Iliade, Libro I (vv. 1-303)

1 agosto 2011
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[Si pubblica il primo libro dell’Iliade nella versione Ventre. Su questa traduzione, che ritengo molto importante, si veda qui e qui. DP]

traduzione di Daniele Ventre

L’ira tu celebra, dea, del figlio di Pèleo, Achille,
devastatrice che inflisse agli Achei dolori infiniti,
ed anzitempo nell’Ade molte anime forti d’eroi
inabissò, delle spoglie imbandì razzia per i cani
e per gli uccelli banchetto, consiglio di Zeus si compiva,
sin dal principio, da quando si fecero ostili, a contesa
vennero, il re di guerrieri Atride e lo splendido Achille.
Ma fra gli dèi chi li aveva forzati a contendere in lizza?
Il figlio di Leto e Zeus: in collera con il sovrano,
sparse nel campo la peste maligna, e perivan le armate,
già, poiché a Crise mancò di rendere onore, l’Atride,
a un sacerdote; era giunto fra le agili navi d’Achei,
per liberare sua figlia, recando un immenso riscatto,
strette fra mano le bende d’Apollo infallibile arciere,
sopra lo scettro dorato, e pregava tutti gli Achei,
ma più di tutti gli Atridi, i due condottieri d’armate:
«O voi Atridi, e voi altri, Achei dai ben fatti schinieri,
possano darvi gli dèi, che hanno dimora in Olimpo,
di rovesciare la rocca di Priamo e ben giungere in patria;
ma liberate la mia figliola, accettate il riscatto,
figlio di Zeus venerate Apollo infallibile arciere!»
Ecco che gli altri, gli Achei, allora acclamarono tutti:
che il sacerdote onorassero e avessero ricco riscatto;
né tuttavia lo gradiva, l’Atride Agamennone, in cuore,
ma lo scacciò con asprezza, gli impose crudele comando:
«Vecchio, non io più ti colga vicino alle concave navi,
non a indugiarvi tuttora e non a tornarvi in futuro,
non ti varrebbero a nulla, lo scettro e la benda del dio;
io non la libererò; prima in Argo, via dalla patria,
dentro la nostra dimora, vecchiaia sarà su di lei,
che starà china al telaio e a parte verrà del mio letto:
va’ ora, non irritarmi, che salvo tu possa tornare!»
Sì, così disse: tremò, l’antico: obbedì a quel comando;
tacito andò lungo il lido del mare dal vasto fragore;
poi quell’anziano, venuto in disparte, supplicò a lungo
il sire Apollo, che nacque da Leto la bella di chiome:
«Odimi, o Arco-d’argento, che Crisa circondi a difesa,
Cilla la chiara di dèi, e Tènedo reggi con forza,
Smínteo, se io per te mai ho innalzato un tempio grazioso,
o se già io per te mai ho bruciato cosci opulenti
e di giovenchi e di capre, tu compi per me questo voto:
che le mie lacrime i Danai le scontino per le tue frecce!»
Disse così, nel pregarlo, e l’udiva, Apollo il Radioso:
giù dalle cime d’Olimpo calò, con il cuore adirato,
l’arco portandosi dietro le spalle, e la chiusa faretra;
rumoreggiarono i dardi, in spalla a quel nume adirato,
quando si mise in cammino: egli venne simile a notte.
Poi dalle navi si pose in disparte e trasse una freccia;
e risuonò spaventoso, il ronzio dell’arco d’argento;
prima diresse l’assalto sui muli e sui cani veloci,
poi sugli stessi guerrieri mirò con il dardo affilato,
quindi colpì: sempre, fitti, bruciavano i roghi dei morti.
Per nove giorni sul campo volarono i dardi del dio,
e in adunanza chiamò le armate nel decimo, Achille:
ché i suoi pensieri ispirò la dea Era bianca di braccia:
s’impietosiva dei Danai, poiché li vedeva morire.
Dopo che furono infine riuniti ed insieme raccolti,
