La miseria della postfilosofia o L’intollerabile deragliamento dell’essere (storia minima di un’abdicazione intellettuale)

22 agosto 2011
Pubblicato da

di Daniele Ventre

1. Critica della critica acritica – l’autoritarismo deluso della postmodernità radical chic, fra pensiero debole e iperfallibilismo  pancritico

Uno spettro si aggira nei meandri delle menti speculative d’Europa e d’Occidente: è lo spettro del senso critico, che come il fantasma di Banquo al festino di Macbeth, secondo un copione shakespeariano tanto banale quanto obbligato, funesta i simposii di troppi, veri o presunti, maîtres à penser del mainstream filosofico contemporaneo. Fra le tante Scheintode che la poco limpida amleticità del dramma concettuale postmoderno inscena, la sua è solo l’ultima in ordine di tempo, dopo quella nietzscheana, ribadita, di Dio, dopo la morte e l’oblio della verità, dell’essere e  in ultima analisi del più generico concetto di senso tout court. E del resto, a preparare il recesso del senso critico e dei suoi astri compagni al di là dell’orizzonte delle realtà osservabili, in un’espansione inflazionaria e inflazionata di acritici, gridati sub-sensi regionali, universi insulari dall’apparente incommensurabilità,  è stato lo stesso definirsi della cosiddetta condizione postmoderna, tanto per citare padre Lyotard: fra globalizzazione e atomizzazione localistica (o meglio, glocalistica) , si è così inneggiato in ordine sparso e sotto varie bandiere intellettuali all’esuberanza dello sviluppo tecnologico repentino, al plurivoco flusso perpetuo di informazioni, al policentrismo ibrido, al politeismo dei valori, tutte forze, vessilli e simboli che sarebbero stati in grado di liberare una volta per sempre l’uomo dalle visioni totalizzanti, dai formalismi sociali, dai verticismi aggressivi degli uomini di polso, dal predominio di questa o quella superstizione o pantomima religiosa sclerotizzata. A trentadue anni da La condition postmoderne, e a ventisei da La fine della modernità proclamata da quella gioiosa macchina d’arguzie che è il pensiero debole di Gianni Vattimo, quando si osserva l’anomico e anonimo paesaggio socio-politico del XXI secolo, e in specie l’italica aiola che ci fa tanto delusi, così epidermicamente ossequiosa ai precetti pastorali, così poco democratica, così organicamente persuasa a credere di credere, così ad personam, viene spontaneo chiedersi che cosa sia rimasto delle presunte forze liberatrici a suo tempo evocate.

A fornire l’occasione immediata di una simile esternazione, con tutto il ragionamento che ne dovrà seguire, è stato, a più di un mese di distanza dalla sua uscita, l’almanacco di filosofia della rivista Micromega del 2011, col suo carico di bon ton neoscettico postfilosofico e postistorico, dominata com’è dai piacevoli conversari dello stesso Vattimo, di Paolo Flores d’Arcais e di Richard Rorty -meno spazio ha il pensiero “forte”, rappresentato solo dal gentile contraddittorio di Roberta De Monticelli e dal breve intervento di Maurizio Ferraris. In realtà la prospettiva che cercherò di delineare qui, a titolo di opinione personale e fuori del campo che di solito mi è proprio, nasce da lunghe ruminationes sull’argomento, che ovviamente non sono figlie del sole e della calura agostana: ovviamente nessuno crede nella filosofia balneare, per quanto l’ultimo numero di Micromega, con i suoi illuminati e illuminanti esquisses philosophiques, sia appunto del luglio scorso.

Che nelle “Giornate della laicità” svoltesi a Reggio Emilia  fra il 15 e il 17 aprile di quest’anno un pensatore laico impegnato, come Flores d’Arcais, di fatto affermi che l’etica alla base di una società laica e pluralistica sia essenzialmente un wishful thinking come un altro, figlio di una mera contingenza storica -una fede nella ragione, come c’è una fede in un dio purchessia; che in un contesto più ampio, il liberale ironico-pragmaticistico Richard Rorty proclami un etnocentrismo moderato (l’occidente è il migliore possibile dei mondi sociopolitici finora nati) e la terapia dalla Filosofia in vantaggio della “democrazia” (e nel sullodato numero di Micromega proponga un curioso Heidegger piegato e piegabile, e impiegabile, politicamente a sinistra, con la mediazione di un Dewey letto col rampino); che in un ambito più generale, Vattimo concepisca l’essere come porosa plurivoca policentrica realtà i cui molteplici ambiti storicamente determinati sono inviati alla loro propria e specifica deriva destinale che finisce per gettare, nel suo proprio specifico erramento, una tradizione identificabile e giustificatrice (in un fiorire di giochi terminologici fra Geschick, Schicksal e Ueberlieferung), mancando una verità univoca e un essere univoco: tutte queste posizioni, su problemi generici o specifici di teoresi o di storiografia filosofica, si inscrivono nell’ottica della presunta efficacia liberatoria del pensiero postfilosofico variamente declinato, che giungerebbe a smascherare le insidie cripto-totalitarie insite anche nelle visioni moderne “liberatrici”, dissolvendo le più o meno celate pretese di fondazione assoluta che tali visioni hanno alla base. Alle prospettive filosofiche postmoderne propriamente dette si affiancano altre concezioni, apparentemente figlie delle ultime voci del pensiero “forte”: fra queste le Anschauungen iperfallibilistiche comuni a orientamenti come quelli dell’ultimo Habermas nella sua forma vulgata, per cui “tutto è fallibile” (incluso lo stesso fallibilismo) e al razionalismo pancritico di un William Warner Bartley III. Del resto l’epistemologia di Popper, a cui quest’ultimo fa riferimento esplicito, contiene evidentemente nelle sue stesse premesse il seme della propria erosione, una volta dimostratosi fallimentare il suo criterio di verosimiglianza, a opera di Larry Laudan e altri, e dimostratosi altresì fragile, se non inefficace, il criterio di falsificabilità come demarcazione fra scienza e non scienza e da più di un punto di vista -fra cui: l’inefficacia della demarcazione popperiana nell’indentificare la pseudoscienza (pseudoscienza è la cura del cancro del prof. Di Bella, che è stata falsificata, esattamente come la meccanica newtoniana, che però nessuno chiamerebbe mai pseudoscienza);  l’inabilità della falsificazione nel dividere scienza e metafisica, dopo che la filosofia analitica del linguaggio religioso scopre che anche una religione (che è poi in senso popperiano una metafisica) può essere falsificata, ma in modo non conclusivo (e si badi però che nemmeno la falsificazione scientifica è veramente conclusiva, visto che si può, per via interna al metodo, tentare di smentire la smentita). Si potrebbe incidentalmente notare che molti elementi costitutivi della postfilosofia, della filosofia postmoderna, sono già ampiamente presenti e annidati in quelle aree del pensiero novecentesco che a detta dei postmoderni appaiono in vario modo ancorate alle radici della modernità (e potremmo qui risalire al finzionismo di Veihinger, al postkantiano Enesidemo-Schulze, a Hume) -e ci sarebbe al limite da riadattare il titolo ominoso dell’opera di Bruno Latour, affermando recisamente che non siamo mai diventati postmoderni, postistorici, postfilosofi e ultimativamente, postumanistici e postumani. Ma non è di queste sottigliezze sulle etichette e sui post-it che mi preme parlare.

Ciò che importa è altro. Ciò che importa è l’inabilità del postmodernismo a costituirsi come effettiva filosofia liberatoria, in quanto il postmodernismo stesso, ultimativamente, si rivela un “rimedio” ben peggiore del presunto “male”: sia che parliamo di mondi con tradizioni diverse, lasciati nella loro gettatezza alla loro deriva,  sia che parliamo di fondamento irrazionale dell’etica, sia che abbracciamo un altro qualsiasi dei vari orientamenti falsamente aperti della cosiddetta postmodernità, quest’ultima ha come risultato effettivo la trasformazione scettica della benedizione dell’esistente, con la correzione opportunistica di un relativismo volgare, “mercantile”. In soldoni, l’Afghanistan dei Talebani, la Germania nazista, il Pakistan fondamentalista islamico e l’India fondamentalista indù pronti al conflitto nucleare, l’Italia del berlusconismo, l’URSS staliniana, il totalitarismo maoista e la sua versione aggiornata con doppiopetto e ventiquattrore, l’Islam Wahhabita, il retrivo oscurantismo ultracattolico di Ratzinger, il tribalismo che legittima le mutilazioni genitali femminili sono tutti mondi abbandonati e abbandonabili alla loro deriva destinale, espressioni di una fede e di un wishful thinking a cui la fede nella ragione è stata in tutto e per tutto parificata, con una notevole posizione di svantaggio. Il fallibilista non ha e non offre certezze, ma solo sofferenza intellettuale, di fronte al dispiegamento della volontà di potenza di chi gestisce l’economia, la politica, gli apparati militari e burocratici, e di fronte alla sofferenza fisica delle masse impoverite di un mondo in cui, a dispetto delle previsioni di sviluppo di organizzazione internazionali sempre più remote dal controllo reale della situazione, la fascia della fame si allarga a dismisura, l’insicurezza sociale dilaga, il futuro delle nuove generazioni è incerto, i diritti sono messi in discussione dalle barriere che la paura erige, in reazione al crollo delle vecchie identità e dei vecchi confini. Ma se il fallibilista non ha e non offre certezze e non offre nemmeno fondazioni razionali del suo fallibilismo, il suo pensiero critico e aperto, col suo dono di scientificità e democrazia, storicamente, è sconfitto. In un mondo come il nostro, per come già veniva delineandosi negli anni che videro apparire La condition postmoderne e La fine della modernità, il pensiero postmoderno è semplicemente la Filosofia Ufficiale di una élite camaleontica, che proclama a gola spiegata la lotta per una democrazia che essa stessa ha contribuito a svuotare di senso. Con Vattimo, pur impegnato in aree politiche d’opposizione, essa proclama un sostanziale laissez-faire politico, e viene buona a legittimare qualsiasi cosa che una certa tradizione regionale legittimi di per sé (perfino Flores d’Arcais, Micromega 5/2011, p. 41 ss. se ne accorge); con Rorty, afferma l’intrinseca superiorità occidentale, mascherata dell’ironia dell’alto borghese americano sicuro della sua tessera d’assicurazione sanitaria, dei suoi studi di legge ed economia ad Harvard, della sua previdenza integrativa; con Lyotard, ha espresso semplicemente un velleitarismo libertario che si è tradotto, in atto e in effetto, in una deriva socioculturale tramata da un paradossale, ma in realtà più che ovvio, intreccio fra anomia e tirannide. Al di sotto di questo panorama filosofico, nel concreto si muove la glocalizzazione analizzata a suo tempo da Zigmunt Baumann: la capacità delle multinazionali e del cosiddetto impero di adattare in tempo reale i suoi prodotti e il suo battage pubblicitario secondo le tradizioni locali di Stoccolma o di Marsiglia o di Napoli o di Mumbay o di Lagos o di Ciudad del Guatemala -né importa la natura del prodotto, che siano Coca Cola, happy meals, proiettili all’uranio impoverito o mine giocattolo o “democrazia” da “esportare”. E nel concreto della politica italiana, si è ben visto quale “opposizione” “laica” sappia condurre quell’area della classe politica che in una certa filosofia della postmodernità si riconosce: cedimento sulla scuola pubblica al diktat di Woitila sulla libertà di educazione; appoggio indiretto all’Afghanistan talebano quando ciò convenga al grande alleato, salvo poi bombardarlo quando ciò convenga al grande alleato; politiche “ambientaliste” in Campania e chi più ne ha più ne metta: il veltrusconismo non è un invenzione dell’antipolitica grillina. In una maniera totalmente nuova, impensabile, la filosofia che doveva curare l’uomo contemporaneo dalla pretesa totalizzante della Filosofia è diventata un pensiero totalizzante ancora più pericoloso, perché subdolo e falsamente amico, come certi governi tecnici degli anni ’90, saliti al potere sull’onda dello sdegno per una riforma delle pensioni che le masse mobilitate dai sindacati percepivano come ingiusta… e chiamati ad attuare con altre modalità quella stessa riforma. Il filosofo postmoderno si rivela così un autoritario o un utopista deluso (autoritari e utopisti vanno peraltro a braccetto, delusi o meno che siano); egli ha abbracciato la ragione pigra con opportunismo da tribuno, e si è fatto implicito sanzionatore di uno stato di fatto. Inevitabilmente, con Vattimo, è “etnocentrico ma cerca di non darlo a vedere troppo” (Micromega, 5/2011, p. 80), perché difende i valori di una società in cui “si trova bene”. Con Rorty, il filosofo postmoderno è tutto ironia e conversazione senza pretese di verità. Traendo le somme, appare chiaro come simile nichilismo non sia già più quello del Nietszche trasvalutatore dei valori, troppe volte nominato invano: piuttosto è il niente come tale, eretto a giustificazione di un dominio fattuale, attraverso lo sleale gioco pragmatico di un’ironia panciuta e autocompiaciuta, intrinsecamente classistica. Il filosofo della trasformazione semiotica del kantismo, Karl Otto Apel, stigmatizza il pensiero di Rorty per un altro aspetto deteriore. Rorty afferma di non avere pretese di verità, né altro potrebbe fare, nella sua posizione: la filosofia, nell’ottica rortyana, si fa mera letteratura e conversazione. Ma chi non ha pretese, pur dubbiose, di verità, o per lo meno di verisimilitudine, di fatto si sottrae alla discussione in modo sistematico. Un dogmatismo metodologico fatto e finito, con la sottile differenza che almeno i vecchi dogmatismi sapevano di qualcosa. Ma a questo nobilissimo scopo di insaporire il criptodogmatismo del niente provvede per tempo il “credere di credere” vattimiano, con il suo Dio cristiano reinterpretato (con un pizzico di heideggerismo) che si svuota, che si invera nelle chenosi (“svuotamento”) di sé. In tal modo il nullismo postmoderno riesce perfino a produrre una sua scolastica e arriva, da pensiero laico, a porgere ben più che l’altra guancia alle superstizioni del cristianismo illibertario e discriminatore.

E sul piano del rapporto con la scienza? Ovviamente, la definizione di scientificità non va oltre un gioco linguistico transitorio (Rorty) e in ogni caso, obliato l’essere, non ci sono che interpretazioni. La sponsorizzazione di un’altra area del pensiero postfilosofico italiano (Galimberti, Cacciari) a favore di teorie pseudostoriche come quelle di un Giovanni Semerano non è solo una questione di convenienze e contiguità editoriali. E più in generale, la difficoltà della scienza a riconoscersi, in Italia, un’identità forte di fronte a una politica e a un’economia sorde, dominate da un’idolatria superstiziosa, non troverà certo alcun rimedio nei chenotici nullisti, presunti liberatori alfieri della postmodernità.

2. Un altro versante del problema: il Parmenide degradato di Severino e l’insufficienza logica del neoeleatismo.

Sul versante opposto domina, come reazione, il neoparmenidismo di un Severino, virtuoso del principio di identità e non contraddizione portato alle estreme conseguenze. Del caso Severino e del neoeleatismo c’è poco da dire: a chiunque sia a giorno del nostro tempo e del nostro sapere di sfondo e nel contempo abbia un minimo di residua onestà intellettuale, il suo monismo ontologico estremo suona piuttosto difficile da sostenere con serietà, di fronte alla logica delle relazioni esterne di Russell, di fronte alla logica fuzzy di Lotfi Asker Zadeh, di fronte alla risoluzione topologica del problema del limite. Oggi nessun matematico e nessun logico prescinde dal concetto che la logica binaria, basata sul principio di identità e di non contraddizione, è solo un caso particolare, rispetto alla logica della vaghezza, che concepisce valori di verità intermedi fra 0 e 1. Questa è la logica che risolve i paradossi del calvo e del sorite, la logica degli insiemi sfocati, che ha applicazioni concrete in campo cibernetico; di più, è la logica che fa funzionare il linguaggio umano nella sua forma ordinaria e lo spiega. Se una ontologia ersatzista più o meno sofisticata, come quella di un Whitehead, di un Carnap o del primo Wittgenstein, è l’equivalente della relatività ristretta; se la logica fuzzy, con l’ontologia che ne deriva, è paragonabile alla fisica quantistica col suo principio di indeterminazione; il neoeleatismo di Severino suona dal più al meno come un ritorno a posizioni pregalileiane. La primordiale criterialità dell’essere parmenideo, padre della scienza occidentale e metro epistemologico legittimatore dell’opinione plausibile, non appartiene realmente a questo eleatismo ritornato, che suona più come una forma estrema di immanentismo, una strana teologia animata dalla tensione alla gloria dei suoi umanissimi superdèi, e inconciliabile con la neoscolastica di cui pure è figlia ribelle e di cui conserva, moltiplicata, solo la pretesa di autorità. In realtà, se prendiamo coscienza dell’evoluzione della logica occidentale, siamo costretti ad abbandonare i nostri sogni di gloria, ma non siamo autorizzati a cadere nel nichilismo. Quello che abbiamo davanti oggi è un paesaggio ontologico sfumato, con picchi negativi e positivi in corrispondenza dei valori di appartenenza e dei gradi di verità più vicini a 0 e 1: un mondo di enti aperti, sfocati, e in relazione fra loro, ma coerente, senza buchi, pori e derive intrinseche. L’uomo sembra spesso riluttante ad ammettere che l’essere (o la verità) sia problematico: la fast philosophy dei nostri tempi lo seduce, facendolo comportare come la volpe con l’uva, o facendolo regredire all’infanzia del pensiero occidentale. L’uomo sembra altresì troppo corrivo a lasciarsi schiacciare da una più o meno nascosta soggezione alla necessità assoluta (sia l’eimarmene degli stoici, la geometria di Spinoza o la deriva destinale desoggettivante, e falsamente liberatrice, del pensiero debole), una necessità che chiede pur sempre il suo riconoscimento e il suo assenso, e dunque la sua responsabilità autonoma. Tanto l’ex-marxista quanto l’ex-neoscolastico sembrano restii a comprendere la dialettica multipolare, fatta di autoorganizzazione, di effetti di retroazione e di probabilità, che dell’essere e della verità problematici costituisce la trama. Che la realtà sia coerente ma elastica, che l’esperienza sia aperta e storicizzata, che in questa realtà coerente e in quest’esperienza aperta l’uomo sia responsabile, nel suo ruolo storico, delle sue scelte giuste e sbagliate e delle conseguenze che ne derivano: sono queste le idee che in Italia preoccupano i detentori dell’egemonia culturale nell’epoca della postfilosofia, troppo occupata a infoderare il pugno di ferro di vecchi atteggiamenti dogmatici nello sdrucito guanto di velluto della vacuità: un pensiero senza legittimità argomentativa, specchio di una società ormai aperta solo a pochi arguti signori e governata da una politica ormai priva di reale legittimazione.

