Chi ha paura degli anarchici? Il caso Coupat e la difesa di Agamben

2 agosto 2011
Pubblicato da

di Paola Cantù

Un sabotaggio compiuto ai danni delle ferrovie francesi (SNCF) nella giornata dell’8 novembre 2008 sulla linea Paris-Lille ha creato una situazione di allarme e di forte disagio in Francia. La locomotiva che percorre i binari ogni mattina per verificare lo stato delle linee prima del passaggio dei treni ad alta velocità (TGV) si è imbattuta in alcuni tondini di ferro per cemento armato applicati al cavo di alimentazione elettrica delle locomotive. L’ostacolo ha danneggiato i pantografi della locomotiva, causando ritardi sulle linee ferroviarie. Le ricerche, inizialmente avviate dalla procura di Parigi e dalla SNCF, hanno visto in un secondo momento il coinvolgimento attivo della Sezione antiterrorista (SDAT) e l’arresto, seguito in diretta dalla televisione francese, di un gruppo di giovani sospetti in una fattoria di Tarnac, in Corrèze. È a questo punto che molti giornali hanno iniziato una campagna che trasformava i sospetti non solo in conclamati responsabili di sabotaggio, benché la loro responsabilità non fosse ancora stata  dimostrata, ma addirittura in terroristi, allertando il paese di fronte alla minaccia anarchica. Capro espiatorio divenne Julien Coupat, che attirò su di sé l’interesse dei media soprattutto per la sua frequentazione degli ambienti intellettuali parigini (è amico tra gli altri del filosofo italiano Giorgio Agamben).[1] Julien Coupat, laureato alla prestigiosa università d’economia ESSEC e dottorando fino al 1999 alla Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi sotto la direzione di Luc Boltanski, è stato tra i principali animatori della rivista Tiqqun ed è ritenuto dagli investigatori l’ispiratore del volume L’insurrection qui vient. Si tratta di un testo del 2007 pubblicato a cura di un anonimo «comité invisible» presso l’editore La Fabrique a Parigi e venuto alla ribalta per la controversa presentazione che ne è stata data dalla stampa francese: un manuale di sabotaggio alle linee ferroviarie, come hanno sostenuto Cristophe Cornevin e Anne-Charlotte De Langhe su Le Figaro del 20 novembre 2008,[2] citando la frase «Ogni rete ha i suoi punti deboli, i suoi nodi da disfare perché la circolazione si arresti, perché la tela imploda», oppure un testo filosofico di critica politica e sociale radicale nello stile de La società dello spettacolo di Guy Debord[3] o de L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse,[4] come ha sostenuto Christian Salmon su Le Monde del 6 dicembre 2008?

Per comprendere il meccanismo argomentativo della trattazione giornalistica della vicenda dei sabotaggi alle ferrovie, vediamo in che modo la stampa si è rapidamente riorientata, da una prima ipotesi legata alla classificazione dei sabotaggi come atti vandalici compiuti dai dipendenti delle ferrovie all’ipotesi di atti terroristici veri e propri, senza considerare ipotesi alternative. Analizzeremo alcuni articoli, pubblicati nel giro di poche settimane su Le Figaro, Le Monde e Liberation, che avanzano tre diverse ipotesi sulla classificazione dell’evento e rivelano come la definizione di un fatto non sia affatto neutra ma costituisca un elemento della sua costruzione sociale e comunicativa.

I sabotatori delle ferrovie

L’11 novembre 2008 Cristophe Cornevin su Le Figaro avanza due ragioni a favore della tesi che i responsabili dei sabotaggi

potrebbero essere dei dipendenti della SNCF o degli impiegati di ditte subappaltatrici.[5]

Infatti – argomenta Cornevin – 1) solo uno specialista potrebbe aver fissato i tondini di ferro ad un cavo ad alta tensione; e inoltre 2)

nel novembre 2007 erano state aperte 29 inchieste per trovare gli autori di una serie di atti di vandalismo e, ad eccezione di due ferrovieri e di un camionista, nessun sospetto era mai stato smascherato.[6]

La proposizione 1), ammesso che sia vera, non costituisce un argomento a favore della conclusione: non è infatti provato che solo i dipendenti delle ferrovie o di aziende in subappalto possano essere in grado di evitare i pericoli connessi all’alta tensione. La proposizione 2) si basa sulla tendenza a istituire correlazioni tra fatti simili (atti vandalici precedenti e attuali) e contemporanei (l’insoddisfazione attuale dei dipendenti delle ferrovie): tuttavia, benché tale tendenza possa costituire talvolta una strategia cognitiva vantaggiosa, non può essere utilizzata giornalisticamente in assenza di prove.

