Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)

19 settembre 2011
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di Andrea Inglese

Inutile trattarle con ironia o condiscendenza, le narrazioni esistono nel frantumato mondo della sinistra italiana, ed esistono ancora prima che qualcuno come Vendola ne denunci l’insufficienza o la mancanza. Avranno perso la maestosità novecentesca, ma pur diminuite e rabberciate affiorano nelle discussioni pubbliche o private, in bocca a dirigenti di partito o nei messaggi in rete tra militanti. Ve ne sono due almeno, tra le più ricorrenti e sclerotizzate, che varrebbe la pena di evocare. Una coesiste grosso modo con la dirigenza del PD ed è un racconto di opportunità da cogliere e di buon governo. Ha come protagonisti i membri della classe media e come grande nemico il mefistofelico Berlusconi. L’altro è un racconto di contestatori che si vogliono lucidi e irriducibili, e ha come protagonisti piccoli gruppi di militanti calati nelle trincee. Il nemico, in questo caso, è l’onnipotente e pervasiva macchina del potere capitalistico; da essa si dà una sola opportunità di scampo: la Rivoluzione mondiale, ad orologi sincronizzati.

 

Tecnocrazia contro populismo

Il PD ha messo al centro del suo racconto quello che nel modello attanziale di Greimas si chiamerebbe l’opponente: Berlusconi. C’è un soggetto ben intenzionato, il partito di centro sinistra, che ha un oggetto, ossia uno scopo per il Paese: buone istituzioni, civismo e buona politica. Berlusconi è il malefico ostacolo alla realizzazione di questo scopo. L’Unione Europea e, più precisamente, il cerchio venerabile di esperti che ne governano le istituzioni, costituiscono gli aiutanti, coloro che possono riportare, assieme al PD, l’Italia sul cammino del progresso. Che siano poi i ministri delle Finanze della zona euro a determinare la direzione di questo cammino, è un dato scontato, sul quale la narrazione non indugia. Tutto si gioca sulla contrapposizione tra “un buon governo”, in grado di difendere i valori liberali della tolleranza, e un governo corrotto, autoritario e populista, capace solo di alimentare il cinismo della popolazione. In questo scenario, ci può essere forse spazio per qualche monito contro gli effetti peggiori del neoliberismo, ma non per una considerazione delle crescenti diseguaglianze sociali nelle democrazie occidentali. Avendo evacuato dal proprio racconto ogni riferimento al conflitto di classe, il PD ha rinunciato a svolgere quella funzione se non di guida, almeno di traduzione in vocabolario politico della sofferenza e della rabbia dei ceti popolari. Ci ha pensato invece la destra, tempestivamente, a riconoscere le frustrazioni sociali, offrendo nemici prossimi, poco attraenti e sufficientemente fragili (immigrati, piccola criminalità, giovani contestatori), tali da offrire gratificazioni a buon mercato. D’altra parte, è forse proprio questa identità di classe priva di tensioni, ormai libera dai richiami alla responsabilità diretta della lotta, a incontrare il favore elettorale di una parte del ceto medio che crede, a torto o ragione, di poter salvaguardare il proprio livello di vita e i propri diritti fondamentali senza modificare le proprie abitudini in direzione di una rinnovata militanza. Non è solo la dirigenza del PD a temere ogni richiamo a forme di democrazia partecipativa; anche una parte del suo elettorato predilige, al di fuori dell’esercizio del voto, occuparsi di carriera, consumi e famiglia, salvo indignarsi nel salotto di casa per l’ennesima sparata del capo del governo.

Al racconto populista di Berlusconi, il centro sinistra ha contrapposto un racconto di tipo paternalistico e tecnocratico. In questo conservando, nonostante tutte le esibite metamorfosi, alcuni geni dell’antico PCI: la catechesi leninista delle masse e l’associazione d’origine illuminista tra scienza e progresso. Se questa narrazione ha riscosso successo in chi gode di sufficienti garanzie contrattuali per sentirsi al riparo dalle tempeste, ciò non accade nella fascia del ceto medio costituita dalle nuove generazioni. Quest’ultima, direttamente colpita dalla regressione sociale, sta dimostrando poca propensione ad ascoltare prediche sulla governance globale. Il PD ha avuto buon gioco, finché tutto si svolgeva nei confini di casa, ad opporre la professionalità politica dei quadri di partito al populismo di varia natura (berlusconiano, leghista, di Grillo). Ma di fronte alle mobilitazioni spesso apartitiche – radicali nelle rivendicazioni e libertarie nel metodo – che stanno moltiplicandosi in Europa contro le politiche d’austerità, l’intreccio narrativo del centro sinistra si è indebolito ulteriormente. E ciò a fronte di un comportamento del suo personale politico che, nei fatti, poco corrisponde a quella gestione tecnocratica “pulita”, che dovrebbe distinguere la civile opposizione dalla barbarie di governo.

 

Teologia della cattività

Se la narrazione tecnocratica gira a vuoto, ha però una tonalità euforica, in quanto distende i suoi episodi in un’atmosfera quasi priva di gravità. La narrazione di cui voglio parlare ora, invece, ha tonalità del tutto opposte: saturnine e livide. Essa circola tra alcuni inflessibili frazionisti della sinistra radicale, che possono dirsi adepti di una battuta tratta da un film distopico di Kathryn Bigelow (Strange days, 1995): “il problema non sta nell’essere paranoici, ma nel non esserlo abbastanza”. Non nego che questa sia una massima alquanto saggia, ma il suo abuso può produrre alcuni effetti indesiderabili come l’autoreclusione e la paralisi. Una narrazione che si basa su questi presupposti tende a vedere il mondo con occhio medusesco, come un panorama pietrificato, in cui ogni partita è persa in partenza, e l’unico vantaggio che il perdente ha sul vincitore è la lucidità dello sguardo, la coscienza dettagliata della sua prigionia, il numero esatto di passi che la sua invisibile cella gli concede.

In questo racconto, la minoranza avida e cinica del pianeta ha nelle proprie mani tutti gli strumenti che le assicurano un controllo capillare sulla maggioranza impotente. Ciò che è decisivo, infatti, non è la contrapposizione manichea tra i pochi criminali e i tanti innocenti, ma l’idea gnostica di una corruzione pervasiva dell’intero universo storico-politico. Non solo vigono, di norma, complotti, ricatti, manipolazioni di massa, infiltrazioni, ma tutte queste pratiche tendono a realizzarsi in modo infallibile. E laddove il potere sembra mancare il proprio bersaglio o uscire sconfitto da una battaglia, ciò è frutto di una semplice diversione, di una variante calcolata. Nulla, insomma, può accadere per caso.

Una tale concezione “religiosa” del potere si sposa con una corrispondente concezione della lotta per il suo sovvertimento. Per il militante inflessibile, quindi, non esiste il concetto di campagna politica, ossia di una battaglia per un obiettivo specifico, che nell’arco di un tempo determinato possa essere valutata nei suoi esiti. Queste chimere riformiste sono sostituite dall’idea di una mobilitazione infinita, che non si misura in termini di riuscita o fallimento, ma di maggiore o minore purezza della passione rivoluzionaria. La rivoluzione, infatti, non è di questo mondo, se per “questo mondo” s’intende un insieme di condizioni storiche e geografiche ben definite, che fanno di una rivoluzione qualcosa di specifico e irripetibile. Non è un caso, infatti, che nessuna delle rivoluzioni arabe abbia passato i severissimi test dei militanti inflessibili, che hanno lamentato ovunque errori, debolezze, perversioni (gli insorti hanno peccato d’improvvisazione, di abuso dei mezzi tecnologici, hanno scelto parole d’ordine squalificate come “democrazia” e “libertà”, sono stati burattini nelle mani dell’esercito, controfigure pilotate dalla CIA, folle sottoproletarie mosse dalla fame e non dalla teoria marxista, sparavano con armi occidentali e non usavano lance artigianali, ecc.).

Diverse sono le matrici ideologiche di tale teologia della cattività, se ci volgiamo almeno al novecento. Uno degli esempi più pertinenti è forse quello rappresentato dalla critica dello spettacolo di Debord. Se nella Società dello spettacolo, Debord aveva lasciato un ridotto, ma ben definito spazio di manovra per l’azione politica, concependo i Consigli operai come la sola forma legittima di potere rivoluzionario (§ 117), nei Commentari ogni margine di resistenza nei confronti della strategia globale dello “spettacolare integrato” pare essersi dissolta. In questo passaggio tra il primo e il secondo Debord avviene qualcosa di significativo: a mano a mano che l’analisi critica si fa più radicale, la capacità di reazione rispetto all’ideologia dominante perde di consistenza. Tutto finisce per giocarsi nella coscienza, che si trova alla fine presa in una lotta estenuante per non farsi ingannare dal demone maligno dello spettacolo.

Diverse sono le esperienze della sinistra radicale in Italia, ma molte di esse rischiano di inserirsi “naturalmente” in questa cornice narrativa, che privilegia una sorta di militanza testimoniale. Di fronte alla macchina onnipotente della repressione, della manipolazione e della falsificazione, il dissenso non può assumere che l’espressione di un rituale identitario, di cui solo una ristretta cerchia sacerdotale possiede le chiavi. Questo rituale riconosce di primo acchito la propria impotenza politica, l’inefficacia della propria azione, ma ne vuole preservare tutta la sua carica profetica, di testimonianza. Il militante testimoniale non è minimamente interessato a sviluppare una narrazione molteplice e inclusiva, che si muova nel senso dell’aggregazione dei soggetti e della pluralità delle loro concrete esperienze. Egli è convinto di essere il custode, in carne ed ossa, della autentica soggettività rivoluzionaria, che va soprattutto preservata da commistioni con il nemico o con le soggettività alienate degli altri sfruttati.

Entrambe queste narrazioni, la tecnocratica e paternalista, e l’inflessibile e frazionista, ignorano il tesoro dell’esperienza politica che, nata a Seattle, è stata sfigurata tre anni dopo a Genova dalla violenza poliziesca. Tale esperienza si era data, tra gli altri, il nome di “movimento dei movimenti”. Oggi i movimenti riappaiono nella loro pluralità e nella volontà d’intervenire contro le politiche nazionali o sovranazionali. Ancora non emerge, però, una narrazione che si voglia inclusiva, capace di promuovere un intreccio tra queste diverse esperienze nell’ottica di una perdurante dialettica tra democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa. Ciò non comporterebbe solamente la fine del mito tecnocratico, ma anche l’abbandono di un modello unico di soggettività rivoluzionaria, per aprirsi all’incontro e alla collaborazione tra soggettività diverse, in divenire e mai completamente riconducibili ad una prospettiva dottrinaria ed etica omogenea. La narrazione che ci manca è una narrazione polifonica, in grado innanzitutto di accogliere e articolare tra di loro le molteplici voci della sofferenza e della frustrazione sociale, invece di denigrarle in nome della superiore competenza degli esperti o dei rivoluzionari autentici.