3. The poverty of post-historicism -la storia, sua presunta fine e sua pretesa plasmabilità ermeneutica.

Una caratteristica comune tanto agli orientamenti decisamente postmodernisti quanto alle prese di posizione più o meno neognostiche e neoeleatiche è la negazione della storicità, in reazione all’istorismo assoluto del vecchio metaracconto idealistico e alle attese messianiche del marxismo. I nodi di problemi che qui si sollevano procedono in direzioni molteplici, dal ripensamento “ultramorale” (e aggiungerei ultraepistemico) del rapporto di forza all’interno della vecchia dicotomia (storicistica e poi weberiana) fra Verstaendnis (interpretazione) ed Erklaerung (esplicazione), a tutto favore della prima, secondo la vulgata nietzscheana, all’idea rispolverata di fine della storia, ripensata nel 1992 da Fukuyama: una visione, quest’ultima, strettamente organica alla difesa ironica del liberalismo che è, sotto altri cieli, il cavallo di battaglia di un Rorty. L’idea di fine della storia, tradotta in parole poverissime, suona dal più al meno in questi termini: l’occidente, raggiungendo benessere democrazia liberalismo, pone fine al cammino storico dell’inveramento dell’uomo; poi la fine della storia, come da vecchio copione, si diffonde e si estende. Tradotto in termini più equanimi (e propriamente critici) significa: una volta giunta al termine della sua evoluzione determinata, la civiltà occidentale, che sente di non aver più nulla da dire e da dare, pretende di estendere questo nulla da dire e da dare a tutte le altre culture del pianeta. La fine della storia intesa in senso postmoderno si rivela dunque l’ideologia coloniale residua di una civiltà in forse. Quale forza e cogenza abbia, alla luce dell’attuale tempo di crisi, è fin troppo facile capire: è altresì facile comprendere che in essa si esprime soltanto l’estensione diacronica dell’etnocentrismo. Preda del suo facile ottimismo, l’uomo postmoderno fra fine anni ’90 e inizio anni ’10 del XXI secolo ha canterellato il suo aurea sunt vere nunc saecula, e si è poi affermato che l’11 settembre  ha rimesso in moto la storia, che di per sé non si era mai data la pena di fermarsi. Ovviamente, la fine della storia implica un’idolatria dell’oggi, con la conseguente pretesa di esorcizzare i potenziali conflitti reinterpretando il passato in senso conciliativo e perdonistico: e lo si è fatto con il fascismo repubblichino e con l’esaudimento del perdono ai crimini dell’Inquisizione, tanto per fare un esempio. Sottoprodotti deteriori di questo modo di riplasmare pragmaticamente il passato in funzione del presente sono, fra l’altro, le tante pseudostorie che hanno preso  a popolare i sogni dell’occidente, fra Omeri nel Baltico, Fenici in America, templari un po’ dovunque, scopritori dell’America in anticipo sul 1492 e quant’altro. Nessun’epoca della civiltà occidentale, se non forse la tarda antichità con i suoi romanzi d’amore e d’avventura e le sue storie romanzate, ha conosciuto un simile proliferare di ineptiae sul nostro passato. In tal modo il post-istorismo dimostra la sua intima povertà e miseria intellettuale, nonché la sua perfidia, nell’inquinare quelle memorie storiche in cui spesso risiedono i testimoni d’accusa capaci di esorcizzare gli orrori del fanatismo e del razzismo che ora si riaffacciano alle nostre porte. Questa pretesa di stornare i conflitti, esorcizzando il passato, somiglia fin troppo a una rimozione nell’inconscio. Sembra però che la storia, seccata della sua dichiarazione di morte presunta, abbia deciso di punirci col ritorno del rimosso. Sembra altresì che troppa parte della filosofia contemporanea, nella pretesa di indebolire la conoscenza, abbandonando la chiarificazione esplicativa in pro dell’interpretazione, non si sia resa conto che una vecchia teoria fisica può comunque venir buona come approssimazione all’interno di un certo dominio sperimentale, mentre una vecchia idea dei fatti storici, smentita da una fonte contraria, è semplicemente falsa e inservibile, così che nelle radici delle “molli” scienze fondate sul circolo ermeneutico si rivela annidata una pretesa di univocità e di giustezza assai più radicale e recisa di quanto ci si aspetterebbe, specie dal confronto con scienze  “dure” come la fisica o la matematica.

4. Guarire dalla postfilosofia: possibili soluzioni

Si sente spesso dire dai postfilosofi che di fronte a un articolo di ontologia o di filosofia della scienza saltano tutta la complicata parte delle formule e arrivano alla conclusione, per vedere che cosa l’articolista, sul piano etico o politico, cerca indirettamente di dirci. Una lettura rapida che va bene come primissimo approccio per l’editor di una casa editrice o per il referee di una rivista: questa deteriore postfilosofia mutata in fast philosophy va un po’ meno bene quando la posta in gioco è la controllabilità del ragionamento, in cui ogni passaggio è portatore di un possibile spunto di discussione, aperto allo sviluppo di nuove linee speculative. Va ancor meno bene se si considera che la filosofia è essenzialmente la provincia critica del popperiano mondo delle teorie e dei significati: essa non è niente di più e niente di meno che la formalizzazione culturale di quella facoltà eminentemente umana che è l’autocoscienza: il che la trasforma, per dirla con Abbagnano, in “critica di umane esperienze”, e si esprime come posizione critica rispetto alla dimensione normativa e al linguaggio della cultura in cui è nata per riassumere il pensiero di quel John Dewey a cui un Rorty (Micromega 5/2011, p. 32 s.) fa riferimento non del tutto proprio, quando vuole andare a sinistra con Heidegger.

Se è vero che, come critica della dimensione normativa e cognitiva di una cultura, una certa filosofia è storicamente determinata, e legata al gioco linguistico di quella cultura in quell’epoca, è fin troppo superfluo ricordare, con Apel, che esiste un gioco linguistico trascendentale, che è l’argomentare come tale con i suoi universali semiologici, di fronte ai quali certi discorsi (per esempio quelli dei fondamentalisti e quelli dei postmoderni, in apparenza così distanti, in realtà così intimamente annodati), sono autocontraddizioni, in termini pragmatici. Resta infatti assodato che ogni persona che argomenta e comunica presupporrà un destinatario e un referente del messaggio, e attribuirà al suo argomentare giustezza, verità, veridicità e comprensibilità; resta in ogni caso fondamentale l’etica del discorso che queste implicite premesse presuppongono, e che Apel e Habermas prima di lui hanno definite. Ed è piuttosto debole la posizione di chi suole argomentare che il fanatico si servirà del gioco linguistico trascendentale in modo “strumentale”: anche fosse così, lo strumento non è mai neutrale, ma ci cambia e il linguaggio è il medium meno neutrale del mondo. Come ogni strumento ha dei limiti, ma chiunque si trovi a fronteggiare l’immediata esigenza del comunicare con i suoi simili sa bene che il gioco di Lord Chandos non paga e non va lontano, a meno di non presupporre, con dogmatismo puerile, di aver diritto ora e subito a un linguaggio immediatamente cogente e immediatamente vero. Anche il becero borghesotto nazista, che appende fuori dalla sua bottega il divieto di ingresso agli ebrei e ai cani, presuppone che l’eventuale ebreo di passaggio comprenda, e presuppone dunque, implicitamente, che sia sul suo stesso piano comunicativo e umano… per poter essere discriminato efficacemente come subumano! In termini filosofici, le basi del gioco linguistico trascendentale dell’argomentazione, che è appannaggio di ogni essere umano sotto qualunque cielo, mi forniranno sempre il necessario punto archimedico su cui far leva, per scardinare il mulieri docere non permitto e l’omofobia di S. Paolo e di Ratzinger (ma evidentemente non di Cristo), per disintegrare le pretese dell’apartheid e del Kulturkampf come i proclami degli stalinisti, per fondare, ultimativamente, un’etica orientata alla rimozione di quegli ostacoli socioculturali che impediscono alla comunità degli argomentanti reali di identificarsi con la comunità paritaria degli argomentanti ideali. Mi fornirà soprattutto, al di là della logica da uomo-uccello che sta imponendosi sulla nostra Isola di Pasqua planetaria, gli strumenti di fondazione di una macroetica globale in grado di rispondere positivamente sul perché è oggettivamente assurdo che una guerra nucleare locale fra fanatici indù e fanatici islamici trasformi la pianura indogangetica in un deserto radioattivo spazzato dagli incendi e getti il mondo in un mini-inverno atomico capace di portare alla morte per stenti un miliardo di esseri umani in tutto il globo. Certo, è preferibile affidarsi a un fondato (e fondante) dio ermeneutico che a un dio del nulla.

E qui concludo il mio lungo intervento, essendo conscio che a quanti hanno avuto la pazienza di arrivare fin qui sembrerà assurdo che io abbia osato contestare con atteggiamento fin troppo categorico, nella mia perifericità intellettuale, i precetti del Cavaliere dell’intelletto Scettico, del Principe del Nulla e dell’Ironico Giullare Liberale, senza risparmiare i miei strali alla gloria superdivina di Sua Maestà l’Essere neoparmenideo.

Semplicemente, dalla periferia o dal centro, non si può non constatare il punto di azzeramento critico a cui un certo filosofare ci ha, in modo più o meno deliberato, condotti. E credo che nessuno sia in disaccordo sul fatto che il sonno della ragione duri in Italia da troppo tempo, e che contro le prese di posizione dell’oscurantismo montante siano necessarie coscienze e filosofie forti, ogni indebolimento teoretico o etico essendo non altro che la premessa maggiore del sillogismo eristico della resa.

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52 Responses to La miseria della postfilosofia o L’intollerabile deragliamento dell’essere (storia minima di un’abdicazione intellettuale)

  1. Pietro il 22 agosto 2011 alle 16:29

    Non c’è cosa più noiosa di Apel, di meno utile.
    Per il resto si esagera il ruolo della filosofia, la sua importanza. A nessuno importa così tanto quanto a te.
    E poi, volendo fare le pulci, le conseguenze che tu tiri sono tutte sbagliate ed gonfiate.

  2. daniele ventre il 22 agosto 2011 alle 16:39

    Opinione legittima.

    Tieni conto del fatto che se puoi usare la videoscrittura, lo devi alla filosofia. Non solo a quella risalente all’èra pre-rivoluzione scientifica.

    A molti non importa niente della letteratura, dell’arte e di tante altre cose. certe cose non si contano sulla maggioranza.

    Quanto ad Apel, non credo che sia così inutile come dici.

    Quanto al mio discorso, ha sicuramente i limiti che ha, non però quello dell’impressionismo.

  3. franco buffoni il 22 agosto 2011 alle 17:27

    Caro Daniele: chapeau! Il tuo biglietto da visita vale almeno dieci post… Ti abbraccio. Franco

  4. domenico pinto il 22 agosto 2011 alle 17:32

    Complimenti, Daniele, e benvenuto nella vasca dei piranha.

  5. robertobugliani il 22 agosto 2011 alle 20:10

    Personalmente ho sempre ritenuto il postmoderno una categoria al massimo dello spirito, ma non certo storica. Per dire in soldoni, dove s’è mai vista una fase socio-culturale della storia definita con il prefisso “post”? Comunque, il termine s’è affermato, e bisogna farci i conti. E uno dei nodi del postmoderno è la sua indole relativistica e il suo non-rapporto con la verità. Se non si postula nel pensiero e nell’agire umano una ricerca e una approssimazione costante alla verità storica, quindi determinata dai tempi in cui ci si trova a vivere, allora il pensiero relativista non è che opinione (doxa), da cui il corollario “la mia opinione vale quanto la tua”. In questo la teologia della Chiesa e di Ratzinger non ha tutti i torti, solo che la grandissima differenza è che quella della Chiesa è una verità rivelata, ossia dogma, mentre l’approssimazione del pensiero umano alla verità è processo storico. Per quanto riguarda l’etica, non esiste senza il pensiero politico che la ingloba organicamente, un’etica separata dalla politica non fa nemmeno un passo in avanti, mentre una politica (come l’attuale) separata dall’etica ne fa due indietro.

  6. daniele ventre il 22 agosto 2011 alle 23:34

    Noto incidentalmente che Vattimo e Flores d’Arcais, se non Rorty, sono in sé persone assai migliori della loro filosofia. Questo fa onore a loro, ma le contraddizioni della loro filosofia restano. Amicus Plato, sed magis amica veritas, si diceva una volta.

    L’approssimazione del pensiero umano alla verità è sì un processo storico. Ma la prospettiva che definisce la conoscenza come approssimazione fallibile non è un processo storico, né un gioco linguistico transitorio, né una fede come un’altra.

    Il Transzendentalsprachspiel di Apel si può ridurre tranquillamente ai presupposti jakobsoniani e saussuriani del linguaggio: l’intercambiabilità del ruolo di emittente e destinario implica la parità degli emittenti-destinatari; la naturale e lapalissiana distinzione messaggio-referente implica l’eterogeneità fra messaggio, argomentazione, interpretazione e referente-oggetto del messaggio, dell’argomentazione, dell’interpretazione, il che necessariamente implica la presenza del referente, e la fallibilità del messaggio, la sua ridicibilità, la sua correzione, includente la possibilità del metalinguaggio. intercambiabilità del ruolo di emittente e destinatario, eterogeneità del referente, come presupposti performativi di base del discorso, sono, dal più al meno, i postulati stessi dell’ipotesi del comunicare e dell’argomentare. Senza questi postulati, la geometria comunicativa e interpretativa dell’argomentare non si pone. Nell’ambito della geometria, Euclide fu superato dalle geometrie non euclidee, e i suoi assiomi divennero postulati, presupposti scelti per la costruzione autoconsistente di un modello matematico. Nell’ambito della possibilità del comunicare, non possono esistere geometrie non euclidee, così come non possono esistere linguaggi verbali che non presuppongano che l’emittente possa farsi destinatario e viceversa e che il messaggio sia altro dal suo referente extralinguistico. Si tratta, in sostanza, di autoevidenze assiomatiche. Al di là della distinzione fra scienza e metafisica, l’orientamento fallibilista è linguisticamente fondato, così come il principio di tolleranza. Certo, spesso l’uomo se ne distacca nella teoria e nella prassi: ma il risultato è sempre, comunque, un’autocontraddizione performativa. Non posso affermare di avere la verità; non posso affermare di essere costitutivamente superiore al mio interlocutore; non posso presupporre che il mio interlocutore sia necessariamente in errore, fatte salve le affermazioni secondo cui egli si crede possessore della verità, costitutivamente superiore, e crede che io sia necessariamente in errore, o fatte salve le affermazioni secondo cui i fondamenti del discorso sono privi di forza cogente in linea di principio -il che implica il sottrarsi alla discussione. Il linguaggio non è nato per il fanatico, per l’irrazionalista o per il nichilista. A un livello secondario, esistono categorie (logico-sintattiche, morfologiche) centrali comuni a più linguaggi, rispetto ad altre decisamente periferiche. Questo dato linguistico implica l’esistenza di trascendentali comunicativi di secondo ordine, categorie attorno a cui l’ontologia implicita nel linguaggio stesso tende, preferenzialmente, a orientarsi, al di là delle differenze locali. Ciò vuol dire che sussistono giochi linguistici trascendentali di secondo ordine comuni a tutte o quasi le culture umane, il che ha conseguenze precise contro l’affermazione secondo cui la filosofia si limita a occuparsi di giochi linguistici storicamente e geograficamente limitati a singole province del panorama antropologico. In ultima analisi è questo che rende infondabile il cattivo relativismo postmoderno, che va opposto a un vero relativismo, che si fonda sull’estensione, al gioco linguistico trascendentale, di una sorta di trasformazione antropologica del buon vecchio principio di tolleranza logica. Nell’ottica del cattivo relativismo, ogni opinione è pari a un’altra, dunque è sostanzialmente irrilevante, e oggetto di indifferenza, rimanendo pragmaticamente vero soltanto il peso del potere fattuale di chi detiene determinate opinioni piuttosto che altre. Il vero relativismo considera le diverse opinioni e argomentazioni in contrapposizione reciproca come diverse possibilità del gioco linguistico trascendentale che le legittima, il che implica un’etica dell’ascolto, ancor prima che un’etica del discorso. Chi dia un’occhiata ai dibattiti politici e televisivi, si rende conto di quanto l’etica dell’ascolto sia totalmente assente, o perché qualcuno si sente, ratzingerianamente o berlusconianamente, autorizzato a un monologo unidirezionale, o perché qualcun altro fa semplice conversazione.

