo”. A questi aspetti di differenza (fino al capovolgimento?) dal liberismo classico e dal suo naturale individualismo si potrebbe aggiungere anche il carattere in fondo totalitario (cinese?) di una dottrina rispetto al cui progetto di indefinito perfezionamento/auto-efficacia non è ammesso dissenso. Come dice l’economista Paul Treanor: “Il neoliberismo è una filosofia nella quale l’esistenza e l’operatività di un mercato (…) e di strutture mercatistiche è vista come un valore etico in sé, in grado di agire come guida per tutte le azioni umane e di sostituirsi ad ogni credo etico preesistente”.

E’ a partire da questa prospettiva che mi ha interessato l’appello di TQ a pensare ed agire insieme. Però non so se l’analisi che ho provato ad abbozzare qui sarà un contributo all’aggregazione, come pure mi sarebbe piaciuto, o piuttosto un congedo. Vedo stasera che sul sito di TQ iniziano a organizzarsi gruppi di lavoro per le “buone pratiche” in questo e quel campo e intanto si rimanda “chi ha ansia di dibattito” a interventi come il mio e altri. Io però non ho ansia di dibattito e trovo anche un errore questo modo di esprimersi. Tra una buona pratica e un benchmark, mi ricordo anche che c’è una cosiddetta crisi (la quale, come si comincia a capire, è invece la nuova stabilità dei nostri tempi, ad alcuni assai favorevole); un discorso politico sulla globalizzazione rimasto congelato l’11 settembre con tutti noi impigliati dentro; e una necessità senza scampo di essere all’altezza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sottoscrivo quello che scrive ng e sono molto contenta che alcuni condividano quello che ho scritto io. Vorrei tornare sul nesso tra etica della professione e azione politica comune su cui insistevano Giulio, Andrea, e prima in “Vibrisse” Vincenzo Ostuni, per provare di qui a ritornare su un po’ delle cose dette. Perché anch’io penso che bisogna aggregare e che l’aggregazione si fa anzitutto con chi è dentro il mondo lavorativo e (anche) di qui sviluppa la propria coscienza politica; e però penso che questo ambito lavorativo di resistenze settoriali e locali è quello in cui bisogna articolare una prospettiva globale. </p>
<p>Sul punto ripropongo, in via preliminare, un riferimento all’Appel des appels francese, che ho già citato e secondo me potrebbe avere molto in comune con TQ, o almeno questo è il mio auspicio. Facilmente rintracciabile in rete l’illustrazione che ne fa uno dei promotori, Christian Laval: “Occorre sottolineare la doppia novità [di questo appello]. Da una parte, le persone che si riconoscono in questo movimento sono dei professionisti intellettuali, o più esattamente dei membri di professioni intellettuali o intellettualizzate; da questo punto di vista, non sono sicuro che accetterebbero la qualifica di intellettuali, o di intellettuali “specifici”. Dall’altra parte, precisamente, questi professionisti non intendono negare, bensì superare la “specificità” della loro professione e delle loro pratiche: questa specificità la vivono come una base e un punto di partenza dell’azione, come un possibile punto d’incontro tra i mestieri, ma anche come un limite e ostacolo se ci si continua a rinchiudere in una logica corporativa. Non vogliono abbandonare il terreno preciso del loro mestiere a favore di poste in gioco più generali, più lontane, più nobili; non si tratta solo di salire di generalità, guadagnare in universalità, acquisire più legittimità, secondo uno schema classico nella dinamica dei movimenti sociali. È che la pratica stessa della loro lotta implica un ricongiungimento con tutti quelli che, da parte loro, in un altro servizio, un’altra istituzione, un’altra funzione sociale, fanno esperienza della medesima logica generale, sentono le stesse parole, si confrontano con gli stessi dispositivi di potere”.</p>
<p>In questa logica di una trasversalità degli specifici lavorativi, parlo allora un momento del mio: l’università, che poi non è estraneo anche ad alcuni dei TQ ed è comunque, vedo, un ambito sul quale TQ prevede di intervenire. Osservo di passaggio, perché mi sembra assai simbolico della partita in atto, che praticamente lo stesso giorno in cui il manifesto di TQ saliva alla ribalta con tutte le sue buone intenzioni, la più antica università europea – l’Alma Mater di Bologna – approvava il nuovo statuto, interamente piegato alle nuove logiche del “mercato della conoscenza”.</p>
<p>Ora, negli ultimi tempi l’università è stata sotto i riflettori in modo straordinario; e nonostante le più improbabili corse a salire sui tetti, la riforma Gelmini è passata (perché in effetti non è stata osteggiata da chi avrebbe potuto). Se si pensa però che questa riforma sia il peggio si è fuori strada. Essere contro la riforma è facilissimo, soprattutto a parole. Essere contro il processo di Bologna e la strategia di Lisbona, di cui la riforma Gelmini non è che un momento (come tutte le altre prima di lei), invece è difficilissimo, anche solo a parole. Nella pletora di manifesti e petizioni che si producono a costo zero, non ne trovi uno. Se sei contro il processo di Bologna, cioè per una resistenza concreta alla trasformazione dell’idea di conoscenza richiesta e promossa dal progetto della società globale della conoscenza, nella migliore delle ipotesi sei un nostalgico dell’arroccamento accademico, un conservatore che difende l’indifendibile e l’immoralità dei privilegi di casta (e – qui la questione generazionale si fa sentire davvero – questo te lo viene a dire magari chi è prossimo alla pensione e la sua parte di disastro l’ha fatta ampiamente e non smette). In ogni caso combatti una battaglia persa.</p>
