Lavorare un libro

31 agosto 2011
Pubblicato da

di Giovanni Carletti

[E’ terminata oggi sul manifesto la pubblicazione del reportage “protagonisti dell’editoria”, con le testimonianze dirette di chi “sta dietro” ai libri. Pubblico quella di Giovanni Carletti, editor di Laterza. Il resto del reportage lo si può trovare sul sito di TQ, qui.]

È un giovedì di fine marzo. Il libro è in programma per luglio, ancora non esiste una versione definitiva in mano alla redazione ma l’autore ha ormai completato 7 capitoli su 10. Una gran parte di questi li abbiamo rivisti assieme, eliminando interi periodi, spostando paragrafi, cancellando e aggiungendo. Oggi, però, ci sarà la riunione redazionale per decidere il titolo definitivo e la copertina. All’incontro, che riguarda tutti i libri in uscita a giugno e luglio, sono presenti l’editore, il direttore commerciale, la direttrice della comunicazione, la responsabile del programma, tutti gli editor, la capo-redattrice, il capo ufficio stampa e la responsabile dei diritti esteri.
Su una mensola vengono sistemate 5 o 6 prove di copertina. Tutti abbiamo in mano la scheda che riguarda il libro e che sarà poi utilizzata nella brochure che i promotori porteranno ai librai per raccogliere le prenotazioni. Gli editor prendono la parola a turno per raccontare e spiegare le caratteristiche del libro che hanno seguito, i punti di forza e quelli di debolezza, le qualità dell’autore e la sua capacità in radio, in tv o sui giornali. L’attenzione si sposta sulle copertine, alcune vengono scartate immediatamente e finiamo per concentrarci sempre su due alternative su cui i pareri divergono in modo piuttosto radicale. La discussione rischia di farsi infinita. Votiamo.
A questo giro mi è andata piuttosto bene. L’immagine di copertina mi convince, mi pare rispecchi abbastanza bene quello che spero sarà il libro. Abbiamo soltanto aumentato il corpo del carattere con il quale era presentato il nome dell’autore che altrimenti rischiava di essere illeggibile. Il titolo è sembrato efficace, adatto alla collana ed è piaciuto sia al commerciale che all’ufficio stampa. Si spera che “parli” a chi lo recensirà, al nostro lettore più tradizionale e a quello più occasionale, a chi acquista d’impulso.
La riunione è finita, prendo il telefono e descrivo all’autore la nostra scelta. Silenzio dall’altro capo. Spedisco una mail con il pdf della copertina per chiarire la scelta dei colori e della composizione di testo e immagine. Suona il telefono: “Ci ho ripensato. Mi pare che funzioni e poi siete voi gli esperti”. Insomma, l’entusiasmo non è proprio alla stelle ma ci siamo.
Ormai siamo ai primi di maggio, la prossima settimana in molti saremo a Torino per il Salone. È lunedì e la capo-redattrice è infuriata: le avevo promesso la consegna del testo definitivo per la fine della settimana scorsa, l’uscita rischia di saltare. I capitoli sono tutti pronti ma c’è una conclusione ancora da sistemare, manca un passaggio forte, un esempio che permetta di chiudere con efficacia il libro. È da diversi giorni che ci stiamo accapigliando, io per una strada, l’autore per un’altra. Mi promette queste ultime pagine per martedì sera. Arriveranno venerdì poco prima della chiusura dell’ufficio, dopo molte mail e diverse telefonate. Però raggiungono lo scopo, non sono un banale compromesso tra le due posizioni. Funzionano.
Siamo alla fine di giugno, a Roma il caldo si fa sentire. Mancano 15 giorni all’arrivo in libreria. Oggi riceviamo le copie finite, quelle che poi andranno ai recensori e ai media. Scendo in magazzino e lo prendo in mano per la prima volta. Cominciano a saltarmi agli occhi le imperfezioni, mi tornano i dubbi sul titolo. Non era meglio quello che A. aveva proposto in riunione all’inizio? Si saranno ricordati di cambiare quel paragrafo che avevamo sostituito in bozze? Che effetto farà a chi se lo trova sul bancone? E se la libreria decide di metterlo nel settore “Viaggi” invece che “Attualità”? Risalgo alla mia scrivania. P. mi chiama, è contento, vede finalmente la forma del suo lavoro. Le aspettative ora sono molto alte. Bene: ci crede, lotterà per sostenerlo, si impegnerà. Poi ci sarà l’ansia per il pezzo che non esce, la presentazione andata a vuoto…
