La scrittura come contemporaneità

8 agosto 2011
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[Il brano è preso da: Heinrich Böll, Come si dovrebbe vivere. Perché la città si è fatta straniera / Dialoghi con H. Vormweg, trad. di F. Rondolino, edizioni dell’asino 2011, pp. 96-101. Il libro, pubblicato nel 1987, viene proposto adesso nella «piccola biblioteca morale» dell’editore. DP]

Foto via Ann-Christine Jansson

Heinrich Böll – Heinrich Vormweg

HW Eppure nei racconti del primo periodo, nei racconti pubblicati e nei primi romanzi, si ha l’impressione, leggendoli, che tu, nonostante il sentimento della liberazione, sia ancora ancorato a quella vita, a una vita che avvolge totalmente la persona come una sfera, tenendola immobile molto più a lungo di quanto affermi il proprio sentimento. Ciò che adesso voglio dire è che, non potendo partire dai tuoi ricordi personali, sono obbligato a partire da ciò che ho letto. A mio parere tu hai raccontato, facendone oggetto dei tuoi racconti, la guerra e il ritorno a casa, e soltanto dopo il discorso si è allargato alla vita tra le macerie, all’insicurezza tutta particolare che contraddistingue la vita tra le macerie. Una parte di questa vita consisteva nel continuo odore di cucina, che all’inizio degli anni cinquanta divenne anche oggetto di un vivace dibattito letterario. Tuttavia in questi primi racconti non si poteva trovare ciò che Wolfgang Weyrauch espresse in tono programmatico nella sua antologia 1000 Gramm, apparsa nel 1949: “Qui scrivono giovani autori che vogliono disboscare la foresta intricata in cui ci troviamo”. E uno dei tuoi critici, Hans Schwab-Felisch – lo conosci bene –, a proposito dei tuoi primi racconti ha detto che Böll non ha mai cercato di disboscare la nostra intricata foresta, ma piuttosto se ne è fatto carico, rendendola trasparente. E io già dieci anni fa ho formulato e scritto una riflessione analoga, e cioè che il primo Heinrich Böll non ha mai voluto evadere o fuggire. In lui non c’era nessun desiderio di evasione o di rottura; uscito dalla guerra, si ritrovava cristiano, piccolo borghese e cattolico, e anche la foresta ideologica dell’epoca – mi dirai tu se è vero – aveva per lui un carattere di realtà nella misura in cui gli era possibile osservare la realtà soltanto dall’interno della foresta in cui si trovava a vivere. Molto difficilmente avrebbe potuto immaginarsi qualcosa d’altro al posto di quella intricata foresta. Infatti – così scrivevo allora – “in quella foresta morivano e vivevano gli uomini, e ai suoi occhi un disboscamento radicale, quale quello voluto da Weyrauch, avrebbe finito con il colpire anche una parte di coloro con i quali Böll viveva”. Tu dunque raccontavi per così dire, dall’interno di un’intricata foresta, e raccontavi, per gli uomini costretti a vivere appunto nella foresta. E l’unico atteggiamento possibile era la compassione, e l’unica speranza, peraltro incerta, era quella di tirarsi fuori dalla foresta. Potresti approvare questo quadro? Era questa l’intenzione dei tuoi primi racconti?

HB Non fu un’intenzione. Si dovrebbe parlare a lungo del “disboscamento”. Innanzitutto, se ebbe davvero successo, o se invece non fu soltanto un’illusione…

HW Ma era un programma d’azione.

HB Sì, se lo si eleva a programma e lo si osserva a posteriori, si vedrà, credo, che anch’io in qualche modo vi ho partecipato. Sempre dando per nota la mia origine, la mia origine sociale, regionale, locale, che pure ha un significato importante. La teoria di Weyrauch mi sembrava troppo arrogante, capisci? Tra i teorici del “disboscamento” c’erano molte persone strettamente legate alla propaganda: Weyrauch stesso lo sapeva e lo rese anche noto. E liberarsi in questo modo del passato, dicendo “Buttiamo via tutto!”, mi sembrava troppo arrogante, e intellettualmente disonesto. A questo punto dovremmo parlare a lungo del problema della colpa, e anche di quanto poco la liberazione politica abbia condotto alla liberazione interiore dei tedeschi. Pensiamo sempre in termini di date storiche: 8 maggio 1945, la guerra è finita, i nazisti sono finiti, è l’ora zero: ma tutto ciò è molto illusorio. E io non ho contribuito a questa illusione. Mi sono sempre chiesto: ma qui ci sono mai stati dei nazisti? Erano il novanta per cento, non possiamo far finta di nulla. E di colpo non ce n’è più nessuno? Dal punto di vista politico la cosa più sorprendente per me – avevo pur sempre 28, 29, 30 anni – era l’assenza quasi totale di opposizione all’occupazione alleata. Prova a immaginarti: fino all’8 maggio erano tutti nazisti, davvero, e di colpo tutto finisce, per me era… Naturalmente ci sono stati episodi spiacevoli, il “Werwolf”, e anche gli omicidi, gli omicidi decisi dai tribunali segreti. Ma milioni di tedeschi hanno accettato su di sé, senza opposizione alcuna, l’occupazione, le disposizioni alleate, le leggi che vennero in seguito, e che in parte erano molto sgradevoli, nelle varie zone di occupazione. Anche questo non mi andava bene, questo adeguamento immediato alla volontà politica degli alleati, che in una prima fase non era per nulla chiara, capisci? La teoria del disboscamento mi sembrava troppo frettolosa. Capivo qual era il significato di questa espressione, ma non credo che abbia contribuito alla liberazione interiore.

