VISIONI in TRALICE [IV] Cum dederit dilectis suis somnum

22 agosto 2011
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Cum dederit dilectis suis somnum.
IV. Largo da “Nisi Dominus” RV 608
ANTONIO VIVALDI [ 1678 – 1741 ]


di Orsola Puecher

 
Grace si addormentò lungo la strada maestra grazie alla sua sana capacità di allontanare da sé qualunque sgradevolezza. Un Dio generoso l’aveva benedetta con un raro talento: il potere di guardare avanti e solo avanti.

[ da DOGVILLE di Lars Von Trier ]

 


 
La cantata sacra Nisi Dominus per contralto e archi in 8 movimenti sul testo del Salmo 126 [127], fu scritta nel 1738, insieme ad altre tre, per l’Orfanatrofio di Santa Maria della Pietà di Venezia. E’ uno degli ultimi ritrovamenti, nel 2003, di spartiti vivaldiani. Giaceva, ignorato e attribuito da un copista a Baldassarre Galuppi, nella ⇨ Biblioteca di Stato di Dresda fra sue altre opere acquistate dalla Corte della città tedesca, all’epoca una delle più colte e raffinate d’Europa. Il Largo, sui versi 10, 11 e 12 del Salmo, si culla nella ripetizione di un’unica figura musicale, un semplice trocheo [ — ∪ ], che traspare ipnotico nelle sfocataure delle sordine degli archi – ⇨ sordine con piombi – richieste espressamente da Vivaldi, che, conferendo al timbro un alone irreale, del sonno e del sogno restituiscono l’abbandono.
 
 

L’antro del sonno
 
Muta quies habitat; saxo tamen exit ab imo
rivus aquae Lethes, per quem cum murmure labens
invitat somnos crepitantibus unda lapillis.
 
  Una muta quiete l’abita; solo sgorga alla base della roccia
  un rivolo del fiume Lete e fluente il mormorio
  dell’onda invita al sonno con crepitio di sassolini.

 
          Ovidio Metamorfosi [ libro XI, vv. 603 -605 ]


Non si fidava [ da bambina ] di lasciare al sonno le cose del giorno. E se al risveglio non le avesse più ritrovate? Con che cuore abbandonarle al buio, che nel suo mantello di mago potrebbe farle sparire? [ solo le anime quiete chiudono gli occhi e s’addormentano appena appoggiata la testa sul cuscino ] Spenta la luce, nella tana tiepida delle coperte, tutto diventa un nero senza fondo, senza pareti, porte e finestre. Vasto spazio scuro, con le stelle, i satelliti, i pianeti e le galassie più remote che ruotano intorno al letto e il mondo intero che entra nella stanza. I tram che sferragliavano lontani, ora corrono sul soffitto, incrociandosi veloci, e ci sono intere città adagiate sul pavimento, con le finestrine illuminate che brillano. Tutto lo stivale che sta sul sussidiario e i due emisferi dell’Atlante, tutti lì a pigiarsi, a spingersi, ad affollarsi. Tra le gambe delle sedie, scorre un fiume largo e lento, solcato da battelli a ruota e sampan di pirati malesi armati fino ai denti e certi farfarelli con i campanelli sulle punte dei cappelli fanno cucù dall’armadio e sbattono per dispetto ante e svuotano cassetti. Sotto la scrivania una balena bianca infilzata di arpioni, fra onde e sbuffi d’acqua, salta con tremendi colpi di coda e un veliero beccheggia, prigioniero nel cestino della carta straccia. Un esercito di bambini di tutte le razze e i colori fa un baccano infernale: chi gioca al mondo sui riquadri della coperta, chi fa il girotondo intorno al cuscino, chi tira biglie. A un certo punto si allungano con zampe di ragno le gambe del letto che inizia a ballare a tempo di Walzer. E se non arrivasse, volando appeso al suo ombrello, l’Omino Del Sonno, un Mago Sabbiolino benevolo, quel pandemonio durerebbe per tutta la notte. Lui è piccolo, un grillo, con un cappuccetto a punta da gnomo e sulle spalle porta un sacco legato che sfavilla un alone luminoso.

 


Nel bosco c’è un ometto gentile e bello,
di porpora ha il farsetto ed il mantello.
Chi sa dir chi sia l’ometto
che nel bosco sta soletto
con quel grazioso mantelletto?
 
