«il manifesto» dell’editoria italiana

5 settembre 2011
Pubblicato da

Per una critica dell’industria editoriale

 

di Valerio Cuccaroni

 

La serie di testimonianze di lavoratori e lavoratrici del mondo dell’editoria italiana, pubblicate dal 19 al 30 agosto scorsi da «il manifesto» con il titolo “Protagonisti dell’editoria” e riproposta per gentile concessione del quotidiano su www.generazionetq.org, potrebbe contribuire ad avviare, assieme ad altre analisi e azioni in atto e in programma, una nuova fase della produzione letteraria italiana? In che modo?

 

Propongo, a caldo, alcuni piccoli spunti di riflessione, consapevole che ben altre sono e saranno le menti capaci di sviluppare il dibattito.

 

Qualche passo indietro: la dimensione artigianale del lavoro editoriale

Nel XX secolo l’elaborazione di complesse e articolate poetiche ha aperto la strada all’elaborazione di più complesse e articolate opere, capaci di confrontarsi con un mondo non più chiuso, ma aperto, non più determinato, ma indeterminato, caotico. Eppure le poetiche degli autori e delle autrici del XX secolo si inserivano in una dimensione ancora sostanzialmente artigianale della produzione letteraria.

 

Qualche passo avanti: l’industria editoriale

Con l’avvento delle tecnologie informatiche, che a partire dagli anni Ottanta hanno rivoluzionato tutto il lavoro editoriale, dalla fase aurorale della creazione a quella finale della composizione e della stampa passando per le campagne promozionali, si è entrati, anche in Italia, in una dimensione pienamente industriale dell’editoria, con un proliferare di opere tale da saturare l’orizzonte di attesa dei lettori (analizzato e plasmato a tavolino dagli uffici marketing) e cancellare il dibattito estetico sui giornali, sommersi dalle sempre più cospicue e indistinguibili novità (formattate ad uso del cronista dagli uffici stampa).

 

Cineletteratura: la catena di montaggio dell’editoria

Era già chiaro prima, ma ora che ci sono le testimonianze di chi finora era rimasto pubblicamente nell’ombra, è acclarato: il lavoro letterario è in tutto e per tutto un lavoro d‘équipe, collettivo, nel senso che altre figure professionali, oltre l’autore, finiscono per condizionare strutturalmente la resa finale dell’opera, per cui l’opera letteraria finisce per assomigliare sempre più all’opera cinematografica.

Finora, però, mentre i meccanismi produttivi dell’industria cinematografica erano conoscibili da tutti (basta visionare i bonus track dei dvd, con le interviste ai registi, direttori della fotografia, sceneggiatori, attori, ecc.), le regole della produzione editoriale erano note ai soli addetti ai lavori e non a tutti, perché, come spesso accade nelle catene di montaggio, chi si trova in un settore ignora principi e mansioni di chi si trova in un altro.

 

L’alienazione dei padroni

In un sistema produttivo in cui l’eccesso alla produzione e al consumo letterario è aumentato proporzionalmente all’aumento dell’alfabetizzazione, della scolarizzazione, dei lettori, le logiche industriali stanno tacitamente soffocando qualsiasi altra logica – intellettuale, estetica, relazionale, ecc. Questo ha finito per provocare un paradossale senso di alienazione, di espropriazione di sé e del proprio lavoro, che nell’editoria è strutturalmente altro, diverso, rispetto alla produzione delle merci comuni, anche nel proprietario dei mezzi di produzione, cioè nell’editore. La lotta per la decrescita editoriale, lanciata da minimum fax, nasce in questo contesto.

 

Capire per cambiare

Entrare nel laboratorio di redattori, editor, addetti stampa, agenti letterari, direttori artistici, direttori editoriali potrebbe aiutare gli autori e le autrici del XXI secolo a comprendere quei meccanismi che hanno schiacciato e continuano a schiacciare molti loro colleghi,  omologandoli, nel peggiore dei casi, o relegandoli, nel migliore, al ruolo di comparse nella scena culturale nazionale.