Il giorno successivo, sempre su Le Figaro, Cornevin sposa una tesi completamente diversa: gli autori del sabotaggio sarebbero una decina di «apprendisti terroristi».[7] Pur tenendo conto della disponibilità di nuove informazioni che hanno spinto l’autore a rivedere la propria conclusione (il fermo di una decina di persone che non appartengono alla società delle ferrovie francesi), occorre notare come sia assunto per indubitabile ciò che, alla luce delle cautele suggerite da un’inchiesta ancora all’inizio (oltre che dall’esperienza della smentita della tesi precedente), dovrebbe invece essere dimostrato. Cornevin scrive:

Presentati come «appartenenti all’estrema sinistra, sfera d’influenza anarchico-autonoma», i sospetti, in rottura totale con la società, vivevano in comunità. «La loro vita autarchica, che non aveva alcuna connotazione settaria, garantiva loro la clandestinità» precisa un poliziotto. Imbarcati in un modo di vita altromondista[8], vivacchiando secondo alcuni del commercio di prodotti agricoli, fuggendo lo sguardo dei rari rivieraschi che li circondavano, questi apprendisti terroristi della estrema sinistra presentavano un profilo molto particolare. Di età tra i 25 e i 35 anni, questi nichilisti considerati come «potenzialmente molto violenti» erano articolati intorno a un piccolo «nocciolo duro» di attivisti che erano già stati sbattuti in prigione per diversi atti di violenza e di degradazione. […] A priori, nessuno di loro lavorava. «Ciò non corrisponde alla loro filosofia» si lascia sfuggire un investigatore.[9]

Cornevin fa uso frequente di fonti generiche: un poliziotto, un investigatore. Più spesso la fonte non è neppure esplicitata: i sospetti sono presentati, raffigurati, considerati in un certo modo, ma non è chiaro da chi e perché (su quali basi). Si ha qui una fallacia di omissione di dati rilevanti, nota anche come fallacia per autorità: le fonti citate sono usate per dare credibilità a certe asserzioni, ma non sono fonti autorevoli o credibili, perché non rintracciabili né verificabili. La descrizione delle attività dei sospetti è inoltre caratterizzata da un linguaggio pregiudizievole: i sospetti vivacchiano, non lavorano, sono nichilisti, potenzialmente molto violenti, sono degli apprendisti terroristi, una banda. La fallacia di linguaggio pregiudizievole è usata come stratagemma per assumere come vera la tesi senza dimostrarla: anziché indicare degli atti terroristici che il gruppo avrebbe compiuto, Cornevin cataloga i sospetti come presunti terroristi adducendo due dubbie ragioni: si tratta di autonomi anarchici che contestano la società e di persone che vivono in clandestinità. Se quest’ultima affermazione contrasta nettamente con le attività economiche avviate dal gruppo a Tarnac, come la riapertura della drogheria del paese, la prima istituisce una falsa correlazione tra l’appartenenza ad un movimento ideologico radicale e la realizzazione di atti terroristici. A meno che Cornevin, e con lui larga parte dei media francesi, non assuma che il coinvolgimento della Sezione anti-terrorista della polizia sia sufficiente per considerare «terroristico» l’atto in questione, anche se le perizie della SNCF hanno dimostrato che la manomissione non avrebbe potuto determinare in alcun modo danni a persone (né dunque scatenare il terrore nella popolazione). Si ha qui cioè una fallacia di accidente, che ritiene proprietà necessaria la proprietà accidentale di essere oggetto di indagine da parte di una certa sezione della polizia francese, ma soprattutto una fallacia di inversione dell’onere della prova: si assume che ogni atto di contestazione sia di per sé terroristico a meno che si provi il contrario.

Non sono terroristi

L’intervento del 19 novembre di Giorgio Agamben su Liberation contro la classificazione dei sabotaggi alle ferrovie come atti terroristici è proprio volto a smascherare fallacie di questo genere. Scrive Agamben che i tondini di ferro,

se si crede alle dichiarazioni della polizia e degli agenti della SNCF stessi, non potevano in alcun caso provocare dei danni alle persone: potevano tutto al più disturbare l’alimentazione dei pantografi dei treni, causando il ritardo di questi ultimi. In Italia i treni sono molto spesso in ritardo ma nessuno si è mai sognato di accusare di terrorismo la società nazionale delle ferrovie. Si tratta di delitti minori anche se nessuno intende avvallarli. Il 13 novembre, un comunicato della polizia affermava con prudenza che forse «tra gli arrestati vi era qualche autore dei danneggiamenti ma che era impossibile attribuirli a uno o all’altro». La sola conclusione possibile di questo affare tenebroso è che chi si impegna attivamente oggi contro la maniera [quanto meno discutibile] di gestire i problemi sociali ed economici è considerato ipso facto come un terrorista in potenza, anche se nessun atto giustifica questa accusa.[10]

