Il bisogno di verità

3 agosto 2011
Pubblicato da

di Piero Sorrentino

Giuliana è medico. Venerdì scorso – l’ultimo venerdì di luglio – si è specializzata, ha sostenuto l’ultimo esame ed è diventata specialista in anestesia e rianimazione. Quattro giorni dopo, martedì, le condizioni di salute di suo padre si sono di colpo aggravate, il tumore al fegato che si portava dentro da almeno sei mesi lo ha messo al tappeto – letteralmente, è svenuto, una emorragia interna ha preso ad allagargli le cavità, a inzuppargli i muscoli prostrati dai mesi lunghi della malattia -, lo hanno portato nella clinica di Aversa dove Giuliana lavora, nella sala di rianimazione, un edema polmonare gli impedisce di respirare, ha il cuore in profonda sofferenza, non si sa nemmeno in che punto preciso sia il sanguinamento.

Al telefono con Giuliana, D. – medico pure lei, una delle sue amiche più strette – ascolta.
Quando attacca, la prima cosa che dice è: “Non l’hanno nemmeno intubato. Sta in reparto, e aspettano che muoia”.
“Nemmeno un po’ di morfina?”, chiedo.
“Non è cosciente, non servirebbe a niente. Non capisci? Ha l’emoglobina a 5, del tutto incompatibile con la vita”. Quasi vorrei essere laureato in medicina, solo per comprendere lo strazio – incomprensibile – che si annida dietro quel valore per me del tutto inoffensivo.
Giuliana si è specializzata qualche giorno prima dell’aggravamento improvviso e inarrestabile di suo padre. Quattro anni di studio – a essere precisi, dieci anni di studio –, centinaia di pazienti sedati, monitorati, risvegliati, e poi finisci col non poter nemmeno fare una iniezione di oppio pietoso a tuo padre morente. Te ne stai a fare capolino sulla soglia, o accanto al letto, il tubicino della flebo che ti scivola sopra la spalla, il fonendoscopio che batte sul petto – quella campana gelida di metallo su cui da bambini i dottori alitavano sopra per tranquillizzarti, fingendo di riscaldarla, prima di auscultarti le spalle -, osservi gli infermieri sollevare le lenzuola, anche se sei un medico muovi gli occhi lontano dalla nudità di tuo padre – i pazienti dei reparti di terapia intensiva sono nudi, coperti solo dal velo sottile di cotone di lenzuola -, li guardi muovere gli arti del suo corpo, le mani coperte dal lattice bianco opaco dei guanti che si incrociano sul suo corpo, ogni singolo arto separato dagli altri e incapace di ritrovare la sintonia necessaria per ridare un senso e una direzione al movimento, le gambe inerti come due tubi di vetro vuoti.
Giuliana conosceva da tempo la situazione. Non lasciava affiorare tracce evidenti di quello che provava, si limitava ad agire come più conveniva a suo padre, tra qualche sottinteso gentile nei confronti del paziente e, nello stesso momento, un mare di dichiarazioni, frasi, parole, l’esperienza incalcolabile di un intero reparto messa al servizio della salute di suo padre, decine di professori, medici strutturati, chirurghi, colleghi specializzandi, infermieri, tutti parlavano, annuivano, tra di loro niente mistificazioni o fandonie, tutti perfettamente imprigionati in un proliferare di somiglianze, uniti dal piacere di catalogare, casi simili, studi, articoli scientifici, letteratura.

