carta st[r]ampa[la]ta n.41

24 agosto 2011
Pubblicato da

di Fabrizio Tonello

Torna Ferragosto e tornano i pirati. Bandiere al vento, abbordaggi con la sciabola tra i denti: Pietro Citati è rientrato dalle ferie e scodella ai lettori del Corriere una doppia pagina in cui le storie di mare che lo appassionano si mescolano con la vita del grande Cervantes. L’anno scorso aveva intrattenuto i lettori di Repubblica (20 agosto 2010) con una recensione di L’Odissea di Elizabeth Marsh, un libro di Linda Colley che palesemente non aveva letto, quest’anno il nostro critico si esercita sul tema “Cervantes alla guerra d’Inghilterra”, che poi sarebbe la spedizione della flotta di Filippo II, l’Invencible Armada. Il titolista del Corriere aggiunge che “Il «Don Chisciotte» nacque dopo il disastro dell’ Invencible Armada” (15 agosto, p. 28).

E’ innegabile che il Don Chisciotte sia nato dopo il disastro dell’ Invencible Armada, così come dopo la battaglia di Lepanto (1571), la scoperta dell’America (1492) e la costruzione della Cappella Sistina (1481): il primo volume fu pubblicato nel 1605 e la spedizione spagnola era avvenuta nel 1588; che le due cose siano in relazione fra loro, come implica il titolo, è però alquanto azzardato. Il nesso dovrebbe essere il fatto che Cervantes lavorò per un breve periodo come commissario addetto alla requisizione di vettovaglie per la spedizione.

Secondo Citati, in questo lavoro l’autore spagnolo “era solo, indifeso, senza appoggi: senza un soldo perché lo Stato non gli versava lo stipendio”. Come il suo Don Chisciotte, Cervantes vagava per l’Andalusia armato di null’altro che della propria lingua sciolta: “con i contadini cercava di usare le buone parole”.

In realtà, Cervantes era una delle rotelline dell’immenso ingranaggio governativo che preparava la spedizione, i cui principali responsabili – Luis Hezar e Francisco Duarte di Cadice – avevano mandato alla flotta rifornimenti insufficienti, insalubri e nocivi. Non a caso il duca di Medina Sidonia, che era un efficiente amministratore (e non “uno che non capiva nulla di navi” come scrive Citati) fece spogliare il Portogallo di ogni sacco di farina o barile di pesce salato disponibile per garantire ai suoi galeoni un minimo di provviste. Quindi Cervantes “collaborò” alla spedizione né più né meno che le migliaia di funzionari, preti e spie che il re di Spagna aveva mobilitato per preparare l’impresa ma non mise mai piede a bordo di una nave.
Anche perché finì in prigione.

Già, apparentemente il commissario Cervantes aveva un po’ imbrogliato i conti e, quando i superiori gli chiesero dove fossero finite certe merci requisite non fu in grado di dare risposte convincenti. Fu più fortunato di alcuni dei pezzi grossi addetti ai rifornimenti, che nel 1589 finirono impiccati per aver adulterato la farina o barato sulle consegne.

A Citati, comunque, piacciono le tempeste, le battaglie, le navi con le vele spiegate, quindi sorvola su come sia finito lo scrittore (secondo lui privo della mano destra: in realtà era la sinistra) e passa a descrivere l’avventura dell’Invencible Armada. Peccato che date, tonnellaggi e miglia marine siano un mondo con cui il critico ha poca familiarità. Per esempio, scrive che le navi partirono il 20 luglio “verso le coste dell’Inghilterra, dove giunsero due giorni dopo”. Ora, da La Coruña a Plymouth ci sono parecchie centinaia di miglia di oceano e la flotta di Filippo II procedeva raramente a una velocità superiore ai due nodi l’ora; per risalire la costa del Portogallo (160 miglia) aveva impiegato 13 giorni. Quindi due giorni chiaramente non sarebbero bastati.