Secondo Agamben l’accusa di terrorismo è scorretta perché i sabotaggi alla SNCF costituiscono dei delitti volti a provocare danni a cose ma non a persone e perché l’individuazione di moventi politici di un crimine non costituisce una prova della finalità o della vocazione terrorista del crimine. Agamben presenta due argomenti. Il primo è un ragionamento per assurdo che mira a dimostrare che le azioni di sabotaggio non sono atti terroristici ma delitti minori: il sabotaggio delle ferrovie 1) non ha e non avrebbe potuto provocare danni alle persone ma ha determinato soltanto ritardi alla circolazione dei treni; 2) le FS italiane sono causa di frequenti ritardi nella circolazione dei treni; 3) se tutti gli atti che causano ritardi alla circolazione dei treni fossero atti terroristici, allora le FS italiane sarebbero responsabili di atti terroristici e dovrebbero essere perseguite per questo, il che è assurdo; allora atti che si limitano a ritardare la circolazione dei treni non possono essere classificati come atti terroristici ma sono delitti minori. Si noti però che il ragionamento di Agamben è basato su un’analogia tra un atto di manomissione compiuto da personale esterno alle ferrovie e un atto di mancata manutenzione del materiale ferroviario e/o miglioramento delle condizioni di viabilità da parte di un’azienda pubblica che offre un servizio a pagamento. Il ragionamento terrebbe solo se l’analogia fosse davvero calzante.

Più convincente è il secondo ragionamento di Agamben volto a provare che i sospetti sono indagati essenzialmente per la loro militanza di estrema sinistra e per alcune attività di contestazione radicale (questa è tra l’altro la ragione per cui – se è vero quanto si apprende in un articolo apparso su Le Parisien il 13 novembre 2008 – Coupat e la sua compagna erano sorvegliati e pedinati da una squadra dell’antiterrorismo su segnalazione della FBI).[11] Agamben osserva che a) se i sospetti sono trattenuti in custodia cautelare grazie alla legge eccezionale che prevede la possibilità di un fermo di 96 ore in caso di sospetti atti di terrorismo e b) se non sono responsabili di atti effettivi di terrorismo, dato che mancano prove effettive della loro responsabilità per il sabotaggio delle ferrovie e dato che comunque tali atti non sono atti di terrorismo, si ha una contraddizione. Agamben rivela che le proposizioni a) e b) si contraddicono. Per evitare la contraddizione, è necessario assumere che pur non avendo commesso alcun atto di terrorismo, i sospetti siano indagabili per terrorismo in quanto «terroristi potenziali», e cioè per la loro attività di contestazione sociale e politica e per le loro convinzioni anarchiche. Questa è proprio la fallacia di accidente e di inversione dell’onere della prova che abbiamo esaminato sopra: se essere terroristi implica contestare la società, non è generalmente vero il contrario.

Sono soltanto anarchichi

In un articolo apparso su Le Monde il 6 dicembre 2008 Christian Salmon mira a provare che questa fallacia di accidente e di inversione dell’onere della prova è molto più che un errore di logica, se si considera qual è il suo fine politico:[12] classificare il sabotaggio come un’azione terroristica servirebbe a stigmatizzare ogni contestazione violenta come atto terroristico e a reprimere ogni forma di discussione pubblica di forme radicali di revisione della società come quelle proposte dai movimenti anarchici. Salmon argomenta ricorrendo ad un ragionamento per analogia tra una dichiarazione di Henri Rochefort – giornalista e politico francese – apparsa su L’Intransigeant del 16 marzo 1892,[13] e le dichiarazioni degli investigatori e del ministro dell’interno francese. Come gli anarchici di Saint-Denis di cui parlava Rochefort, così i giovani di Tarnac sarebbero stati l’oggetto di una costruzione mediatico-poliziesca che ha trasformato un gruppo di anarchici in un comitato terrorista. Secondo Salmon si ha qui una classica fallacia politica, individuata già da Jeremy Bentham nell’Ottocento come un argomento ad metum che, suggerendo in vari modi la minaccia di un pericolo, ha come fine la soppressione della discussione.[14]