HW Sono assolutamente d’accordo con te, era impossibile da un giorno all’altro.

HB Io ero ancora dentro il passato. Ho sentito con grande forza la liberazione, la sento ancora oggi, ancora oggi la sento. E ancora oggi sento la paura di ciò che non è stato affrontato. Uno dei motivi della mia sensibilità, di una sensibilità a volte esagerata, viene dalla domanda: dove sono andati a finire tutti i nazisti, che ne è stato di loro, dove si nascondono? Quando non ci fu più pericolo, intorno al 1953-55, improvvisamente ricomparvero tutti. Di nuovo mi risultò evidente l’immensa vigliaccheria storica di chi si tiene nascosto per poi ricomparire improvvisamente, e per di più con una sfrontatezza che ancor oggi non abbiamo capito fino in fondo. Non abbiamo ancora capitò ciò che è successo tra il 1951 e il 1959 con la riabilitazione di vecchi nazisti, e anche di vecchi generali – ci ho di nuovo pensato in questo periodo, in occasione della morte di Heusinger.

HW Ma in quegli anni tu eri già conscio della situazione? Avevi già opinioni compiute di fronte a ciò che stava accadendo?

HB No, non era così chiaro come ora lo sto raccontando. C’era molto di inconscio, e c’era anche molta ostinazione, ostinazione di fronte a una certa arroganza intellettuale, che spesso e volentieri si volge contro la Renania. C’è una vecchia tradizione intellettuale…

HW Sì, i responsabili sono sempre da un’altra parte.

HB Sì, sì, e da noi, qui in Renania, e specialmente a Colonia, e anche nella mia famiglia, c’era una certa arroganza nei confronti di Berlino, per esempio.

HW Un’arroganza più silenziosa e discreta…

HB No, era piuttosto forte nelle nostre parole. A questo si aggiungeva l’orgoglio della regione e della località. C’era anche una certa arroganza che ci faceva pensare: ah sì, voi a Berlino ci avete cacciato un bel guaio con i nazisti – il che storicamente è sbagliato, se riferito alla città –, e adesso volete anche spiegarci come dobbiamo fare per liberarcene.

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2 Responses to La scrittura come contemporaneità

  1. Dinamo Seligneri il 8 agosto 2011 alle 12:47

    “Dove si nascondevano?”
    Una popolazione non si nasconde, non c’è spazio sufficiente.
    Non credo, poi, che i nazisti (intesi come aderenti all’ideologia di quel partito) abbiano fatto male a non farsi massacrare, oppure tutti debbono fare come il buon Cristo?
    La democrazia, la monarchia, la dittatura sono idee, ipotesi di lavoro e in quanto tali ognuna di queste arreca vantaggi e svantaggi, a singoli a gruppi come a classi sociali. Non si può passare da un’idea dentro cui s’è nati cresciuti e pasciuti ad un’altra imposta dall’esterno come se nulla fosse, di prima mano.
    Questo è un monito che i vincitori (siano essi nazisti o americani democratici) dovrebbero capire, magari dovrebbero leggersi Van Gennep… a quel punto chi vince potrebbe anche non dare licenza di saccheggio e sventramento alle proprie truppe, magari si potrebbe abbattere il concetto di tribunale speciale, e via di qua a stanotte… a quel punto la caccia alle streghe non diventerebbe un leggere il fondo del caffè, diventerebbe un’altra cosa. Siccome invece esistono le epurazioni, la popolazione si nasconde laddove non c’è spazio, nell’omertà, nella paura e nella remissione passiva. Scompare.
    Di questa scomparsa, di questo buco storico, questo trapianto forzato, la Germania tuttora fa la smorfia. Ed anche il resto del mondo

  2. […] Il volume esce nella collana Piccola biblioteca morale, legata alla rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini, nata dalla collaborazione tra la rivista Lo Straniero di Goffredo Fofi e l’associazione Lunaria presieduta da Giulio Marcon. Se ne può leggere un brano su Nazione indiana. […]



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