Voce e paesaggio. Su Giuliano Mesa

23 agosto 2011
Pubblicato da

[Questo testo, seguito da una breve antologia di poesie di Mesa, è apparso sul n° 3 di “Atti impuri“]

di Andrea Inglese

Quali prove ho, che Giuliano Mesa sia uno dei maggiori poeti italiani viventi?

Dico questo perché, in poesia, la confusione dei valori è più evidente che altrove. Qualsiasi titolo e trofeo, vanno vagliati con cautela. Nella narrativa, almeno, il successo commerciale permette di squadernare evidenze, che possono poi essere confutate da evidenze d’altro genere, quali il giudizio del critico. In poesia tutto si decide tra pochi, endogamicamente, con grande rischio. A volte, persino, non si decide un bel niente: ognuno nutre semplicemente, nel cantuccio proprio, nella chiesuola d’appartenenza, le proprie chimere. L’opera di un poeta può esserci, straordinaria, ma risulta magari invisibile o dispersa dal punto di vista editoriale, mentre altri libri di nessun pregio, per ragioni estrinseche, girano per librerie, biblioteche e premi.

Proverò, quindi, nel poco spazio che mi è concesso, a fornire degli argomenti, delle prove, a sostegno del mio giudizio.

1) L’opera di un poeta è importante, quando essa è in grado di manifestare ancora una volta le ragioni estetiche e conoscitive del genere poetico. Detto in altri termini, è importante ogni opera poetica che ci permetta di leggere il destino umano attraverso un’ottica peculiare, non traducibile in forme artistiche e culturali che non siano quelle della poesia stessa. La poesia di Mesa riesce a fare questo, innanzitutto perché si presenta come opera, ossia itinerario complesso, sviluppo di temi e forme, di possibilità sintattiche e di famiglie lessicali, di ritmi e partiture grafiche. Ogni libro appare come un ripensamento, come la crisi o la radicalizzazione del precedente. Nel contempo, però, i rimandi interni sono fitti, a ribadire una coerenza d’insieme, una fedeltà nel tempo alle proprie ossessioni.

2) Quest’opera è oggi accessibile al lettore, grazie al lavoro rigoroso della casa editrice La Camera Verde di Roma, che nel 2010 ha raccolto in volume, a cura del critico Alessandro Baldacci e con la supervisione dell’autore, tutte le poesie fino ad ora pubblicate in volume. Poesie 1973-2008 contiene Schedario (1973-1977), Poesie per un romanzo d’avventura (1985-1995), Da recitare nei giorni di festa (1996), Quattro quaderni (1995-1998), chissà (1999), Tiresia (2000-2001), nun (2002-2008). Anche se i volumi della Camera Verde non sono presenti nelle librerie, come non lo sono la maggior parte dei volumi di poesia delle piccole e medie case editrici, l’opera poetica di Mesa è oggi interamente disponibile per chi la voglia conoscere. È sufficiente ordinarla, recandosi sul sito dell’editore (www.lacameraverde.com). Insomma, chi davvero ami la poesia, ha tutte le opportunità per misurarsi con l’opera di questo autore.

3) Proverò a dire, ora, di cosa parla la poesia di Mesa. Ad una prima approssimazione, i motivi che appaiono più costanti sono quelli della voce e del paesaggio. Si tratta non di due figure distinte, ma di un’articolazione fondamentale che assume la scrittura poetica: quest’ultima “chiama”, fa sorgere, una voce al cospetto di un paesaggio. Voce e paesaggio affiorano assieme, si definiscono per esplosione e rimbalzo. La voce permette al paesaggio di apparire, anche se il paesaggio precede silenziosamente la voce. Nell’incontro tra voce e paesaggio è la figura dell’umano che emerge, ma un umano primordiale, oscillante tra preistoria e dopo-storia, privo di ogni sostegno istituzionale, ossia senza funzione sociale, legittimazione ideologica, identità storica. Il tema della voce-paesaggio è un tema ben presente nella poesia novecentesca, basti pensare al caso del “vocativo” zanzottiano. Ma in Mesa il paesaggio non ha una radicamento storico-geografico su cui far leva per sprigionare senso, valore, narrazioni possibili, seppure nella forma aurorale e innocente del balbettio. È un paesaggio di rovine e detriti ai margini di ogni civiltà possibile; un paesaggio sconquassato dai cataclismi storici delle guerre, delle spoliazioni, dei campi di prigionia e di sterminio. Vi è come l’ombra apocalittica di Celan a perturbare in modo sinistro il vocativo di Zanzotto. (Ma bisogna tener conto anche della baldanza tragi-comica di Beckett, che è in grado di rovesciare di continuo la gravità del dettato celaniano in un insolente falsetto, in una voce stridula, da autoparodia.)