Tutto era cominciato diversi mesi prima, in una giornata già autunnale vicino alla Stazione Centrale di Milano. Avevo un appuntamento con P., fino ad allora mai visto di persona, per parlare di un’idea che già da tempo mi girava per la testa. A differenza della narrativa, infatti, nella saggistica molto spesso sono gli editor a commissionare il libro o quantomeno a stimolare gli autori in una certa direzione. Raramente ci sono dattiloscritti già pronti o abbozzati da valutare o su cui intervenire. Al massimo c’è un progetto, un indice + una cartella di presentazione, per farsi un’opinione e giudicare interesse e potenzialità. Nel nostro caso l’agente letterario, presenza ormai centrale nel rapporto tra autore ed editore, non ha un prodotto finito, un romanzo, da vendere e su cui realizzare aste al rialzo. Più semplicemente seguirà, se l’incontro andrà a buon fine, gli aspetti contrattuali cercando di strappare un buon anticipo. Ma ora è ancora presto per questo.
P. è contento dell’incontro. Perché ho pensato a lui? La scelta lo ha un po’ spiazzato (“La casa editrice di Croce”) ma il progetto gli interessa. Vorrebbe dargli una direzione un po’ diversa, che sente più sua. Ne parliamo a lungo, anche al telefono, nei giorni successivi. Studiamo e confrontiamo gli altri volumi che esistono sull’argomento. Lo schema del lavoro gira tra gli altri editor, fioccano le obiezioni. In quale collana lo facciamo uscire? Che dimensioni avrà? Un taglio del genere è in linea con il nostro catalogo e la nostra impostazione? Secondo A. l’indice non è sufficientemente coerente e strutturato. L. e G. pensano che sia necessario aggiungere un capitolo finale. Mi rendo conto di essermi appassionato e affezionato molto ad un’idea e di aver sorvolato su molte questioni.
Ridiscutiamo a fondo il progetto con l’autore e lo ricalibriamo. In riunione editoriale all’editore piace. Ma quale sarà il titolo? P. non è molto soddisfatto dall’anticipo che gli propongo. Ci crediamo veramente? Quante copie ci aspettiamo di venderne? Alla fine però l’accordo lo troviamo. Finalmente si parte.
Il primo capitolo non funziona, il tono non è giusto, in alcuni punti i passaggi sono troppo bruschi e in altri si scende in dettagli inutili. Da un lato sceglie una scrittura letteraria, quasi da romanzo, e dall’altro inciampa in vezzi accademici. Provo a dare indicazioni, elimino frasi e chiedo integrazioni. Leggono anche gli altri editor e le perplessità sono comuni. P. si blocca, si sente messo in discussione. Ci rivediamo a casa sua e lavoriamo assieme tutto il giorno. Poi di nuovo in un bar ad un tavolino. È preoccupato dai tempi stretti, un po’ deluso dai commenti anche duri. Per due mesi silenzio. Risposte secche ai messaggi, poche telefonate, blande rassicurazioni. Temo che tutto possa saltare.
Poi, all’improvviso, arrivano 70 pagine. Stampo e porto a casa per leggere con più attenzione. Sorpresa. Me lo ero immaginato diverso, è molto personale e forse per questo appassionante. Ci sono imperfezioni, frasi da eliminare, errori, sviste. Però è buono, originale, non banale. Finalmente sta prendendo senso, una sua forma, si intravede cosa diventerà alla fine. Non è mio, non ne ho scritto una parola ma in qualche modo mi appartiene. È un “mio” libro.
Intanto dobbiamo preparare la riunione per le uscite di settembre e di ottobre e poi c’è quell’idea, molto bella, su cui ritorniamo sempre ma non riusciamo ad immaginare chi potrebbe scriverne in maniera sensata e consapevole. G. ha pensato ad un nome niente male, e se lo sentissimo prima delle vacanze?