Abitate a Saint-Denis[15], quindi siete anarchici. – scriveva Rochefort – Se non foste anarchici, non abitereste a Saint-Denis. Una bomba è esplosa all’ingresso dell’Hotel di Sagan; e giacché le bombe non possono essere lanciate che dagli anarchici… Io vi mando in carcere perché voi siete certamente anarchici, dato che abitate a Saint-Denis, e essendo anarchici, è evidente che siete stati voi a lanciare la bomba.[16]

La battuta di Rochefort è un sillogismo valido ma con premesse false: la conclusione pertanto non può essere vera. Per quanto riguarda la prima premessa, occorre osservare che, anche ammettendo che alcuni anarchici abitino a Saint-Denis, è senz’altro falso dedurne che tutti gli abitanti di Saint-Denis sono anarchici, perché non è possibile inferire una proposizione universale affermativa da una particolare affermativa. Per quanto riguarda la seconda premessa, anche ammesso che nella Parigi di fine Ottocento tutte le esplosioni delle bombe fossero state causate dagli anarchici, sarebbe comunque falso affermare la conversa di tale proposizione, e cioè che tutti gli anarchici hanno causato esplosioni. Il ragionamento di Rochefort, pur essendo valido, conduce ad una conclusione falsa: «se X abita a Saint-Denis, allora X ha causato l’esplosione», perché sono false le premesse: «se X abita a Saint-Denis, allora X è un anarchico» e «se X è un anarchico, allora X ha causato un’esplosione».

È possibile che un ragionamento valido sia fallace? In questo caso il ragionamento è fallace per almeno due ragioni. Rochefort assume che il fatto di essere anarchici sia già di per sé un indizio di colpevolezza, mentre la colpevolezza degli imputati è ciò che si dovrebbe dimostrare adducendo prove. Si ha dunque una petitio principii (si assume che vi sia un legame tra l’appartenenza ad un gruppo anarchico e attività sovversive, mentre proprio questo è ciò che l’accusa deve provare) e anche un caso di inversione dell’onere della prova, perché si assume che siano gli anarchici a dover dimostrare la propria innocenza piuttosto che l’accusa a doverne dimostrare la colpevolezza.

Se è fallace la battuta di Rochefort, allora è fallace anche il ragionamento di alcuni investigatori e di molti organi di informazione francesi che secondo Salmon attribuirebbero ai sospetti la responsabilità delle azioni di sabotaggio, oltre che l’etichetta di terrorista, sulla base di un solo discutibile indizio: l’appartenenza politica a gruppi anarchici. Se è vero che molti dei giovani di Tarnac sono stati trattenuti in carcere in assenza di prove (come mostra la loro successiva liberazione) – e se è valida l’analogia di Salmon, allora le osservazioni rivolte al discorso di Rochefort potrebbero essere applicate anche al caso del sabotaggio delle ferrovie. Inoltre, assumendo che alcuni dei giovani siano davvero colpevoli del sabotaggio, che cosa impedisce di classificare il loro atto come un atto di contestazione radicale del sistema capitalista? La definizione del fatto è una costruzione mediatica o dipende da una chiara legislazione che definisce con precisione quali sono gli atti terroristici?

Una fallacia di definizione del concetto di atto terroristico sarebbe alla base dell’ingiusta applicazione della custodia cautelare secondo i firmatari della petizione a sostegno di Julien Coupat:

Il bersaglio di quest’operazione è ben più ampio del gruppo di imputati contro i quali non esiste alcuna prova materiale, e neppure qualcosa di preciso di cui possano essere accusati. L’imputazione per «associazione a delinquere in vista di un’impresa terroristica» è più che vaga: che cos’è esattamente un’associazione e come si deve intendere l’espressione «in vista di» se non come una criminalizzazione dell’intenzione? Quanto all’aggettivo terroristico, la definizione in vigore è così ampia che si può applicare a qualunque cosa, al punto che possedere tale o tal altro testo o andare a questa o a quella manifestazione è sufficiente per cadere sotto i colpi di questa legislazione d’eccezione.[17]

Secondo i firmatari della petizione, l’imputazione per associazione a delinquere con finalità terroristiche è applicata in questo caso in maniera vaga e troppo larga, perché i giovani di Tarnac non costituiscono un’associazione e le finalità terroristiche non sono state imputate alle loro azioni ma soltanto alle loro intenzioni. Un’altra fallacia di definizione sarebbe sottesa alla qualifica di terroristi, perché il termine terrorismo sarebbe inteso in senso troppo largo, senza che siano forniti dei criteri precisi o le condizioni necessarie perché un atto possa essere considerato terroristico, e dunque soggetto ad una legislazione eccezionale.

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[1]Il processo, a distanza di due anni, è ancora in corso, e nessuno degli imputati è attualmente in carcere, ma Julien Coupat è stato liberato soltanto nel maggio 2009, dopo ben sette mesi di custodia cautelare.