 

Per tutte queste ragioni, presa in blocco la serie “Protagonisti dell’editoria” potrebbe equivalere, parafrasando Barthes, a una sorta di “grado zero dell’editoria”: ovvero l’editoria considerata come il rapporto che intrattengono i lavoratori e le lavoratrici del settore con gli autori e la società, il rapporto tra letteratura e storia. Un necessario punto di partenza, dunque, per instaurare un nuovo patto tra lavoratori e lavoratrici dell’editoria (autori, agenti letterari, redattori, addetti stampa, editori), tra loro e il lettore.

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19 Responses to «il manifesto» dell’editoria italiana

  1. stan il 5 settembre 2011 alle 17:32

    Valerio, Signore,
    la dimensione artigianale del lavoro editoriale è superata ben prima dell’avvento delle tecnologie informatiche. Che riflessione può scaturire da un’inesattezza?

    Vede, sono figlio di Marx. E mio padre è dovunque, anche dove non ama apparire. Ogni cosa è piena di Papà Marx. Altro che Dio!

    Di trasformazione dell’editoria in industria, mio padre ne parla nel volume “Teorie del plusvalore”, là dove, riferendosi al lavoro produttivo, nota come lo scrittore esce dalla condizione del “baco da seta” (produzione per sé) per entrare in quella del salariato (produzione per il capitalista). Questa è, segnatamente, la condizione propria dell’industria. Niente di nuovo, dunque.

    Di industria editoriale ne parlano anche i ragazzi di Officina. E altri ancora. Certo, cambiano le tecniche a disposizione per realizzare il plusvalore editoriale … Potrebbe non essere altrimenti? Il tempo non ammette replica.

    La trasformazione a cui lei fa riferimento è, in realtà, un adeguamento alle mutate malinconie profittevoli. Nient’altro. Come già scrissi: è il mercato a fare il libro (e viceversa, in naufragio dialettico).

    Mi scuso del pistolotto pseudo-teorico. Nessuna porta si apre usando la chiave sbagliata.

    Lei scrive che il lavoro è in tutto e per tutto un lavoro d’équipe. L’indagine sul lavoro editoriale porterebbe alla luce questa verità prima in ombra. Ora, io mi chiedo: che deve fare un figlio per ricordare il padre? Ma pensi, pensi che mio padre scrisse un capitolo dedicato alla “cooperazione” (Libro I, Sezione IV, Capitolo 11). Ciò che per lei è novità, è nient’altro che una caratteristica precipua del capitalismo. E nient’affatto sconosciuta.

    Sono noioso come un Dio, me ne rendo conto. Però, più che di dibattito, qui c’è bisogno di una ripassata.

    Il paragrafo sull’alienazione dei padroni è esilarante. Sono suoi fratelli? Perché li vuole salvare? Suvvia, Messer Vincenzo, un po’ di irrazionale crudeltà!

    La mediocrità attuale è figlia dei padroni. Li ha mai visti in faccia? Scavi dietro il viso bonario dell’editore e ci troverà: murene, meduse, lamprede, scorfani, barracuda, squali, nubibranchi.

    Ci somigliano. Questo rende più difficile riconoscerli.

    Ma è assurdo, fin’anche paradossale, e fors’anche intellettuoso, considerare gli editori alla pari degli altri lavoratori dell’editoria. Chi detiene la proprietà, e dunque le redini del gioco, ha le stesse responsabilità di chi, per necessità, si trova imbrigliato nel giogo?

    Il “nuovo patto” che auspica non è niente di diverso dal Patto per la Nazione ricercato dalla politica istituzionale: operai e padroni uniti nella lotta!

    Su una cosa concordo con lei: entrare nel laboratorio di redattori, editor, addetti stampa, agenti letterari, direttori artistici, direttori editoriali. Certo, non ci vorrei entrare per gli stessi suoi motivi; per “capire i meccanismi” omologanti basta uno sguardo distratto alle librerie. Io ci entrerei per sparigliare tutto. Dubito, però, che mi facciano entrare. Ah, come mi divertirei!