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[Questa è la versione ultima e riveduta di un pezzo che per un disguido editoriale è apparso in una versione precedente, e meno buona, su “alfabeta2” di settembre]

 

 

 

 

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61 Responses to Di certe narrazioni della sinistra (euforiche o saturnine)

  1. stan il 19 settembre 2011 alle 09:27

    Capitano, mio capitano Inglese,
    mi permetta questo incipit: lei ha, della politica, un’idea alquanto vaga, direi da infermiera in fin di vita che vuole a tutti i costi operare il moribondo. E il male che fa? Peggiora, naturalmente. Vedo di entrare nella ferita.

    Sul primo capoverso chiederei: chi sono i “piccoli gruppi di militanti calati nelle trincee”? Quelli del 14 dicembre romano? Gli irriducibili della Fiom? I gruppi Cobas che mobilitano migliaia di insegnanti? I resistenti della Val di Susa? I portuali genovesi che blolccano le merci? I Comitati per l’acqua pubblica? Quelli che si mobilitano contro i CIE? E sì, perché vede, o mio Capitano, è in questi ritrovi che si pensa, per quanto in forme differenti, alla rivoluzione come unico bisturi per operare, una volta per tutte, la malattia del capitalismo. Eppure, quell’onda che grida, quell’orda barbarica, se preferisce, non ha le fattezze da lei delineate, tutt’altro. Vede, quegli “inflessibili frazionisti” a cui si riferisce, quella “minoranza avida” (!!), non è che si limita a cercare il “pelo nell’uomo”: lo fa, certo, perché il rigore è la comunione più profonda; ma fa anche altro. Combina le carte, le mischia, le strappa se serve, e osserva e analizza e … e agisce. Sì, in questi luoghi s’è gridato al “complotto” in occasione dell’11 settembre; si è parlato di “infiltrati” nel luglio genovese; si è ricorso al termine “ricatto” nel caso di Pomigliano; si parla, e direi che lo si fa tutti i giorni, di “manipolazioni di massa”, di solito televisivamente esperite … Insomma, ha ragione lei. Solo che, a dispetto di quello che pensa, non è vero, e non è proprio vero (e lei, d’altra parte, non argomenta e non porta ragionamenti che lo provino), non è vero, dicevo, che non muovono “battaglia per un obiettivo specifico”. Provi ad addentrarsi nelle azioni dei “piccoli gruppi” elencati poco sopra, poi potrà anche lei verificare come gli obiettivi ci sono e ci sono ben esplicitati. Lei, in tutta evidenza, si sta riferendo a una caricatura di militante, che esisterà magari nella sua testa, ma che nella realtà non è data … A meno che, non si stia riferendo a uno di quei tanti gruppuscoli trotskisti o emmelleisti; in questo caso, però: 1) perché non li nomina ed esce dal vago?; 2) non contano nulla, che senso ha prenderli di mira? La confusione – la sua – è provata dalla frase sugli “insorti”. In tutti quei gruppi di cui sopra – attenzione: tutti capaci di mobilitare; lei riesce? – si è parlato molto bene delle insurrezioni in Egitto e nel Magreb; e se ne è parlato talmente bene che a una recente manifestazione Cobas (davanti a Montecitorio, ricorda?), era issato il cartello: “L’Egitto è qui”. Diversa la questione Libia. Sì, in questi luoghi a lei così invisi, in questi luoghi di perdizione e di lotta perenne e irriducibile, circola l’idea che gli insorti libici siano differenti, per tutta una serie di motivi, dagli altri, e che la guerra contro la Libia rientri nella più classica delle guerre imperiali. Anche in questo caso, le chiedo: perché non esce dal suo vischioso processo di astrazione e prova a dare alcune coordinate concrete? Voglio dire, chi sono, dove stanno, quali sedi frequenta, questo militante solo “testimoniale”? Se solo avesse l’accortezza di avvicinarsi a uno dei gruppi su citati, noterebbe, non potrebbe che notare, la coincidenza, e direi la coincidenza perfetta, del militante che “non vuole compromettersi col nemico” con quello che accetta la mediazione della politica: sono la stessa persona! E infatti: il “modello unico di soggettività rivoluzionaria” è il suo; è la caricatura che si è inventata per articolare questo suo discorso fumoso; nella realtà, nella realtà a lei esterna, in quella realtà confusa dove pensiero e azione cercano la propria sintesi, non esiste nessun militante che risponda, anche solo per sommi capi, al suo disegno. Sta sbagliando sguardo. Sa dove il problema? Che lei è interessato – vendolaniamente interessato – alla narrazione; agli altri, ai militanti “dottrinari”, interessa la concimazione del ghiaccio. Se permette, preferisco il braciere che prova il disgelo all’odore nauseabondo delle parole vuote; ci si brucia, ma almeno si prova la fioritura. Citando Hegel, le dico: solo che fa sbaglia; gli altri? Anime belle …

    Suo,

    Stan. L.

  2. andrea inglese il 19 settembre 2011 alle 11:56

    a stan,

    ti ringrazio per il tuo intervento; tu hai tradotto questo mio pezzo secondo la solita logica – è con noi o contro di noi -, e siccome non è così chiara la risposta, dal momento che non si fanno nomi e cognomi, hai definito il discorso fumoso / astratto, ma nel dubbio hai preferito convincerti che è un discorso contro i “movimenti”.

    Sui movimenti – che ho chiamato popolo minore – ho parlato qui: https://www.nazioneindiana.com/2010/12/07/il-popolo-della-gru-cronaca-di-un%E2%80%99azione-politica/ e qui https://www.nazioneindiana.com/2011/02/01/disordine-capitalistico-e-popolo-minore-note-sullamnesia-mediatica/

    Anche solo leggendo il riferimento a Genova, si dovrebbe comprendere che l’obiettivo critico non sono le forme di contestazione, dissenso e lotta che nascono dal basso: non sono i No Tav, o i migranti sulla gru, ecc.

    L’obiettivo critico è una forma di retorica, di narrazione.

    Naturalmente sei libero di pensare che riflettere sulle forme di narrazione sia un’operazione inutile, o di destra, ecc. Però quello che io tento di fare in questo pezzo è riflettere su una retorica, su una forma di narrazione.

    E qui si pone, davvero, un problema che il tuo intervento solleva. Se è abbastanza facile attribuire la narrazione tecnocratica a un soggetto ben distinto (dirigenza del PD), a chi attribuire la narrazione che definisco “teologia della cattività”?

    Ora questo tipo di narrazione non è attribuibile a un gruppo di militanti specifico, io la considero una forma narrativa trasversale all’area della sinistra radicale, una sorta di tentazione narrativa, che non per forza si accompagna con la rinuncia ad agire, ma che alimenta – cosa non nuova – le diffidenze, i sospetti, e il settarismo.

    Non sono narrazioni nuove, anzi. Io le ho sperimentate sopratutto tra fine anni Ottanta e Novanta, in varie esperienze di militanaza a Milano. Ma le ho ritrovate circolanti nel web anche in anni recenti. La novità, oggi, è semmai l’idea che si possa cominciare a pensare aggregazioni ampie. Ma per far questo bisognerebbe essere consapevoli anche di queste tentazioni narrative, cercando di eluderle.

    Infine Stan, io ti ho letto con attenzione. Ti invito a fare lo stesso: scopriresti che la “minoranza avida” non è quella degli “inflessibili frazionisti”, ma quella burocrazia politico-finanziaria che opera il disordine capitalistico.

  3. Vincenzo Cucinotta il 19 settembre 2011 alle 12:09

    Anche a me non pare di poter convenire su questa descrizione.
    Davvero il problema sta nell’analisi impietosa dell’ordine mondiale? Non credo, sarà che evidentemente faccio parte di questo manipolo, ma credo sia difficile dire male quanto occorrerebbe dell’ordine mondiale, e i complotti sono l’unico modo ragionevole di spiegare ciò che avviene.
    No, la carenza la vedo nelle prospettive, la vedo in una sorta di pigrizia che blocca l’area più alternativa della società, e la rende incapace di aggiornare le proprie credenze rispetto alle sfide che il mondo tecnologico odierno ci pone.
    La verità mi pare, in altre parole, non sta in un ribellismo esagerato e ripiegato su sè stesso, come apparirebbe dalla sua analisi, ma al contrario, in una corruzione e proprio delle idee, di un’incapacità di concepire la militanza, una parola non per caso desueta.
    Manca insomma questa consapevolezza di essere noi stessi, come membri di questa società da cambiare, parte del problema, e che solo in comunità militante è possibile cambiare noi stessi per cambiare tutto.
    Purtroppo, è la peggiore eredità che il ’68 c’ha lasciato, questo pretendere di essere giusti di per sè, automaticamente: un tragico errore, non siamo giusti, l’umanità ha costruioto la cultura proprio per fronteggiare i limiti della nostra natura umana, cultura ed educazione non possono essere optional.

  4. Federico Gnech il 19 settembre 2011 alle 12:10

    @Andrea Inglese

    Ottima disamina, anch’io ho imparato a leggere il dibattito a partire dall’esistenza delle due narrazioni di cui parli. A proposito della seconda, mi pare particolarmente riuscito questo passaggio:

    “Una narrazione che si basa su questi presupposti tende a vedere il mondo con occhio medusesco, come un panorama pietrificato, in cui ogni partita è persa in partenza, e l’unico vantaggio che il perdente ha sul vincitore è la lucidità dello sguardo, la coscienza dettagliata della sua prigionia, il numero esatto di passi che la sua invisibile cella gli concede.”