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9 Responses to Lavorare un libro

  1. K il 31 agosto 2011 alle 10:25

    alla fine del terzultimo capoverso, pensavo che P. si suicidasse, ero sinceramente preoccupato per lui. va bene che non sarebbe stata una gran perdita per il mondo letterario – a giudicare da come trattano il suo “lavoro” tutti gli editor e affini – ma insomma, signor Carletti, si può dire che lei abbia fatto un ottimo lavoro. non capita a tutti di salvare una vita con tanta nonchalance. bravo!

  2. stan il 31 agosto 2011 alle 13:56

    Soltanto gli editor possono pubblicare. Gli autori gli portano le parole.

    I primi confezionano i libri, perché conoscono la richiesta. I secondi ci guadagnano comunque, perché sanno di non saper scrivere.

    È veramente impietosa l’immagine dell’autore che esce da questo racconto. Ma forse è anche peggio che non esca il disgusto dell’editor per la situazione.

    Una storia triste, senza lieto fine: sono in due, ciascuno aggrappato alle parole. Ma l’acqua sommerge tutto.

    Un autore si china davanti all’editor in modo da non dimenticare mai di mostrare il sedere ai lettori. Tristezza della servitù.

    Se, magari distrattamente, un autore crea qualcosa di memorabile, arriva un editor e si sforza di annullarlo. Ma questa ipotesi è veramente strampalata.

    Un autore che sia degno di questo nome inventa da sé il titolo e tutte le parole del libro. L’editor è il timbro della censura?

    Non è facile diventare famosi. Serve un editor. E bisogna servirlo. La consuetudine va pagata.

    Tutto è nelle mani dell’editor. Quante volte se le lava?

    Morale finale: autori, non siate modesti. La maschera del leone non fa per voi.

    Stan. L.

  3. arsenio il 31 agosto 2011 alle 14:29

    “Votiamo.”
    “È un “mio” libro.”

    Traspare una tale frustrazione e una tale tristezza da travet dell’editoria in questo pezzo. Contromano di Laterza non a caso è una collana tristissima.

  4. stan il 1 settembre 2011 alle 09:20

    Interessante il silenzio sotto questo articolo. Molto interessante. Ogni silenzio dice qualcosa. Quando non vuole disturbare, l’autore tace?

    Tutto il reportage sul lavoro editoriale de Il Manifesto mostra chi è il colpevole: il mercato. La letteratura si adagia su un letto di chiodi.

    Lo scrive Franchini (Mondadori): si chiede agli editor di affinare la propria sensibilità al mercato.

    Lo ribadisce Dogani (Neri Pozza): il successo di un libro dipende da quanto una casa editrice decide di investire in un libro in termini di marketing e promozione. E lascia intendere che sia quanto meno illusorio (stupido?) pensare che dietro il successo di un libro ci sia il fascino che una storia e il suo narratore esercitano sul lettore.

    Luzzato (Bollati Boringhieri) non è da meno: il lavoro di editor consiste, in definitiva, nel porsi come tramite tra l’autore e il mercato.

    Ma anche Messina (Bompiani), in fondo, riconosce la stessa situazione, giacché invita se stesso e i suoi colleghi a non ascoltare il mercato, fonte di semplificazioni e banalizzazioni.

    Chi deve informare l’autore della sua inesistenza?

    Forse è per questo che qui si tace. L’autore non esiste. O esiste solo come portatore di parole. Perché non lo scrivete nei vostri curriculum?

    È buia quella letteratura in cui a brillare è solo il mercato.

    Stan. L.