    A proposito, sa che è difficile fare il figlio? Si rischia l’anacronismo. Me ne farò una ragione.

    Torno al mio niente.

    Stan. L.

  2. rospe in frantumi il 5 settembre 2011 alle 19:49

    gentile Stan. L.,

    esilarante commento il suo, se non fosse ovvio penserei che a frequentare troppo ossequiosamente il Padre s’è perso la cosa migliore della famiglia: gli zii.

    Mi scuso per l’intromissione nei suoi fatti privati (e famigliari), ma credo di non aver rintracciato niente nel suo commento che riguardi l’articolo (che a mio parere meriterebbe molte e meno divertite critiche).

    Preferirei da lettore incappare in una “sincronizzazione” (tra commento e testo), piuttosto che in un “anacronismo” (che in questo caso è divertentissimo, ma più autoreferenziale che altro).

    Le improprietà che ha rintracciato sono un contributo onesto, ma temo davvero questione marginale (anche se il linguaggio di chi vuol proporre/fare una rivoluzione dovrebbe essere più sorvegliato) per dirimere le questioni su cui il gruppo TQ dibatte ormai da mesi (e il merito sta proprio in questo discutere che produce discussioni serie, semiserie, chiacchiericci e gioiosa indignazione).

    Personalmente vorrei capire (e magari seguendo un confronto a più voci) che cosa possa significare stringere un “nuovo patto”, una “nuova alleanza” tra gli operativi della lettura in Italia oggi… anzi domani.

    In particolar modo questo passo ha per me qualcosa di volutamente retorico e fumoso (ma perché insistere su questa strada anacronistica?):

    «l’editoria considerata come il rapporto che intrattengono i lavoratori e le lavoratrici del settore con gli autori e la società, il rapporto tra letteratura e storia. Un necessario punto di partenza, dunque, per instaurare un nuovo patto tra lavoratori e lavoratrici dell’editoria (autori, agenti letterari, redattori, addetti stampa, editori), tra loro e il lettore».

    saluti alla famiglia
    cordialmente
    rospe

  3. stan il 5 settembre 2011 alle 21:32

    Rospe carissimo,
    lei mi è proprio simpatico. Ha mirato giusto. Fortuna mia: mi sono spostato per tempo.

    Mi permetta l’insistenza: se le premesse sono errate, quale soluzione può svincolarsi dal costituito?

    Il passo da lei citato come “retorico e fumoso” è pieno di ragnatele. Si chiede l’elemosina a vecchi miserabili. Fortunatamente, la storia brucia le statue.

    Le confesserò anche questo: amo anche gli zii. Più di tutti amo Vladimir Il’ič Ul’janov. Gli album di famiglia vengono bruciati solo dagli stolti.

    Con stima sincera, suo

    Stan. L.

  4. Fernando Bassoli il 6 settembre 2011 alle 01:08

    Non so francamente se possa avere ancora un senso parlare di artigianato relativamente ai libri quando tutti sappiamo benissimo che molti libri di successo sono in realtà figli di un lavoro di equipe e anche di marketing editoriale mirato a vendere tanto e in fretta non tanto l’opera quanto il nomen-marchio dell’autore in copertina.
    Come è possibile altrimenti scrivere uno o più libri l’anno?

  5. Fernando Bassoli il 6 settembre 2011 alle 01:08

    Ma davvero si pensa che i lettori siano tanto scemi?

  6. rospe in frantumi il 6 settembre 2011 alle 02:42

    L’aspetto a mio avviso interessante del confronto tra varie persone che praticano i mestieri dell’editoria (ricordo che questo è il punto di partenza di questo articolo, ovvero i “Protagonisti dell’editoria” apparsi su «il manifesto») è quello di poter mettere insieme, non tanto modi diversi, ma sopratutto posizioni diverse (posizioni marginali e posizioni dominanti).