vento, che smuove le tegole bisunte, cremose,
di sterco dei piccioni e di fuliggine,
e sfoglia molte epidermidi, dal vero,
crespe come un fritto di mare, un rimasuglio,
stantio e disoliato,
oh l’ora è inclemente,
brillii alogeni, cappi di neon,
e sbraita chi briga per riandare nel buio, nel pesto,
pigiare tutto nel buio, fare un furioso
amplesso di mandibole
oh se ossuti e burrosi,
solvibili, insolventi, dal vento impollinati,
e poi a sgravarsi, tutti quanti,
di altre prede preziose

[da I loro scritti

4) Ciò che però davvero conta, non è né il soggetto spettrale che fa da supporto alla voce né le caratteristiche del paesaggio, che questa voce tende, come fatalmente, a rivelare. La voce, che il verso di Mesa “mette in scena”, rompe il silenzio, e ogni volta “vuole dire”, annuncia e insegue un senso, raccoglie – tra il corpo che la lascia vibrare e il mondo in cui si diffonde – dei significati. Ma questi significati, in virtù della regia ritmica e grafica della scrittura, non sedimentano, scorrono in continua permutazione, contraddizione o sviamento, senza mai acquisire l’autorità per permanere.

occorrerà affrettarsi
perché rimanga solo il vero
e dunque nulla, forse –
forse soltanto il movimento,
verso

anche a ritroso:
via, e vai

[da Quattro quaderni

L’incipit presenta un verbo di necessità, declinato al futuro, con un soggetto impersonale che ben corrisponde alla “neutralità” della voce. Il “vero” qui evocato, come resto finale e scopo del discorso, funge da paradigma di tutti i possibili “significati”, ossia qualcosa che la mente può definire e di cui può affermare l’esistenza. Solo che questo vero si rovescia in “nulla”, come se ciò fosse un passo logico conseguente. (D’altra parte, la verità, come gli stessi corpi, è soggetta al tempo e all’annichilimento.) L’introduzione dell’avverbio “forse”, seguito da un tratto orizzontale, blocca e svia il proseguimento del discorso. E, dopo questo salto, il “nulla” è ridefinito come “movimento”. Ma il “movimento” è un significato che espone una duplice e problematica natura: è movimento “verso” ma “anche a ritroso”, in definitiva un “via, e vai”, tradimento della formula comune “via vai”. Ed è su questa imprevista esortazione, che chiude il testo, che s’arresta la voce. Siamo agli antipodi dell’amore novecentesco per le chiuse gnomiche che fanno precipitare il senso, concentrandolo e facendolo così risuonare in modo ampio. La maggior parte delle chiuse di Mesa sono della anti-chiuse, mostrano appunto l’impossibilità di chiudere in termini semantici e discorsivi; esibiscono, anzi, l’illusione e l’artificio della chiusura compositiva, dal momento che la vita continua, avulsa, remota, dopo la cristallizzazione della traccia poetica. Ciò che chiude è solo la musica, il battito, l’atomo grammaticale, il segno grafico. Ma si tratta in realtà di un rinvio, di un differimento, di un’ulteriore apertura. Il “vero” è appunto questo: il dover ogni volta dire, senza mai afferrarlo, senza mai esserne padrone, un qualche significato, come se fosse quello buono, quello definitivo, quello vero. E per un carattere profondamente libertario come Mesa, non è causale questa corrispondenza tra biografia ed opera: si può essere padroni del ritmo delle nostre catastrofi di senso, ma non padroni del senso, che ci promette riparo dalle catastrofi.