    Il punto però, a mio avviso, è che questa visione pietrificata corrisponde in gran parte a quella che tu identifichi come ‘terza via’, in sostanza quella degli scomparsi social forum, che in altre forme riemergerebbe, sulla scorta di nuove etichettature giornalistiche o autoetichettature. Io onestamente la polifonia di cui parli la sento già, piuttosto cacofonica, e sempre più legata all’ossessione cospirazionista di cui scrivevi.
    Certo, le pietre a volte rotolano o si fondono in una lava e la loro momentanea natura dinamica ci fa dimenticare la loro sostanziale natura sassosa.
    Mi è piaciuta poi questa riflessione:

    “Una tale concezione “religiosa” del potere si sposa con una corrispondente concezione della lotta per il suo sovvertimento. Per il militante inflessibile, quindi, non esiste il concetto di campagna politica, ossia di una battaglia per un obiettivo specifico, che nell’arco di un tempo determinato possa essere valutata nei suoi esiti. Queste chimere riformiste sono sostituite dall’idea di una mobilitazione infinita, che non si misura in termini di riuscita o fallimento, ma di maggiore o minore purezza della passione rivoluzionaria”

    A me è subito venuto in mente Franco Fortini.
    C’è un fatto estetico insuperabile, dietro alla persistenza di questa concezione, anche dopo la sconfitta del movimento operaio: ci si vergogna anche solo a pensare la parola ‘riformismo’, probabilmente (?) screditata, e non si vuole abbandonare la coperta di Linus della Rivoluzione. Ma non serve a nulla, si viene considerati comunque delle mezzeseghe dai compagni più ‘puri’ e attivi, come il tuo primo interlocutore, Stan, ti ha dimostrato.

    F.

  5. lorenzo galbiati il 19 settembre 2011 alle 12:11

    Questo articolo di Andrea resta quasi sempre sull’astratto, e questo metodo, secondo me, rischia corto circuiti quali astrarre qualcosa di astratto ed esercitare la parola per la parola.
    Questo mio appunto non è casuale: Andrea è un filosofo, e io ho una formazione scientifica, e quindi tendo sempre a non allontanarmi troppo dai dati sensibili – ovviamente anche il mio modo di argomentare è passibile di critiche, spesso speculari a quella da me fatta.
    Arriviamo al punto. Il primo punto che mi balza all’occhio, perché ce ne sono molti altri che spero di toccare.

    “Non è un caso, infatti, che nessuna delle rivoluzioni arabe abbia passato i severissimi test dei militanti inflessibili, che hanno lamentato ovunque errori, debolezze, perversioni (gli insorti hanno peccato d’improvvisazione, di abuso dei mezzi tecnologici, hanno scelto parole d’ordine squalificate come “democrazia” e “libertà”, sono stati burattini nelle mani dell’esercito, controfigure pilotate dalla CIA, folle sottoproletarie mosse dalla fame e non dalla teoria marxista, sparavano con armi occidentali e non usavano lance artigianali, ecc.).”

    Andrea parla di tutte le rivoluzioni arabe.
    Poi però parla di insorti.
    Ogni rivoluzione araba ha avuto insorti? Perché il termine insurrezione prevede più o meno una guerra civile. A me non sembra sia andata così per tutte.
    Chi sono i militanti inflessibili? Quali sono le loro accuse di eccesso di tecnologia?
    Come si fa a essere contemporaneamente improvvisatori e manichini pilotati dalla CIA o dall’esercito? Ovvero, in quali casi è avvenuto l’uno e in quali casi gli altri due?
    (Se parliamo della LIBIA, le accuse sull’azione della CIA, le stragi e le torture dei ribelli ecc. sono tutte documentate. Ci sono sempre state truppe europee e americane sul campo, sin dall’inizio dell’insurrezione.)
    Il militante inflessibile vede il sistema di potere come infallibile, tanto che anche le apparenti sconfitte sono diversivi del piano base, e si rifugia in una idea di rivoluzione astratta, impossibile in questo mondo? Ma a me, tutto questo, sembra difficile da collegare alla realtà. Chi sono questi fantomatici militanti della sinistra radicale? Come si può, anche dal punto di vista della logica, immaginarsi un potere tentacolare che tutto avviluppa, che non fa succedere nulla per caso (e in effetti nulla succede per caso, se per caso si intende senza motivo), e pensare che tale potere non possa essere rimosso da un altro potere simile – che dovrebbe essere l’obiettivo della rivoluzione? Il militante crede pure che tale potere sia sempre esistito uguale fin dall’antichità? Non credo.
    Insomma, c’è il rischio concreto di descrivere queste narrazioni in modo irrealistico, di trasformarle in un mito. E per quanto vada a cercare le narrazioni radicali, a me non sembrano psicotiche. E queste lo sono, di certo, specie la seconda. A meno che qui si stiano descrivendo le narrazioni radicali della sinistra più psicopatologiche, e quindi non certo le due più diffuse. Ma il discorso iniziale di Andrea dice il contrario.
    E allora a me quelle descritte da Andrea non sembrano le narrazioni della sinistra ma la loro trasformazione in allucinazioni.

  6. stan il 19 settembre 2011 alle 13:36

    Gentile Inglese,
    confermo, anche a seguito della risposta, la mia impressione: sta basato la sua idea su uno sguardo sbagliato. Quel tipo di narrazione, quella che lei chiama “teologia della cattività”, non separa, piuttosto, come dimostrano le cronache recenti, riesce ad aggregare. A lei questo dispiace? Se vuole, e mi pare che lo voglia, cambiare in senso libertario questo mondo, non crede che si debba aspirare ad essere il più radicali possibile? E guardi che la radicalità – il prendere le cose alla radice – non è, come pensa lei, separatezza, segnare steccati o imporre rigidità. Tutt’altro. Qui non è in ballo una presunta “purezza rivoluzionaria”; ma il tracciare percorsi che siano in grado di aprire al cambiamento. Quali forze, in questi anni post-genova 2001, si sono mosse per tentare di farlo? Le stesse che lei prende di mira! E sì, perché vede, caro Inglese, se c’è un soggetto politico che in questi hanni ha aggregato – aggregato nelle azioni, non a mero livello di opinioni – è proprio quella parte di “sinistra radicale” (altro termine che non vuol dire assulutamente nulla!) che opera quotidianamente nelle situazioni concrete. Lei scrive che il suo obiettivo critico “non sono le forme di contestazione … che nascono dal basso”, bensì la “forma retorica, di narrazione”. Però continua a sfuggirle che le due cose coincidono e si alimentano a vicenda. Le “aggregazioni ampie” che lei auspica non si costruiscono con discorsi fumosi. Bisogna stare dentro le situazioni. Se lei si sforzasse di scendere in mezzo alle cose, di sporcarsi le mani, potrebbe notare che gli “inflessibili infrazionisti” che sono nel movimento No Tav, al pari di quelli che sono nell’Onda (etc., etc.), stanno puntando a una grande aggregazione che unifichi le diverse anime in lotta, Fiom compresa. C’è in atto questo tentativo, oggi; e a più livelli. Senta, Inglese, io parlo dal di dentro. I limiti – i nostri limiti, di militanti affetti da “teologia della cattività” – sono tanti; però non sono quelli che indica lei. Stia nelle lotte e, se ne avrà la forza, proponga un’altra retorica. Altrimenti, continuerà a dare l’impressione di fare discorsi da “intellettuale separato” … Scusi la secchezza. Oggi abbiamo bisogno di analisi, non di narrazioni.

    A Federico Gnec direi di fare attenzione:
    Fortini era – e lo era convintamente – un rivoluzionario.

    Stan. L.

  7. andrea inglese il 19 settembre 2011 alle 13:41

    a vincenzo

    “Manca insomma questa consapevolezza di essere noi stessi, come membri di questa società da cambiare, parte del problema, e che solo in comunità militante è possibile cambiare noi stessi per cambiare tutto.
    Purtroppo, è la peggiore eredità che il ’68 c’ha lasciato, questo pretendere di essere giusti di per sè, automaticamente: un tragico errore, non siamo giusti, l’umanità ha costruioto la cultura proprio per fronteggiare i limiti della nostra natura umana”

    Nel momento in cui critico un certo tipo di retorica, che vedo riaffiorare periodicamente tra persone a cui sono vicino per convinzioni politiche, pongo lo stesso problema che poni tu. La retorica che decrivo è stata in qualche modo la mia, e può ritornare ad esserlo. Ebbene, questa tentazione narrativa costituisce, per me, un ostacolo interno. Qualcosa che ci riguarda, prima ancora di riguardare il nemico.

  8. andrea inglese il 19 settembre 2011 alle 14:14

    a stan

    “Lei scrive che il suo obiettivo critico “non sono le forme di contestazione … che nascono dal basso”, bensì la “forma retorica, di narrazione”. Però continua a sfuggirle che le due cose coincidono e si alimentano a vicenda. Le “aggregazioni ampie” che lei auspica non si costruiscono con discorsi fumosi.”

    Lo ripeto: non è un’analisi politica, la mia. E quindi non sto criticando le forme di lotta come no Tav, o qulle studentesche, della Fiom, ecc., per un semplice motivo: che non vedo quale altro modo, oggi, esiste per fermare il disastro a cui allegramente ci stanno portando le classi dirigenti – con la complicità dei vertici di partito delle sinistre parlamentari. Quindi, stan, la mia non è una critica alla sinistra radicale – ossia a ciò che oggi si muove senza rappresentanza parlamentare. Dal momento che condivido con essa obiettivi e valori. La mia è una critica a certi atteggiamenti che ritrovo nella sinistra radicale, in alcuni militanti o simpatizzanti. Questi atteggiamenti non sono riconducibili a un’opinione politica o a una specifica azione militante, ma al “modo” in cui si sostiene una certa opinione e al modo in cui si sta dentro un movimento.

    Scrivi: “i nostri limiti, di militanti affetti da “teologia della cattività” – sono tanti; però non sono quelli che indica lei.” Ok, non sei d’accordo, ma è questo di cui stiamo parlando. Di considerare limiti ed errori in cui possiamo incorrere.

    Ti faccio un esempio molto concreto: quando venne organizzato la prima grande mobilitazione nazionale delle donne da “Se non ora quando”, si aprì un gran dibattito all’interno di vari gruppi femministi attivi già da lunga data, che non si riconoscevano inizialmente nelle parole d’ordine della mobilitazione. Ebbene se avesse vinto quell’atteggiamento sarebbe stato una grande sconfitta. Nuovamente si sarebbe creata una frattura tra le autentiche femministe (poche ma di lunga data) e le nuove femministe (tante ma recenti). Non è poi andata così. E anche in quel caso, militanti che fanno parte dello stesso gruppo avevano posizioni diverse. C’erano quelle che dicevano: ecco, finalmente una grande occasione di aggregare una gran quantità di donne, e anche giovani e giovanissime, e altre che difendevano l’idea di non partecipare e non riconoscersi in un tale movimento.