    È evidentemente argomento infelice quello di parlare di dimensione artigianale della professione… quando è altrettanto evidente che con quest’espressione si vuol dire altro.

    Io penso che si possano attribuire almeno due significati diversi per queste espressioni che tirano in ballo gli artigiani (ne vengono rivendicate parecchie in giro):

    1. ritenersi migliori degli altri (i “polli di batteria”, ovvero gli “industriali” delle lettere… che perseguono il profitto in equipe o in catena di montaggio, se preferite);

    2. fare il proprio lavoro con ordine, magari in modo felice, senza troppe ambizioni e soprattutto senza falsi obiettivi.

    In entrambe le mie interpretazioni del richiamo alla dimensione artigianale è palese il sospetto che possano nascondere (mica tanto bene) pose illusorie e consolatorie.

    Se l’anello di un ingranaggio industriale non è necessariamente “mero esecutore” (come credo), così (mi auguro) l’artigiano non deve ritenersi depositario di virtù e libertà illimitate. Operaio o artigiano, i doveri sempre gli stessi restano: produrre/vendere.

    L’artigiano ha decisamente molte più occasioni per provare la gioia del lavoro fatto bene, che anche quando non firma porta impresso molto di sé (e molti errori di cui è pieno il mondo dei libri sono spesso i ricordi più cari di intere vite dedicate a battere sui tasti), ma può essere tanto miope quanto l’operaio che non sa cosa sarà del proprio lavoro.

    Ritorno su questa scelta retorica oggi quanto mai infelice: la dimensione artigianale in editoria… perché come fa notare Fernando Bassoli, poco sopra, suona come una vera presa in giro. Ma questa non è un’analisi, non è una critica… è solo disamore e senso di impotenza.

    Il mercato ha sempre ragione… non è vero, ma tende a definire se stesso in base ai risultati ottenuti, e generalmente i grandi hanno la meglio. Il lettore ha sempre ragione… non è vero come non è vero che viene sempre sistematicamente irretito dalle sirene dei più grandi (parlo degli editori italiani che sono proprietari di giornali e recensori, di reti distributive e promozionali, con cui gestiscono persino gli interessi di altri editori loro concorrenti… e che in fine posseggono anche catene di librerie e/o partecipazioni nei grandi magazzini).

    Perché il lettore è tanto “incazzato”? Perché di lui se ne infischia il grande quanto il piccolo (non c’è virtù nelle dimensioni). Questo abbandono produce maggiore saggezza, maggiore lucidità? Il lettore – parlo anche di me stesso ovviamente – ha davvero gli elementi per procedere a una piena auto-assoluzione?

    Il fatto è che semplicemente non ha nessuna importanza stabilire chi è nel giusto se prima ognuno dei partecipanti attivi al mondo della lettura (chi ne garantisce la produzione/trasmissione e chi ne fruisce in molteplici modi e misure) non diventa operatore critico, assumendosi la responsabilità individuale delle proprie scelte (faccio un esempio per essere chiaro: «rubo anch’io, che però non sono un ladro, perché tanto rubano tutti»).

    Mai come in questo momento (non è per dire: cfr. Milleproroghe, Legge Levi e prossima stangata) gli editori si sentono specie in estinzione e in diritto di farsi a pezzi (da soli per lo più) o di proporre “nuove alleanze” (con toni a volte un mistici), i librai si sentono abbandonati al loro lavoro (ovvero ai saldi finanziari che sono da bancarotta), gli autori vorrebbero aver riconosciuti i loro diritti (e alcuni pagano per ribadirlo), i lettori minacciano indignazione. Direi che tutti hanno le proprie ragioni e tutti riescono ad avere immancabilmente torto. Tutti hanno torto quando invece di cercare soluzioni cercano responsabili (che si sa, si trovano solo in Parlamento). Lecito desiderio di forca (quando mai una bella esecuzione non ha risolto tutti i problemi? zac! fatto!).