<p>La “modernizzazione” del processo di Bologna significa però, solo per gettare luce su un aspetto particolare, l’idea del lifelong learning e del self-empowerment, ossia di tutte le strategie necessarie a costituire il tipo umano in migliore armonia con la flessibilità del mercato, in grado di raggiungere, come dicono (prendo una descrizione a caso tra le molte disseminate in rete), “una condizione esistenziale cognitiva e affettiva caratterizzata da una serie di capacità, cosiddette di auto-efficacia”, consistenti “nella capacità di sentire gli eventi sotto controllo e interagire con successo rispetto ad essi, concentrandosi sulla soluzione dei problemi piuttosto che sulla loro natura, di percepire le difficoltà come sfide e porsi davanti obiettivi stimolanti da perseguire e coltivare, la progettualità, il potere di scelta, la visione positiva delle cose, ecc.”; dove “diverse sono le fonti su cui occorre lavorare per sviluppare il self-empowerment, nonché i pensieri, le emozioni e i comportamenti che ne derivano”, perché ciò che è in gioco qui non è una prestazione di lavoro ma una interezza di vita consacrata a questa prestazione (non un management del lavoro, ma con Marx, diciamo, un management della “forza lavoro” che si è).</p>
<p>Per stringere ancora il fuoco su un aspetto che forse suona più noto, il processo di Bologna corrisponde al plesso autonomia-valutazione, ossia l’asse principale della nuova architettura dei luoghi della conoscenza: una via lenta ma sicura per  consegnare formazione e “produzione della conoscenza” alle corporate e entrepreneurial universities transazionali (non appena sarà stato abbattuto l’ultimo &#8211; più che altro simbolico, e non per dire &#8211; baluardo della vecchia università ch’è il valore legale del titolo di studio) e alla non diversa logica privatistica delle agenzie di accreditamento (la strada aperta dalla prescrizione che i corsi di laurea si uniformino alle linee guida della “European Association for Quality Assurance in Higher Education”).</p>
<p>Ora, chi nulla ha detto del carattere europeo o meglio globale del processo e (per ignavia, per timore di non essere capito, per rassegnazione all’evidenza dell’indifendibile nell’università com’è stata gestita fin qui, o più verosimilmente per malafede) nulla ha detto contro i suoi principi cardine, come il lifelong learning, l’autonomia, la cultura della valutazione, ha pagato la via facile dell’attacco alla sola riforma Gelmini con la contraddizione di invocare più merito, più valutazione, più eccellenza, più competenza e più trasparenza, ossia (consapevolmente o inconsapevolmente, e non so quale caso sia più grave) di contrapporsi alla riforma sulla base dei suoi stessi principi, indicando semmai solo vie alternative (più efficaci?) per i medesimi obbiettivi.<br />
Tutto questo, mi rendo conto, dal di fuori può apparire astratto e ideologico, oltre che noiosissimo, ma per capire un processo tocca andare nell’analisi (che ha il colore del grigio e non del bianco delle nuvole, e neppure i colori brillanti di una superficiale rivendicazione di superficialità). Sicché stringo ancora il fuoco su un punto estremamente concreto. E mi riallaccio anche a quel passo importante del manifesto TQ che esprime l’intento “di contrastare una preoccupante identificazione tra qualità e quantità in ambito culturale, un ricorso esclusivo a misurazioni numeriche, economicistiche, della conoscenza” (col che provo a rispondere a una questione posta su “Vibrisse” da Federica Sgaggio su “che cosa sia la qualità, come si misura”).<br />
Di nuovo la valutazione (e forse così riesco anche a rispondere a Carmelo). In generale, il suo obbiettivo non è tanto misurare la produttività, la quantità, ma più ambiziosamente appunto “misurare la qualità”, in vista di un suo indefinito miglioramento (MCQ) attraverso la competizione con chi fa meglio (benchmarking). Nella ricerca umanistica e non solo, c’è un passaggio fondamentale che forse può interessare chi più è sensibile alle questioni editoriali, ossia la preliminare classificazione delle riviste e delle case editrici in differenti livelli di qualificazione (la fascia A, l’eccellenza, non può superare una percentuale assai limitata, la B un tot per cento, ecc., al fondo va tutto ciò che letteralmente non vale niente). I “punteggi qualitativi” (qualcuno un giorno dovrà studiare la meravigliosa creatività ossimorica del neoliberismo) sono determinati da vari fattori (presenza nelle banche dati, affidabilità