    Quanto all’accusa di “intellettuale separato”, hai ragione. In questo caso, questo mio discorso nasce in separatezza. E ha tutti i limiti di questa condizione. Ma separati lo siamo in molti ancora, e in tante circostanze del nostro agire lavorativo e sociale. Anche dentro questa posizione di debolezza cerdo sia importante ragionare e dare strumenti di riflessione.

  9. andrea inglese il 19 settembre 2011 alle 14:29

    a lorenzo,

    “Insomma, c’è il rischio concreto di descrivere queste narrazioni in modo irrealistico, di trasformarle in un mito. E per quanto vada a cercare le narrazioni radicali, a me non sembrano psicotiche. E queste lo sono, di certo, specie la seconda. A meno che qui si stiano descrivendo le narrazioni radicali della sinistra più psicopatologiche, e quindi non certo le due più diffuse. Ma il discorso iniziale di Andrea dice il contrario.”

    Le narrazioni, come le intendo, hanno sempre qualche elemento mitico, ossia non sono descrizioni di fatti, sono modi di rapportarsi al futuro e al mondo. E quindi inevitabilmente rischiano il mito. L’autocorrezione e l’autocritica servono a equilibrare pretese di realtà e slancio utopico. E’ quindi proprio sugli elementi “mitici” di certe narrazioni che ho voluto insistere, isolandoli quasi allo stato puro. Ho costruite un modello, e quindi ho agito per astrazione. A questo punto, il lettore è libero di dire: questo modello mi è utile, mi permette di vedere meglio qualcosa, di riflettere, oppure non serve a nulla?

    Ecco a questa domanda non posso rispondere certo io.

    Colgo invece una critica giusta, quando dici che considero “la teologia della cattività” una narrazione molto diffusa. In questo (spero) di essermi sbagliato. E’ una tentazione probabilmente minoritaria, ma diciamo che ha almeno una lunga storia.

    Quanto alle osservazioni, tra parentesi, sulle rivoluzioni arabe, riassumono – e giustappongono – in modo parodico vari argomenti che ho sentito fare… Mi sembra che il senso generale del discorso sia chiaro.

  10. omniaficta il 19 settembre 2011 alle 15:44

    Vedo che i commenti si sono concentrati sulla narrazione “radicale”, dimenticando che si sono criticate due narrazioni che stringerebbero nell’impotenza, come una tenaglia, l’azione politica dell’intera sinistra (PD compreso). L’intervento di Inglese, deliberatamente schematico, mi sembra invece utilissimo alla riflessione sui limiti narrativi dei discorsi di chi cerca il cambiamento politico. Questi limiti possono denotare o predisporre il peggio, ovvero quella subalternità al capitalismo che, in sostanza, lo favorisce comunque. Insomma, mi sembra che Inglese chieda se queste siano le narrazioni di chi vuole veramente vincere o non siano il sostegno di modeste e velleitarie rendite di posizione. Mi sbaglio?

  11. detec il 19 settembre 2011 alle 16:33

    A costo di andare OT, quello che Inglese non esplicita è il bisogno della sinistra di sembrare sempre buona, sempre dalla parte giusta (e succede che il caso Penati diventi un molosso in cui la classe dirigente si sfalda). Ovvero il ritorno ciclico della questione morale. Ora come si possa mettere insieme l’ordine di Bersani con il movimentismo di Vendola mi lascia confuso. Il solito sistema per dare spallate, soprattutto a se stessi prima che ad altri?

  12. Federico Gnech il 19 settembre 2011 alle 16:41

    @Stan

    Anche a te consiglio di fare attenzione nella lettura: siamo perfettamente d’accordo, Fortini era un rivoluzionario. Per la precisione, un “rivoluzionario senza rivoluzione”, attratto dalla mobilitazione permanente di cui parlava Inglese.

  13. lorenzo galbiati il 19 settembre 2011 alle 19:08

    Grazie ad Andrea per la risposta.

    Prima di tornare nel merito del tuo testo,
    giusto per restare nel concreto, pensare di fare una battaglia per i diritti degli omosessuali tramite un blog postando articoli o commenti che esplicitamente o implicitamente danno dell’omofobo a chiunque non condivida al 100% le richieste delle comunità gay/lesbiche, e plaudire all’imminente pubblicazione, contro la volontà degli interessati, dell’orientamento sessuale dei politici (cui seguirà quella di ogni altro tipo di personaggio pubblico) che “attaccano” tali comunità o non votano a favore di proposte di leggi sull’inasprimento delle pene per reati compiuti con motivazione legata all’orientamento sessuale, di quale narrazione di sinistra fa parte?

    O fa parte di una narrazione di tutt’altra natura?

  14. daniele ventre il 19 settembre 2011 alle 19:46

    L’analisi credo sia giusta nella sostanza. Sia la teologia della cattività, sia li paternalismo tecnocratico sono espressione di un sostanziale elitarismo da ex-nomenklatura: la differenza sta al massimo nella buona fede con cui parte della ex-nomenklatura non è stata abbastanza abile o abbastanza cinica da sposare il carro del “vincitore” neoliberista. Non è un caso che i movimenti realmente tesi a cambiare le cose dal basso non trovino grandi interlocutori nei seguaci dell’una e dell’altra retorica, benché occasionalmente i teologi della cattività li guardino con maggior cortesia. Questo significa che le aree partitiche in vario modo figlie dei derivati degeneri del marxismo stanno perdendo per l’ennesima volta, anche a causa di una catena di congiunture storiche vicine e lontane nel tempo, la possibilità di raccogliere le frange del dissenso sociale in un unico fronte di lotta.

  15. andrea inglese il 19 settembre 2011 alle 20:20

    a omniaficta,

    si, la questione politica delle narrazioni è poi questa…. come è possibile uscire da narrazioni che finiscono per reiterare eternamente il trauma della sconfitta?
    Naturalmente non credo che siano le uniche narrazioni presente nella sinistra, ma sono quelle più deleterie. E mi sembra che sia chiaro. Qui non si tratta di narrazione tout court “riformista” o di narrazione tout court “rivoluzionaria”. Quel tipo di narrazione tecnocratica è il contrario di una narrazione in grado di aprire una stagione di politiche riformiste. Il riformismo a me sembra semplicemente volatilizzato. Magari esistesse un riformismo degno di questo nome. Se esistesse, non dovrebbe occuparsi che di dare forma parlamentare alle richieste di mutamento radicale nate dai movimenti. Quanto alle narrazioni rivoluzionarie, se esse vogliono davvero esserlo non possono che porsi il problema politico difficile di costruire un fronte il più possibile ampio, nel rispetto delle molteplici e diverse identità sociali e culturali che oggi potenzialmente sono schiacciate non solo dal berlusconismo, ma dalla più generale ideologia neoliberista.

    E qui si pone un problema credo innegabile, che forse c’entra anche con le riflessioni che invito a fare. Com’è possibile che in una situazione di tale scacco del capitalismo nella sua forma neoliberista, variante xenofobica-gangsteristica (berlusca, ma anche Cameron-Murdoch) o variante tecnocratica, non produca un’immedita crescita di consenso dei partiti della sinistra radicale? In Francia, se non altro, alla sinistra del PS (tecnocratico quanto il nostro PD) esiste un fronte della sinistra, piccola, ma sufficientemente combattivo per cominciare a conquistare anche spazio mediatico. Insomma, i movimenti fanno quel che possono e riescono, ma finché non avranno un importante sostegno di massa, da un lato, e un sostegno parlamentare forte ed efficace, non possono che essere costretti a una funzione testimoniale (pagata duramente a colpi di cariche della polizia, pestaggi e denunce).

  16. daniele ventre il 19 settembre 2011 alle 22:10

    Basta una chiesa cattolica, un bel po’ di ignoranza tradizionalmente radicata e una tendenziale incapacità di concepirsi come popolo e come nazione.

  17. andrea inglese il 19 settembre 2011 alle 23:28

    a daniele,

    sulle genealogie relative a queste retoriche, ci sarebbe da fare un lavoro apposito; io ricordo una bell seminario di Luc Boltanski, e saranno stati almeno dieci anni fa, sulla questione della critica; lui aveva fatto uno studio su Foucault, Derrida e Bourdieu, come paradigmi di una critica radicale, capace di smontare qualsiasi discorso che si presenta come oppositivo, per poi dimostrare che tale discorso, a sua volta, si nutre di quegli elementi concettuali, ideologici, o espistemologici che vuole combattere. Semplifico molto. Ma la parte più interessante riguardava questo punto: affinché una critica sia efficace socialmente, e trovi un terreno a partire da quale muoversi, sussistere, deve in qualche modo riconoscere dei valori e delle categorie che in qualche modo sono al di qua della decostruzione, dell’ideologia dominante, della falsa coscienza, ecc.
    Io credo che quella che ho chiamato “teologia della cattività” sia riconducibile più a questa eredità di pensiero, e anche allo stesso Debord, che è pure autore importantissimo.
    Oltre a Boltanski, anche altri studiosi, a sinistra, stanno rimettendo in causa alcuni cardini di certo pensiero critico tardo novecentesco. Penso a un libro uscito recentemente in Francia di Pierre Verdrager, e intitolato “Ciò che i dotti pensano di noi e perché hanno torto. Critica di Pierre Bourdieu”.

  18. lorenzo galbiati il 20 settembre 2011 alle 03:18

    Personalmente, non vedo le due narrazioni che descrive Andrea come rappresentative del variegato popolo di sinistra.

    1. Credo che abbia ragione Vendola: la sinistra oggi è orfana e in cerca di una nuova narrazione. E non solo in Italia, dove c’è il problema B., ma in tutto l’Occidente (o meglio in tutta l’Europa, perché negli USA una vera sinistra di massa non c’è e non c’è mai stata), a causa della perdita del punto di riferimento della dottrina comunista (che pure era insufficiente ma pur sempre fecondo di narrazioni possibili) e a causa della globalizzazione del mercato, che ha inglobato tutto e ci ha portato a una situazione di guerra perenne.

    2. La narrazione tecnicista del PD che esprime Andrea è la parte che più condivido, ma che inquadro in un’altra prospettiva. E’ l’emblema della mancanza di narrazione della sinistra, perché gli ex comunisti hanno abbracciato un paradigma democristiano, che nulla ha più di sinistra. Se la narrazione del PD si basa sull’opponente, su B, allora B. può essere paragonato al vecchio PCI, in questa narrazione. E così come la vecchia DC stava con l’America e l’Europa occidentale, e riusciva a malgovernare facendo crollare un governo all’anno non tanto per l’opposizione del PCI quanto per problemi interni, il PD, e i popolari e i diessini prima, tengono alle forme nei rapporti internazionali e non riescono a governare per problemi propri, non per l’ostacolo di Berlusconi. Il PD, l’opposizione popolare e postcomunista non sono mai stati in grado neanche di esprimere un leader, e hanno dovuto servirsi di un tecnico grigio come Prodi per effettuare un programma basato sempre e solo sul far quadrare i conti.
    Non c’è più nulla di sinistra, in questa narrazione. C’è la narrazione della fine della narrazione di sinistra. E questo vale per tutte le sinistre, se si eccettua che alcune sinistre europee sono riuscite quanto meno a portare avanti politiche sui diritti civili – che più sono “progressiste” eticamente, e più sono affiancate da politiche di guerra all’estero (GB, Francia).