  7. daniele ventre il 23 agosto 2011 alle 12:34

    Che è poi l’impegno ontologico di cui parla Quine, quando dice che una teoria esprime precise concessioni e divieti su ciò che si può effettivamente incontrare nella realtà.

    Quanto a Derrida, la sua posizione decostruzionista, per quel che ne so, è più ambigua, o meglio, più complessa. Per esempio, quanto afferma sulla filosofia come cartolina postale non può non ricordare almeno in parte il bivio di Lessing fra verità e ricerca. E la stessa idea di traccia d’essere da ricercare nella decostruzione di quelle costruzioni linguistiche che sono i testi mi ricorda, a mio modo di vedere, la versione francese di un filosofo analitico in preda a un suo personale erramento.

    Le sue speculazioni sulla grammatologia e sul fonocentrismo e logocentrismo, per me che ho avuto a che fare con l’analisi antropologica, criticoletteraria ed in parte anche etnomusicologica delle civiltà orali-aurali (muovendo da Omero), sono invece un insieme di indigeste affermazioni parziali. Derrida sostituisce il presunto male del fonocentrismo con il provincialismo storico-antropologico del grammatocentrismo. E il vecchio logocentrismo viene sostituito da un semiocentrismo, con in meno lo stesso rapporto con la traccia d’essere che almeno il logocentrismo garantiva.

    L’impressione generale che i diversissimi pensatori etichettabili per comodità espositiva come postfilosofi forniscono è quella di essere i portavoce di un idolum specus (sociologico -Lyotard; semiologico -Derrida; storiografico -Vattimo; logico-linguistico -Rorty) la cui insufficienza ad afferrare la complessità del mondo contemporaneo -in particolare gli effetti concreti e le concrete conseguenze filosofiche dello sviluppo scientifico-tecnologico -li ha indotti ad assumere un atteggiamento di scetticismo iperbolico, vecchio come il mondo occidentale. Sono accomunati da una sostanziale lontananza dalla scienza, delegittimata filosoficamente e dispregiativamente degradata a tecnica (in Italia poi i vecchi pregiudizi idealistici agiscono in sottofondo a rafforzare questo atteggiamento, come habitus mentali mai esorcizzati), e per quanto mi riguarda esprimono solo il risentimento di una certa area della filosofia di non riuscire a controllare quella tecnica e quella scienza. Il risultato è un composto papaverinico che viene buono per neutralizzare storicamente la coscienza critica come tale, sostituendola con un giocoso nulla.

  8. Roberta De Monticelli il 24 agosto 2011 alle 10:49

    Caro Daniele Ventre, mi congratulo con lei per questo suo articolo ampio, preciso, competente e ben ragionato.
    Sul Phenomenologylab ci avviene il più delle volte di pubblicare interventi più brevi o più adatti alla discussione a caldo, ma non sempre e anzi abbiamo sezioni di approfondimento ben frequentate. Ci dia un’occhiata. Intanto mi salvo questo suo intervento, e vediamo se treovo un’occasione, nel caso lei sia d’accordo, di proporlo anche alla nostra piccola comunità filosofica, a partecipare alla cui vita invito tutte le persone interessate: http://www.phenomenologylab.eu/

  9. daniele ventre il 24 agosto 2011 alle 14:00

    Gentile Roberta De Monticelli, ho già spulciato il sito del phenomenologylab, che mi interessa molto. Spero solo che il mio intervento non suoni categorico al punto di sembrare “aggressivo” a qualcuno.

  10. fm il 24 agosto 2011 alle 15:17

    L’unica cosa che “stona” (non so se più “aggressiva” o più “categorica”), soprattutto in uno studioso del suo valore, è la liquidazione di Derrida – ridotto a una barzelletta da bigino oratoriale.

    fm

  11. daniele ventre il 24 agosto 2011 alle 17:01

    Be’, vede, la liquidazione di Derrida, a prescindere dal mio tono iniziale da barzelletta violenta e categorica, nasce da una constatazione elementare.

    Non si può cominciare un discorso filosofico con una sorta di j’accuse contro la presenza della voce. La specie umana attuale ha quasi trecentomila anni. La voce è stata l’unico medium dell’uomo per duecentonovantatremila di questi anni, prima che nei Balcani qualcuno inventasse una forma di scrittura rituale, e che duemila anni dopo i Sumeri e gli Egizi creassero le prime scritture che possiamo leggere. La grammatologia è perciò la mappa imprecisa di una provincia antropologica assai limitata: per di più, la presenza della voce cova sotto di essa come un fuoco nella cenere, ancora forte fino alla rivoluzione gutenberghiana, ma mai sopito. Per giunta, oggi qualcuno scrive che la lettera muore, o quantomeno è mediaticamente ibridata.

    Per di più, l’accoppiamento immedesimativo fra coscienza, logos e phonè nella concretezza storica è solo parziale. L’articolazione vocale e il pensiero sono stati una e una sola cosa per la maggior parte della storia umana, in tutte le aree del mondo. Ma non sono la coscienza come tale, che risiede in altri organi, pure connessi causalmente con la fonazione. A intenderlo correttamente, in qualche modo, il mondo tribale arcaico unito dalla rete delle voci ha fenomeni di contiguità col mondo dell’età dell’informazione: comunicazione vocale come rete -così che il sistema del mondo, secondo la mentalità cosiddetta primitiva, è esso stesso reticolare. Il “morto della scrittura” dell’epoca della scrittura, con il suo differimento, il suo differire e la sua differanza, e la sua unidirezionalità congelata, che perciò a Platone non piaceva, costituisce un epifenomeno storicamente assai relativo e non amichevole: una insoddisfacente mitologia bianca della carta da riempire di scrittura, e più tardi di caratteri stampati. Ma la comunicazione umana è essenzialmente permeabilità interattiva, altrimenti solo chi detiene i mezzi per fermare su carta il suo pensiero e pubblicarlo potrebbe parlare -il che, linguisticamente, non è. Quando per esempio, per tornare a noi, ho letto gli articoli di Micromega che mi hanno indotto a scrivere questo lungo post, o pistolotto che dir si voglia, ho fattualmente imprecato contro quella “differanza” e contro l’impossibilità di replica immediata, con un disappunto che l’apparenza di dialogo delle interviste e degli articoli non placava. La rete permette una replica quasi immediata, pur servendosi dei gràmmata dilatòri. Una filosofia del divieto dell’interazione non mi sembra congrua con l’èra dell’interazione, illusoria o meno che essa sia -e lasciamo da parte che in ogni caso la stessa testualità ha la funzione di rievocare più efficacemente rispetto all’oralità (l’oralità è mero richiamo, la scrittura è richiamo sotto controllo, con in meno la filtrabilità dell’interazione e la possibilità di correggersi e “de-citare”, maledizione dell’irrevocabile verbum, che fa semmai del gramma un’iperpresenza -per accorgersene, si faccia il seguente esperimento: si vada da un musulmano di idee illuminate e democratiche e si dica che il Corano è il dialogo rimandato di un Dio assente con fedeli assenti tramite la scrittura morta di un profeta assente, e si raccolgano fino in fondo le sue reazioni).

    Si obietterà che Derrida ha creato la filosofia dell’era dei gràmmata, e che bisogna a un certo punto superare l’infanzia dell’uomo. Ma anche così non funziona. Nessuna obiezione se si dice che le costruzioni segniche umane rimandano solo a una traccia d’essere. Poco consona trovo l’idea che un segno rimandi solo a un altro segno. Ci si dimentica di un altro dettaglio: la segnicità come pertinentizzazione delle componenti dell’esperienza nasce letteralmente in relazione all’esigenza di delimitare ciò che ultimativamente non si controlla: il sacro, per eccellenza, come ciò che si manifesta nell’esperienza in quanto potenza del reale al di fuori della prevedibilità ed è perciò segnicamente separato -e non importa in quale dio si creda in una certa epoca, perché non sto facendo un discorso religioso, ma semplicemente fenomenologico. Nelle civiltà arcaiche sacertà e segnicità e voce sono strettamente collegate. La stessa archaiologia del segno, quando la si indaghi sulla base di riscontri fattuali, non permette di seguire fino in fondo la filosofia derridiana. Le premesse delle culture umane come tali implicano che il sistema di segni che costituisce il tessuto della loro dimensione normativa rimandi a un mondo extrasegnico, e che non è tutto rimando di segno in segno. In ogni caso, i rizomi sono affondati nella terra grassa.

  12. fm il 24 agosto 2011 alle 20:36

    Grazie per la risposta, con la quale siamo già su ben altro livello di argomentazione rispetto ai commenti precedenti.
    Non sono d’accordo su un paio di passaggi che ritengo forzati (il riferimento al sacro, ad esempio) ma non mancheranno occasioni di confronto e di contraddittorio, visto il tenore dei post che portano la sua firma.

    Saluti.

    fm

  13. daniele ventre il 24 agosto 2011 alle 20:46

    Mi spiace se certi passaggi paiono forzati. Ne sarebbe venuto fuori un autocommento più lungo dell’articolo.

  14. Ares il 25 agosto 2011 alle 15:31

    Non ci ho capito niente °-°, però lo stile mi piace.. lo rileggo con calma.. sigh!!

  15. Ares il 25 agosto 2011 alle 16:54

    .. hem… niente non ho speranza, quando mi pare di capirci qualcosa, poi subito mi perdo. °_°

  16. Ares il 25 agosto 2011 alle 17:16

    L’idea generale pero’ mi è chiara… credo..

    Per lei un filosofo “decente” ingrado di produrre pensieri forti su basi teoretiche ed etiche forti esiste?

    .. no perché qui vengono fuori tutti un po’ furbetti, un po cazzari, un po’ faciloni. Sembrano sofisti da stipendio a fine mese.

  17. daniele ventre il 25 agosto 2011 alle 17:27

    Alcuni finiscono per esserlo.

    La cosa non bella è che la filosofia italiana ha solo seguito una via facile.

    Filosofi più ponderosi, come Apel e come Ricoeur, non sono stati presi in considerazione.

  18. Ares il 25 agosto 2011 alle 17:39

    Vado subito a saperne di più, grazie ^__^.

    Severino ha seguito una via facile secondo lei ? questa idea della pellicola ontologica a me ha interessato subito, ci ho messo un mese per capirci qualcosa, però l’idea mi piace..si va incontro all’inevitabile(l’inevitabile stato successivo dell’essere), ma il successivo stato dell’essere non è detto che non possa avere un inevitabilità a carattere salvifico. Da un certo punto di vista è un pensiero che puo’ fare a dell’inizio e quindi di Dio. Secondo me, poter fare a meno di Dio è un gran passo avanti, e in avanti.

  19. Ares il 25 agosto 2011 alle 17:41

    (..) è un pensiero che puo’ fare a(meno) dell’inizio, e quindi di Dio. Secondo me, poter fare a meno di Dio è un gran passo avanti, e in avanti.

  20. Ares il 25 agosto 2011 alle 18:37

    ..verso lo stato successivo dell’essere °_-

  21. daniele ventre il 25 agosto 2011 alle 21:25

    Non è detto che fare a meno dell’inizio significhi fare a meno di Dio.

    Leibniz per esempio faceva questo ragionamento. Si immagini un fiume infinito e un genio che ne controlla l’intero corso, e si avrà un’idea del rapporto possibile fra un cosmo senza inizio e un Dio.

    Oppure si può ragionare come Cusano, per cui l’universo infinito è un Dio contratto (cioè è l’espressione ontologica contingente dell’infinità necessaria di Dio).

    Oppure si può seguire un’idea di stampo spinoziano. O ricordarsi che per Newton l’universo infinito aveva uno spazio e un tempo infiniti assoluti che sono in pratica il corpo di Dio.

    Quanto a Severino, se n’è tornato a Parmenide semplicemente bypassando come nihilismo tutto il resto. Il che non è plausibile.

  22. Ares il 26 agosto 2011 alle 11:12

    Ah ok, pero’ Severino non prevede neanche il genio che controlli il corso del fiume, perché il fiume segue un corso inevitabile, non pre determinato e determinabile ma, appunto, inevitabile.

    Cusano è un dotto ignorante.. meglio non aver a che fare ^__- ..
    ..poi il suo Dio è proprio ingombrante perché comprende tutto. Ma anche in questo caso: anche se Dio comprendesse tutto, per Severino sarebbe un inutilità, che a nulla servirebbe, visto che che non potrebbe controllare il proprio , inievitabile, stato successivo.

    Il bypass di Severino è inevitabile ^__^..un pensiero puo’ essere bypassato, se considerato marginale… no?!?

    Spero che Severino non mi legga, le mie interpretazioni sono del tutto arbitrarie e magari totalmente sbagliate °_°.

    Grazie Ventre per avermi preso in considerazione nonostante la mia abissale ignoranza, buona giornata ^__^

  23. Dendera il 26 agosto 2011 alle 14:23

    Quali nuovi e inevitabilmente precari approdi quindi, caro Ventre, alla moribonda teoresi italiana del prossimo post-berlusconismo?
    Forse chi ha sciacquato gli analitici panni nel Tamigi o nell’Hudson ci aveva visto giusto con largo anticipo?

    Ripetevano che Frege e Husserl potevano parlare con tranquillità della stessa filosofia, poi in qualche modo è diventato un gioco di conversazioni e di autoinganni lungo decenni.
    Personalmente qualche risposta la trovo nella contemporanea anglosassone filosofia della conoscenza e nei tentativi di mappe ontologiche. Lo dico anche anche un po’ da heideggeriano e soprattutto post-heideggeriano pentito, spero comprenda. Che ne pensa?

  24. daniele ventre il 26 agosto 2011 alle 20:17

    Be’, non so quali approdi possano esserci. Un po’ di sanità teoretica però non guasterebbe, e anche un po’ di sana ermeneutica fenomenologico-riflessiva alla Ricoeur intrecciata con un po’ di sano gioco linguistico trascendentale alla Apel e a un ancor più sano ripensamento dell’epistemologia popperiana e postpopperiana che tenga conto di tutta la logica e non solo di quella binaria o crisp.

    Soprattutto un po’ di buona fede teoretica e storiografica, che spazzi via le interpretazioni ultraomistiche di Nietzsche, che hanno confuso lo Uebermensch con gli ultimi uomini. E anche una riflessione sulle altre scienze che ridimensioni il peso di Nietzsche e di Heidegger.

    Faccio un esempio, cogliendo una delle note caratterizzanti lo scenario ontologico nietzscheano, l’eterno ritorno (e la connessa necessità). Le basi della cosmologia dell’infinito del programma di ricerca meccanicistico coeva allo Zarathustra fornirebbero in teoria il fondamento del discorso zarathustriano, neostoico, della ciclicità aleatorio-necessaria dell’esistente. Ricordo però un’arguta elucubrazione di Borges secondo il quale le possibili interazioni fra tre particelle di materia nello spazio, secondo la mera meccanica newtoniana (lasciamo stare per ora i quanti), darebbero luogo da sole a più di tre milioni e ottocentomila configurazioni casuali diverse. Ricordo altresì che senza scomodare i quanti e l’indeterminazione, esiste una situazione fisica che si chiama caos deterministico, consistente nel dato di fatto per cui particelle interagenti nello spazio in modo puramente meccanico dànno luogo, dopo pochi passi, a uno stato di fattuale impredicibilità nell’evoluzione del sistema fisico di cui fanno parte. Scopriremo che già in uno scenario fisico deterministico il fato non esiste, sconfitto dal caos e dalla complessità, mentre l’eterno ritorno fugge verso un orizzonte degli eventi sempre più virato sul rosso…

    Ora in questo panorama inseriamo i quanti e le conseguenze della cosmologia post-einsteiniana, e all’esotica ricetta aggiungiamo lo strano concetto matematico di stima asintotica, che permette di confrontare l’andamento all’infinito di diverse funzioni, stabilendo un ordine gerarchico degli infiniti. Siamo indotti a pensare che gli infiniti siano tutti uguali: ebbene, matematicamente una funzione che tende a infinito può procedere in base a un indice di successione maggiore di un’altra funzione che tende pur essa a infinito (per esempio, questo è il caso dei numeri reali rispetto ai puri e semplici numeri naturali).

    Dallo shakeraggio di questi paradossali ingredienti viene fuori un paesaggio ontologico definito da una serie di condizioni, fisiche e logiche.

    1) Il nulla, dal punto di vista del principio di indeterminazione, non esiste, poiché non è possibile sul piano fisico che tutte le grandezze in gioco abbiano contemporaneamente il valore determinato di zero. Nel paesaggio logico-ontologico che se ne ricava, appare semmai molto probabile che la condizione generica più diffusa sia il rilevamento di picchi negativi con un grado di verità (in senso fuzzy) molto prossimo a zero, tendente a zero, ma mai del tutto uguale a zero.