    Ma se gli editori (e tutto il mercato) dipendono direttamente dal lettore, che giustamente esige maggior rispetto… invece di tentarlo con gli “sconti” (ossia prendendolo in giro mercanteggiando) non si PRETENDE una legge organica per la promozione della Lettura?

    Troppo più semplice agitare cappi, promettere vendette trasversali, irritarsi a vicenda, ma facendo di tutto per rimanere lontani l’uno dall’altro, sordi ai problemi l’uno dell’altro.

    La parola resta comunque al lettore, che spero sia un consumatore critico, sufficientemente motivato a non perdere i propri diritti (doveri).

    e così sia.

  7. Paolo S il 6 settembre 2011 alle 12:58

    Per favore, chiedete davvero agli editori com’è questa storia del marketing che a tavolino sforna i successi di cui i giornali devono parlare, le vetrine delle librerie (di catena e non) devono riempirsi e i lettori costiparsi.
    Se questo mito fosse vero, allora perché gli editori sarebbero tanto idioti da fare ANCHE i libri che finiscono per vendere trentacinque copie, o meno?

  8. Fernando Bassoli il 6 settembre 2011 alle 14:50

    Se un grande editore è in grado – e lo è – di mettere i propri libri nelle librerie di tutta Italia in conto deposito è logico che poi trovi le medesime librerie piene dei suoi libri…

  9. rospe in frantumi il 6 settembre 2011 alle 16:18

    E questo è un punto nodale

    [cito dal commento di Fernando Bassoli]

    «Se un grande editore è in grado – e lo è – di mettere i propri libri nelle librerie di tutta Italia in conto deposito è logico che poi trovi le medesime librerie piene dei suoi libri…».

    Sì, posso garantire, che con sistemi e modalità abbastanza simili a quelli descritti, i grandi editori (quelli che occupano una posizione predominante… e che è tuttavia da dimostrare che svolgano anche un ruolo trainante per l’economia del libro) riescono a influenzare il mercato, quanto meno quello dell’offerta e della visibilità (i librai non possono opporsi alle pressioni cui sono sottoposti, o a volta ignorano di potersi “anche” opporre).

    Ma questo è un aspetto che è bene venga “svelato” e “sorvegliato”, non enfatizzato e ridotto al paradossale accostamento di tutti gli editori. Gli editori non sono tutti uguali, alcuni vorrebbero essere più uguali di altri, ma non possono (non ne hanno i mezzi economici), altri non possono e magari non vogliono (ma prima di tutto non possono dimostrarla la loro differenza e questo è grave).
    L’accesso ai canali di vendita è una cosa insostenibile per le piccole aziende, e il settore commerciale dell’editoria italiana è fatto esclusivamente di “forse domani” e dilazioni (questo vale per i spremutissimi librai che non possono sottrarsi dall’acquistare in base ai “dati di mercato”… e questi si possono orientare facilmente se hai mezzi illimitati, e vale anche per gli editori che non hanno mezzi illimitati e non è nel loro programma aziendale acquistare una o due emittenti nazionali, tre testate giornalistiche a caso, due ministri, un centravanti della nazionale, una catena di librerie, un paio di isole ammobiliate in paesi caldi e privi di fisco ecc.).

    Scusate la banalità: gli editori hanno tanti difetti, ma non sono tutti uguali.

    Se si vuole si prenda l’abitudine a fustigarli tutti, ma ognuno per le sue colpe e meriti.

    rospe

  10. rospe in frantumi il 6 settembre 2011 alle 16:23

    @Paolo S:

    «[…] Se questo mito fosse vero, allora perché gli editori sarebbero tanto idioti da fare ANCHE i libri che finiscono per vendere trentacinque copie, o meno?»