Tag: , , , , ,

11 Responses to Voce e paesaggio. Su Giuliano Mesa

  1. Mariateresa il 23 agosto 2011 alle 11:13

    Questo solo verso “ciottoli chiocciole lucertole” me l’ha fatto appassionare…grazie per avermi fatto conoscere Mesa, e grande rimpianto per Lui…

  2. elio_c il 23 agosto 2011 alle 11:37

    Una presentazione molto chiara.

  3. gianni montieri il 23 agosto 2011 alle 12:03

    Grazie Andrea, chiarissimo come sempre. Hai aggiunto delle prove (colmando mie lacune) a quelle che avevo già.

  4. jacopo galimberti il 23 agosto 2011 alle 16:00

    grazie. Grazie Giuliano.

  5. véronique vergé il 23 agosto 2011 alle 16:16

    Molto bello;

    Andrea Inglese trova la parola poetica per delineare il paesaggio e la voce sorgente, frammenti del nostro mondo.

    Giuliano Mesa non è tornato verso la terra natale, scrive nel tempo rotto del pericolo
    – dice come il silenzio-tacere- chiudere-sfuggire- non si puo. Il silenzio diventa la musica della creazione umana, quando tutto è scalpore, paura.

    L’armonia, se fosse un’armonia è nella poesia.

    Grazie Andrea.

  6. véronique vergé il 23 agosto 2011 alle 16:18

    Aggiungo che ho un piccolo libro di poesia di Giuliano Mesa e le poesie tradotte da Andrea Raos in francese in action poétique.

  7. Dinamo Seligneri il 24 agosto 2011 alle 11:45

    Belli i versi che citi, Inglese, però, questo tipo di analisi del testo, di stanca eco e forma, fanno veramente del male a poeti e poesie.

  8. véronique vergé il 24 agosto 2011 alle 16:49

    Dinamo Seligneri,

    Non lo penso come te. Il testo rivela la vastità della poesia di Giuliano Mesa. Ha propio una forma poetica che non propone una riflessione chiusa, ma aperta. In margine una dimensione onirica del testo, come voce intrecciata al paesaggio.

  9. Dinamo Seligneri il 24 agosto 2011 alle 18:19

    véronique vergé,

    quando si ha a che fare con una grande arte, la critica è solo accessoria, a meno che non diventi studiuum intensivo. Qualora si fosse in questo studiuum, l’unica cosa che dovrebbe fare lo studioso è rimettere gli accenti sulla incomunicabilità della poesia. illuminare qualche corridoio a forza di piccole torce. direi che lo studioso deve scacciare le mosche sul pane: le mosche sono i critici letterari e le loro defecazioni sono le cacatine di questi animaletti. In quel frangente, uno studioso può anche diventare protettivo nei confronti del poeta, per quanto quest’ultimo se ne frega.

    Se rileggi bene l’analisi del testo di Andrea Inglese vedrai che la sua è quasi una traduzione in un altro italiano: quello della comprensione, quello del domestico.
    Queste cose, ripeto, fatte anche ad alti livelli, penso alla storia della letteratura italiana di Cecchi e Sapegno, fanno del male alla poesia.
    Ciao

  10. véronique vergé il 25 agosto 2011 alle 17:25

    Dinamo Seligneri

    Ho un po di pena a afferrare il senso del tuo commento e a capire in quello senso deve essere sentito. La poesia ha la sua parte scura, enigmatica, ma possiede un potere magico: avere una lingua propia a illuminare la significazione del nostro mondo per ogni lettore. Credo che si un mito l’incomunicabilità della poesia, perché è lingua di ogni forma di vita, perché ha il soffio dell’invisibile, perché è trasmissione del mondo, ponte, porto, faro.

    Andrea Inglese è un dei poeti italiani che porta alla conoscenza straniera ( per me francese) la vitalità e la bellezza della poesia italiana odierna.

  11. véronique vergé il 25 agosto 2011 alle 17:43

    A Dinamo Seligneri.

    Ho scritto un commento, ma mi sono sbagliata nell’indirizzo e non è passato.
    Scrivo un altro domani, perché le cyber è sul punto di chiudere.



indiani