    2) Nel nulla statistico di cui sopra, la fisica quantistica delinea la presenza di uno scenario tumultuoso di continua creazione e annichilazione di particelle virtuali, in pratica di campi di forze associati a queste particelle. Occasionalmente, viene fuori un’esplosione inflazionaria come quella che ha dato origine al nostro universo. Sul piano logico-ontologico, si tratta dell’improbabile, ma possibile apparizione di un picco di grado di verità tendente a uno o pari a uno.

    3) Sul piano meramente fisico, ogni improbabile esplosione inflazionaria dà luogo a qualcosa come dieci alla cinquecento universi (un numero di universi pari a uno seguito da cinquecento zeri). Si pensava un tempo che la creazione di universi come il nostro, capaci di creare la vita e finemente tarati nei loro numeri fissi e nelle loro costanti, fosse estremamente rara (una probabilità di uno contro dieci alla duecentotrenta -secondo questa vecchia idea, ci vogliono dieci alla duecentotrenta universi caotici e autodistruttivi per averne uno solo come il nostro). Oggi si sa che i parametri di base del modello standard (come la carica dell’elettrone) possono adattarsi ricoordinandosi casualmente in una molteplicità di combinazioni tali per cui la probabilità che nasca un universo come il nostro o comunque stabile e strutturato e in grado di dare origine a esseri coscienti capaci di osservarlo è infinitamente più alta di quanto non si credesse un tempo. Sul piano ontologico, l’essere, elastico e aperto a infinite possibilità contrastanti, appare “truccato” probabilisticamente in modo che i gradi di verità più alti, e vicini o pari a uno, siano molto più banali e diffusi dei picchi negativi tendenti a zero. Il che in termini simil-vattiminani si traduce così: pur nella sua elasticità minimale di partenza e nella plurivocità contingente delle sue espressioni, l’essere mostra ultimativamente una potenza, una durezza e una coesione interna adamantine.

    4) In ogni caso, la struttura essenziale della realtà si manifesta come indeterministica e caotica. Insomma, la necessità non esiste, esistono gradi di libertà via via maggiori, nella misura in cui cresce la complessità. Il che significa che non esistono derive destinali, se non quelle che vengono definite in modo più o meno autonomo dai gradi di libertà dell’autoorganizzazione contingente di questa o quell’altra area dell’essere. Ognuno è timoniere della propria deriva.

    5) Le fluttuazioni statistiche che dànno origine agli universi sono infinite e la progressione degli eventi all’interno di ogni singolo universo può essere rappresentata come una funzione che tende all’infinito più rapidamente della progressione della creazione degli universi stessi, il che significa che l’infinito degli eventi è di ordine superiore rispetto all’infinito degli universi. Nell’eternità, siamo una possibilità qui e ora, e poi non saremo mai più. La dinamica dell’eterno ritorno dell’uguale va sostituita con la figura teoretica di singolarità ermeneutica.

    6) Anche considerando le soluzioni estreme di certa fisica teorica che permette di aggirare i limiti relativistici, la fisica (se non la storia) pone limiti intrinseci alla conoscibilità del reale. Questo implica che il paesaggio ontologico è infinito, e all’interno di questo si colloca l’insieme sfocato del paesaggio ontologico conoscibile, che pur esso rimane però in larga parte in ombra, essendo storicamente al di là delle possibilità umane una conoscenza olistica e integrale anche per quel che si trova al di qua dei limiti che la fisica pone. Tuttavia, ciò che riusciamo a conoscere e a tematizzare fornisce un quadro obbiettivo di quell’area del paesaggio ontologico che le nostre categorie cognitive riescono a mappare. La realtà è un pianeta infinito dalle coste frastagliate; noi possiamo farne una mappa parziale, ma attendibile: dai limiti di questa mappa, dalla penombra dell’insieme sfocato del conosciuto, si procede verso il conoscibile e si cerca di estrapolare, razionalmente, l’inconoscibile.

    Questo, credo, il panorama di cui l’italica ammaccata teoresi deve tener conto, abbandonando quelli che giustamente qualcuno ha chiamato i cascami della postfilosofia.

    Tutte le apparenti contraddizioni sono puramente intenzionali.

  25. ng il 26 agosto 2011 alle 23:13

    Piccolo attestato di stima in forma parodica:

    1) Il nulla è un’intonazione metafisica. Siamo interamente materia.

    2) Nel nulla, il tumulto. Le divergenze, però, dialogano. Può capitare che si esprima, nel profondo, l’assonanza col mistico. La materia se ne sbatte, certo; si muove rigorosamente piena di conflitto. Il mistico, invece, insiste sul verbale (tutto è verbo, dice): non ha scampo, nella trance si spiega (piegandosi) alla stasi del costituito.

    3) Il piano è sempre e solo “meramente fisico”. Anche il discorso è materia.

    4) La realtà è caotica se non è pensata. Se la guardi con gli occhi del pensiero si legittima l’ordine. Se, in aggiunta, il pensiero si esteriorizza in linguaggio, la frittata è fatta: l’ordine diventa norma.

    5) Le fluttuazioni rischiano di ferire ogni origine. E ora – finalmente! – l’annuncio stellare della nascita è il nome unico di tutto: la fine.

    6) La fisica pone limiti intrinseci alla conoscibilità del reale. Io no.

    Le contraddizioni sono processi salvifici.

    [PS. Derrida ha fatto danni rilevanti. Persino Carmelo Bene ne rimase folgorato. Per nostra fortuna, la sua phoné non smetteva di smerdare il primato della scrittura. Applaudendo Derrida, CB lo negava. La forza della praxis]

    NeGa

  26. daniele ventre il 27 agosto 2011 alle 02:05

    Carina la parodia, molto carina (e molto consona, direi).

    Derrida ha fatto indubbi danni (soprattutto, ha sparato fuochi di parole nel vuoto, un Heidegger impazzito, da questo punto di vista), ma per fortuna Ricoeur ripara i danni derridiani.

    Considerando il modo in cui Carmelo Bene ironizzava le proprie stesse teorizzazioni, credo alle volte che si divertisse a lodare Derrida a parole per poi smentirlo a forza nei fatti.

  27. fm il 27 agosto 2011 alle 13:39

    Mi avete convinto: Derrida è un cialtrone…

    Non mi resta che avvertire Beppe Sebaste – che ancora non se n’è accorto, e con lui chissà quanti:

    http://beppesebaste.blogspot.com/2009/03/jacques-derrida-acrobata-sulla-corda.html

    Poi, appena ho un po’ di tempo, metto sull’avviso anche l’editoria francese che, sicuramente accecata da sittanta cialtronaggine, ora gli pubblica anche i seminari…

    Nel mentre, vado giù in cortile e do fuoco a tutti i suoi libri.
    Grazie per avermi aperto gli occhi.

    fm

    fm

  28. ng il 27 agosto 2011 alle 17:11

    @ fm
    Cialtrone, no di sicuro; un grande idealista, questo sì.

    D’altra parte, affermare che “non c’è niente al di fuori del testo” è un po’ come ammodernare il vecchio precetto di Berkeley (tutto ciò che è reale è contenuto nella mente).

    Questo è quanto mi rimanda la lettura di Derrida:

    Contro la dialettica, la différance.
    Contro l’identità, la frammentazione pulviscolare.
    Contro la transizione, la performatività.
    Contro la verità, il vociare confuso dei segni.
    Contro le forme della razionalità, l’implosione dell’irrazionale.
    Contro il significato, l’infinita catena dei significanti.
    Contro il referente, il testo che si specchia su se stesso.
    Contro la materialità, la centralità dell’homo linguisticus.
    Contro Marx, un Marx mal compreso.
    Contro l’entra-segnico, il segno privato del suo extra.
    Contro la voce (della temporalità), la scrittura (come volontà di fuggire dalla storia).
    Contro la presenza (della phoné), la traccia (della dif-ferenza).
    Contro la presenza “a sé”, la differenza senza socialità.
    Contro il logos, [qui non ho capito].
    Contro il rigore argomentativo, l’arbitrario.
    Contro l’interpretazione, il labirinto opaco.

    Sono clichés, certo; mi chiedo, però, quanto siano presenti nella sua opera. Qui, ad esempio:

    «E tuttavia, se la lettura non deve accontentarsi di raddoppiare il testo, essa non può legittimamente trasgredire il testo verso qualche altra cosa, verso un referente (realtà metafisica, storica, psico-biografica, ecc.) o verso un significato fuori testo il cui contenuto potrebbe aver luogo, avrebbe potuto aver luogo, al di fuori della lingua, cioè, nel senso che noi diamo qui a questa espressione, fuori della scrittura in generale» [Della grammatologia]

    Ammetto, comunque, la mia ignoranza su Derrida (una lettura veloce, null’altro). Perdona, se puoi, la mia scure.

    NeGa

  29. fm il 27 agosto 2011 alle 18:11

    Nevio, si fa un po’ per ridere e un po’ per non morire…

    Però, sinceramente, mi sono sentito un perfetto idiota, avendo letto e studiato la sua opera per trent’anni, di fronte al categorismo liquidatorio dei commenti di Ventre: non ci avevo capito una beata mazza, e non me n’ero neanche accorto!

    Il mio invito è quello di leggere il bellissimo articolo di Beppe Sebaste che, con lo stile che lo contraddistingue, riconosce limiti e meriti di una delle massime avventure intellettuali della seconda metà del Novecento.

    Qui non è in gioco il “mi piace, non mi piace”, tanto meno la “rispondenza” o la “divergenza” del suo pensiero rispetto a quelli che sono i punti fermi della nostra formazione o delle nostre certezze teoriche: è in gioco, invece, l’abito mentale dello studioso che, a prescindere dalle sue convinzioni, si inoltra in un “paesaggio alieno” per capirne la morfologia, i meccanismi di formazione, l’evoluzione – e per tracciarne una “possibile” mappa, per definirne qualche coordinata “in loco”, fuori dalle semplificazioni e dal riduzionismo della vulgata più o meno di parte.

    Questo “paesaggio alieno”, dai tempi de “La scrittura e la differenza” alla morte del filosofo, ha subito sommovimenti e metamorfosi non di poco conto – senza mai venir meno al “confronto” con altri “paesaggi”, cercando aperture e ridefinizioni, a rischio della “sovversione totale” di alcuni assunti che sembravano inamovibili, pietre miliari ineludibili del proprio procedere.

    E allora, piuttosto che rimanere fermi a ciò che abbiamo introiettato, o rimosso, della “grammatologia”, si leggano i suoi ultimi “irrinunciabili” libri e, a partire da questi, dalla molteplicità di sensi e di riferimenti che risvegliano a ogni pagina, si faccia il cammino a ritroso fino alle sorgenti della sua speculazione. E’ un percorso che, ve lo assicuro, riserva sorprese inimmaginabili. Ma, appunto, il problema è sempre quello: “leggere”…

    Oppure, se proprio piace, rimaniamo fermi, come nel caso del più volte citato Nietzsche, alle abusate e vuote mitologie del “superuomo” (sic!) e dell’eterno ritorno della banana sbucciata. Due cazzate, buone per tutti gli usi, che se vado a proporle ai mie studenti come il “succo” di decine di migliaia di pagine di produzione intellettuale, la cosa meno incresciosa che possa capitarmi è di essere mandato a cagare…

    Però, a quanto sembra, sui blog si può, tanto gli sghignazzi non si sentono.

    Ciao, un abbraccio.

    fm

  30. daniele ventre il 27 agosto 2011 alle 23:07

    Sembra evidente che i fuochi di parole tendano a infiammare gli umori.

    Ovviamente nessuno sta dicendo che Derrida sia solo un cialtrone. Non è nemmeno un idealista. Un cialtrone è innocuo. Un idealista è ingenuo. Ma procediamo con ordine.

    Qui non si tratta di “mi piace” o “non mi piace”, o “è congeniale al mio percorso teoretico” o “non è congeniale al mio percorso teoretico”. Questi sarebbero argomenti poveri. Sembra in effetti che qualcuno si sia scordato la differenza (rigorosamente con la “e”), fra l’articolo e i commenti. Non solo, ma si è scordato anche la differenza (sempre rigorosamente con la “e”) fra i toni diversi di risposte diverse a domande di diverso tenore. Curiosa, tanta attenzione al segno come icona, per un seguace devoto del filosofo dell’arbitrario e del segno del segno.

    Vorrei che fosse sempre chiaro a tutti il vecchio motto di Gadamer, che alla verità non si chiede il certificato di nascita. Io ovviamente non pretendo di dire la verità o di possederla: contrariamente a quanto parrebbe, non sono né stolto né megalomane (mi si permetterà quest’alzata di voce, di fronte al frasario allitterativo beowulfiano fatto di “cagare” e di “cazzate” che ho visto usare ora). In ogni caso, potremmo smorzare il tono del motto affermando che un’idea sensata non dovrebbe aver bisogno di referenze o di paternità e che un’idea non sensata, o un insieme di idee di dubbio senso, con seminari e credito editoriale è un’idea non sensata, o un insieme di idee di dubbio senso, con una gran risonanza pubblica.

    Ho incidentalmente citato Ricoeur, fautore di una via ermeneutica meno diretta e meno dirompente, in apparenza, di quella di un Derrida. Questa via ermeneutica meno diretta e meno dirompente passa per l’analisi dell’ermeneutica a partire dai metodi e dalle acquisizioni delle scienze che di un metodo ermeneutico si servono.

    Bene, queste scienze pongono paletti precisi a ciò che si può dire a partire da ciò che è osservativamente riscontrato e documentato e coerentemente interpretato. Per esempio, l’interpretazione coerente di ciò che è riscontrabile, porta a concludere che la teoria della differanza, che è l’organon-non organon del pensiero derridiano, non sta in piedi. La scrittura, nella sua dimensione aurorale, è iperpresenza. Si mette per iscritto Omero per controllare il testo e la sua manipolabilità. Poi si fa lo stesso con le leggi. La filologia nasce come estensione di questa dinamica di iperpresenza: e nasce con la pretesa di rendere gli ipsissima verba di Omero, che era stato messo per iscritto perché fosse controllabile. La teoria della traccia che va di segno in segno non è nell’antropologia della scrittura, che presuppone un segno a controllo di un altro segno perché la realtà extrasegnica sia controllabile. Da questo punto di vista, forse non fa male soffermarsi un attimo sull’idea che l’intero pensamento derridiano si basi su una fastosa paretimologia antropologica.

    Da qui si potrebbe sviluppare un lungo discorso sulle dinamiche ermeneutiche e sulle tesi storiografiche che sono matrice del paesaggio derridiano. Cosa che nei seminari celebrati dal suo Sebaste accadrà serenamente, contestando e rivedendo il maestro, senza che nessuno si scaldi tanto o sghignazzi come il fondamentalista derridiano arrabbiato che risponde al nick-nome di fm. Perché il senso di ogni pensare filosofico è l’essere superato, calci nell’addome della giumenta, dal pensare filosofico successivo. Con buona pace dei devoti del vecchio pensiero.

    Quanto a Nietzsche, forse fm, accecato dalla rabbia non ha notato: 1) che ho sempre, salvo sviste, usato il tedesco Uebermensch per la precisa volontà di non prendere posizione sul suo traducente; 2) che ho detto che Vattimo e gli altri della banda nietzscheana pretendono di interpretare gli ipsissima philosophemata di Nietzsche, ma in realtà i loro oltreuomini o uomini ulteriori sembrano più simili a quelli che Nietzsche stesso chiama gli ultimi uomini, quelli che Zarathustra rinnega. Così rispondo a quelli che mi manderebbero a cagare se fossi al suo posto e parlassi di superuomo… perché io, appositamente, ho sempre parlato di Uebermensch. E il (sic!) si consideri rimandato al mittente.

    Quanto al discorso sull’eterno ritorno, l’ho affrontato citando Borges (che non era un idiota o un cialtrone) e applicando il metodo popperiano di considerare una metafisica come una possibile orientazione di metodo in relazione alla scienza del suo tempo. Poi magari a qualcuno non va bene. Peggio per lui.

    Buona sghignazzata dunque. E buon falò derridiano.

    Ricambio l’abbraccio.

    Daniele Ventre

  31. fm il 27 agosto 2011 alle 23:38

    “seguace devoto del filosofo dell’arbitrario e del segno del segno”

    “fm accecato dalla rabbia”

    “senza che nessuno si scaldi tanto o sghignazzi come il fondamentalista derridiano arrabbiato che risponde al nick-nome di fm”

    etc. etc. etc.

    Egregio Sig. Ventre: ma lei è proprio sicuro di star bene?

    Vedo che si è calato ameraviglia nel ruolo di divulgatore di (riassunti di) teorie filosofiche ad uso del volgo… Sarà un effetto del risciacquo degli analitici nel Tamigi o è l’aura che sprigiona dalla/nella riserva che investe, automaticamente, di questo ruolo?

    Si riprenda, la prego: stavo solo rispondendo alle osservazioni, a mio carico, di ng. Nient’altro.

    Per il resto, voglia perdonarmi ma la preferisco come studioso e traduttore di Omero. Lì – almeno fino a pochi minuti fa era ancora così – non c’è bigino che tenga – come lei ben sa.

    Cordialità.