  5. Scrid il 1 settembre 2011 alle 17:07
  6. Antonio il 1 settembre 2011 alle 20:27

    “L’autore non esiste. O esiste solo come portatore di parole” ed aggiungo “a cui non è interessato nessuno se non per ricavarci soldi”.

  7. GD il 3 settembre 2011 alle 12:56

    Possibile che i buoni stiano da una parte e i cattivi dall’altra? Leggi dell’arte vs leggi di mercato? Ispirazione vs vile denaro? Sospetto che non sia così, e che l’intento di questo articolo sia più semplice: raccontare senza disincanto i passaggi che stanno dietro le quinte. Forse è sfuggito che non è il romanzo nel cassetto, quello di cui si racconta, il Quijote del Duemila, non un libro di narrativa ma di saggistica, e questa è LA differenza.
    Propongo infatti di inventare una nuova definizione, che non sia per carità “autore/autrice”, per chi scrive saggistica, perché in questi casi, condivido la sintesi, l’autore non esiste! Quasi mai. Esiste un “nome”, diventato tale per motivi lontanissimi dalla narrativa, esistono accademic* opinionist* politic* economist* ricercator* e molte altre figure professionali.
    E poi esiste l’artigianato delle parole, il lavoro di costruzione, di mediazione, di andirivieni, di aggiustamenti, finalizzato alla qualità del prodotto, a far assomigliare a un autore/autrice chi autore/autrice non è, finalizzato anche al mercato, è ovvio. Del resto, nemmeno l’autore/autrice con la maiuscola scrive solo per la gloria, soprattutto nel momento in cui entra nel sistema editoriale e quindi ne accetta i meccanismi.
    Un nome diverso, una definizione nuova per chi firma la saggistica. Questo sì sarebbe divertente!

  8. CDB il 3 settembre 2011 alle 22:58

    Si tratta di una descrizione onesta e puntuale del lavoro editoriale necessario alla produzione della merce in oggetto, ossia un libro di saggistica. Non capisco veramente dove sia lo scandalo. Forse qualcuno e’ caduto dal pero scoprendo che i libri di saggistica sono commissionati?
    Quoto in pieno GD.

  9. Stan il 4 settembre 2011 alle 11:20

    Cari GD e CDB,
    onestamente, scrissi le mie considerazioni dopo aver letto TUTTA l’indagine sull’editoria. Sganarello sarà pure un idiota, ma le sue sintesi sopportano la realtà. Battetelo, se volete; la funzione del padrone prevede chi si possa batterlo.

    Se, in altrimenti, anziché schiaffi volete porgere argomenti, anche un lestofante come me, per quanto canaglia, può trarne giovamento.

    Tutta l’indagine de Il Manifesto ribadisce una ovvietà: l’editoria è il mercato (e viceversa). Con ciò nascostamente dicendo: non tutti finiscono sulle bancarelle, giacché è la natura stessa del bazar a implicare esclusioni. In letterartura è più evidente. La saggistica è spesso priva di saggi.

    Ora, il sottoscritto ha pubblicato tre libri di saggistica. Due li ho proposti direttamente io, il terzo mi fu commissionato. Tutte le parole sono le mie. Tutte. In uno soltanto l’editor mi ha chiesto di spostare un capitolo (di spostare, non di tagliare). Ciò a dire: chi scrive un saggio, se non è un furfante, la materia la conosce (e la lingua, si suppone).

    Anch’io, con tutta la mia infimità, finisco nelle bancarelle. Ma ci finisco, per dire così, con “onore”, e il mio nome-e-cognome, quello impresso in copertina, è veramente il mio, non è quello fittizio di uno che si dice autore ma che è, in tutto strillo, nient’altro che un marchio di fabbrica. E infatti, se si sbaglia nome non è un gran danno.

    L’articolo qui presentato ribadisce la pochezza dell’epoca. La prassi è limpida, ma è anche malata. Una società editoriale che si fonda sulla malattia non merita rispetto.

    Può darsi editoria migliore? Riuscirci è il vero capolavoro.

    Io non vedo dotti medici. Solo piccoli farmacisti.

    Stan. L.



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