    3. La teologia della cattività descritta da Andrea all’insegna del vecchio motto della rivoluzione permanente io proprio non la vedo, come ho già detto. C’è una sinistra radicale antisistema estremamente, è underground, e neanche quella (per esempio Lotta comunista o PMLI) mi sembra ben rappresentata dalla descrizione di Andrea.

    4. Resta una narrazione da compiersi, perché è rimasto il vuoto. La politica mondiale, e italiana in particolare, si è spostata come baricentro a destra, pur conservando le sue frange estremiste a sinistra, e così si è creato un grande spazio a sinistra di cui mancano contenuti e simboli. E questo vuoto traspare anche dalle due polarità che vede Andrea: una di centrosinistra molto moderato, una estrema fino all’inverosimile.
    E’ qui, in questo vuoto che si muove gran parte della gente di sinistra, dalla maggior parte degli elettori democratici, ai sostenitori del PCL di Ferrando o di Sinistra Critica – se esiste ancora. Da quelli cioè che sono strettamente filogovernativi e sono più disposti ad allearsi con Casini piuttosto che con Vendola, a quelli che sono anticapitalisti e antisistema e votano partiti con valore di testimonianza. Gli elettori di questo grande spazio, fino a questi estremi, sono in gran parte senza una narrazione, perché i filogovernativi del PD e dell’IDV sono distanti dalla narrazione tecnicista e i radicali di SEL e Federazione Comunista sono distanti dalla narrazione rivoluzionaria. Come mai? In estrema sintesi, perché la sinistra non ha più argomenti propri per coniugare la sua missione con il mondo del mercato globalizzato, tanto che per essere sinistra le si imporrebbe di uscire dalla globalizzazione economica, e in parte anche dalla globalizzazione dei diritti. E’ un discorso complicato, che non so neanche se sarei in grado di esporre in modo organico, anche per mancanza di competenze, ma se riesco proverò almeno a delinearlo.

  19. stan il 20 settembre 2011 alle 08:06

    Amici, compagni, frittelle,
    la narrazione è un dispositivo argomentativo: dentro, dentro il dispositivo cosa ci mettiamo? Ora, per dirla banalmente, mediante la narrazione si rende pubblico il senso che diamo al mondo; la narrazione è, come per l’appunto dice Inglese, un modo di impostare il discorso, una retorica … Scusate se insito: il problema odierno della sinistra non è questo! Il problema è lo sguardo, cioè il metodo con cui osserviamo il reale, le relazioni, i fenomeni. In questo articolo, Andrea Inglese prende degli abbagli non indifferenti sulla realtà detta “sinistra radicale”; dipinge un qualcosa che non esiste, o che esiste solo nella sua testa. Ecco, qui è il problema: con che occhi guardiamo ciò che ci circonda. Dopo, solo dopo arriva la narrazione. Un esempio. Quasi tutta la sinistra, radicale e no, sta individuando nella “finanza” le ragioni della crisi (avidità delle banche, subprime, assenza di moralità, inefficacia del risk-management, etc.);solo in seconda istanza, la crisi interessa l’ambito produttivo … Sbagliato! Niente di più sbagliato! Anche solo a leggere i documenti ufficiali (Fmi, etc.), non è difficile cogliere la sequenza corretta: tra il 2005 e il 2006 si assiste a una forte contrattura della produzione, che viene aggredita con la speculazione, sino ad arrivare al fatidico 2007, data che segna, mediaticamente, l’inizio della crisi … Insomma, per farla breve, la causa principale della crisi in corso (come delle precedenti) è l’incapacità di realizzare profitti a causa dell’invenduto: la classica, antica, marxiana sovraproduzione … E allora, davvero, il problema sono i nostri occhi: il problema non è come narro la crisi, ma quali verità – ecco la parola magica, l’unica che andrebbe ripresa e ripensata: verità – quali verità devo narrare. Quello della narrazione è un falso problema; o comunque un problema secondario. Non a caso è sulla narrazione che Vendola ha costruito il suo appeal: non avendo nulla da dire di nuovo (provate ad analizzare i suoi contenuti, e ci vedrete, banalizzate in maniera spaventevole, tutte le precedenti deficienze, quelle stesse che hanno portato la “sin. radicale” all’esclusione dal Parlamento!), non avendo nulla di nuovo da dire, dicevo, ricorre a una serie di artifizi retorici (e provate ad analizzare di che tipo, e ci vedrete la peggiore carica empatia di tipo religioso!). Mi dispiace, o arriviamo a capire che abbiamo un grosso deficit di analisi, o resteremo imbrigliati tra le parole …

    Stan. L.

  20. Vincenzo Cucinotta il 20 settembre 2011 alle 09:03

    Il discorso si complica.
    Adesso, Stan ci propone una contrapposizione tra analisi e narrazione, e credo con buone ragioni.
    Però anch’egli dimentica che l’analisi non è un dato primitivo, è essa stessa figlia di qualcosa che la precede. Come, insomma, ci metteremo d’accordo su come condurre questa analisi? Di fatto, mi pare che queste analisi sono già del tutto interne al marxismo ed a quello che ne rimane.
    Leggevo tempo fa un’intervista a Costanzo Preve, e ciò che mi colpiva era la sicumera con cui insisteva sull’importanza di avere gli occhiali giusti per leggere la realtà: neanche a dirlo, era proprio lui il possessore di queste preziose lenti.
    Quindi, mi pare che questo insistere sull’analisi, sia un modo indiretto di rivendicare il metodo marxista.
    Non sarà, mi chiedo, che stiamo girando attorno al problema effettivo? Qui, forse, non si tratta della giusta dose di radicalismo, sull’esserlo troppo o l’esserlo troppo poco, ma su una tradizione marxista che sembra più innamorata di sè stessa che della realtà.
    E se uno non crede alla distinzione tra struttura e sovrastruttura, se crede che ciò che sta nella testa degli uomini è la cosa più importante, assai più del fattore economico, assolutamente sovrastimato ai nostri giorni, se riconosce che porsi il problema della distribuzione delle risorse senza considerare quello dell’entità complessiva della produzione e della sua compatibilità ambientale sia tragicamente sbagliato…
    Se insomma le condizioni storiche che la tecnologia ha creato sconvolgono lo schema che Marx aveva costruito perchè tutti sono uomini del loro specifico tempo, allora questi ha diritto ad essere ascoltato e letto, pur se eretico?

  21. stan il 20 settembre 2011 alle 09:48

    Caro Vincenzo,
    a me non interessa “rivendicare il metodo marxista”. Non mi interessa davvero; mi preme, invece, capire quello che mi circonda. Qui, se permetti, non mi pongo nessun limite, e lo faccio senza preclusione di sorta verso quel tipo di approccio o verso un altro. E lo faccio sempre senza avere la pretesa di infallibilità. Cosa mi permette di capire il presente? Ripeto: prova a leggerti i documenti sulla crisi del Fondo Monetario … Se ci trovo confermate le intuizioni di Marx – e ce le trovo e ce le trova chiunque affronta con onestà la questione – io che faccio? Vado a ritroso, riprendo in mano Marx e vedo cosa può dirmi di utile. Basta? No, non basta; ci vuole anche altro. E in molti, anche nostri contemporanei, sono in grado di offrirmelo, e pure al di fuori del marxismo. Come vedi, nessuna rigidità.

    Permettimi anche un altro appunto. Quando tu dici che credi di più a ciò che sta nella testa degli uomini e assai meno al fattore economico, stai compiendo lo stesso errore dei marxisti “scolastici”: stai staticizzando una relazione, giacché è indubbio che l’economico è importante. Le due dimensioni stanno, tra loro, in un rapporto che è … (ops!) … dialettico: interagiscono e si alimentano a vicenda, talvolta dirigendo uno talvolta l’altro … Se non vuoi ricorrere, anche in questo caso, a Marx, prendi in mano Deleuze (anche Badiou scrive su ciò cose importanti) …

    Quando poi scrivi che il problema della distribuzione delle risorse va considerato insieme a quello dell’entità complessiva della produzione e della sua compatibilità ambientale, non stai dicendo nient’altro che la società ha bisogno di un “piano” complessivo di ripensamento e di riorganizzazione di se stessa …. E sei dentro le intuizioni di Marx! Certo che sono cambiate le condizioni storiche. Ma non è vero che lo schema di analisi del capitalismo proposto da Marx è stato “sconvolto”, né, tanto meno superato. Se mi dici che è superata la sua “ricetta”, posso anche darti ragione; rispetto all’analisi, mi dispiace: non c’è niente di meglio. Ma anche qui rischiamo un eccesso di astrazione. C’è la crisi, ed è una crisi direi epocale; bene, prendiamola di mira, studiamola, vediamone l’essenza, e quindi narriamola ….

    Stan. L.

  22. Vincenzo Cucinotta il 20 settembre 2011 alle 10:39

    Scusa Stan, ma non ci sto ad affrontare una discussione teorica su Marx. Sono certo che tu ne sai molto più di me, avrai molte più letture di me, ma la cosa più importante è che una tale discussione non mi appassiona.
    Io dico cose molto banali (diciamo terra terra?). Dico che il marxismo non mi aiuta.
    Il confine tra struttura e sovrastruttura si può porre dove si vuole, per ragioni retorico-dialettiche il posizionamento di questo confine in modo flessibile può essere prezioso per confermarne la validità, ma il punto che a me interessa è che questa distinzione non è utile. Ogni volta che mi si propone questo rapporto dinamico, finisco con il concludere che questa distinzione non è utile, che sono gli analisti che sovrappongono le loro opinioni alla realtà.
    Adesso, leggo da Stan che Marx aveva affrontato anche il problema della compatibilità ambientale nella produzione di merce, ed è per me davvero una sorpresa. Ora, non ho ragione di dubitare delle parole di Stan che sicuramente avrà rintracciato queste osservazioni nei testi di Marx. Il punto però è un altro, che la vulgata, ciò che a livello di grande pubblico passa del marxismo è che Marx era un fautore della tecnologia e dell’aumento della produzione, dell’aumento della disponibilità di merce, e sicuramente sarà una menzogna.
    Ciononostante, dovremmo finire con il constatare che ci sono troppe letture di Marx e troppo contrapposte tra loro; a questo punto, possiamo svincolarci da una pretesa ortodossia impossibile ed improponibile, e fare tesoro di specifici aspetti del pensiero di Marx, quando ci servono, come un fabbro usa il martello, l’incudine, la tenaglia e così via, senza che passare da un utensile ad un altro possa costituire una specie di tradimento.