“Almeno in questo il tumore è dolce, ti dà il tempo di fartene una ragione”.
Distesi sul letto, l’uno accanto all’altra, D. parla. È notte. Con la punta di un alluce sfioro le sue dita. Mi risponde, o forse è solo un piccolo movimento di assestamento delle gambe sul materasso.
“Sai che il papà di Giuliana lo abbiamo ucciso noi?”, chiede, serena.
Sollevo la nuca dal cuscino e ruoto il perno del collo verso la sua faccia.
“Noi medici, intendo”.
Il grande specchio rettangolare appoggiato al muro riflette uno spigolo del letto, l’angolo arrotondato di legno chiaro, la forma morbida della stoffa del copriletto afflosciato e un po’ sgualcito.
“Era perfettamente in salute. Poi a Roma, molti anni fa, gli hanno diagnosticato un timoma, un cancro al timo, una patologia abbastanza rara. Non si trattava di un caso grave, il suo era operabile e pure benigno, in sala è stata una cosa quasi di routine, l’intervento è perfettamente riuscito. Solo che durante l’operazione gli hanno trasfuso una sacca infetta, e s’è beccato l’epatite C”.
Sul comodino, sotto la luce cruda e vivida della lampadina per la notte, ci sono i libri che D. sta leggendo: due romanzi, Il giorno dell’indipendenza di Letizia Muratori e Chesil Beach di Ian Mc Ewan, e un saggio, Come pensano i dottori di Jerome Groopman, un professore di medicina di Harvard che scrive sul “New Yorker”. Sulla copertina del libro c’è il tizio dell’Allegro chirurgo, l’omino col naso rosso da pagliaccio che assomiglia vagamente a Hitler (senza i baffetti), il corpo bucato dagli alloggiamenti dove inserire le ossa e gli organi che, in un secondo momento, il giocatore dovrà estrarre con le pinzette, badando a non sfiorare la placca metallica che corre sul bordo dei fori e che attiva un segnale sonoro che decreta la morte del paziente e il fallimento dell’operazione.
A ogni cavità corrisponde una specie di legenda. Alcune didascalie sono comprensibili, corrette, assolutamente giustificate in un contesto medico (“Pomo d’Adamo”, “Caviglia slogata”, “Osso della caviglia collegato al ginocchio”); altre più spiazzanti, gravate da quella sensazione di sconcerto che si portano appresso le metafore quando ti concentri sul loro reale significato, quando tenti di prenderle alla lettera (“Cuore infranto”, accanto al muscolo cardiaco percorso da una frattura a forma di fulmine, oppure, per mezzo della freccetta che indica una brutta farfalla verdastra che assomiglia a un tatuaggio mal riuscito, “Farfalle nello stomaco”); altre ancora del tutto inesplicabili (come quella, per me veramente angosciante, che alloggia poco più su del sesso inodore e secco del paziente Adolf, sopra la sua pancia rosea e glabra: “Cesta per il pane”, con le fette dell’alimento visto di traverso, tagliato a cassetta, interamente contenuto in un cestino di vimini intrecciato, di quelli per il pic-nic). “Un libro fondamentale per ogni paziente che voglia ottenere le cure migliori dai propri medici” è lo strillo di TIME stampato sulla copertina.
“L’epatite C non è mortale, ma predispone all’epatocarcinoma. E infatti.” dice D.
Non capisco se le mie palpebre siano chiuse o no. Seguendo l’ombra di tutti gli oggetti nella stanza, enumero le conferme alla normalità del mio stato di veglia. Conto. La lampada al neon sopra le nostre teste, la scrivania, la sedia, il mazzetto dei pass plastificati raccolti in anni di concerti, festival, manifestazioni, che scende a grappolo da una mensola, i nastri di raso colorato avvolti attorno al bicchiere portapenne.
“A Napoli, quando gli hanno fatto gli esami, nessuno ha capito che si trattava dello stadio iniziale, e probabilmente curabile, di un tumore al fegato. Lo hanno scambiato per un angioma. Lo hanno guardato sorridenti negli occhi e gli hanno detto: “Lei ha un innocuo angioma epatico, veramente una sciocchezza, non c’è nemmeno bisogno di terapia, basta tenerlo sotto controllo con una ecografia all’anno, arrivederci”.
Io non so se Giuliana all’epoca era già laureata, o se addirittura avesse cominciato anche la scuola di specializzazione. Vorrei chiederlo a D., ma non ho il coraggio di farlo. Dovrei domandarle se già allora Giuliana era iscritta allo stesso ordine professionale di quelli che stavano mandando suo padre a morte; se già, parlando tra loro, si chiamavano col nome di battesimo; se, mentre dicevano “Collega, vieni, ti offro il caffè al bar”, le cellule impazzite del fegato di suo padre – innescate da una trasfusione sbagliata a Roma, non riconosciute da un esame diagnostico superficiale a Napoli – si agitavano da qualche parte nel corpo, lavoravano alla distruzione della sua esistenza.
Ho allungato il braccio verso il comodino e ho spento la luce, la stanza è piombata in un buio profondo, D. è rimasta a pensare chissà a cosa, ha pianto un poco, si è addormentata.