della gestione, diffusione, impatto, ecc.). La classificazione serve ad attribuire apriori un determinato peso ad ogni pubblicazione senza bisogno di leggerla, il che rende sostenibile in fatto di tempo e costi una valutazione di massa e routinaria, attuabile da organismi esterni: i celebri “organi autorevoli, autonomi e indipendenti” che vengono spesso auspicati, senza però dire che ad essi non è per principio richiesta alcuna conoscenza in ordine ai contenuti che valutano (anche perché a valutare sarà verosimilmente un software che lavora su immense quantità di dati, raccolti da ogni luogo e ordinati secondo gli algoritmi dell’information-retrieval). Le agenzie che gestiscono le banche dati assumono qui un ruolo analogo alle agenzie di rating in economia: sono grandi concentrazioni private e impongono i loro criteri “oggettivi” (in grado p.e. di influire mediatamente anche sulla decisione di che cosa merita di essere studiato) avendo come principio guida l’analisi citazionale. Col che il valore di un “prodotto” si identifica senza scampo con la sua diffusione o tasso di uso (che qualcosa sia citato, non importa quanto apprezzato o addirittura letto) e poco importa che queste variabili siano dipendenti da tante altre cose, tra cui facili manipolazioni e promozioni commerciali (pubblicità, massiccia distribuzione, campagne di presentazione, eventi, festival, brand, e così via). Del resto, ciò che va considerato nella valutazione non deve essere il contenuto intellettuale dei singoli prodotti ma “la rilevanza dei prodotti sul mercato intellettuale della ricerca” (così l’Osservatorio sulla Ricerca di Bologna, punta avanzata di questo approccio in Italia). E, per inciso, esistono parametri per stimare persino il valore monetario di una citazione.<br />
In base a questi criteri esteriori e in regime di concorrenza generale, ora, le riviste e le collane si trasformano in spazi dominati da una logica competitiva, avente come unico obbiettivo quello di ottenere il più alto impatto, ossia il migliore posizionamento possibile. A chi fa resistenza, non si risparmiano ironie sulla “editoria artigianale e prelibata” e sugli arroccamenti “sterili sotto il profilo intellettuale e improponibili (guarda un po’!) sotto il profilo etico-politico”. </p>
<p>Tutto questo, che qui è in corso d’opera e sostanzialmente in ombra, si è svolto e si sta svolgendo insieme in tutta Europa e oltre: con le medesime movenze, il medesimo screditamento degli oppositori, i medesimi appelli alla moralizzazione, con un’uniformità sorprendente. E il richiamo morale a questo punto non sorprende più, perché, e questo deve essere chiaro, “Il neoliberismo non è soltanto dottrina economica: è una filosofia sociale e morale, sotto alcuni aspetti qualitativamente differente dal liberismo”. A questi aspetti di differenza (fino al capovolgimento?) dal liberismo classico e dal suo naturale individualismo si potrebbe aggiungere anche il carattere in fondo totalitario (cinese?) di una dottrina rispetto al cui progetto di indefinito perfezionamento/auto-efficacia non è ammesso dissenso. Come dice l’economista Paul Treanor: “Il neoliberismo è una filosofia nella quale l’esistenza e l’operatività di un mercato (…) e di strutture mercatistiche è vista come un valore etico in sé, in grado di agire come guida per tutte le azioni umane e di sostituirsi ad ogni credo etico preesistente”.</p>
<p>E’ a partire da questa prospettiva che mi ha interessato l’appello di TQ a pensare ed agire insieme. Però non so se l’analisi che ho provato ad abbozzare qui sarà un contributo all’aggregazione, come pure mi sarebbe piaciuto, o piuttosto un congedo. Vedo stasera che sul sito di TQ iniziano a organizzarsi gruppi di lavoro per le “buone pratiche” in questo e quel campo e intanto si rimanda “chi ha ansia di dibattito” a interventi come il mio e altri. Io però non ho ansia di dibattito e trovo anche un errore questo modo di esprimersi. Tra una buona pratica e un benchmark, mi ricordo anche che c’è una cosiddetta crisi (la quale, come si comincia a capire, è invece la nuova stabilità dei nostri tempi, ad alcuni assai favorevole); un discorso politico sulla globalizzazione rimasto congelato l’11 settembre con tutti noi impigliati dentro; e una necessità senza scampo di essere all’altezza.</p>
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		<title>
		Di: Alessandro Greco		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/#comment-154514</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Greco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2011 17:49:06 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39667#comment-154514</guid>

					<description><![CDATA[Se qualcuno conosce l&#039;onomatopea della stima è pregato di suggerirmela affinché io possa manifestarla a Valeria Pinto. 
Immensa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se qualcuno conosce l&#8217;onomatopea della stima è pregato di suggerirmela affinché io possa manifestarla a Valeria Pinto.<br />
Immensa.</p>
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