sorto fra loro, esordì Achille dai rapidi piedi:
«Noi, ricacciati lontano, Atride, oramai, ben lo credo,
ci volgeremo al ritorno, se pure sfuggiamo alla morte,
già, ché la guerra e la peste uccidono insieme gli Achei;
ma a un indovino, suvvia, domandiamo, o ad un sacerdote,
o ad un esperto di sogni (anche il sogno viene da Zeus),
che svelerà perché tanto è adirato, Apollo il Radioso,
s’egli d’un voto ci fa rimprovero, d’un’ecatombe,
se del vapore d’agnelli, o magari d’ottime capre,
s’appagherà, se da noi vorrà allontanare la piaga».
Quindi, com’ebbe parlato, sedé; si levò fra di loro,
figlio di Tèstore, sommo fra gli auguri tutti, Calcante,
che conosceva vicende presenti e future e passate
e sulle navi segnò la via degli Achei fino ad Ilio,
con l’arte sua d’indovino, che a lui diede Apollo, il Radioso;
egli fra loro parlò, con saggio proposito, e disse:
«Ordini, Achille, tu amato da Zeus, ch’io m’attenti a spiegare
l’ira d’Apollo signore, dell’inesorabile arciere;
io parlerò, certamente: però tu comprendi e a me giura
che m’offrirai di buon grado difesa col braccio e la voce;
temo altrimenti s’adiri un uomo che grande potere
ha sopra tutti gli Argivi, e a cui obbediscono Achei;
e ben è un re più potente, se col popolano s’adira;
anche se infatti, quel giorno, dovrà digerire il suo cruccio,
persisterà, tuttavia, nel covare in petto rancore,
fino a che l’abbia appagato: tu di’ se mi proteggerai».
Ed in risposta gli disse Achille dai rapidi piedi:
«Abbi coraggio e rivela qualunque responso tu sappia;
no, per Apollo l’amato da Zeus, per quel dio che, Calcante,
chiami in preghiera e così ne sveli i responsi fra i Danai,
non vi sarà, fino a quando vivrò, finché in terra avrò luce,
uomo fra i Danai, fra tutti, che levi a te gravi le mani,
presso le concave navi, se pur tu Agamennone intenda,
che fra gli Achei di gran lunga ora vanta d’essere il primo!»
Dunque si fece coraggio, parlò, l’impeccabile vate:
«No, non di voto ci fa rimprovero, non d’ecatombe,
ma per colui che Agamennone ha leso, per quel sacerdote,
cui non ha reso la figlia, e da cui non volle riscatto,
doglie ci diede e più ancora darà, l’infallibile arciere;
e non allontanerà dai Danai l’ignobile piaga,
prima che al padre sia resa la giovane d’occhi vivaci,
senza riscatto né prezzo, se a Crisa una sacra ecatombe
non sia inviata: sì, allora, potremmo placarlo e piegarlo».
Quindi, com’ebbe parlato, sedé; si levò fra di loro,
grande e potente sovrano, l’Atride, Agamennone eroe,
pieno d’angoscia: d’intorno la collera, greve, gonfiava
neri i precordi, i suoi occhi parevano vampa di fuoco;
verso Calcante da prima girò gli occhi biechi, poi disse:
«Divinatore di mali, a me mai fortuna annunciasti;
mali da sempre è gradito all’animo tuo divinare,
mai pronunciasti parola giovevole, né la compiesti!
Ora, per giunta, fra i Danai, svelando responsi, tu affermi
che sofferenze per loro creò l’infallibile arciere,
solo perché io non volli accettare il ricco riscatto
della fanciulla Criseide, ché molto desidero averla
nella mia casa: alla sposa legittima, sì, a Clitemnestra,
la preferisco senz’altro, poiché non a lei è inferiore,
non di figura o di membra, non d’opere, non di pensieri.
A darla indietro acconsento, però, se davvero è più saggio;
voglio ben io che sia salva, l’armata, e non già che perisca;
ma preparatemi subito un premio, affinché non io solo
senza più premio mi stia fra gli Argivi, ché non conviene:
su, stabilite voi tutti che premio in compenso mi tocchi».
Gli rispondeva così lo splendido Achille veloce:
«Ah, più di tutti glorioso, di tutti il più avido, Atride,
come te lo doneranno un premio, i magnanimi Achei?
Nulla di ricchi tesori giacenti in comune sappiamo;
quelli razziati alle rocche distrutte oramai son divisi
e non conviene alle armate riunirli, a rifare le parti.
Questa fanciulla ora al dio tu cedila: un giorno gli Achei
ti pagheranno del triplo, del quadruplo, solo che Zeus
dia che s’abbatta la rocca di Troia ben salda di mura».
Ed in risposta il potente sovrano Agamennone disse:
«No, non così, tu che pur sèi valido, Achille divino,
m’eluderai, ché non me froderai, non me piegherai.
O per serbare il tuo dono, vorresti però che senz’altro
io sia privato di lei, e m’ordini di consegnarla?
Solo se a me doneranno un premio i magnanimi Achei,
l’animo mio secondando, perché ne sia degno riparo.
Se nulla più mi daranno, io da te verrò di persona,
ad involarlo, o da Aiace, o forse da Odísseo, quel premio,
l’involerò e prenderò: s’incollerirà, chi io raggiunga!
Pure, di queste incombenze avremo pensiero in futuro,
ora nel nitido mare una nera nave traiamo,
i rematori opportuni riuniamovi, poi l’ecatombe
caricheremo ed a bordo Criseide la bella di guance
imbarcheremo: un eroe del consiglio andrà per guidarla,
sia pure Aiace o Idomèneo, lo splendido Odísseo, o magari,
figlio di Pèleo, tu stesso, fra tutti gli eroi il più tremendo,
sì che propizi per noi sacrifici e plachi l’arciere».
Lo guardò bieco e gli disse, Achille dai rapidi piedi:
«Ah, d’impudenza t’ammanti, ché solo il guadagno hai nel cuore!
Come l’acheo di buon grado alla tua parola obbedisce,
nell’avanzare alla marcia, nel battere in forza i nemici?
Né sono giunto, non io, per Troiani pronti di lancia,
a battagliare fin qui, poiché non con me sono in colpa;
non mi razziarono mai, fino ad oggi, mandrie o cavalli,
né mai a Ftia la feconda di zolle, alla madre d’eroi,
hanno disfatto il raccolto, ché sono fra noi molti e molti
monti ammantati dall’ombre, e c’è il mare fervido d’echi;
sommo impudente, con te venimmo, a che tu ne gioissi,
di Menelao difendiamo l’onore, ed il tuo, cane infame,
presso i Troiani: ma a ciò tu non guardi, né ti dài pena;
anzi, tu stesso mi fai minaccia di togliermi il premio
che con gran pena acquistai, che m’han dato i figli d’Achei.
Io non ottengo mai premio a te pari, quando gli Achei
han catturata ai Troiani una ben tenuta fortezza;
queste mie braccia, però, dell’aspro tumulto di guerra
reggono il peso maggiore; ma quando si viene a spartire,
premio va a te ben più ricco, ed io uno piccolo e caro
reco, tornando alle navi, sofferte fatiche di guerra.
Ora ritornerò a Ftia, poiché più onorevole è certo
volgersi verso la patria su navi ricurve: io non credo
che rimarrò, senza onore, qui, a porgerti lusso e ricchezza!»
Ed Agamennone, il re di guerrieri, gli rispondeva:
«Fuggi, piuttosto, se caldo ne hai l’animo, certo non io
t’implorerò di restare, per me, con me sono pur altri,
quelli che m’onoreranno, e su tutti Zeus il sapiente.
Tu sèi per me il più aborrito, fra i principi alunni di Zeus;
sempre ti furono care e contesa e guerre e battaglie;
se così forte tu sèi, questo dono un dio te lo diede;
con le tue navi e coi tuoi compagni alla patria ritorna,
sopra i Mirmídoni regna, io no, non di te mi do pena,
né la tua collera temo; e di questo poi ti minaccio:
se mi depriva così di Criseide, Apollo il Radioso,
con la mia nave e coi miei compagni io farò ricondurre
lei, ma per me prenderò Briseide la bella di guance,
il premio tuo, io alla tenda verrò, perché tu sappia bene
quanto abbia rango più alto di te, che aborrisca pur altri
di contrastarmi da pari, di farmisi eguale in cospetto!»
Disse così; n’ebbe angoscia, il figlio di Pèleo, e il suo cuore,
dentro il suo petto villoso, fra duplice impulso fu in dubbio,
se, tratta fuori da presso al fianco la lama affilata,
gli altri facesse scostare, spogliasse di vita l’Atride,
o racquietasse la collera e all’animo desse contegno.
Mentre agitava nel cuore, nell’animo, questi pensieri,
e la gran spada estraeva dal fodero, allora, ecco, Atena
venne dal cielo: la inviò la dea Era bianca di braccia,
per ambedue nel contempo sollecita d’animo e amica;
dietro gli fu, per i biondi capelli trattenne il Pelide,
e solo a lui si mostrò: degli altri, nessuno la scorse.
N’ebbe stupore e si volse Achille e all’istante conobbe
Pallade Atena: tremendi all’eroe brillarono gli occhi;
dunque spiegò la sua voce e le disse alate parole:
«Figlia di Zeus che dell’egida è cinto, a che pro sèi discesa?
Forse a vedere a che segno oltraggia Agamennone Atride?
Questo però io ti dico e si compirà, ben lo credo:
per i suoi atti superbi fra poco avrà persa la vita!»
Disse di contro, però, la dea Atena, Occhi-di-strige:
«A racquietare il tuo sdegno, se solo volessi obbedirmi,
venni dal cielo: m’inviò la dea Era bianca di braccia,
per ambedue nel contempo sollecita d’animo e amica;
modera, via, la contesa, non stringere in pugno la spada;
ma con parole soltanto ingiuria, annunciando il futuro;
sì, poiché questo ti dico e sarà già evento compiuto:
triplo indenizzo daranno a te un giorno, doni stupendi,
a riparare l’oltraggio: ma frénati, a noi obbedisci!»
Ed in risposta le disse Achille dai rapidi piedi:
«Certo, la vostra parola, o dea, è opportuno la osservi
anche chi ha collera grande nell’animo: questo è più saggio:
l’uomo che a loro obbedisce, l’ascoltano spesso, gli dèi».
Disse e sull’elsa d’argento trattenne la grave sua mano
e la gran spada respinse nel fodero, né fu restio
alla parola d’Atena; ma ella era ascesa all’Olimpo,
fra gli altri numi, alle case di Zeus che dell’egida è cinto.
Ma nuovamente il Pelide, allora, con aspre parole
verso l’Atride si volse, né più moderò la sua ira:
«Ebbro, che gli occhi soltanto hai del cane e il cuore del cervo,
mai rivestire corazza in guerra, affiancando l’armata,
mai collocarti in agguato coi primi campioni d’Achei
soffri nell’animo: questo a te sembra artiglio di Chera!
Ben è più agevole, certo, nel campo spazioso d’Achei,
togliere i doni a colui che contro ti debba parlare;
re che il tuo popolo sbrani, su gente da nulla tu regni;
o certo, Atride, oggi avresti offeso per l’ultima volta!
Questo ti dico però, farò giuramento solenne;
sì, per lo scettro che impugno e mai più né fronde né rami
germoglierà, ché in principio ha lasciato il ceppo sui monti,
e non darà mai più fiori, ché il bronzo d’intorno gli ha tolto
e la corteccia e le foglie; così, ora, i figli d’Achei
l’hanno fra mano, i ministri del giusto, essi, i quali le leggi
serbano in nome di Zeus; è mio giuramento solenne:
ritornerà desiderio d’Achille nei figli d’Achei,
in tutti quanti; ma allora a salvarli, pur nell’angoscia,
tu non varrai, quando molti, per Ettore sterminatore,