    Francesco Marotta

  32. daniele ventre il 28 agosto 2011 alle 01:34

    Non mi sento investito di alcun ruolo in particolare. Figuriamoci poi quello di divulgatore filosofico. Proprio non ho preso il tono del divulgatore.

    Comunque, non pareva che lei si rivolgesse solo a ng, il quale non sembra che le abbia dato addosso, né sembra che avesse parlato di Nietzsche e di eterno ritorno. Quello che ne aveva parlato, pochi commenti prima, era il sottoscritto.

    Posso capire che ci si affezioni all’estremo ai propri maestri e ci si disaffezioni ai maestri altrui. Forse è il caso che ci riprendiamo tutti.

    Cordialità ricambiata.

    Daniele Ventre

  33. daniele ventre il 28 agosto 2011 alle 01:35

    A proposito: cosa c’è di tanto pessimo in un volgo che impara un po’ di filosofia, ammesso che io abbia voluto di-vulg-arla?

  34. Pensieri Oziosi il 28 agosto 2011 alle 17:50

    Forse un paio di precisazioni a caso possono dare un piccolo contributo all’interessante articolo di Daniele Ventre:

    Oggi nessun matematico e nessun logico prescinde dal concetto che la logica binaria, basata sul principio di identità e di non contraddizione, è solo un caso particolare, rispetto alla logica della vaghezza, che concepisce valori di verità intermedi fra 0 e 1.

    La logica binaria non è un solo caso particolare della logica fuzzy per l’ovvio motivo che la logica fuzzy viene espressa per mezzo di numeri reali (il valore di verità varia nell’intervallo [0,1]) i quali possono essere definiti su base assiomatica in termini di ZFC (o equivalente) a sua volta espressa in logica del prim’ordine. In altre parole, cioè la logica fuzzy non può venire definita senza i costrutti espressi in logica binaria, la quale invece non ha bisogno di alcuna logica fuzzy per poter essere definita. Nota che nella logica binaria si possono sì identificare i valori di verità con gli interi 0 e 1, ma ciò avviene a posteriori, dopo aver definito tali numeri. Da notare infine che il termine “fuzzy logic” non denota in realtà un unico sistema ma diversi sistemi che variano tipicamente a seconda di come viene definito l’operatore binario di congiunzione.

    Questa è la logica che risolve i paradossi del calvo e del sorite, la logica degli insiemi sfocati, che fa funzionare prototipi di droni e altri ordigni cibernetici usciti dalla fucina della tecnica contemporanea; di più, è la logica che fa funzionare il linguaggio umano nella sua forma ordinaria e lo spiega.

    Droni ed altri ordigni “cibernetici” non adoperano sistemi di controllo fuzzy. Vedi ad esempio i droni del politecnico di Zurigo che palleggiano palline di ping-pong adoperando sistemi basati sul controllo ottimale delle traiettorie:

    http://www.youtube.com/watch?v=3CR5y8qZf0Y

    (Gli articoli con le descrizioni si trovano seguendo i link al politecnico). Nemmeno nel natural language processing vengono oggi adoperati sistemi fuzzy, cui vengono preferite tecniche probabilistiche. I filtri anti-spam, ad esempio, si basano su classificatori bayesiani, tra le forme più semplici di reti bayesiani. Ciò non vuol naturalmente dire che la logica fuzzy sia sbagliata o inutile: semplicemente, i tentativi di applicazioni sia teoriche che pratiche della logica fuzzy hanno dato risultati inferiori rispetto ad altre metodologie. Al giorno d’oggi lo strumento principe per trattare l’incertezza rimane la probabilità. Domani chissà.

    verstandnis manca l’umlaut.

    Nei commenti successivi:

    Siamo indotti a pensare che gli infiniti siano tutti uguali: ebbene, matematicamente una funzione che tende a infinito può procedere in base a un indice di successione maggiore di un’altra funzione che tende pur essa a infinito (per esempio, questo è il caso dei numeri reali rispetto ai puri e semplici numeri naturali).

    Qui si confondono due concetti di infinito diverso, quello di limite di una funzione e quello di cardinalità di un insieme. (I numeri non sono una funzione, ovviamente), Il primo viene indicato da ∞ mentre la cardinalità dei numeri naturali, cioè quanti sono i numeri naturali, viene indicata con ℵ₀ e quella dei reali con 2 alla ℵ₀. “Indice di successione maggiore” non vuol dire nulla, anche se ha senso confrontare quanto rapidamente due funzioni che tendono all’infinito (vedi i simboli di Landau).

  35. daniele ventre il 28 agosto 2011 alle 22:54

    Grazie per le correzioni in dettaglio.

    Le parti degli articoli e dei commenti che riguardano gli aspetti specifici degli argomenti matematici e cibernetici sono decisamente a caldo e non avevo modo di documentarmi meglio nell’immediato. Di qui l’inesattezza su droni e altre cose siffatte.

    Ciò che conta delle mie argomentazioni non credo che sia intaccato nella sostanza. E la sostanza è che non si può tornare a Parmenide, perché esiste la fuzzy logic ed esistono in generale le logiche polivalenti, non binarie, e la fuzzy logic e i sistemi logici afferenti fanno funzionare delle macchine, dunque hanno a che fare col mondo reale, non sono semplicemente bizzarie di un logos deteriore.

    Lo stesso vale per la distinzione fra limite di una funzione e cardinalità di un insieme. Lì però purtroppo l’imprecisione si spiega con il tentativo di riassumere il più possibile, nel modo meno astruso possibile, un nodo di concetti complessi che nello spazio di un commento autoesplicativo di quel tipo vengono stritolati. Questo spiega anche perché ho usato la locuzione impropria di indice di successione maggiore. Ma ancora una volta, la sostanza dell’argomentazione non cambia. Immaginando di rappresentare come funzioni l’insieme degli eventi di un singolo universo e l’insieme degli eventi che portano alla creazione inflazionaria di un gruppo di universi, la prima delle due funzioni tende all’infinito più rapidamente dell’altra. Dunque la possibilità che configurazioni totalmente uguali (e non soltanto simili) si ripetano, anche solo isolate, resta piuttosto remota.

    Quanto a Verstaendnis, si tratta ovviamente di un refuso, che provvedo a correggere. Sicuramente ce ne saranno altri.

    Ovviamente, questo è l’articolo di un blog. L’orientamento generale dell’argomentazione, sul piano “filosofico”, credo sia sufficientemente solido, anche se i dettagli tecnici mostrano imprecisioni. Ovviamente, se avessi dovuto scrivere un articolo per una rivista scientifica o un libro, non l’avrei fatto in condizioni bibliograficamente difficili, e sarei stato più attento.

    Le precisazioni erano indispensabili (altrimenti si rischia di affondare, come con l’invencible armada travisata da Citati) La sostanza degli argomenti non credo che sia inficiata.

  36. daniele ventre il 28 agosto 2011 alle 23:02

    Ho comunque provveduto a ritoccare per quanto possibile la parte sulla logica fuzzy, eliminando la frase sui droni, e a rivedere la parte sugli infiniti nel commento, secondo i suoi suggerimenti. Ora le parti che alludono a determinati argomenti della fisica e della matematica dovrebbero poter essere tollerabili, almeno come approssimazione assai generica, e questa sì, veramente divulgativa.

    Quanto al linguaggio, forse gli indicatori fuzzy non dovrebbero essere trattati così pessimisticamente. Non è detto peraltro che probabilità e fuzzy logic si escludano.

  37. Ares il 29 agosto 2011 alle 10:52

    Ai,ai,aiaia Ventre …

    “Le parti degli articoli e dei commenti che riguardano gli aspetti specifici degli argomenti matematici e cibernetici sono decisamente a caldo e non avevo modo di documentarmi meglio nell’immediato. Di qui l’inesattezza su droni e altre cose siffatte.”

    il rigore, il rigore… e e e

  38. daniele ventre il 29 agosto 2011 alle 15:20

    Il fatto è che sul piano professionale la mia formazione riguarda aree come la letteratura e la filosofia. Gli argomenti con cui si ha una frequentazione meno continua sono più difficili da sintetizzare in modo proprio.

    Uno dei temi essenziali, cioè l’insostenibilità logica di un monismo rigido di tipo neoparmenideo, non ne viene intaccato nella sostanza.

    Comunque, relativamente ai droni fuzzy, mi sono deciso ad aggiungere qui un vecchio abstract relativo al funzionamento di un sistema di controllo per droni degli anni ’90:

    “La dimostrazione relativa al controllore adattativo per elicotteri basato sulla logica fuzzy (FLAC-H) è frutto di uno sforzo cooperatvo fra il Comando di Simulazione, Addestramento e Strumentazione dell’esercito degli Stati Uniti (STRICOM), l’Aviazione e Comando Truppe dell’esercito degli Stati Uniti e il Comando missilistico dell’esercito degli Stati Uniti, allo scopo di testare un sistema di controllo a basso costo per droni efficace sia per elicotteri di scala uno a uno sia per elicotteri di dimensioni inferiori. FLAC-H è stato testato su uno dei droni a scala uno a uno con ala rotante della flotta dello STRICOM.FLAC-H impiega la logica fuzzy nel suo sistema di controllo di volo, al fine di provvedere una soluzione forte al controllo del sistema non lineare, dinamico, dell’elicottero. Andando al sodo, al posto di complessi modelli matematici, sono impegate le regole fuzzy del senso comune governanti il volo di un elicottero. Ciò ha dato come risultato una soluzione semplificata della complessità del volo di un elicottero. L’incorporazione della logica fuzzy ha ridotto il costo di sviluppo e dovrebbe altresì ridurre il costo di manutenzione del sistema. Un algoritmo adattativo permette al FLAC-H di “imparare” come l’elicottero deve volare, abilitando il sistema di controllo ad aggiustare e variare le configurazioni di volo dell’elicottero stesso. L’algoritmo adattativo, basato su algoritmi genetici, altera le regole fuzzi e i sistemi ad esse correlati, al fine di potenziare le caratteristice performanti del sistema. Questa modalità di apprendimenti permette al FLAC-H di essere automaticamente integrato in una nova struttura di velivolo, riducendo i costi di sviluppo associati all’alterazione di un sistema di controllo per un velivolo totalmente nuovo e fortemente modificato.Tests di volo del FLAC-H su un drone di prova UH-1H sono state completate con successo nel 1994 nella base Missilistica di White Sands nel Nuovo Messico. ”

    L’articolo ha questi riferimenti:

    Robert L. Wade and Gregory W. Walker, “Flight test results of the fuzzy logic adaptive controller-helicopter (FLAC-H)”, Proc. SPIE 2738, 200 (1996); doi:10.1117/12.241083

    Il testo originale inglese dell’abstract e il link relativo dell’articolo possono essere trovati qui:

    http://spiedigitallibrary.org/proceedings/resource/2/psisdg/2738/1/200_1?isAuthorized=no

    In ogni caso, l’articolo resta così com’è con le ultime correzioni.

    Relativamente alla maggior aderenza della logica fuzzy al linguaggio naturale, c’è questo link dell’università degli studi di Parma. L’esordio di questi appunti del progetto fuzzy lo dà per scontato.

    fuzzy logic e linguaggio

    C’è anche, a tal proposito, un libro di Antolella Pizzaleo del 2004 (Fuzzy logic, come insegneremo alle macchine a ragionare da uomini, ed. Castelvecchi).

    Certo, l’articoletto e il libro di cui confusamente mi ricordavo si collocano fra il 1994 e il 2004. Può darsi che nel frattempo le cose siano cambiate. In ogni caso non mi pareva opportuno scandagliare così minutamente la bibliografia o i riferimenti di dettagli tecnici così remoti dal filone originario.

    In sostanza, droni fuzzy e collegamenti fra le logiche polivalenti e il linguaggio naturale non me li sono inventati io

  39. Pensieri Oziosi il 30 agosto 2011 alle 08:13

    Interessanti risposte, anche se andare a modificare in situ l’articolo ed i commenti non aiuta particolarmente a tenere traccia dei nuovi interventi. Un paio di altre osservazioni posso magari fornire un ulteriore contributo:

    Certo, l’articoletto e il libro di cui confusamente mi ricordavo si collocano fra il 1994 e il 2004. Può darsi che nel frattempo le cose siano cambiate.

    Infatti, come già dicevo prima, “i tentativi di applicazioni sia teoriche che pratiche della logica fuzzy hanno dato risultati inferiori rispetto ad altre metodologie”. Il boom della ricerca nelle applicazioni della logica fuzzy ai sistemi di controllo è stato negli anni ’90, oggi è quasi del tutto scomparso. I tentativi nel campo del linguaggio, non sono mai andati oltre agli schemi di principio.

    Ciò non è una condanna di chi ha fatto queste ricerche. Grazie al lavoro di costoro sappiamo oggi che la fuzzy logic funziona meno bene di altre tecniche, e questo rappresenta un passo in avanti nella conoscenza. Poi domani chissà.

    Quanto al linguaggio, forse gli indicatori fuzzy non dovrebbero essere trattati così pessimisticamente. Non è detto peraltro che probabilità e fuzzy logic si escludano.

    L’approccio all’incertezza di fuzzy logic e teoria della probabilità sono piuttosto incompatibili, con Lotfi Zadeh stesso che sostene che la teoria della probabilità andrebbe riformulata a partire dalla fuzzy logic [1]. I limitati successi che si sono registrati nelle applicazioni della fuzzy logic sembrano dare sostegno a chi ritiene che basti la teoria della probabilità a fornire un modello di lavoro che catturi l’incertezza. Uno svantaggio teorico, è il fatto che non vi sono una fuzzy logic, ma molte fuzzy logic. Per la probabilità, invece, si ha una sola teoria standard, basata sugli assiomi di Kolmogorov, con buone ragioni per le quali è quella e non un’altra (teorema di Cox). Noto qui per inciso come la fisica quantistica sia espressa in termini di probabilità.

    Ora le parti che alludono a determinati argomenti della fisica e della matematica dovrebbero poter essere tollerabili, almeno come approssimazione assai generica, e questa sì, veramente divulgativa.

    Tieni conto che abbiamo appena sfiorato la fisica quantistica. Ovviamente, ed immagino che tu sia d’accordo, lo scopo della divulgazione è rendere accessibili concetti ed idee liberandole da tecnicismi mantenendone però l’aderenza alla teoria originale. Concorderai che una divulgazione che propaghi idee sbagliate è una cattiva divulgazione.

    A proposito da dove vengono le “tre milioni e ottocentomila configurazioni casuali diverse” di Borges?

    [1] Lotfi A. Zadeh, “Toward a perception-based theory of probabilistic reasoning with imprecise probabilities,” special issue on imprecise probabilities, Journal of Statistical Planning, 2002.

  40. daniele ventre il 30 agosto 2011 alle 11:33

    Jorge Luis Borges – La dottrina dei cicli

    Questa dottrina (che il suo più recente inventore chiama dell’Eterno Ritorno) si può formulare così: “il numero di tutti gli atomi che compongono il mondo è finito benchè incommensurabile, e come tale ammette solo un numero finito (benchè ugualmente incommensurabile) di variazioni. In un tempo infinito, il numero di variazioni possibili deve venire esaurito, e l’universo deve necessariamente ripetersi. Di nuovo tu nascerai da un ventre, di nuovo crescerà il tuo scheletro, di nuovo questa pagina finirà nelle tue mani uguali, di nuovo consumerai tutte le ore fino a quella della tua impensabile morte”. Tale la forma in cui si presenta di solito quell’argomentazione, dall’insipido preludio fino all’enorme, minacciosa conclusione. Si usa attribuirla a Nietzsche.
    Prima di confutarla – impresa di cui ignoro se sarò capace -, è opportuno immaginarsi, sia pur remotamente, le cifre sovrumane che essa evoca. Comincio dall’atomo. Il diametro di un’atomo di idrogeno è stato calcolato, salvo errore, in un centomilionesimo di centimetro. Questa vertiginosa piccolezza non significa che sia indivisibile; al contrario, Rutherford lo descrive come un sistema solare costituito da un nucleo centrale e da un elettrone rotante, centomila volte più piccolo dell’atomo intero. Lasciamo da parte nucleo ed elettrone e immaginiamoci un universo assai ridotto, composto di dieci atomi. (Si tratta evidentemente di un modesto universo sperimentale: invisibile, poichè i microscopi non lo scorgono neanche; imponderabile, poichè nessuna bilancia riuscirebbe a pesarlo). Postuliamo anche – sempre in base alla congettura di Nietzsche – che il numero di combinazioni in questo universo equivalga a tutti i modi in cui si possono disporre i dieci atomi variando il loro ordine. Quanti diversi stati può conoscere questo mondo, prima di un eterno ritorno? L’indagine è facile: basta moltiplicare 1x2x3x4x5x6x7x8x9x10, prolissa operazione che ci dà la cifra di 3628800. Se una particella quasi infinitesiamale dell’universo ammette siffatta varietà, poca o nessuna fede dobbiamo prestare a una monotonìa del cosmo. Ho preso in considerazione dieci atomi; per ottenere due grammi di idrogeno ce ne vorrebbero più di un trilione di trilioni. Calcolare le variazioni possibili in quel paio di grammi – ovvero moltiplicare un trilione di trilioni per ciascuno dei numeri interi che lo precedono – è già un’operazione molto superiore alla mia pazienza umana.
    Ignoro se il mio lettore sia convinto; io non lo sono. Lo sperpero indolore e casto di numeri enormi procura senza dubbio il piacere peculiare a tutti gli eccessi, ma il Ritorno resta più o meno Eterno, anche se a remota scadenza. Nietzsche potrebbe replicare: . Questa verosimile risposta di Friedrich Zarathustra mi spinge a ricorrere a Georg Cantor e alla sua eroica teoria degli insiemi.
    Cantor distrugge il fondamento della tesi di NIetzsche. Afferma la perfetta infinità del numero di punti dell’universo, e persino di un metro dell’universo, o di una frazione di tale metro. Per lui l’operazione di contare consiste unicamente nell’equiparare due serie. Per esempio: se i primogeniti di tutte le case d’Egitto furono uccisi dall’Angelo, a eccezione di coloro che abitavano in una casa sulla cui porta era tracciato un segno rosso, è evidente che se ne salvarono tanti quanti erano i segni rossi, e non vale la pena di enumerare quanti furono. In questo caso la quantità è indefinita; esistono altri aggregati in cui è infinita. L’insieme dei numeri primi è infinito, ma è possibile dimostrare che quelli dispari sono tanti quanto quelli pari.