In realtà, come spiega Neil Hanson in The Confident Hope of a Miracle, la più completa e recente storia della tentata invasione, l’Armada incontrò una tempesta che in parte la disperse e avvistò le coste inglesi solo il 29 luglio. Il particolare è di una certa importanza perché, se fosse arrivata prima, avrebbe trovato la flotta di Drake e degli altri ammiragli-pirati bloccata in porto a Plymouth a causa della mancanza di vettovaglie e delle proteste degli arruolati per la tirchieria e l’inefficienza di chi avrebbe dovuto rifornire le loro navi. Quindi, se Medina Sidonia fosse arrivato qualche giorno prima sarebbe finita come a Pearl Harbour: un disastro per i marinai sorpresi all’ancora.

La tesi di fondo di Citati è che gli spagnoli furono sconfitti perché “Era giunto il tempo delle piccole navi da cento, duecento o anche settanta tonnellate: costavano poco, erano più rapide, tenevano meglio il mare e il vento e portavano cannoni più lunghi e leggeri”. Infatti: gli spagnoli avevano inventato delle fregate velocissime di appena 60 tonnellate, le gallizabras, mentre una delle navi di Drake, la Thomas che fu usata come nave incendiaria in uno degli scontri al largo della costa francese, aveva una stazza di 200 tonnellate e altri galeoni inglesi raggiungevano le 325 o più.

Per essere del tutto onesti con il frettoloso ammiraglio Citati, va detto che effettivamente gran parte delle navi spagnole erano più pesanti e lente di quelle inglesi ma la ragione era che molte erano navi da carico, frettolosamente trasformate in navi da guerra per rafforzare la spedizione. Il problema non era il tonnellaggio ma il fatto che l’artiglieria inglese era tecnologicamente avanti di anni rispetto a quella spagnola.

L’Armada aveva pochi cannoni e, soprattutto, erano bocche da fuoco inaffidabili, lentissime da ricaricare, imprecise, raramente servite da artiglieri specializzati come accadeva sulle navi di Elisabetta I. Nell’unico scontro frontale della spedizione, quello avvenuto il 9 agosto al largo di Gravelines, le navi inglesi spararono migliaia di colpi, in gran parte a segno, senza subire alcun danno dall’artiglieria spagnola (d’altra parte, i robusti galeoni spagnoli incassarono il bombardamento con molte perdite ma rimanendo a galla e riuscendo a fare rotta verso nord per tornare in patria).

Durante la navigazione al largo della Scozia e dell’Irlanda, “le tempeste e le navi inglesi affondarono molte galere”. A parte il fatto che le “galere” (navi a remi usate nel Mediterraneo) erano una parte insignificante della spedizione, le “navi inglesi” non affondarono proprio nulla perché, dopo la battaglia di Gravelines, abbandonarono la caccia e tornarono a presidiare il canale della Manica e le coste meridionali. Lo scopo della spedizione spagnola era permettere un’invasione, che avrebbe dovuto essere condotta dall’esercito delle Fiandre: una volta mancato l’appuntamento tra Medina Sidonia e le truppe di Alessandro Farnese a Dunkerque per gli inglesi non c’era motivo per inseguire l’Armada, che fu distrutta dalle tempeste e, soprattutto, dalle malattie e dalla mancanza di cibo e acqua.

Per fortuna, Cervantes era rimasto a terra e, una quindicina d’anni dopo, potè scrivere il Don Chisciotte. Da non confondersi con Moby Dick.

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3 Responses to carta st[r]ampa[la]ta n.41

  1. daniele ventre il 24 agosto 2011 alle 13:35

    Sembra che Citati si sia fatto sedurre dallo spirito de tempo: un pasticcio pregiudiziale disattento ai fatti. Su Cervantes influì quasi più la battaglia di Lepanto dle 1571, preceduta dal suo soggiorno a Napoli.

  2. Gabriele il 25 agosto 2011 alle 20:16

    Bravo Tonello, leggo sempre con diletto i suoi commenti sullo strampalato mondo dell’italica carta stampata, e vedo finalmente affrontata di petto la spinosa questione-Citati (ovvero, come si crea common sense dando fiato ai tromboni). Per me, che non leggo Reppublica e tanto meno il Sullodato, resta una maligna e goduriosa Schadenfreude nel leggerne un puntiglioso resoconto. Ma servirà a dissuadere dal leggere Repubblica?

  3. daniele ventre il 28 agosto 2011 alle 10:12

    Be’, fosse solo Repubblica. L’approssimazione storico-culturale è la parola d’ordine del giornalismo italico.



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