s’abbatteranno e morranno: nell’animo ti roderai,
ti cruccerai, perché il primo eroe fra gli Achei hai spregiato!»
Sì, così disse, il Pelide, e scagliò giù in terra lo scettro
tutto intarsiato di borchie dorate, ed infine s’assise;
gli era di fronte l’Atride, in collera; ma fra di loro
Nestore sorse, eloquente, arguto oratore dei Pili,
dalla cui lingua la voce fluiva più dolce del miele;
già, vivo lui, due semenze degli uomini nati a morire
caddero, quanti al suo fianco già nacquero e crebbero prima,
in Pilo amata dai numi, e ormai sulla terza regnava;
egli fra loro parlò, con saggio proposito, e disse:
«Ahi, grande lutto davvero raggiunge la terra d’Acaia;
Priamo e i figli di Priamo avranno di che rallegrarsi,
e proveranno gran gioia nell’animo, gli altri, i Troiani,
quando di voi si sapesse ogni cosa, che contendete,
voi, ch’eccellete in consiglio, eccellete i Danai in battaglia!
Dunque, obbedite: di me più giovani siete ambedue,
ed in passato già, io, fui compagno d’altri guerrieri,
anche migliori di voi, né mi disprezzarono mai.
No, fino ad oggi non vidi né più rivedrò degli eroi
quali Pirítoo e non meno Driante, il pastore d’armate,
Cèneo, ed Essàdio con lui e, pari agli dèi, Polifemo,
ed anche Tèseo, l’Egide, immagine degli immortali;
crebbero come i più forti, fra gli uomini sopra la terra;
erano certo i più forti, lottavano contro i più forti,
contro i centauri dei monti, ne fecero strage tremenda.
Di quegli eroi fui anch’io compagno, ero giunto da Pilo,
terra remota, lontano; già, essi m’avevan chiamato;
come potei, mi battei anch’io; no, con loro nessuno
si batterebbe, fra quanti mortali oggi vivono in terra;
pure, accettavano un mio consiglio, obbedivano a un cenno;
dunque obbedite anche voi, poiché l’obbedirmi è più saggio;
non toglierai, tu che pur sèi valido, a lui la fanciulla,
lasciagli il premio, ché l’ebbe per primo dai figli d’Achei;
tu non dovresti, Pelide, aver col sovrano contesa
e ostilità, poiché mai d’onore comune ebbe sorte
uno scettrato, un sovrano a cui Zeus concesse la gloria.
Ché se più forte tu sèi, se per madre avesti una dea,
egli è di rango più alto, poiché su più uomini regna.
Ma la tua collera, Atride, tu sedala; te io, sì, io,
prego, non far segno d’ira Achille, che, grande difesa
per tutti quanti gli Achei, s’oppone all’orribile guerra!»
Ed in risposta il potente sovrano Agamennone disse:
«Sì, tutto questo senz’altro, o vecchio, a ragione l’hai detto;
ma sopra gli altri, su tutti, vorrebbe innalzarsi, quest’uomo,
e dominare su tutti vorrebbe e su tutti regnare,
tutti ai suoi cenni, a cui uno non obbedirà, no, non credo;
pronto di lancia lo fecero, i numi che vivono sempre:
gli ingiungerebbero forse, perciò, di gridare insolenze?»
Ma l’interruppe e così rispose lo splendido Achille:
«Mi chiamerei veramente e vigliacco e uomo da nulla,
se la cedessi a te sempre, per ogni parola che dici;
dunque i tuoi ordini imponili ad altri, a me più non farai
cenno, non già, poiché io non t’obbedirò, no, non credo.
E un’altra cosa ti dico, tu ponila dentro il tuo cuore;
certo non combatterò col mio braccio per la fanciulla,
io, né con te, né con altri, ché voi la donaste e togliete;
ma d’altri beni che serbo nell’agile, nera mia nave,
nulla, se io non vorrò, tu potrai rapirmi e involarmi;
fanne la prova, su, avanti, che n’abbiano anch’essi coscienza:
subito scivolerà sull’asta il tuo livido sangue!»