    All’ 1 corrisponde il 2
    al 3 corrisponde il 4
    al 5 corrisponde il 6, eccetera.
    La prova è irrefutabile quanto banale, ma non è diversa dalla seguente: esistono tanti multipli di tremiladiciotto quanti sono i numeri, inclusi il tremiladiciotto e i suoi multipli.

    All’1 corrisponde il 3018
    al 2 corrisponde il 6036
    al 3 corrisponde il 9054
    al 4 corrisponde il 12072, eccetera.
    Lo stesso vale per le sue potenze, quantunque esse vadano accrescendosi man mano che procediamo.
    All’1 corrisponde il 3018
    al 2 corrisponde il 3018 alla seconda, ossia il 9108324
    al 3, eccetera.
    Una geniale accettazione di questi fatti ha ispirato la formula secondo cui una serie infinita – per esempio la serie naturale dei numeri interi – è una serie i cui membri possono a loro volta sdoppiarsi in serie infinite. (O meglio, per eliminare qualsiasi ambiguità: un insieme infinito è quell’insieme che può equivalere a uno dei suoi insiemi parziali). La parte, a latitudini così elevate della numerazione, non è meno copiosa del tutto: la quantità esatta di punti che vi sono nell’universo è quella che vi è in un metro, o in un decimetro, o nella più ampia traettoria siderea. La serie dei numeri naturali è ben ordinata: vale a dire che i termini che la formano sono consecutivi; il 28 precede il 29 e segue il 27. La serie dei punti dello spazio (o degli istanti del tempo) non è ordinabile allo stesso modo: nessun punto ha un successore o un predecessore immediato. È come la serie delle frazioni in ordine di grandezza. Quale frazione dovremo enumerare dopo 1/2? Non 51/100, perchè 101/200 è più vicino; non 101/200, perchè è più vicino 201/400; non 201/400 perchè è più vicino…Lo stesso accade con i punti, secondo Georg Cantor. Possiamo sempre intercalarne altri, all’infinito. Tuttavia dobbiamo cercare di non concepire dimensioni decrescenti. Ogni punto è già il risultato finale di un’infinita suddivisione. Il confronto del bel gioco di Cantor col bel gioco di Zarathustra è fatale a Zarathustra. Se l’universo consta di un numero infinito di termini, è rigorosamente capace di un numero infinito di combinazioni; e la necessità di un ritorno viene annullata. Ne rimane la semplice possibilità, che equivale allo zero. […]

    Citaz. con tagli, da “Storia dell’ Eternità” di Jorge Luis Borges, Adelphi.

    Mi si dirà che non avrei dovuto citare a memoria, perché gli atomi erano dieci e non tre e le combinazioni erano tre milioni e seicentomila circa e non tre milioni e ottocentomila circa, e questo toglie “rigore” all’articolo. Pazienza. In ogni caso, non credo che le cose, nella sostanza, cambino molto.

    Partendo dal ragionamento borgesiano, e considerando le particelle veramente fondamentali della materia e la teoria del mare di Dirac (so che si potrebbe eccepire che non tutti i fisici quantistici la sviluppano allo stesso modo, la condividono, la ammettono) si può tranquillamente continuare ad asserire che in ogni singolo universo hanno luogo un’infinità di eventi fisici. Ogni esplosione inflazionaria, partendo dal modo in cui l’inflazione è concepita da Linde, dà luogo a un numero enorme, ma non infinito, di universi (so che a questo punto si potrà eccepire che non tutti i cosmologi condividono l’idea di Linde e che alcuni hanno sviluppato teorie alternative all’inflazione). Dunque credo si possa affermare che gli eventi legati a una singola esplosione inflazionaria costituiscono una serie infinita che procede più rapidamente della serie infinita degli universi. Quindi, la teoria dei cicli, per chiamarla col nome dell’articolo, rimane inficiata da questa circostanza.

  41. Ares il 30 agosto 2011 alle 11:49

    Porcapaletta, questa l’ho capita!!!.

    .. dai andiamo avanti, dai fate altre domande o obiezioni ^__^

  42. daniele ventre il 30 agosto 2011 alle 12:01

    Poi si concorderà con me che questo era essenzialmente un articolo sulla postfilosofia, non un articolo divulgativo sulla logica in sé o sulla fisica quantistica, che la parte relativa alla logica, pur con i suoi riferimenti non aggiornati, costituisce un aspetto secondario del tema fondamentale dell’articolo.

    Soprattutto c’è una differenza di impostazione metodologica. Se la logica fuzzy, o meglio le logiche fuzzy, viene (vengono) messa (messe) alla prova fra il 1994 e il 2004 e si rivela (rivelano) meno efficace (efficaci) della teoria della probabilità, il matematico preferirà quest’ultima.

    In ambito filosofico, se qualcuno avanza l’idea che si possa senz’altro tornare a Parmenide, definendo come semplice nichilismo ogni altra ontologia, e una delle basi del ritorno a Parmenide è questo virtuosismo del principio di identità considerato rigidamente e con pretesa di verità incontrovertibile, con tutta evidenza basterà indicare un ragionevole dubbio rappresentato, per esempio, dalla possibilità di costruire un’ontologia fuzzy. Peraltro, non credo che le cose cambino molto, se al posto di una delle possibili ontologie fuzzy costruibili a partire dalla logica fuzzy, poniamo un’ontologia basata sulla probabilità.

    In ogni caso, in rete si trovano elencati articoli su droni e sistemi di controllo fuzzy, datati fino al 2011. E qualcuno, all’intersezione fra probabilità e fuzzy logic, ci sta lavorando, sembra.

    Ovviamente, nessun programma di ricerca implica una verità assoluta. Ma ripeto, in ambito filosofico basta che si sia presentata la possibilità di una tecnologia fuzzy, che sottenda un’ontologia fuzzy, per mandare a pallino sia il ritorno a Parmenide sia l’idea dell’essere bucato, discontinuo e poroso.

    Mi si concederà in ogni caso che una divulgazione unilaterale, che tenga conto solo della visione propria di un programma di ricerca, è una divulgazione incompleta.

    Relativamente alla dottrina dei cicli, si ricordi che essa è figlia dello stoicismo, che ultimativamente rimanda alla cosmogonia mitologico-astronomica degli antichi, che sottende una descrizione approssimata (codificata come racconto) e tramandata oralmente, della precessione equinoziale, che alla lunga può implicare, in una visione incompleta dell’universo qual è quella delle cosmogonie mitologiche arcaiche, l’idea dell’eterno ritorno, estensione al cosmo del ciclo stagionale.

  43. Pensieri Oziosi il 2 settembre 2011 alle 07:43

    Grazie innanzitutto per aver riportato il pezzo di Borges. L’errore della citazione non è nei numeri sbagliati ma nel non aver capito che cosa i numeri significhino – spero che mi perdonerai la durezza, ma quando ce vo’ ce vo’.

    Hai scritto infatto: Ricordo però un’arguta elucubrazione di Borges secondo il quale le possibili interazioni fra tre particelle di materia nello spazio, secondo la mera meccanica newtoniana (lasciamo stare per ora i quanti), darebbero luogo da sole a più di tre milioni e ottocentomila configurazioni casuali diverse.

    Quanto scritto è così manifestamente errato (il numero di possibili configurazioni nella situazione che descrivi tu è infinito) che mi ero domandata che cosa avesse scritto Borges in realtà. La cosa strana è che anche dopo averla riportato la citazione di Borges, non sembri avere capito dov’è il problema. Andiamo a vedere di nuovo l’originale: […] immaginiamoci un universo assai ridotto, composto di dieci atomi. […] Postuliamo anche – sempre in base alla congettura di Nietzsche – che il numero di combinazioni in questo universo equivalga a tutti i modi in cui si possono disporre i dieci atomi variando il loro ordine. Quanti diversi stati può conoscere questo mondo, prima di un eterno ritorno? L’indagine è facile: basta moltiplicare 1x2x3x4x5x6x7x8x9x10, prolissa operazione che ci dà la cifra di 3628800.

    Le configurazioni di cui parla Borges sono i possibili di mettere in ordine dieci oggetti. Borges parla di atomi, ma se parlasse dei modi di mettere in ordine dieci carte da gioco sul tavolo il risultato sarebbe lo stesso: 10!. Gli atomi nell’esempio di Borges non interagiscono affatto. Invece tu parli di tre particelle di materia nello spazio che interagiscono secondo le leggi della meccanica newtoniana: questo è il cosiddetto problema dei tre corpi [1]. Ti farà piacere sapere che il problema dei tre corpi rappresenta forse l’esempio per eccellenza di sistema caotico deterministico, che per ironia della sorte era proprio quello di cui volevi parlare poche linee sotto.

    [1] http://it.wikipedia.org/wiki/Problema_dei_tre_corpi

    ***

    Ritorniamo però alla frase che ha attirato per prima la mia attenzione:

    Oggi nessun matematico e nessun logico prescinde dal concetto che la logica binaria, basata sul principio di identità e di non contraddizione, è solo un caso particolare, rispetto alla logica della vaghezza, che concepisce valori di verità intermedi fra 0 e 1.

    Abbiamo discusso più sopra quale sia il problema intrinseco di questa affermazione (il “caso particolare”). Mi voglio ora soffermare su un aspetto che mi da più da pensare sul tuo uso dell’esempio di logica fuzzy all’interno dell’articolo. La cosa importante, e dalla tua formulazione non sono poi così sicura che tu l’abbia capita, è che la logica fuzzy si differenzia dalla logica binaria (diciamo di derivazione aristotelica) per il rigetto del principio del terzo escluso, non per il principio di identità né di non contraddizione, che sono comunque validi nella logica fuzzy.

    ***

    Poi si concorderà con me che questo era essenzialmente un articolo sulla postfilosofia, non un articolo divulgativo sulla logica in sé o sulla fisica quantistica, che la parte relativa alla logica, pur con i suoi riferimenti non aggiornati, costituisce un aspetto secondario del tema fondamentale dell’articolo.

    D’accordo, e quindi mi domando perché li hai tirati in ballo, visto che palesemente te ne mancano gli strumenti interpretativi. Per colore? Perché fa figo? Per cercare di dare un’aura di scientificità alle tue posizioni filosofiche? Perché non sai di non sapere?

    Ma la cosa più fastidiosa è che nel tuo articolo dileggi i «postfilosofi che di fronte a un articolo di ontologia o di filosofia della scienza saltano tutta la complicata parte delle formule e arrivano alla conclusione». Com’è pure la faccenda della pagliuzza e della trave?

  44. daniele ventre il 2 settembre 2011 alle 20:47

    Nessuna pagliuzza nella trave e nessuna aura di scientificità perché fa figo. Basta leggere determinate affermazioni nel loro contesto e tener presente che non era mia intenzione scrivere un articolo di puntuale divulgazione sulle classi di teorie note complessivamente come logica fuzzy e sulle logiche polivalenti in genere.

    Basta semplicemente leggere l’articolo e accorgersi che il breve accenno alle logiche fuzzy si colloca nel contesto della messa in discussione della filosofia di Emanuele Severino con il suo ritorno a Parmenide. Per come si pone, la filosofia di Severino ha la pretesa di ristabilire in assoluto e per ogni dove la forma rigida del principio di identità e di non contraddizione, a livello logico-ontologico, facendo automaticamente ricadere sotto la denominazione di nichilismo o nullismo ogni ontologia che si discostasse dalla rigida formulazione parmenidea, intesa non come criterio, come nel vero Parmenide, ma nel senso di un vero e proprio monismo ontologico (e sostanzialmente teologico).

    Appare evidente a chiunque non affronti la lettura di questo articolo col malevolo intento di cogliere in fallo su linee di discussione secondarie chi l’ha scritto (o peggio, di invalidare aprioristicamento come facilone e impreciso un determinato modo di argomentare -ma credo che questo non sia il caso), che nel contesto di un ragionamento sulla discutibilità di un ritorno a Parmenide, basti semplicemente avanzare un dubbio sulla generale validità delle sue premesse di fondo. Non essendomi io posto l’obbiettivo di trattare esaustivamente delle teorie logiche alternative a quella aristotelica, e avendo semplicemente lo scopo di dimostrare che teorie logiche di tal genere esistono, a me è bastato accennare al fatto che la logica fuzzy (singolare collettivo) non segue rigidamente il principio di identità e non contraddizione, e che la logica fuzzy è grosso modo un’estensione della logica aristotelica.

    Ricitando il passo dell’articolo incriminato, io ho detto appunto questo:

    “Oggi nessun matematico e nessun logico prescinde dal concetto che la logica binaria, basata sul principio di identità e di non contraddizione, è solo un caso particolare, rispetto alla logica della vaghezza, che concepisce valori di verità intermedi fra 0 e 1”.

    Il che non vuol dire: “il principio di contraddizione è falso”. Vuol dire: “nessun matematico non si rende conto del fatto che esistono logiche in cui il principio di identità e non contraddizione è applicato non rigidamente”. Quanto alla distinzione fra estensione e caso particolare, questa può ben valere se io fossi un suo studente e lei avesse ragione di bocciarmi nel contesto di un esame di logica matematica. Ma nel contesto di un ragionamento, per forza di cose tachilogico, che abbracci logica e implicazioni ontologiche, l’essere netto (crisp: si può dire, no?), diventa per forza di cose un caso particolare, un caso limite, un Grenzbegriff dell’essere sfocato, e lo stesso vale sul piano epistemologico. L’inquadramento di prospettiva di una teoria filosofica (per quanto periferica abborracciata contestabile) è criterialmente diverso dalle relazioni di implicazione di una catena logica e dalle sue definizioni nette. Avrei anche potuto seguire un altro filone di ragionamenti, e citare le teorie logiche paraconsistenti, ma non vorrei sembrare troppo figo, darmi troppe arie e sollevare un altro polverone di pulci a margine.

    A me bastava notare un fatto elementare. In alcune teorie logiche fuzzy, il principio di non contraddizione si riformula nel senso che due proposizioni opposte non possono essere entrambe completamente vere (due proposizioni contraddittorie potendo avere ciascuna al massimo un valore di verità pari a 1/2, quando si spartiscono equamente la torta fra loro). Ma nell’ambito di un ragionamento filosofico, questo significa che esiste almeno una classe funzionante di teorie logiche che in una data epoca della storia della disciplina ha ottenuto risultati autoconsistenti e che ha altresì avuto come premessa una formulazione non rigida del principio di identità e non contraddizione. Tradotto sul piano della costruzione di un’ontologia, io devo tenerne conto, e dunque non potrò riaffermare in modo reciso e incontestabile: “l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può in alcun modo essere”. Ciò implica che tutte le teorie rigettate da Severino come nichilismo non sono nichilismo, ma implicano un’estensione delle categorie logiche di fondo, a partire dalla posizione eleatica. Questo è quello che l’articolo aveva intenzione di affermare: a questo discorso era assolutamente funzionale e imprescindibile il richiamo, sia pur parziale e con un ordine di precisione inferiore agli standard di un ragionamento logico-matematico costruito secondo criterio, alla logica fuzzy.

    Ovviamente, in altre logiche polivalenti, come quella costruita da Goedel, vale di fatto, rigorosamente, il principio di non contraddizione nella sua forma pura. Ma ancora una volta, di fronte alla recisa presa di posizione di un filosofo riguardo alla necessità di un ritorno a Parmenide, non è necessario notare che esistono nove (numero puramente metaforico) teorie logiche rigorosamente fondate sulla formulazione classica del principio di non contraddizione, contro una sola (numero puramente metaforico) che fornisce una definizione non rigida di tale principio logico: basterà additare come controesempio, fra le possibilità della logica, quell’unica (numero meramente metaforico) teoria che contempla un principio di non contraddizione depotenziato, per far crollare il castello di carte.