Il padre di Giuliana l’ho visto per la prima – e a questo punto, mentre scrivo, posso solo dire: prima, e ultima volta – la mattina in cui sua figlia si è specializzata, qualche giorno fa. Non lo conoscevo, ma riconoscerlo è stato un attimo. Era una mattina luminosa, la luce quasi fluorescente del sole sopra le carrozzerie delle automobili parcheggiate nel grande piazzale dell’ospedale. Due studentesse sono uscite da un padiglione mangiando un gelato, una di loro impugnava il cono con la sinistra e cercava comicamente e con mille contorcimenti di riporre il portafoglio nella borsa con l’altra mano. Siamo saliti al primo piano, il corridoio era pieno di gente in ghingheri, giravano bicchieri di carta con lo spumante e vassoi di paste al cioccolato o con le crostatine di frutta immerse nella gelatina brillante.
D. si è diretta verso un capannello d’angolo, ha salutato tutti, ha abbracciato Giuliana, le ha consegnato un mazzo di fiori. Suo padre sorrideva, la faccia scavata, gli occhi sporgenti, i capelli radi sulla testa. Indossava un paio di Hogan blu sotto il vestito, ho pensato che le portasse non per moda o eleganza, ma perché le Hogan hanno una suola alta e piatta e morbida, e ci si cammina bene, ci si sta bene, con quella suola gommosa puoi stare in piedi e comodo anche se stai per morire, ecco quello che ho pensato.
Io un po’ lo fissavo, guardavo lui e guardavo quelle decine di medici che lo attorniavano, era letteralmente circondato da medici o da futuri medici, specializzandi o specializzati, medici strutturati e pure qualche professore, a un certo punto è pure passato un primario di non so che, tutti gli hanno detto deferenti “Buongiorno professore”, qualcuno gli ha allungato le paste, lui ha fatto un gesto gentile di rifiuto e ha tirato dritto, si muoveva come se fosse indaffaratissimo.
Io mi vergogno molto e chiedo scusa a chi leggerà questo testo e sa di chi sto parlando, chiedo scusa a chi conosce le persone di cui racconto o si riconosce, ma non riesco a trovare un altro modo di dire che non sia questo: era come se quell’uomo fosse un topo in mezzo ai gatti, mi chiedevo ossessivamente come doveva sentirsi a stare così immerso tra medici, quei medici che rappresentavano con indiscutibile precisione la categoria professionale che lo aveva ucciso; certo, non i responsabili diretti della sua morte, ma qualcosa che a quello molto, moltissimo si avvicinava. E mi chiedo, adesso, se avrà detto qualcosa a sua figlia. Quando l’ha abbracciata, e stretta forte – forte per quel che poteva -, quando l’ha baciata con gli occhi tutti pieni di felicità – ché io in quegli occhi, mentre in quel corridoio un poco lo scrutavo, non vedevo altro che la felicità – le ha detto qualcosa riguardo alla sua condizione? Qualcosa come “Sono contento, perché da oggi, con te, quello che è successo a me non potrà più succedere a nessun altro”? Oppure non c’era proprio niente da dire, visto che tutto stava già nei fatti, nei corpi, negli occhi, non c’erano più furie da placare, non c’erano offese da vendicare, ma solo la pressione della felicità a cui, per un lunghissimo minuto d’amore tra un padre morente e una figlia, asservirsi?