  23. andrea inglese il 20 settembre 2011 alle 11:24

    a stan,
    “Quello della narrazione è un falso problema; o comunque un problema secondario.”
    Lo so che tu vuoi parlare dell’analisi della realtà. Mi sembra condivisibile, ma qui si parlava di qualcosa d’altro. Analisi – narrazioni implicite – strategie politiche. Si tratta di cose distinte ma connesse tra loro.
    Che il problema, come lo pongo io, delle narrazioni sia un problema secondario, non lo nego. Proprio per questo alla fine se ne parla poco. Che sia un falso problema, questo è il tuo punto di vista, non il mio. E qui bisognerebbe decidersi: i problemi secondari sono falsi problemi?
    Tu stan vai all’analisi, e quanto mi dici è in parte corretto, anche se andrebbe anticipato tutto, al 73 e giù di lì, perché è da quel momento che gli analisti – con strumenti marxisti ma non solo – hanno visto riorganizzarsi il marcato del lavoro e l’ascesa del capitalismo finanziario.
    Su questo concordiamo con l’abbondante letteratura già prodotta, Stan.
    Ora il problema che credo anche tu ti ponga è: una volta che abbiamo le analis (e già le abbiamo), come è possibile narrarle al grande pubblico, ossia al popolo minore che paga le crisi? Com’è possibile narrarle in modo tale da coinvolgerlo attivamente e, nello stesso tempo, da coinvolgere il mondo istituzionale e politico in tale attività. Qui dobbiamo fare leggi perché le cose cambino. Perché le condizioni di vita delle persone migliorino. Muoversi dal basso è essenziale, ma non basta.
    Il problema delle narrazioni, per secondario che sia, si pone a questo livello. Non al livello di analisi, dove probabilmente concordiamo anche io e te abbondantemente.

  24. andrea inglese il 20 settembre 2011 alle 11:47

    a lorenzo

    “Personalmente, non vedo le due narrazioni che descrive Andrea come rappresentative del variegato popolo di sinistra”

    e

    “4. Resta una narrazione da compiersi, perché è rimasto il vuoto. La politica mondiale, e italiana in particolare, si è spostata come baricentro a destra, pur conservando le sue frange estremiste a sinistra, e così si è creato un grande spazio a sinistra di cui mancano contenuti e simboli. E questo vuoto traspare anche dalle due polarità che vede Andrea: una di centrosinistra molto moderato, una estrema fino all’inverosimile.”

    Scusa, puntualizzo, ma perché mi piace una discussione critica, ma a partire da quanto ho scritto. Il titolo è: “di certe narrazioni della sinistra”, che in termini di insiemistica significa: non di TUTTE le narrazioni della sinistra. Quindi non mi spingo a dire che queste narrazioni sono rappresentative di tutto il variegato popolo, ecc.
    Quello che dico è che: la narrazione tecnocratica corrisponde sopratutto alla dirigenza PD (non al suo elettorato); che la narrazione saturnina riguarda UNA PARTE della sinistra radicale. Qui è più difficile identificarla con una posizione o un gruppo politico. Ma è qualcosa che, a mio parere, esiste. E anche se è secondaria, rifletterci sopra non è inutile, oggi.

    Per il resto, siamo d’accordo. Esiste uno spazio ampio in cui sono possibili ben altre narrazioni. Alcune, poi, che io considero di sinistra, sono state molto aggreganti ed efficaci. Quello di Lorella Zanardo, ad esempio. E ancora di più quella del comitato “Se non ora quando”. Ma mancano ancora delle narrazioni più inclusive – anche se oggi cominciano a formarsi. Il movimento no-global o altermondialista nell’arco di tre anni è stato in grado di produrre una narrrazione inclusiva, che attraversava le varie anime della sinistra, anche parlamentare, mettendo assieme anche movimenti femministi, movimenti cattolici, ecc.
    I problemi che afrontiamo oggi sono ancora quelli lì, aggravati, resi più espliciti. Eppure abbiamo per ora solo “movimenti”, manca ancora un nuovo “movimento dei movimenti”. Questa mia riflessione, per quel che vale, è un contributo a creare una cultura da “movimento dei movimenti”.

  25. Vincenzo Cucinotta il 20 settembre 2011 alle 12:07

    Come un’analisi non si regge da sè, senza una teoria preliminare, così anche la narrazione non può autosostenersi.
    Se usiamo allo stesso modo il termine “narrazione”, allora essa non è certo una teoria, ma ha una funzione descrittiva, come, è l’esempio che meglio mi viene in testa, il modello nelle scienze sperimentali: il modello non è certo la teoria.
    Se così concordiamo con ciò che intendiamo con narrazione, dovremmo convenire che occorre uno sforzo teorico, che occorra una nuova filosofia.
    Movimenti ne vedo molti, ma purtroppo ne vedo la limitatezza, il respiro corto, proprio perchè si parte da sè stessi, esattamente come si è, senza porsi il problema di cambiare innazitutto sè stessi.
    C’è anche un altro tipo di movimenti, e sono quelli del separatismo. Potrei citare a titolo esemplificativo quelli della decrescita felice ad esempio, ma ce ne sono tanti altri. Essi condividono la logica della casamatta, di isolare un loro piccolo mondo interno alla loro comunità, senza aspirare a praticare una soluzione per tutti, e così eludono il problema del potere.
    Bisogna invece capovolgere la stessa Weltanschauung, studiare, fare militanza, praticare la logica di piccolo gruppo, ma con una visione generale.

  26. leclochard il 20 settembre 2011 alle 12:36

    “Una tale concezione “religiosa” del potere si sposa con una corrispondente concezione della lotta per il suo sovvertimento. Per il militante inflessibile, quindi, non esiste il concetto di campagna politica, ossia di una battaglia per un obiettivo specifico, che nell’arco di un tempo determinato possa essere valutata nei suoi esiti. Queste chimere riformiste sono sostituite dall’idea di una mobilitazione infinita, che non si misura in termini di riuscita o fallimento, ma di maggiore o minore purezza della passione rivoluzionaria”.

    Non faccio a tempo a leggere tutti gli interventi e quindi legarmi alla discussione in modo più approfondito. Porto una semplice testimonianza a riprova di quel concetto di purezza della passione rivoluzionaria che sembra oggi il nocciolo del problema e in assoluto il maggior freno all’iniziativa collettiva su larga scala. Vicenza, movimento no dal molin. I suoi appartenenti guardano al resto della cittadinanza come ad una orda di borghesi impigriti e stupidi; attaccano senza remore gli appartenenti ad altre idee politiche senza esclusione di colpi e spesso con una pesantezza nelle espressioni che non solo ha poco a che fare con la buona educazione ma che si potrebbe definire una forma di violenza. ( curioso come questa violenza sia in effetti una testimonianza, dal loro punto di vista, di quella purezza della passione rivoluzionari citata poc’anzi). Io stesso ho assistito ad un attacco, da parte di uno dei suoi appartenenti, nei confronti di una ragazza con il padre leghista, un politico giunto all’attenzione delle cronache per essere stato fermato ubriaco una sera.
    Ho assistito ad un attacco condannante e feroce, con punte, a mio parere, di vera e propria discriminazione.
    Vicenza, qualche mese dopo.
    Il portavoce del sindaco viene fermato dalla polizia e trovato ben oltre il limite alcolico consentito; scatta il ritiro della patente. L’assessore rappresentante il movimento no dal molin scrive un articolo sul giornale di difesa del suddetto. Nessuno dice niente e sono tutti d’accordo.
    come mai? frazionismo, purezza, fanatismo..parole su cui si può effettivamente costruire una riflessione sulla coscienza contemporanea. Chissà cosa direbbe Debord…forse nemmeno lui ci capirebbe molto.
    P.s. e io sono di sinistra

  27. stan il 20 settembre 2011 alle 13:56

    Sì, Andrea,
    alla fine possiamo capirci. Sul come narrarre “al grande pubblico” i risultati delle analisi, e su come fare in modo che vengano utilizzate al fine di cambiare la situazione, io trovo ancora insuperate le “ cinque difficoltà per chi scrive la verità” di Brecht …

    A te, Vicenzo, mi sento di dirti solo questo:
    le discussioni teoriche mi interessano, anche quelle su Marx (ma non solo su Marx). A te il marxismo non aiuta? Per me non è un problema; e non lo è se poi ho l’opportunità di incontrarti a iniziative concrete di “resistenza” e di “lotta”. Ognuno di noi dovrebbe smettere i panni che indossa e provare l’incontro con l’altro: solo così, tra simili, si potrà aprire una fase nuova …

    Stan. L.

  28. andrea inglese il 20 settembre 2011 alle 16:06

    grazie leclochard,
    e di esperienze simili se ne potrebbero portare tante; in effetti, io ho cercato di esplicitare alcuni assunti, diciamo, narrativi, per comprendere quello che è unanimemente riconosciuto come uno dei difetti storici della sinistra radicale, ossia il “settarismo”. Solo che dire “settarismo” significa restare a un livello di condanna generale.
    Se invece si riflette dall’interno a questo settarismo, emergono aspetti più importanti. Almeno è quello che ho cercato di fare io.
    Ora, quando a une riflessione sul settarismo di certa sinistra radicale si risponde dicendo: “settarismo? ma chi è costui?”, a me viene in mente un’esperienza che ho fatto diverse volte a cena con degli amici.
    Ho toccato il tema della gelosia, per dire: ma voi come siete messi con la gelosia? Come ve la gestite?
    Risultato: “Gelosia, ma quale gelosia?” E ogni volta ho dovuto constatare che la gelosia è un sentimento ormai del tutto estinto. Nessuno ne vede in sé alcuna traccia. Oppure, semplicemente, nessuno vuole assumersi questo aspetto poco piacevole di sé.

    a stan,
    per spostare un po’ il discorso, e farlo magari procedere,
    l’ultimo numero di alfabeta2 contiene un dossier intitolato “Per un’altra economia” curato da Stefano Lucarelli, un economista eterodosso, ossia non allineato sulla vulgata liberista. Io ho seguito con grande attenzione questo dossier di Lucarelli e uno dei temi di cui abbiamo discusso di più è quello della “divulgazione”. E lui, che è un economista non allineato, riconosce che questo è un punto importante. E che ha una rilevanza politica. Gli unici che divulgano massicciamente sono al soldo del paradigma economico dominante.