    Se lei, nel suo notevole, ma davvero ozioso, pensare, avesse avuto realmente l’idea di confutare, in modo coerente alle premesse e per amor di verità, la parte dell’articolo relativa a Severino, avrebbe dovuto semplicemente additare la falsità o la contraddittorietà del ragionamento in sé, sul piano metodologico specifico, non fare le pulci al richiamo sintetico alle logiche fuzzy. Si sarebbe in ogni caso accorta del fatto che il richiamo alla fuzzy logic, singolare per rapidità espositiva in un articolo lungo e dalle molte (forse troppe) direzioni, non è messo lì in modo esornativo -perché fa figo. Trattasi di banale modus tollens. Il neo-Parmenide Severino dice: l’essere è e non può non essere, e lo rifondo logicamente su una formulazione rigida, irrinunciabilmente rigida, del principio di identità e non contraddizione. Di fronte a questa posizione filosofica si nota: nella storia della logica contemporanea, la [classe di teorie note come] logica fuzzy contempla la possibilità di una formulazione meno rigida. Il controesempio nega il reciso ritorno a Parmenide. Che poi incidentalmente non è un ritorno ma una partenza per la tangente, visto che il Parmenide filologicamente letto individua una via della verità (“aletheies eukykleos atremes etor”) e la via di una doxa probabile-problematica (in cui c’è plausibilità, pistis, ma non verità, aletheie). Questo vuol dire che il vero Parmenide, quello di Elea e non quello di Severino, aveva in mente l’intuizione di una logica-epistemologia-ontologia (tutte condensate in un unico orientamento a partire dal valore forte dell'”ésti” greco) a tre valori, di cui due criterialmente forti e vincolanti (vero-falso, essere-non essere) e un terzo funzionale come orientazione nel mondo (manifestazione apparente, plausibile, probabile, problematico), rispetto ai quali si identificano tre “condizioni” epistemiche: verità, errore-illusione, opinione (doxa), il che sottende anche un’intuizione precisa sulle modalità logiche legate ai tre valori.

    Quanto all’esclusione del principio del terzo escluso, io so bene che è quella la caratteristica comune a tutte le classi di logica sfumata o polivalente. Ma a me non interessava un amato piffero il principio del terzo escluso, non direttamente funzionale per nulla a sconfessare il neoeleatismo posticcio di Severino e compagni. Davvero se avessi messo in mezzo le logiche fuzzy per questo aspetto, l’avrei fatto per farmi bello e farmi figo. Credo che se c’è qualcuno che non ha capito il senso dell’articolo in quel passo, quel qualcuno sia lei. Curioso che per attuare il nobile scopo di fraintendere in mala fede, gli esseri umani siano capaci di usare perfino il potere chiarificatore della logica.

    Quanto al problema Borges, di nuovo lei decontestualizza il discorso e appunta i suoi strali sul sottoscritto. A me del problema a tre corpi non interessava nulla, non essendo funzionale al mio discorso nel contesto del post a margine relativo all’eterno ritorno. Il numero tre mi è uscito per un refuso: che cosa avrà influito sul refuso? Non so. L’associazione di idee fra la complessità del famoso problema a tre corpi e la caoticità di uno a n corpi con la soluzione borgesiana? L’anticipazione della dizione interiore fra tre e tre milioni? Non è importante. Si tratta di mero errore di trascrizione in un post di commento. Può capitare. Solet fieri. Non è sull’errore di battitura di due numeri, per altro ammesso dal sottoscritto, che si confuta un argomento. Ribadisco la sostanza dei fatti. Mi interessava Borges e la sua affermazione:

    “Quanti diversi stati può conoscere questo mondo, prima di un eterno ritorno? L’indagine è facile: basta moltiplicare 1x2x3x4x5x6x7x8x9x10, prolissa operazione che ci dà la cifra di 3628800. Se una particella quasi infinitesimale dell’universo ammette siffatta varietà, poca o nessuna fede dobbiamo prestare a una monotonìa del cosmo”.

    I modi in cui si possono disporre i dieci atomi presuppongono degli stati fisici, dunque delle interazioni, perché qui di universo si parla, e di universo fisico, non di collezioni di oggetti. L’inizio della prosa borgesiana dice infatti:

    “il numero di tutti gli atomi che compongono il mondo è finito benchè incommensurabile, e come tale ammette solo un numero finito (benchè ugualmente incommensurabile) di variazioni. In un tempo infinito, il numero di variazioni possibili deve venire esaurito, e l’universo deve necessariamente ripetersi. Di nuovo tu nascerai da un ventre, di nuovo crescerà il tuo scheletro, di nuovo questa pagina finirà nelle tue mani uguali, di nuovo consumerai tutte le ore fino a quella della tua impensabile morte”.

    Le variazioni degli atomi si concretano in nascite, aggregazioni di tessuto osseo, eventi dell’esistenza, fondati su un riduzionismo fisicalistico, all’interno di un classico paradigma deterministico-meccanicistico. Dunque non si parla di carte da gioco, ma di stati fisici.

    Basta leggere il contesto. Basta interpretare ciò che si legge con un po’ di ermeneutica per bambini. Basta non appuntarsi sui dettagli seguendo il proprio idolum specus sulla strada senza uscita di un’incongruenza metodologica, confondendo ad arte le esigenze di conseguenzialità di un articolo di logica matematica e gli inquadramenti di prospettiva di un articolo che si occupa essenzialmente delle generiche conseguenze filosofiche di alcune teorie logico-matematiche. Basta soprattutto non presumere con boria che chi ha scritto quest’articolo sia uno sciocco autoreferenziale con volontà ostentatoria.

    Quanto ai sullodati postfilosofi, non mi limito a dileggiarli. Fondamentalmente, il loro modo di ragionare è detestabile. Così come è detestabile l’atteggiamento di chi capziosamente sposta la discussione su un piano logicamente e argomentativamente incongruo al mero scopo di suscitare una polemica.

    E con questo chiudo e la riverisco.

  45. Musta Morkkis il 3 settembre 2011 alle 02:32

    No caro amico, non sono d’accordo, parli da uomo ferito (nell’orgoglio).

    Caro Daniele, stremato dall’insonnia, ho pensato di dare un’occhiata all’articolo di cui mi parlavi e ai commenti, in particolare a quelli critici.
    Purtroppo, il tuo articolo mi risulta in buona parte incomprensibile, percio’ non potro’ valutarne l’efficacia soporifera. Le critiche, invece, mi sono molto piu’ chiare e mi permettero’ di dire la mia.

    L’obiezione sulla frase:

    “Siamo indotti a pensare che gli infiniti siano tutti uguali: ebbene, matematicamente una funzione che tende a infinito può procedere in base a un indice di successione maggiore di un’altra funzione che tende pur essa a infinito (per esempio, questo è il caso dei numeri reali rispetto ai puri e semplici numeri naturali).”

    e’ assolutamente sensata. Scritta cosi’ non significa niente. Tra l’altro, e’ possibile trovare esempi molto chiari e illuminanti su “il libro dei paradossi”, che ti prestai tempo fa. A casa, comunque, non ti mancano testi di analisi e relativi insegnanti ;-) Anche la matematica (che io, personalmente, non amo alla follia) ha un suo lessico che va rispettato. Inoltre, bisogna stare attenti ai concetti, che in matematica non possono essere demoliti facilmente, anche dal piu’ determinato e “attrezzato” contestatore. L’obiezione di Pensieri Oziosi e’ assolutamente pertinente: confondi cose molto diverse come gli ordini di infinito e infinitesimo delle funzioni (vedi), il limite delle successioni (vedi) e la cardinalita’ degli insiemi (vedi, con in piu’ qualche cenno biografico su Cantor).

    Аnche per quel che riguarda Borges, hai ricordato male i suoi argomenti. In realta lui argomenta piu’ o meno cosi’: se ANCHE Nietzsche avesse ragione, se l’universo fosse determinato solo dall’ordine in cui sono disposti gli atomi (e non e’ cosi’: interagiscono, e sono posti a distanze diverse in uno spazio tridimensionale, come Borges sembra sapere), le combinazioni sarebbero comunque tantissime. E questo in un modello ipersemplificato rispetto alla realta’, figuriamoci nell’universo.

    Prendila con filosofia: Poincare’ scrisse proprio un articolo sul problema dei tre corpi, e non si accorse di una svista (e non solo lui, visto che vinse un premio) . Se ne accorse nel momento meno opportuno e ne venne fuori qualcosa di interessante cui ha accennato Pensieri Oziosi. Ti invito a leggere la storia che e’ interessante, ma -per carita’- a non trarne altri spunti un po’ forzati.

    Sulla logica fuzzy non vorrei dire inesattezze a mia volta. Gia’ la teoria della probabilita’ e’ da sola argomento che si presta a controversie (ebbene si’, in matematica…) ma occorre essere davvero molto competenti per dibatterne. Noi comuni mortali diamo per buoni gli assiomi di Kolmogorov e amen, anche se qualche volta i paradossi probabilistici ci disorientano (vedi Monty Hall).

    Capita spesso che in matematica si usino strumenti diversi per fare la stessa cosa. Pensa alla teoria dei grafi: e’ uno strumento utilissimo per una serie di applicazioni (dal design di circuiti al calcolo dei percorsi ottimali, ai flussi di rete). D’altra parte e’ molto utile a noi umani, che amiamo le rappresentazioni grafiche. Siccome ai computer un bel grafo direbbe poco, nel software si preferisce una rappresentazione in forma matriciale. E comunque, un grafo (cosi’ come le matrici corrispondenti) e’ un modo di rappresentare (graficamente) delle relazioni tra elementi di un insieme. Ma bisogna aver ben chiari i punti di contatto. In questo caso e’ semplice: qualche centinaio di pagine selezionate da vari testi. Per la logica fuzzy e’ piu’ complicato. Ricorro ad un esempio meno rigoroso.

    La logica fuzzy puo’ essere usata quando semplifichi le cose, come un grafo. Ricordo un esempio in un libro di economia che parlava di gestione del personale. Si usava (magari forzando) la logica fuzzy perche’ si introduceva il concetto di “grado di appartenenza all’azienda” di un dipendente (si trattava di consulenti, dip a contratto, ecc.). Il libro lo lessi un 15 anni fa. Dispiace come tutto cio’ sia diventato ordinario, e non oggetto di speculazione accademica. Ma divago, faccio questo esempio banale perche’ ti sia chiaro che la logica fuzzy non necessariamente descrive l’incertezza. Il dipendente A, infatti, avra’ un grado di appartenenza all’azienda X del 50% se avra’ due contratti che lo impegneranno per tempi uguali nell’azienda X e nell’azienda Y. Nulla di incerto, anzi.

    Concludo, con delle osservazioni che non ti piaceranno ma delle quali spero coglierai la sensatezza.

    Hai scritto di cose che non conoscevi, scrivendo inesattezze e “piegandole” ai tuoi fini. Un peccato forse veniale. Dovresti pero’ essere grato a chi te lo ha fatto notare. Si dice che il tredicesimo rintocco di un orologio impazzito non solo sia discreditato di per se’, ma che getti l’ombra del dubbio su tutti i dodici rintocchi precedenti. E’ un rischio da correre? Pensieri Oziosi non ha obiettato per amore della polemica intellettuale (sport nel quale tu eccelli), ma per amor di verita’. Non e’ ne’ elegante, ne’ soprattutto utile, tentare di “insabbiare” tutto cio’ con una raffica di argomentazioni (a me poco comprensibili, peraltro) nella speranza di reagire con una maggiore “potenza di fuoco”. Non e’ questo il punto. Con mirabile sintesi (ahilei, non da te corrisposta) Pensieri Oziosi ti chiede:

    “D’accordo, e quindi mi domando perché li hai tirati in ballo, visto che palesemente te ne mancano gli strumenti interpretativi. Per colore? Perché fa figo? Per cercare di dare un’aura di scientificità alle tue posizioni filosofiche? Perché non sai di non sapere?”

    Gia’, perche’? Da persona con una pur scarsa, traballante ed incerta cultura tecnico scientifica, potrei dire che il tuo atteggiamento e’ fastidioso. Sembri considerare un’intera parte dello scibile soltanto “un caso particolare” di discipline piu’ alte. Il punto e’ che hai delle lacune, in buona parte non per tua colpa, ma dovuta all’impostazione lacunosa dei curricola filosofici delle universita’ meridionali (napoli in particolare).

    Hai due scelte: prenderne atto e rinunciare a tirare per i capelli concetti tecnico-scientifici nei tuoi scritti, oppure colmare queste lacune con il rigore che ti contraddistingue, portando sulla tua scrivania qualche testo di analisi, logica, probabilita’. Niente di speciale, solo qualche testo introduttivo per i primi anni di universita’. Logica fuzzy e linguaggio umano? un testo introduttivo di informatica e uno di linguistica computazionale. Il loro studio avra’ il primo fine di acquisire quella minima competenza che ti impedira’ di fare la “sitting duck” della situazione, semmai ti venisse la tentazione di usare di nuovo certi argomenti.

    Chi sono io per consigliarti di colmare le tue lacune studiando? Nessuno. Ma mi chiedo perche’ mai continui a divorare enormi tomi che aggiungono poco a quello che sai, astenendoti dall’acquisire conoscenze utili in campi che pure desideri percorrere (ma sono minati!).

    Se poi la cosa dovesse appassionarti, potresti crescere ulteriormente in statura intellettuale e poter avere davvero uno sguardo d’insieme (piuttosto che pensare di averlo). Se cio’ dovesse avvenire (e ho motivo di pensare che se lo volessi, potrebbe avvenire), dovresti serbare eterna gratitudine a Pensieri Oziosi.

    Confido nel tuo perdono e spero di risentirti ;-)

  46. daniele ventre il 3 settembre 2011 alle 10:56

    Caro amico,

    Ti rispondo sui vari punti che hai sollevato.

    L’obiezione sulla forma in cui mi sono espresso (peraltro in un commento) relativamente al problema degli infiniti, è stata da me già incassata e accolta. Ho ampiamente ammesso di essermi espresso in termini non propri nel senso specialistico del termine. Il che, dal punto di vista di un matematico, può essere avvertito come un pugno nello stomaco e me ne rendo conto, essendo figlio degenere di due matematici. A mia parziale scusante posso solo ribadire che, dal punto di vista della mia situazione operativa, mi era difficile esporre in modo sintetico e al tempo stesso coerente con la terminologia tecnica, in un post a margine già chilometrico nella chilometrica discussione seguita a un articolo lunghetto, la componente di un’elaborazione ontologica che ha alla base i concetti di limite di funzione, cardinalità di un insieme, infinito e infinitesimo. Forse non avrei dovuto farlo, ma dal punto di vista che ho cercato di esprimere, e che per te non ha probabilmente senso esprimere, non potevo fare a meno di prendere in considerazione il problema, anche esponendomi al rischio della querelle che si è poi avuta.

    Per quel che riguarda Borges forse ho continuato a esprimermi infelicemente per tutte le volte che l’ho citato (refuso sui numeri a parte), ma intendevo dire proprio quello che hai detto tu. Fra l’altro, il discorso finale di Borges sul confronto fra il gioco di Zarathustra e il gioco di Cantor era l’elemento per me più importante del problema:

    “Il confronto del bel gioco di Cantor col bel gioco di Zarathustra è fatale a Zarathustra. Se l’universo consta di un numero infinito di termini, è rigorosamente capace di un numero infinito di combinazioni; e la necessità di un ritorno viene annullata. Ne rimane la semplice possibilità, che equivale allo zero.”

    Quanto all’esempio sulla logica fuzzy che hai richiamato tu, il problema non è l’incertezza o la certezza di un determinato asserto. La questione è più generale, relativamente al fatto che il bel gioco di Severino si basa sulla ripetizione del bel gioco di Parmenide a partire da un virtuosismo sul principio di identità e di non contraddizione intesi in senso estremamente rigido e primitivo. Propriamente, non ho parlato di cose che non conoscevo. Ho parlato delle conseguenze possibili di cose che conoscevo per la loro possibile ricaduta in campo filosofico e in base alla loro possibile ricaduta in campo filosofico. C’è da dire che le considerazioni sugli infiniti e sulla logica fuzzy vennero fuori per caso nella discussione con una esperta di logica matematica e di statistica. All’epoca ero fermamente convinto che l’immagine dell’universo derivante da un’interpretazione della fisica quantistica basata sull’idea degli osservatori complementari, o a molti mondi, implicasse non solo l’eterno ritorno in diacronia, ma addirittura in sincronia. E non conoscevo la logica fuzzy, essendo abbastanza convinto di un qualche tipo di ritorno a Parmenide.

    Allora cominciai a studiare il problema delle implicazioni filosofiche che potevano esserci, sia per le questioni relative a infiniti e infinitesimi, sia per la logica fuzzy. E mi imbattei in una serie di studi: a tal proposito c’era per esempio un articolo (E. Campelli, Elogio della vaghezza, riflessione quasi epistemologica sul tempo presente, in Sociologia e ricerca sociale, 2009) che affrontava il problema da questo punto di vista. Poi c’è a tutt’oggi il capitolo su ontologia e vaghezza (fuzzyness) a cura di Achille Varzi, nella Storia dell’ontologia edita da Bompiani, che ho qui davanti. Se errore c’è stato, è stato il voler procedere per mio conto: avrei dovuto richiamare questi due scritti, ma allora il tutto sarebbe diventato fino in fondo un articolo da rivista filosofica con note bibliografiche a margine.

    Quanto ai curricula delle università meridionali, temo che tu sia in errore. I curricula filosofici delle università di tutt’Italia, e non solo meridionali e partenopei, spesso non trattano nemmeno molti dei filosofi di cui ho parlato. Bisogna affrontarli per conto proprio, a meno che non si sia così fortunati da incappare nei corsi monografici giusti. Quanto alle cattedre di epistemologia e di logica, spesso lasciano molto a desiderare un po’ dovunque, fatte salve le debite eccezioni. Il fatto che io abbia delle lacune è indubbio: non ho più la forza, se mai l’ho avuta, di imparare tutto, o di dire bene sotto tutti gli aspetti tutto quanto c’è da dire. I post e i commenti servono a questo.