Quando ci siamo congedati ci siamo sorrisi, io gli ho fatto i complimenti per Giuliana, lui continuava a mangiarsi la figlia con gli occhi; gli ho stretto la mano e ho detto “Piacere di averla conosciuta”, prima che quella coniugazione all’infinito passato, di cui mi sono reso conto con un atroce secondo di ritardo, mi azzannasse in un punto imprecisato dietro la nuca.

(Sono a casa. D. ha raggiunto Giuliana in clinica, ora è con lei. Tentiamo di comunicare coi telefonini, ma la linea è disturbatissima, non c’è campo. D. riesce a mandarmi un sms: “Sono contenta di essere qui, è ancora vivo e solo questo conta”.
In questi giorni sto leggendo Piovene. Le Furie: “Ci dicono che i romanzieri hanno sempre inventato, trasferito, innestato, mescolato, impastato, essendo piccoli demiurghi. Ma forse romanzieri di quella specie non sono possibili oggi, e non credo che verranno più. Con la mia ostinazione, col mio amore per gli accadimenti sordi in cui ciò che nasce da noi diventa un fatto naturale che si subisce, sono sempre stato una cavia, ho sempre sperimentato in me i limiti del possibile e quello che è diventato impossibile. E so che ormai il bisogno di verità brucia tutto, e fa parere un’impostura anche la finzione che un tempo pareva innocente e incantevole (…). Il bisogno di verità, quando si insedia in noi, somiglia al fuoco ma anche al cancro (…) La bugia è insopportabile, la verità non meno; la nostra sorte, a differenza di tanti uomini di ieri, è tentare di sostenerla senza morire”).

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6 Responses to Il bisogno di verità

  1. Luigi Bernardi il 4 agosto 2011 alle 08:43

    Grazie.

  2. Marco Di Pasquale il 4 agosto 2011 alle 12:00

    Grazie per questo brano accorato e asciutto che mi ha toccato profondamente, per aver vissuto la stessa situazione qualche settimana fa, non con un padre, ma il dubbio è lo stesso.
    La necessità di verità, che comunque non credo essere inoffensiva, ma che è basilare nell’opera di chi scrive, collega le persone nella testimonianza, nella compassione, in quel movimento impercettibile che ci fa sfiorare, sentendo meno lacerante il peso del vivere.
    Molti dovrebbero ricordarlo.

    mdp

  3. Ares il 4 agosto 2011 alle 15:29

    Se la malattia ti coglie, un ospedale e tutte le sue anticamere possono diventare un luogo d’offesa reiterata, un luogo popolato da miserabili da ambo le parti.

  4. A.Pe il 4 agosto 2011 alle 20:43

    Senza fiato. Lo stesso fiato che ti si congela dentro quando vivi le stesse cose.
    Una volta provate sulla tua pelle, non le dimentichi mai più,
    e ti senti solo vicino alle centinaia di sconosciuti a cui purtroppo capita, e ti senti dentro di te che non sono più tanto sconosciuti. Grazie.

  5. piero il 5 agosto 2011 alle 12:48

    Grazie a tutti voi per le letture e i commenti.

  6. Mariateresa il 5 agosto 2011 alle 18:04

    Grazie per questo racconto di ciò che avviene oltre la soglia: anche mio padre se n’è andato così, un’epatite c presa chissà come e chissà dove (forse anche dal dentista…) e lui era molto scrupoloso, si faceva esami sempre si curava, finché è venuto un ascite e i gran professoroni medici lo guardavano male, “sembra una donna incinta” disse il primario che io volevo strozzare, così autocratico e autoreferente nel suo reparto e quando è stato sempre peggio, nessuno di lor signori medici si è scomodato a venirlo a vedere ed era a pochi passi, non possiamo extra moenia tentando di spaventarmi, caso mai non conoscessi il latino…è l’orrore puro e il guaio è essere così ignoranti da cadere in loro balia. Se ti salvano è solo perché hai avuto fortuna!



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