  29. omniaficta il 20 settembre 2011 alle 18:22

    Vorrei far retrocedere il discorso (scusa Andrea) ad una questione apparentemente risolta. Dite: ci sono l’analisi, lo sguardo, da una parte e “poi” ci sono la narrazione, la divulgazione. Questa è una visione un po’ semplicistica, da teoria dello storytelling. In realtà, siccome non siamo all’età della pietra, le narrazioni ci precedono e ci “formano” più di quanto vogliamo ammettere. Quindi occorre dire, con maggior correttezza antropologica, che una narrazione è uno sguardo. Non vorrei essere scambiato per un costruttivista, attenzione. Il mondo esiste (prima delle narrazioni, ovvio) e ci puoi stare dentro in molti modi. Ma nel momento in cui non ti limiti a descriverlo, ma cerchi di osservarne la storia (ovvero la dinamica degli eventi) e di articolare queste osservazioni nel linguaggio verbale, ecco, allora stai già costruendo una narrazione (anche se per convenzione ti sembra di “fare teoria”). Non so se sono riuscito a essere chiaro, probabilmente no. Quello che vorrei dire è che non si tratta di trasferire un “contenuto” da chi sa a chi ignora. Perché in realtà tutti sanno qualcosa e in tutte le teste si svolge una lotta tra narrazioni. Temo che il “paradigma economico dominante” abbia colonizzato ampiamente questo campo di battaglia. E che occorre finalmente aprire gli occhi su questa “realtà”.

  30. andrea inglese il 20 settembre 2011 alle 19:44

    a omniaficta,

    hai giustamente complicato la faccenda, ma anche spostato il discorso…
    Si tratta in ogni caso di temi per me molto importanti.
    Ora, provo a chiarire cosa intendo con il termine divulgazione. Non esclusivamente una trasmissione di contenuti da un sapiente ad un ignorante. Ma una traduzione, che abbia in sé una valenza in qualche modo estetica oltreché conoscitiva. E per chiarire, t’incollo un brano di un mio post di qualche tempo fa, intitolato “diario di un idiota sulla crisi economica”:

    “La crisi affettiva

    La crisi è effettiva. Non solo l’hanno detto le immagini degli impiegati di Lehman Brothers che riempivano i cartoni dei loro oggetti personali e sfilavano ai piedi del grattacielo in pieno giorno. Non solo l’hanno detto le rarissime immagini (ora già in via di cancellazione dalle menti) dei quartieri spopolati di Cleveland e altre metropoli statunitensi, con le case pignorate dalle agenzie di credito immobiliare, messe in vendita a meno del 50% del loro prezzo originario. Non solo l’hanno detto le immagini dei telegiornali, mostrando immagini di rivolta nelle piazze di diverse cittadine europee, in Grecia, in Gran Bretagna, in Spagna. La crisi è effettiva, lo ha detto anche il presidente degli Stati Uniti d’America. Eppure, ci ricorda Frédéric Lordon: la crisi non è (ancora) affettiva: la sua complessa articolazione reale è resa immediatamente solubile dalle agenzie dell’amnesia quotidiana, che tutto isolano, disgregano, livellano. Anche gli esperti più indipendenti, più critici nei confronti dell’ideologia dominante, non fanno che proporre analisi. Ma il concetto, ci ricorda Lordon nella postfazione di un suo recente libro, non ha di per sé forza, se non è portato dall’affetto. Se la verità non trova, non suscita la passione capace di muovere i corpi che la pensano, rimane inefficace. “Il capitalismo non resiste, forse, all’oltraggio abnorme della crisi presente, non si mantiene in piedi nell’inverosimile sprofondamento intellettuale e morale che dovrebbe inghiottirlo? Contro i vantaggi inerziali della dominazione, tutti i mezzi sono buoni, tutto va preso in considerazione, cinema, di finzione o documentaristico, letteratura, foto, fumetti, istallazioni, tutti i procedimenti vanno considerati per poter realizzare delle macchine produttrici di affetti.”

    Così Lordon, economista spinoziano, come ama definirsi, in D’un retournement l’autre. Comédie sérieuse sur la crise financière. En quatres actes, et en alexandrins (Da un capovolgimento all’altro. Commedia seria sulla crisi finanziaria in quattro atti e in alessandrini), da cui questo passo è tratto.

    (NB: Nei seminari pubblici sul neoliberismo, ricordati di convocare un mimo, un marionettista e un cantastorie.)”

    Ribadisco, le analisi ci sono. E anche delle visioni alernative. Ma non circolano a sufficienza, e sopratutto non in diverse forme. L’ideologia dominante viaggia attraverso tutti i canali, tutte le forme e i generi audiovideo, stampati e non.
    Il problema non è che c’è qualcuno che sa e qualcuno che non sa. Ognuno sa bene certe cose, si tratta di ampliare e intrecciare questi spazi di sapere. E di fare circolare strumenti che rendano intelligibile il mondo, permettendo di agire su di esso. Finché viviamo nella carvena dominata dalle “ombre” sfuggenti dei “mercati finanziari”, non possiamo che muoverci a tastoni. Ma ripeto i saperi circolano dall’alto e dal basso, laddove c’è un esperienza – anche nel più merdoso dei lavori – c’è un sapere specifico sul mondo e la società che va valorizzato.
    I saperi circolano dal più specialistico e mediato a quello più diretto e immediato. Vi è un sapere del mondo del migrante clandestino che se fosse condiviso pubblicamente avrebbe la forza di com-muovere anche i più inerti e indifferenti cittadini.

  31. carmelo il 20 settembre 2011 alle 23:19

    L’articolo, penso su questo siano tutti d’accordo, ha il pregio di affrontare un problema reale, serio e grave: l’incapacità della sinistra, o meglio di tutta la sinistra, di leggere la realta, di capirne la dinamica e, quindi di dotarsi degli strumenti teorici e pratici per guidarne la tarsformazione.
    Il mondo sta cambiando. Stanno saltando tutte le categorie interpretative economiche e politiche.
    Il mondo sta cambiando e le ricette neoliberiste della destra sono ridicole per non dire di peggio.
    Bisogna partire dal fatto che il mondo sta radicalmente cambiando mentre noi (e qui vorrei dire con forza noi tutti, non solo una fantomatica classe dirigente, non solo il pd o la sinsitra radicale) continuiamo a pensare ad agire e lottare illudendoci di vivere nel secolo scorso.
    L’idea che per scongiurare la crisi bisogna consumare di più se prima era immonda orA è PERVERSA.
    Se vogliamo essere concreti e non retorici e incloncudenti, dobbiamo capire che cosa è cambiato e sta continuando a cambiare (qui di cose da dire ce ne sarebbero tante), per adottare concretamente un NUOVO STILE DI VITA E DI PENSIERO
    Una breve risposta A Lorenzo galbiati riguardo la domanda retorica su chi condivide l’idea di rendere pubblica la condizione omosessuale di omosessuali “privilegiati” e in quanto tali omofobi.
    L’incapacità della sinistra di rapprentare le istanze degli omosessuali (ma in genere di tutto ciò che attiene la sfera dei diritti civili) e di imporle nel parlamento e nel paese dimostra la grande arretratezza della sinistra medesima anche rispetto alle forze moderate di altri paesi e giustifica questo tipo di iniziative a quanto pare incomprensibili in un paese cattolico come il nostro (qui si è parlato di fascismo e altre simili cazzate) ma perfettamente pacifiche nei paesi protestanti che se permettete, quanto a diritti civili hanno molto da insegnarci

  32. Vincenzo Cucinotta il 21 settembre 2011 alle 08:50

    Vedo che si è creata una certa confusione su termini che dovrebbero invece essere chiari.
    Dalla mia prospettiva, sono convinto che la società di oggi, come ogni società, ma oggi forse perfino in misura maggiore, abbia una sua ideologia, o se preferite userò il termine meno controverso “Weltanschauung”.
    Cambiare la società significa inevitabilmente cambiare tale Weltanschauung, e la cosa non è così semplice. Ci sono problemi teorici già nella fase di elaborazione, ce ne sono ancora nella fase di proposta, ce ne sono molti di più nella fase di messa in opera, perchè noi siamo uomini del nostro tempo, e dobbiamo lottare contro noi stessi.
    Per questa ragione, sono convinto che lo schema leninista dell’avanguardia, in grado di esercitare un’egemonia nella società, sia ancor oggi valido, anzi la vedo come l’unica possibilità, e sento puzza quando si parla di movimenti spontanei: ho la convinzione che spontaneamente dal Weltanschauung in cui si è cresciuti, sia pressocchè impossibile uscire.
    Nell’esercitare l’egemonia, interviene ciò che qui è stata chiamata “narrazione”, ma il momento dell’elaborazione teorica precede tutto questo. E’ chiaro che tutti i momenti sono ugualmente importanti, ma trovo del tutto fisiologico che chi più ha studiato e riflettuto possa svolgere un ruolo docente verso chi lo ha fatto di meno.
    Vedere i viola che da alcuni blog si organizzano tra loro senza alcun substrato teorico che li accomuni, vedere gli indignados che riempono le piazze, ma sempre su obiettivi molto specifici, mi fa ricordare che esiste l’esigenza del cambiamento sociale, ma non che esistano già belle e pronte le persone per portare avanti questo progetto.
    In questo, quindi, ho un’opinione differente da tutte quelle qui espresse: gli unici strumenti teorici che abbiamo, li dobbiamo a un pensatore vissuto un secolo e mezzo fa, che ha egli stesso attraversato differenti fasi, su cui vi è un dibattito enorme, che porta a interpretazioni conflittuali di quanto scrisse. A me pare un po’ poco in verità, e credo che stia qui il punto debole.
    Del resto, se qualcuno prova ad elaborare qualcosa di nuovo, viene ignorato, c’è una difficoltà da parte del ceto intellettuale a svegliarsi dalla propria pigrizia mentale. Ciò che si fa fatica a costituire, è un nuovo gruppo dirigente, quella che prima chiamavo avanguardia, e davvero credo che la gente sia pronta, anzi sia prontisisma, che proprio non aspetti altro di aggregarsi a chi gli offre un appiglio convincente: ma chi glielo offre questo appiglio, è l’offerta teorica che latita.