    Vorrei esprimere una considerazione a nome della categoria degli editori, che (in Italia) il diritto di essere idioti non lo si nega a nessuno e che in certi libri da 35 copie vale la pena credere (ma è un errore e si paga).

    rospe

  11. Fernando Bassoli il 7 settembre 2011 alle 12:20

    Va anche aggiunto – è doveroso – che anche gli scrittori non sono tutti uguali, specie se esordienti. Altrimenti come si spiegano certe meteore che a 18-20 anni si ritrovano già sotto contratto con grandi gruppi editoriali? Quando hanno avuto il tempo di scrivere certi libri e soprattutto chi glieli ha scritti?

    Questo è il paese dei raccomandati e dei figli di, questa è la triste verità.

  12. Valerio il 7 settembre 2011 alle 19:21

    @ Stan L.: Di lavoro artigianale si parlava in merito all’editoria del primo novecento, in cui i tempi di produzione del libro erano estramente più dilatati di oggi, dal concepimento alla realizzazione alla stampa, “artigianale” anch’essa ex post, dato che si usavano i metodi meccanci della linotype poi della monotype, fino all’avvento della stampa offset nel 1960 eccetera eccetera.

    @ Fernando e Paolo S: Oggi funziona così, a proposito delle “meteore”: stampare in offset o addirittura in digitale 10mila copie di un romanzo d’esordio costa relativamente poco, per cui si adotta la strategia dei grandi numeri (più ne pubblichiamo, maggiori saranno le probabilità di trovare il best seller che ripaghi tutto il resto).

    @ rospe «Chi sono, oggi, i clienti della televisione? Non sono più gli ascoltatori, ma gli sponsor: sono loro, i veri clienti. Dunque, gli ascoltatori hanno quel che decidono gli sponsor. Quanto all’editoria, invece? Nell’editoria, il rischio è che i veri clienti degli editori non siano già più, mentre ne parliamo in questo momento, i potenziali lettori, bensì i distributori. Quando i distributori divengono i veri clienti degli editori, cosa accade? Ai distributori interessa la circolazione rapida, da supermercato, il regime del best-seller e così via. Qualsiasi letteratura originale, allora, tutta la letteratura romanzesca di ricerca e di qualità, viene naturalmente schiacciata.» Sono parole del filosofo Gilles Deleuze, pronunciate a Parigi durante una conversazione con Claire Parnet avvenuta ventitré anni fa.

  13. Valerio il 7 settembre 2011 alle 19:33

    Ecco cosa ha scritto Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale di Garzanti, nella sesta puntata della serie: «In un mondo perfetto, i magazzini degli editori dovrebbero essere vuoti. O meglio, dovrebbero custodire brevemente solo copie che un editore è sicuro di vendere. Per raggiungere questo obiettivo, si è sedimentato un meccanismo complesso e raffinato, che scatta ogni volta che si decide di stampare un nuovo libro. Una prima idea la deve avere l’editore, o l’editor che decide di pubblicarlo: in base alla sua sensibilità ed esperienza, un libro può aspirare a vendere mille copie, oppure centomila, a seconda dell’argomento, del nome dell’autore, della qualità… Ma un solo parere non basta. Ad affinare la previsione intervengono la direzione commerciale e poi gli ordini dei librai, interpellati uno per uno: sorretti da una enorme fiducia nella capacità di editori e distributori di rifornire un libro all’istante, se «esplode», spesso preferiscono limitare i rischi. La tiratura finale, decisa sulla base di questi feedback, per la gran parte degli editori ormai è pari al totale delle prenotazioni, più quel che serve all’ufficio stampa e per i primissimi rifornimenti.» Capito?

  14. stan il 7 settembre 2011 alle 20:44

    Valerio, fratello ignoto, o mia infanzia,
    se cito Papà Marx a dire che l’editoria è oltre, industrialmente oltre il lavoro artigianale, tu non puoi rispondermi che parlavi del primo novecento! Il calendario non è il fiore fastoso dell’arbitrarietà!

    Ti confesso che sono intollerante. Non tollero l’ignoranza. Ci si abitua, ma brucia lo stesso.