    Basta non aggredire di principio considerare fastidioso chi ha scritto l’articolo e ha dato la possibilità di aprire la discussione, solo perché si è permesso di parlare di una certa cosa nel contesto di una disciplina diversa, fattore che Pensieri Oziosi sembra non aver voluto deliberatamente considerare, e che tu riduci al concetto di piegare retoricamente ai propri fini un insieme di conoscenze che non si mostra di possedere bene.

    So bene che la matematica ha il suo linguaggio. Anche la filosofia, quale che sia il livello, minimo o massimo, del ragionamento, ha le sue specifiche linee di sviluppo argomentativo. Nel caso particolare, dire che io ho retoricamente piegato un discorso scientifico abborracciato e mal digerito ai miei fini per amor di polemica, significa non aver compreso il discorso di fondo dell’articolo, che nella sua sinteticità e nel suo generalismo cerca di sconfessare, appunto, l’impiego retorico di conoscenze mal digerite in un agglomerato argomentativo che vuole essere ibrido ma è solo incoerente -che è poi, grattando la patina di similoro teoretico, il modo di procedere della maggior parte della postfilosofia. Il problema è che sinteticità e generalismo portano ad esigenze di sintesi che rischiano di non rendere sempre giustizia a tutte le discipline che si è costretti a toccare.

    Comunque non preoccuparti. Spesso mi trovano fastidioso e impreciso. Sulla seconda qualità spesso ci si ricrede, ma solo a discapito di aggravare il peso della prima.

    P. s.

    Probabilmente gli utenti come fm, che mi dice bigino, e Pensieri Oziosi, che pensa che io metta le cose lì per darmi le arie, leggendo dell’immagine di un agglomerato argomentativo che vuole essere ibrido ma è solo incoerente e coperto da una patina di similoro teoretico, si sentiranno autorizzati a pensare che questo è il caso di questo articolo. Posizione legittima, ma ho ragione di credere che non sia aderente alla realtà dei fatti. Relativamente all’idea di concepire certe discipline come casi particolari di discipline più alte, che sarebbe un altro dei fattori che mi renderebbero fastidioso, credo di poter affermare che ci sia un equivoco. Costruire un discorso “filosofico” fondato non significa pretendere di affermare che una certa matematica è un caso particolare di una certa filosofia, significa che bisogna agire da “consumatore di leggi” di altre discipline. E’ una presa in prestito, non uno sminuire.

  47. Musta Morkkis il 3 settembre 2011 alle 13:55

    No, pieta’! ;-)

    Si immaginavano gli amministratori di nazione indiana che, con te nella redazione, ci sarebbe stato bisogno di comprare molto altro spazio su disco? :)

    Premetto che non solo il fondo, ma anche la superficie del tuo articolo mi sono del tutto oscuri, e che li guardo cosi’ come un marinaio guarda le acque infide di capo Horn ;-)

    Il tono dell’articolo e degli interventi, pero’, sono di un certo tipo. La reazione di fm non e’ nemmeno eccessiva, anzi. Lo stesso intervento, in un contesto diverso, avrebbe suscitato ben altre reazioni. E magari avresti anche affilato le armi per lo scontro.

    Pensieri Oziosi non ti attacca per partito preso, ma ti pone un problema preciso. Peraltro, di vitale importanza per la forza delle tue argomentazioni. Il tuo stile e’ stato definito “enciclopedico” (riconosco che “bigino” e’ una definizione un po’ malevola). Il che significa che almeno una parte di chi ti segue deve “fidarsi” di cio’ che riporti (per ignoranza, pigrizia o mancanza di tempo). La leggerezza nel trattare certi argomenti potrebbe far venir meno (nei detrattori) la “fiducia” di cui sopra. A me e’ bastato l’articolo sulla “bandierina” (flag) anticopia di repubblica, per convincermi che nella redazione “scienza e tecnica” sono una manica di cialtroni. Attenzione, quindi.

    In privato aggiungero’ anche altre considerazioni, del tono che immagini :)

  48. daniele ventre il 3 settembre 2011 alle 17:18

    Vedi, il fatto che ci si trova di fronte a un uditorio in cui tendono a prevalere statisticamente persone le cui competenze specialistiche assai profonde in ambito letterario o filosofico implicano una frequentazione assai più epidermica di argomenti di ambito scientifico, forza la mano a una sintesi che può sembrare essa stessa epidermica.

    Non è questione di stile enciclopedico o di pretesa enciclopedica. Semplicemente, questo argomento che tu senti come oscuro, perché lo senti profondamente estraneo e poco proficuo, tocca un ambito assai ampio di considerazioni, che fanno parte dello spirito di un’epoca, o dell’aria di famiglia di un periodo storico, se si vuole. Dunque bisogna toccare una serie di fronti, per poi essere attaccati, spesso in modo ingeneroso, su tutti quegli stessi fronti, non sempre “vincendo”. Ma “vincere” non è importante in sé. Diventa importante mantenere una posizione di fronte ad attacchi impropri su aree marginali di un discorso, che pretendono di inficiare tutto il discorso nella sua interezza.

  49. Pensieri Oziosi il 5 settembre 2011 alle 07:42

    Scrive Ventre: A me bastava notare un fatto elementare. In alcune teorie logiche fuzzy, il principio di non contraddizione si riformula nel senso che due proposizioni opposte non possono essere entrambe completamente vere (due proposizioni contraddittorie potendo avere ciascuna al massimo un valore di verità pari a 1/2, quando si spartiscono equamente la torta fra loro). Ma nell’ambito di un ragionamento filosofico, questo significa che esiste almeno una classe funzionante di teorie logiche che in una data epoca della storia della disciplina ha ottenuto risultati autoconsistenti e che ha altresì avuto come premessa una formulazione non rigida del principio di identità e non contraddizione.

    Cos’è una contraddizione? Una contraddizione è asserire una proposizione e la sua negazione allo stesso tempo. Indicando con p un’arbitraria affermazione la contraddizione si esprime in formule con p∧¬p. Indichiamo il valore di verità di un arbitrario costrutto logico p con v(p). Nella logica binaria v(p) può assumere soltanto i valori 0 e 1, nelle logiche fuzzy v(p) può assumere invece un valore qualsiasi nell’intervallo [0, 1]. Il principio di non contraddizione è valido in un sistema logico se il valore di verità della contraddizione p∧¬p è uguale esattamente a 0 a prescindere dal valore di verità di p.

    Prima di proseguire facciamo un paio di esempi. Nella logica di Łukasiewicz, un tipo comune di fuzzy logic, il valore di verità corrispondente alla congiunzione è dato da

    v(pq) = max{v(p) + v(q) -1, 0}

    e quello della negazione da

    vp) = 1-v(p)

    Assumiamo che il valore di verità di p sia v(p) = 0,38. Allora vp) = 0,62 e v(p∧¬p) = max{0,38 + 0,62 -1, 0} = max{0, 0} = 0, e abbiamo così dimostrato che nella logica di Łukasiewicz la contraddizione per una proposizione il cui valore di verità sia 0,38 non è ammissibile. Per poter dire che il principio di non contraddizione vale nella logica di Łukasiewicz bisogna dimostrate che v(p∧¬p) = 0 a prescindere dal valore di verità da p. Come secondo esempio prendiamo la logica di Gödel, un altro caso particolare di logica fuzzy: i valori di verità dei connettivi logici sono dati in questo caso da:

    v(pq) = min{v(p), v(q)}

    e

    vp) = 1 se v(p) = 0, altrimenti 0.

    Se ne ricava che per v(p) = 0,38 si ha che v(¬p) = 0 e

    v(p∧¬p) = min{0,38, 0} = 0.

    Prendiamo infine la logica del prodotto nella quale

    v(pq) = v(p) ⋅ v(q)

    e, come nel caso della logica di Gödel, si ha

    vp) = 1 se v(p) = 0, altrimenti 0.

    Di nuovo, per per v(p) = 0,38 si ha che v(¬p) = 0 e

    v(p∧¬p) = 0,38 ⋅ 0 = 0.

    ***

    Passiamo ora al caso di un’arbitraria logica fuzzy. Una logica fuzzy è definita dal tipo di valore di verità che noi scegliamo per la congiunzione. In generale scriviamo

    v(pq) = v(p) ∗ v(q)

    Dove l’asterisco ∗ denota una cosiddetta norma triangolare, cioè un’operazione binaria nell’intervallo [0,1] che sia commutativa, associativa, monotonica non decrescente e che abbia 1 come valore neutro. Un’ulteriore condizione tecnica, che ci consente di definire l’implicazione, è che la norma triangolare sia continua a sinistra.

    Il valore di verità dell’implicazione viene definito mediante una seconda operazione binaria, chiamata “residuo”:

    v(pq) = v(p) ⇒ v(q)

    Dove il residuo è definito da

    (xy) = sup {z ∈[0, 1] | xzy }

    Notiamo che con → indichiamo l’implicazione, ossia un connettivo tra due proposizioni, mentre con ⇒ indichiamo il residuo, un’operazione tra due numeri compresi tra 0 e 1. Il motivo per cui l’implicazione viene definita così sta nel fatto che consente la formulazione fuzzy del modus ponens:

    v((pq)∧p) ≤ v(q)

    A questo punto non ci resta che definire la negazione in termini dell’implicazione, e quindi il suo valore di verità

    v(¬p) = (v(p) ⇒ 0).

    A questo punto abbiamo tutti gli elementi necessari per potere valutare p∧¬p in un arbitraria fuzzy logic:

    v(p∧¬p) = v(p) ∗ (v(p) ⇒ 0)

    Siccome

    (v(p) ⇒ 0) = sup {z ∈ [0, 1] | v(p) ∗ z ≤ 0 }

    si ha che se w= (v(p) ⇒ 0) allora

    0 ≤ v(p) ∗ w ≤ 0

    e quindi

    v(p) ∗ w = 0.

    Andando a sostituire il valore di w nell’ultima equazione si ha infine che

    v(p) ∗ (v(p) ⇒ 0) = 0

    e quindi

    v(p∧¬p) = 0

    a prescindere dal valore di v(p).

    Abbiamo così dimostrato che il principio di non contraddizione vale in tutte le logiche fuzzy.

  50. daniele ventre il 5 settembre 2011 alle 11:46

    Finalmente una cosa bella ed elegante, dopo tutta l’acrimonia che mi ha vomitato addosso, circa la mia presunta attenzione a scientizzare per fare figo…

    Ma la sua notevole dimostrazione non credo cassi il fatto che in una logica fuzzy si possa dire, per esempio in relazione allo stato delle chiome di un certo signor B, che ha un’ampia piazza in mezzo al cranio, che v(p)=0,3 (dove p potrebbe essere la proposizione: “B è capelluto”) mentre v(¬p)=0,7 (dove p potrebbe la proposizione: “B è calvo”), visto che di base, in una qualsiasi formulazione della logica fuzzy, v(p) può appunto assumere un qualunque valore nell’intervallo [0,1]. Ho usato ovviamente le proposizioni “B è capelluto/calvo” come riferimento al paradosso del calvo, uno degli espedienti classici per cogliere in fallo la credenza intuitiva nel mutamento. Ovviamente, tutto questo bel discorso avrei dovuto metterlo in un articolo già di per sé lungo. Per evitare tutta la diatriba che abbiamo tenuto qui, con toni non sempre signorili, avrei dovuto almeno dire (rimanendo comunque a rischio di numerose improprietà terminologiche, metodologiche e di ragionamento, nello specifico) che comunque v(p ∧ ¬p)=0 con l’accortezza che i valori di verità di p e ¬p non sono più rigidamente 0 e 1, ma appartengono all’intervallo reale continuo [0,1], con il risultato che le funzioni proposizionali, tipo “x è calvo” o “x è capelluto”, definiscono non più insiemi crisp, ma insiemi sfocati, per i cui elementi si stabiliscono vari gradi di appartenenza, identificabili con i valori di verità compresi fra 1 e 0 per ogni proposizione associabile a un valore preciso della x. Ne consegue anche che “essere” e “non essere” [capelluto, calvo, bello, brutto, buono, cattivo, intelligente, stupido, colto, ignorante, vivo, morto, presente, non presente, esistente, non esistente] vanno sostituiti -fermo restando nel totale v(p∧¬p) = 0- con “essere del tutto”, “non essere per nulla” “essere parzialmente” “non essere [quasi] più”, espressioni del linguaggio ordinario, soffuse in vario modo di vaghezza, che trovano ora cittadinanza piena nella khora dell’ontologia da cui erano state bandite. Avrei potuto dire così, e sarebbe stato leggermente meno inesatto. Ma sarebbe stato anche parecchio più illegibile. Così ho cercato di cavarmela breviter con la formulazione incriminata, per poi cercare di spiegarla, nella dialettica dei commenti, in termini di principio di non contraddizione inteso in senso non rigido. Non era mia intenzione negare del tutto e per sempre il principio di non contraddizione: ovviamente se l’avessi fatto, sarei andato incontro proprio alla detestata esplosione logica che contraddistingue il pensiero debole e la postfilosofia. La mia intenzione di fondo era additare nella fuzzy logic (ma avrei dovuto almeno menzionare le logiche paraconsistenti e gli approcci del dialeteismo) come base per affermare che 1) non è lecito l’estremismo neoparmenideo; 2) è in mala fede l’esplosione della postfilosofia; 3) esiste la possibilità di costruire un’epistemologia coerente e coesa, che non infici definitivamente il concetto di obbiettività e di controllo, ma contempli l’idea di elasticità adattativa, tenendo conto delle logiche sfocate e di quelle paraconsistenti (per esempio, una teoria scientifica di successo potrebbe essere considerata paraconsistente perché in effetti alcune sue proposizioni vere appaiono congiunte con alcune sue proposizioni false, uno dei cardini logici con cui Larry Laudan, Pavel Tichy e altri hanno smentito il criterio logico di verosimiglianza formulato da Popper -il che non fa però della teoria una semplice “narrazione”, come vogliono i postifilosofi, ma impone di considerarla come una costruzione logica coesa, parzialmente verosimile, ontologicamente impegnata, ma proposizionalmente debole e dunque da trattare con prudenza). Dopo di che lei, trovandosi a passare e pensando con oziosa acutezza, mi avrebbe fatto a pezzi non su una sola classe di logiche ma su tre classi di teorie logiche contemporaneamente.

  51. GuerrillaFDT il 5 settembre 2011 alle 19:31

    Come succede spesso, quello che arriva dalla “periferia” è meglio di quello che arriva dal centro. Che dire? Dico che bisogna rendersi conto dell’impossibilità di prescindere dalla responsabilità. Va be’, il fatto-in-sè è irraggiungibile indipendentemente dalla nostra osservazione. Perciò la fallibilità di questa comporta la fallibilità di ogni verità. Ma non è che perché tutto è fallibile, tutto ha lo stesso valore, la stessa forza. Le interpretazioni non si equivalgono. Sì, “solo interpretazioni” va be’, ma non è che una vale l’altra (sono sicuro non fosse questa l’intenzione del Nietsche troppe volte citato). Bisogna lottare per combattere le verità che sono idoli, feticci del Potere. Mentre il Potere difenderà queste realtà a spada tratta. Bisogna schierarsi, sentirsi responsabili. Non usare l’argomento della fallibilità di ogni interpretazione per lasciar passare ogni interpretazione come buona. Quelle buone procurano buoni legami, quelle cattive possono dissolvere l’umanità. Etica spinoziana. Roba antica ma sempre buona. No? Direi anche ecologia dei concetti. Il nostro ecosistema culturale può vivere solo con le giuste attenzioni. La “verità” è nei rapporti interni all’ecosistema (se vogliamo tirare in mezzo Bateson). Bisogna andare verso un’ecologia del pensiero filosofico e politico (se vogliamo anche parafrasarlo).

    Grazie per l’articolo, l’ho trovato un po’ tardi in mezzo alla tormenta (o tormentone?) di questa estate sulla “realtà” e mi è sembrato molto chiaro e interessante. Non so però se ce la faccio a leggere i chilometri di commenti che vedo…

  52. Antonio Coda il 6 settembre 2011 alle 12:06

    Gran bell’articolo: una ricognizione sapida, non prona e azzardata quel tanto che fa valere la pena di averla scritta.

    Io sono della classe degli eterni dilettanti perciò apprezzo particolarmente il tenore di questo articolo che non pretende di sostituire gli studi specialistici assai più enigmistici per i non-addetti-ai-lavori, ma che permette di potersi fare un quadro d’assieme della post-situazione, senza volerlo né esaurire né darlo per concluso.

    Strappare la filosofia alla deriva sofistica e ciarliera che ne sta erodendo l’impatto sulla quotidianità e sull’agire umano è un tentativo che condivido di ridarle cogenza e rispettabilità.

    Poi, ben venga essere contrari a tutto e mettere in moto la discussione, però senza fare a gara a chi saprebbe scrivere l’articolo più certosino, per carità!

    Assai unteressanti, comunque, anche buona parte dei commenti seguiti all’articolo.

    Un saluto e un ringraziamento!
    Antonio Coda



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