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14 Responses to Iliade, Libro I (vv. 1-303)

  1. fm il 1 agosto 2011 alle 14:24

    Quarto verso, “razzie”: coriggètelo…

  2. domenico pinto il 1 agosto 2011 alle 14:31

    Ho cancellato la ditata, grazie della segnalazione.

  3. fm il 1 agosto 2011 alle 15:09

    Prego, caro, siamo qui per questo :)

    Poi, se capita, possiamo anche aggiungere che la traduzione di Ventre è eccellente – eccellente e coraggiosa anche solo la scelta di confrontarsi, nel merito, con una tradizione secolare, visti i risultati.

    fm

  4. viola il 1 agosto 2011 alle 19:58

    non è che lo ritieni solo tu, Domenico…ho acquistato il libro e mi sono goduta tutta il pezzo della fabbricazione delle armi di Achille, sembrava di stare dentro la fucina..

  5. Daniele Ventre il 3 agosto 2011 alle 17:54

    Però il singolare “razzia” può stare come traduzione di heloria, neutro plurale che indica un mucchio di prede di cui fare man bassa.

  6. fm il 3 agosto 2011 alle 19:02

    Avevo scritto “razzie” solo per indicare il refuso da correggere. Il tuo singolare mi sta bene, l’avevo a portata di mano, visto che ho qui il libro con la tua traduzione.

    Ancora complimenti.

    fm

  7. alanina il 3 agosto 2011 alle 20:10

    Daniele Ventre, senti, oso chiederti per favore: è da quando stavo al liceo che sto lì a domandarmi perchè i Proci li dovevamo sempre tradurre Proci, mentre sul testo si chiamavano sempre Mnesterios, non ho avuto il coraggio di chiedere alla prof perchè avevo dei voti di schifo e non mi pareva il caso di attirare l’attenzione, e adesso è tutta la vita che mi arrovello (non continuativamente, ma ci siamo capiti), e nessuno, dopo, mi ha mai saputo dare uno straccio di risposta ragionevole, per favore rispondimi tu, abbi un gesto benevolo verso una poveretta che prendeva sempre quattro.

  8. fm il 3 agosto 2011 alle 21:03
  9. Daniele Ventre il 3 agosto 2011 alle 23:34

    Aggiungo alla citazione di fm l’etimologia:

    procus: proco, pretendente, rad. prec- proc-, come in precor (pregare) e in posco (da porcsco), derivato dall’indoeuropeo *prk *prek *prok, chiedere, pregare.

  10. alanina il 4 agosto 2011 alle 11:05

    Oh! Perché proco esiste effettivamente in italiano col significato di pretendente in generale! Ecco, sul dizionario italiano in effetti non mi era venuto mai in mente di cercarlo.
    Ringrazio di cuore, e vado soddisfatta col mio solito quattro :-)

  11. alcor il 4 agosto 2011 alle 11:18

    l’etimologia è sempre quella che mi dà maggiori soddisfazioni, un terreno saldo sotto i piedi e un gancio a più punte nella mente

    (bellissimo e affascinante lavoro il tuo, Ventre, proci a parte:–)

  12. Daniele Ventre il 4 agosto 2011 alle 13:36

    Proci a parte, l’Odissea è in fase di editing, essendo stata già tradotta tre anni fa, al momento in cui l’Iliade era in dirittura di pubblicazione.

  13. fm il 4 agosto 2011 alle 13:47

    Una curiosità: che ruolo ha giocato, nella nuova traduzione dell’Odissea, il confronto con la “lezione” di Emilio Villa?

    fm

  14. Daniele Ventre il 5 agosto 2011 alle 11:12

    Ha talora giocato come retro-testo. Ad esempio, la traduzione duplice che Emilio Villa dà di polytropos, ha condizionato la mia resa particolare di questo aggettivo. L’influsso però non è palese, essendo il mio stile di traduttore estraneo alle ricreazioni d’avanguardia.



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