    Tu citi Deleuze, il quale, satanello qual è, e nient’affatto sciocco, ci dice che il mercato schiaccia la ricerca e la qualità … Ma chi fa il mercato? I tuoi amici editori, caro Valerio, quelli con cui vorresti allearti. Lo dico all’antica: qui casca l’asino.

    Più avanti, a sinistra, c’è il Magazzino delle Cose Sapute. Un amico mio (è miope ma non se la tira) ha le chiavi: se vuoi lo ringrazio.

    Stan. L.

  15. rospe in frantumi il 8 settembre 2011 alle 00:59

    gentile Valerio,

    nel leggere i suoi interventi di commento ho provato una sensazione spiacevole, non dico sconfortante, ma di certo negativa: una cosa è seguirla nell’articolazione di un testo che ricostruisce un percorso di spunti e riflessioni sulla base data di una raccolta di testimonianze (“I protagonisti”, si veda sopra); altro è veder distribuite risposte (mi scusi, ma pure un po’ a casaccio) a domande/questioni non poste, e che si presentano in aggiunta sotto forma oracolare di “virgolettati” d’autore.

    Quanto al collega Ponte di Pino, apprezzo decisamente l’onestà nel descrivere una pratica virtuosa e “raffinata” buona per libri da 127 copie quanto per quelli da 100.000 in su. Solo che non “capisco” come entri questa citazione nel contesto di un commentario alle suggestioni da lei introdotte con il suo testo. A meno che la citazione – il suo essere citazione – non implichi un ragionamento, anzi un giudizio, e in quest’ultimo caso potrei in tutta coscienza rispondere alla sua domanda finale (cito: «Capito?»): «no».

    Il tema della decrescita gli editori lo sperimentano già da anni, ma non facendo uscire meno titoli (solo quelli di Marcos y Marcos hanno saputo dare per primi un valore politico alla scelta aziendale di ridurre il numero di novità), piuttosto giostrandosi – utilizzando tutti i mezzi a disposizione, incluso il pendolino – tra tirature “esplorative” e azzardi “coperti” (ovvero, a fronte dei quali esistono investimenti e pratiche vagamente ricattatorie nei confronti delle librerie ecc.). È ovvio che quando mi riferisco a pratiche vagamente ricattatorie non intendo quelle del candido acquisto di spazi pubblicitari, ma a sovraesposizioni tali da rendere “necessaria” una merce. Però non vorrei passare per un sociologo, né tanto meno per un blateromane, perché di improprietà e fuori tema è già piena la blogsfera, e continuo a ritenere invece il suo articolo uno stimolo interessante per alcune riflessioni che a mio avviso potrebbero ancora germogliare (magari esortando a superare il desiderio di gogna o di rivalsa di tutti contro tutti, perché tutti sono uguali ecc. mi ripeto, chiedo venia).

    distinti saluti
    rospe

  16. Valerio il 9 settembre 2011 alle 18:35

    Hai ragione rospe, le citazioni erano il primo o l’ultimo anello di una catena di ragionamenti. Vedrò di spiegarmi meglio, con più calma, più avanti. Mi sono citato addosso, chiedo venia anch’io.