Sta ritto quell’ometto sovra un solo piè
in testa ha un cappuccetto color caffè
Chi sa dir chi sia l’ometto
che nel bosco sta soletto
con quel grazioso cappuccetto?
1
 

 

Si insinua dalle fessure delle finestre, dalla cappa dei camini, siede sui pomoli dei letti o sulle maniglie dei comodini ed estrae dal sacco un pizzico di Polverina del Sonno, la mette sul palmo della mano e la soffia piano ed essa si posa, in una nuvola dorata, sulle ciglia e sulle palpebre che cominciano a chiudersi, pesanti come battiti d’ali di farfalle notturne [ dormi – dormi – sono stato dovunque attraverso il buio e il silenzio e solo tu ormai sei rimasta sveglia ] e racconta dei suoi viaggi, a far dormire i paesi lontani, di pianure, mari calmi, tempeste di neve fra gli igloo e le steppe, montagne altissime, grattacieli e capanne, e mai non riesce a finire, che tutto s’acquieta e in punta di piedi il mondo se ne torna fuori, al suo posto.


 
ora – invece – la tristezza e l’inquietudine le si trasformano in una specie di benefico torpore – smemorato e provvidenziale – seppur simile – per certi versi – alla “morte bianca” degli alpinisti – degli esploratori artici – del reduci del Generale Inverno coperti di stracci legati che si lasciano cadere nella neve – dolcemente vinti da una stanchezza profonda – annebbiati dal desiderio di non proseguire più – di lasciarsi andare senza raggiungere nessuna vetta – nessuna salvezza – ma soltanto di dormire – di dormire un sonno senza sogni da bambino stanco e felice – la mamma che ti spoglia nel dormiveglia e le membra che ne assecondano i movimenti – sonnambule – mentre ti copre e lascia accesa una piccola luce per la notte.
 
 
a Febbraio
pensò che non avrebbe più riso
 
[ mortificata ]
 
che non sarebbe mai più riuscita a dormire
a lasciare solo quel dolore
 
e invece il sonno venne
 
[ come il sasso silenzioso
della caduta dei gravi nel vuoto
che tocca terra insieme alla piuma
]

come fusa di gatto arcano e beato



     Lebenslauf [1798]
In jüngern Tagen war ich des Morgens froh,
  Des Abends weint ich; jetzt, da ich älter bin,
    Beginn ich zweifelnd meinen Tag, doch
      Heilig und heiter ist mir seine Ende.
 
       Il corso della vita
In più giovani giorni di mattina ero allegro,
  Di sera piangevo; ora che sono più vecchio,
    Comincio dubbioso il mio giorno, ma
      sacra e serena è per me la sua fine.

Friedrich Hölderlin


* al canto: Gerard Lesne, contralto, con Il Seminario Musicale e Renate Hoff , Gretel, soprano
** alle fusa: la gatta ⇨ Principessa Mizzi, basso continuo, esperta di sonno paradossale

 
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VISIONI in TRALICE

 
VISIONI in TRALICE I can’t hide you the rock cried out
VISIONI in TRALICE [II] But doth suffer a sea-change…
VISIONI in TRALICE [III] … e abito sempre nel mio sogno…
VISIONI in TRALICE [IV] Cum dederit dilectis suis somnum

 
 
 

  1. da Hänsel und Gretel [ Atto II Scena 1 ] Commedia fiabesca in tre quadri di Adelheid Wette, Musica di Engelbert Humperdinck [ 1854-1921 ] []

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4 Responses to VISIONI in TRALICE [IV] Cum dederit dilectis suis somnum

  1. véronique vergé il 22 agosto 2011 alle 17:07

    Quando entro nel post di Orsola, mi sembra rimpicciolire, avere una chiave magica e attraversare un labirinto di testi e di musica, di sentire la vasta bellezza dell’infanzia, le paure, i sogni, l’immaginazione, il talento di vedere l’ombra del mondo segreto. Il sonno è una manera di fuggire dal mondo, il tempo dove il corpo è altrove, nelle ore di caldo si chiude gli occhi e sembra
    tuffare nell’acqua dell’oblio. La camera è luogo di viaggio, di porti. La notte imprevista, quando fuori è tempesta di sole, crea altro mondo, tutto in metamorfosi come la scrivania. Parlo del sonno di giornata, quando il post di Orsola evoca la fine del giorno, dove è difficile trovare il sonno, dove si attraversa la notte occhi aperti.

    Orsola grazie per incantare il mondo come l’ho fai.

  2. véronique vergé il 22 agosto 2011 alle 17:08

    lo fai, mi dispiace per la collusione.

  3. daniele ventre il 25 agosto 2011 alle 10:40

    Il trionfo dell’altergiunzione e dell’ibridazione mediale. Bello. (Commento da bimbo, lo so).

  4. orsola puecher il 26 agosto 2011 alle 14:45

    [ grazie! ]
     

     
    ,\\’



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