[2]Christophe Cornevin e Anne-Charlotte De Langhe, «SNCF: l’étrange itinéraire du saboteur présumé», Le Figaro, 20 novembre 2008.

[3]Cf. G. Debord, La societé du spectacle, 1967, trad. it. di P. Salvadori e F. Vasarri, La società dello spettacolo: commentari sulla società dello spettacolo, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2008.

[4]Cf. H. Marcuse, Der eindimensionale Mensch, 1964, trad. it. di L. Gallino e Tilde Giani, L’uomo a una dimensione: l’ideologia della società industriale avanzata, Torino, Einaudi, 1999.

[5]Cf. Ch. Cornevin, «Mobilisation générale contre les sabotages à la SNCF, Sécurité. Les enquêtes ont été regroupées à la section antiterroriste du parquet de Paris», Le Figaro, 11 novembre 2008.

[6]Ibidem.

[7]Cf. Ch. Cornevin, «Sabotages de la SNCF: la piste de l’ultragauche. Terrorisme. Susceptibles d’être violents, ces nihilistes clandestins voulaient s’attaquer à un symbole de l’État», Le Figaro, 12 novembre 2008.

[8]Il termine altromondismo (diffuso soprattutto nei paesi francofoni) è usato per indicare tutti quei movimenti che non hanno per obiettivo il rifiuto della globalizzazione tout court ma che aspirano ad una diversa forma di globalizzazione, secondo lo slogan: «Un altro mondo è possibile».

[9]Ibidem.

[10]Cf. G. Agamben, «Terrorisme ou tragi-comédie», Liberation, 19 novembre 2008.

[11]François Vignolle, Stéphane Sellami et A-C.J, «Des Etats-Unis à l’Allemagne en passant par la Corrèze», Le Parisien, 13 novembre 2008.

[12]Ch. Salmon, «Storytelling. Fictions du terrorisme», Le Monde, 6 dicembre 2008.

[13]H. Rochefort, «Anarchistes et fonctionnaires», L’Intransigeant, 16 marzo 1892.

[14] J. Bentham, Handbook of Political Fallacies, cit., pp. 8, 93. Cf. anche J. Bentham, Sofismi politici e altri saggi, a cura di P. Crespi, Milano, Bompiani, 1947, pp. 24, 44 ss.

[15]A Saint-Denis, cittadina che è oggi parte della banlieue settentrionale di Parigi, era attivo negli anni Novanta dell’Ottocento un noto gruppo anarchico, autore nel 1890 della pubblicazione: La Jeunesse libertaire [La gioventù libertaria]. L’attentato cui si riferisce Rochefort fu compiuto il 1 marzo 1892 all’Hotel de Sagan, oggi sede dell’ambasciata polacca a Parigi, con l’esplosione di una bomba che procurò danni materiali ma non danni alle persone.

[16]H. Rochefort, cit., in Salmon, op. cit.

[17]«Non à l’ordre nouveau», Le Monde, 27 Novembre 2008. La petizione è stata firmata da numerosi filosofi, sociologi e intellettuali, tra cui citiamo almeno Agamben stesso, Alain Badiou, Luc Boltanski, Eric Hazan (direttore della casa editrice La Fabrique), Jean-Luc Nancy, Enzo Traverso e Slavoj Zizek.

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[estratto da: Paola Cantù, E qui casca l’asino. Errori di ragionamento
nel dibattito pubblico
, Torino, Bollati Boringhieri 2011.]

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One Response to Chi ha paura degli anarchici? Il caso Coupat e la difesa di Agamben

  1. Federico Gnech il 2 agosto 2011 alle 11:48

    “il sabotaggio delle ferrovie 1) non ha e non avrebbe potuto provocare danni alle persone ma ha determinato soltanto ritardi alla circolazione dei treni; 2) le FS italiane sono causa di frequenti ritardi nella circolazione dei treni; 3) se tutti gli atti che causano ritardi alla circolazione dei treni fossero atti terroristici, allora le FS italiane sarebbero responsabili di atti terroristici e dovrebbero essere perseguite per questo, il che è assurdo”

    Altro straordinario contributo di Agambenne…
    Quello citato qui sopra non mi sembra affatto un “ragionamento [o dimostrazione] per assurdo”, ma un fragile paralogismo.
    Trovo infantile, e un po’ tenero, anche, che per dire la propria uno trovi necessario dare una pittata di pseudotecnismi alle banalitá. E chiamare in causa questo e citare quell’altro. Essu’…

    ah, comunque, solidarietá ai compagni, eccetera



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