  17. Valerio il 11 settembre 2011 alle 04:07

    Riprendo e cerco di articolare meglio: la citazione di Ponte di Pino era legata alla precedente di Deleuze, una sorta di commento al commento, usato per ribadire la logica industriale che sposta l’attenzione dal lettore al distributore. Deleuze lo faceva notare già alla fine degli Ottanta. Ponte di Pino finisce per ribadirlo oggi. Condivido dunque le sue analisi e per questo mi ero limitato a trascrivere la citazione.
    Le condivido tutte tranne il fastidio per la parola “artigianale”. Per dimensione artigianale intendevo quanto espresso per esempio da Roberto Gilodi nella terza puntata della serie: «il luogo comune dice che gli autori, quando non si fidano più dei loro editori, si prendono un agente. E il fatto che in Italia il loro numero sia cresciuto negli ultimi anni può far pensare che stia diminuendo la fiducia degli autori nei loro editori. Ma si tratta di fiducia o di ruoli differenti? Credo che la risposta stia nel sistema editoriale che da artigianale è diventato industriale con i vantaggi e i limiti che questa evoluzione ha comportato. L’industria del libro ha reso efficienti molte funzioni, per esempio la distribuzione, ma lascia scoperta un’esigenza importante: l’interlocuzione assidua e non episodica con l’autore. L’agente letterario risponde a questa esigenza ed è per questo che gli autori hanno bisogno di lui.» La figura dell’agente letterario comincia ad apparire nei paesi anglosassoni alla fine dell’Ottocento e al 1898 risale la nascita dell’Agenzia Letteraria Internazionale, fondata da Augusto Foà. Eppure tale figura è diventata “indispensabile”, in Italia, solo negli ultimi anni. Il perché Gilodi e altri lo spiegano nell’epopea pubblicata dal Manifesto. Valentino Bompiani negli anni Trenta si avvaleva della collaborazione di Antonio Banfi, il padre dell’estetica fenomenologica. Il numero di lettori, di analfabeti, di case editrici, l’ampiezza del mercato, le tecniche di produzione dei libri erano profondamente diverse da quelle che si impongono a partire dagli anni Sessanta. L’Italia era un paese prevalentemente agricolo e artigianale prima del boom economico e industriale.
    Certe cose le davo per scontate.

  18. Valerio il 11 settembre 2011 alle 04:27

    Spiego meglio anche questo passaggio: «parafrasando Barthes, a una sorta di “grado zero dell’editoria”: ovvero l’editoria considerata come il rapporto che intrattengono i lavoratori e le lavoratrici del settore con gli autori e la società, il rapporto tra letteratura e storia. Un necessario punto di partenza, dunque, per instaurare un nuovo patto tra lavoratori e lavoratrici dell’editoria (autori, agenti letterari, redattori, addetti stampa, editori), tra loro e il lettore.»

    Il Barthes che volevo parafrasare, come è ovvio dato il virgolettato (“grado zero dell’editoria”), è appunto l’autore de “Le degré zéro de l’écriture”, in cui i lettori di NI sanno che Barthes prefigura, in soldoni, un tipo di scrittura che si sarebbe potuta realizzare solo in una società senza classi, una scrittura di un mondo senza Letteratura, una scrittura che rappresenta il terzo termine rispetto a qualsiasi altra asservita a un ordine stabilito del linguaggio (la prefigurativa “écriture blanche” che sfida il silenzio di Mallarmé contro la piccolo-borghese scrittura artistico-realista). Una scrittura amodale, indicativa, non congiuntiva né imperativa (per usare delle categorie esemplificatori, tranne dalla linguistica).
    Il nuovo patto a cui si allude è naturalmente un nuovo patto sociale. Un patto di cooperazione, in cui oltre l’imperativo del mercato e il congiuntivo dell’autorialità si ponga l’indicativo della cooperazione. Tale cooperazione dovrà passare attraverso la rivendicazione del proprio lavoro di ogni operaio della filiera. In questo senso l’epopea del Manifesto rappresenta un inizio. È lo specchio attraverso cui prendere coscienza di sé di un’intera (sotto)classe finora rimasta nell’ombra. Uno specchio in cui entrare per vedere il mondo dell’editoria dalla testa ai piedi, dall’alto in basso, e non in contrario, come avviene ancora oggi, a molti di noi. Lavoratori, lavoratrici, lettori e lettrici.
    È una prassi, caro Stan L. Non è mistica, caro Rospe. Anche se la mistica è alla base di qualsiasi prefigurazione, perché prefigurando si assume l’ottica di un tempo che deve ancora venire, dell’avvenire, del giorno del giudizio.

    Spero di essermi spiegato meglio.

  19. Valerio il 11 settembre 2011 alle 04:31

    errata corrige: non “tranne” ma “tratte”. le categorie sono usate come esempi da barthes stesso in le degré zéro de l’écriture, éditions du seuil, parigi, [1953] 1972, p 59.



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