  33. leclochard il 21 settembre 2011 alle 10:47

    Ieri sera, a Ballarò, una filosofa si è dilungata sulla critica alla mercificazione contemporanea del corpo femminile, tra applausi scroscianti. Utile? inutile? e chi lo sa? un discorso medioevale senza capo né coda o una legittima denuncia di un fatto condannabile a tutti i livelli? e ancora, il libero e sacrosanto libero arbitrio non può condurre una donna alla prostituzione, se questo è ciò che vuole fare per guadagnarsi da vivere? no, non può perché nel nostro paese è illegale, ma non certo perché assistiamo ad una decadenza morale. O forse si?
    Ecco, questo è a mio parere un esempio della Weltanschauung contemporanea; una accozzaglia di idee contrapposte tra loro, nate e alimentate dal bombardamento mediatico e radiofonico perfettamente tarati su caratteri vizi e virtù della popolazione. Giannini cita il Bild come giornale attendibile quando denunci il futuro collasso Italiano e ha ragione Belpietro a sottolineare il fatto che trattasi di giornale gossipparo…dice bene Cucinotta…è l’offerta teorica che latita…non ci sono più intellettuali in grado di fare da traino culturale e ideologico, in grado di motivare le persone…lo stesso grillo denuncia ingiustizi soprusi e scandali ma, in effetti, non comunica, o forse non la capisco io, una chiara proposta politica.

  34. andrea inglese il 21 settembre 2011 alle 10:53

    a vincenzo e carmelo,

    in grande sintesi;
    carmelo introduce il tema della decrescita, che di per sé smentisce l’affermazione di vincenzo, per il quale:

    “gli unici strumenti teorici che abbiamo, li dobbiamo a un pensatore vissuto un secolo e mezzo fa,”

    il che vorrebbe dire che per un secolo e mezzo nessuno ha più pensato dopo marx, se non per interpretarlo; e ciò è falso, e meno male;
    una prova che si è pensato al di là di marx, è data dalle teorie della decrescita, quelle che ci ricorda carmelo;

    ora la frase di vincenzo io la considero un pezzo di narrazione, con quel tanto di mitico che si porta dietro; non è infatti una vera e propria teoria del pensiero contemporaneo né è una proposta politica specifica; offre un orizzonte di senso nel quale, come soggetti, possiamo inserirci, agire, pensare.

    Il tema della dcrescita nasce da una teoria, da analisi della realtà, ecc., ma prima di diventare proposta politica deve poter in qualche modo diventare narrazione, all’interno della quale qualsiasi cittadino si può calare, e non solo un esperto di tematiche ecologiche, uno scienziato, o uno studioso di diritto.

    Certo, il discorso rimane inevitabilmente schematico, ma credo che permetta di comprendere quell’articolazione tra teoria-analisi della realtà – narrazione condivisa – proposte e obiettivi politici.

    sul modello leninista: io trovo fondamentalmente che sia un modello obsoleto, in un mondo che ha visto crescere in ogni paese – e non solo in occidente – il tasso d’istruzione della popolazione; quel modello è nato nei primi anni del secolo scorso, quando le classe popolari scontavano una mancanza di strumenti d’autonomia intellettuale, poiché era preclusa ad esse l’istruzione.

    Oggi il modello libertario – prevalente in tutti i movimenti, dal nordafrica all’europa, alla cina e al sudamerica – non è certo “magico” e “infallibile”, ma mi sembra il frutto di una società che nel corso di cento anni è cambiata un pochettino.

  35. Ennio Abate il 21 settembre 2011 alle 11:08

    @ Inglese

    «Per il militante inflessibile, quindi, non esiste il concetto di campagna politica, ossia di una battaglia per un obiettivo specifico, che nell’arco di un tempo determinato possa essere valutata nei suoi esiti. Queste chimere riformiste sono sostituite dall’idea di una mobilitazione infinita, che non si misura in termini di riuscita o fallimento, ma di maggiore o minore purezza della passione rivoluzionaria.»

    Mi sembri un Berardinelli da «Stili dell’estremismo» in ritardo, un abile replicante della teoria dei «doppi estremismi», ottimamente ma astrattamente aggettivati («tecnocratica e paternalista, e l’inflessibile e frazionista»). Forse il tuo sogno di una «dialettica tra democrazia partecipativa e democrazia rappresentativa» spiega perché è stato sfigurato a Genova «il tesoro dell’esperienza politica […], nata a Seattle»?
    Quanto alle battaglie per un «obiettivo specifico» hai taciuto ( e mai me lo sarei aspettato) sulla mia richiesta alla redazione di NI di fare un bilancio a sei mesi della guerra in Libia. Non era, non è un «obiettivo specifico» questo?. E poi fai le lezioncine a destra e a manca. Proprio Bravo!

  36. Vincenzo Cucinotta il 21 settembre 2011 alle 11:38

    @Andrea
    Ho letto abbastanza sulla decrescita, e del resto il mio personale impegno teorico si esercita in quella direzione.
    Del resto, avevo citato come esempio di separatismo i gruppi della decrescita felice di Pallante, ma certo che le considerazioni teoriche di questo gruppo fanno piangere, tanto per non lasciare dubbi sulla mia opinione in proposito.
    Ci sono gruppi per la decrescita ben più seri, ma tutti si fermano sulla soglia del problema del potere, e di che struttura istituzionale debba avere la società agognata.
    Ma comunque un dubbio viene in evidenza: come è possbile che eisstano tante differenti visioni della decrescita (io comunque considero la parola decrescita un elemento di dipendenza teorica dal pensiero dominante della crescita ininterrotta, in quanto si qualifica come opposizione ad essa, e quindi ne è succube).
    Abbiamo tanti differenti gruppi tutti propugnanti la decrescita, perchè latita la teoria, perchè le proposte non pretendono di avere un robusto substrato filosofico, ma sembrano piuttosto rispondere ad esigenze personali, a un disagio individuale che come tale non ha le caratteristiche necessarie per prospettare soluzioni che valgano per tutti.
    Non capisco poi il commento alla mia frase che non voleva certo essere nè teoria nè narrazione, era solo un’osservazione.

    Sviluppare una teoria in un commento mi sembrerebbe francamente ridicolo, c’ho scritto un libro, e chi fosse interessato se lo legga, qui
    posso soltanto fare un discorso di inquadramento generale.

  37. Federico Gnech il 21 settembre 2011 alle 11:50

    @Andrea Inglese

    “sul modello leninista: io trovo fondamentalmente che sia un modello obsoleto, in un mondo che ha visto crescere in ogni paese – e non solo in occidente – il tasso d’istruzione della popolazione; quel modello è nato nei primi anni del secolo scorso, quando le classe popolari scontavano una mancanza di strumenti d’autonomia intellettuale, poiché era preclusa ad esse l’istruzione.”

    Mi sembra una spiegazione semplicistica da una parte, ambigua dall’altra. E’ facile storicizzare, meno facile è fare delle scelte e dare dei giudizi precisi, appunto perché si rischia di dover lasciare quell’ultimo lembo della coperta di Linus.
    Sei sicuro che esista una relazione diretta tra grado di istruzione e autonomia intellettuale? E quanta “autonomia intellettuale” richiede(va) il leninismo? Mah.
    Buffo poi che ti si dia del ‘Berardinelli’…il quale, detto francamente, avrebbe ancora molto da insegnare a tutti voi.

  38. Federico Gnech il 21 settembre 2011 alle 11:56

    @Le Clochard

    Ah, Michela Marzano è una “filosofa”? Caspita. A me sembrava la Sora Cesira dal pizzicagnolo…buono a sapersi!
    (comunque la prostituzione in Italia non è illegale, è reato il suo sfruttamento).

  39. omniaficta il 21 settembre 2011 alle 12:06

    Grazie Andrea, dalla tua risposta deduco che ci siamo capiti e che le nostre convinzioni sono abbastanza simili. E problematiche.

  40. leclochard il 21 settembre 2011 alle 12:16

    (comunque la prostituzione in Italia non è illegale, è reato il suo sfruttamento). e quindi, di fatto, è illegale.
    Premesso il fatto che qui siamo tutti certi di poter ricevere insegnamenti da chiunque, ed io per primo, sta succedendo una cosa molto comune… il discorso perde progressivamente i contenuti propositivi per diventare una riflessione speculativa sugli argomenti portati a giustificazione delle posizione sostenute. La relazione tra il grado di istruzione e l’autonomia intellettuale dell’individuo è in effetti una attribuzione dai caratteri astratti, ma, tuttavia, le nuove generazioni figlie di una borghesia o di una piccola borghesia che li ha messi in condizione di studiare – di cui faccio parte anch’io- sono effettivamente in grado oggi (o sarebbero) di confrontarsi di più a livello intellettuale e ideologico. Il fatto che non lo facciano deriva da una forma di pigrizia che non solo è disaffezione ma che paradossalmente li fa sentire “persone libere”…ci sarebbero molti punti da sottolineare e analizzare con gli opportuni strumenti e credo che l’analisi debba essere trasversale, ossia assuma caratteri sociologici oltre che politici. Mi piacerebbe che il discorso andasse avanti anche con affermazioni istintive e, forse, poco strutturate. Sarebbe comunque meglio di assistere ad una latta tra intellettuali per accaparrarsi la palma del più intelligente.

  41. andrea inglese il 21 settembre 2011 alle 14:39

    a vincenzo,

    ho preso l’esempio delle teorie della decrescita, perché quelle che si presentano con sufficiente serietà – penso a Latouche – evidenziano la frattura con la tradizione marxista, senza per altro rinunciare a una buona fetta della strumentazione teorica del marxismo. E siccome si parlava di Marx, come unica fonte di un pensiero critico attuale…

    Quanto al fatto che esistano varie teorie della decrescita, a me sembra un fatto piuttosto positivo. Tra le teorie deboli ce nesaranno anche di forti. E questo contribuisce a costituire una narrazione collettiva. Non pensi? Cos’è successo in fondo con l’ecologia? Fino agli anni settanta sembrava una fissazione di minoranze bizzarre. La sinistra tradizionale non se ne interessava. Da un certo momento in poi, neanche un partito di destra puo’ omettere del tutto tematiche ecologico nel proprio programma. Questo non vuol dire che allora le cose siano grandemente migliorate e i problemi risolti. Ma esiste una narrazione ampiamente condivisa sulle minacce al pianeta, che non puo’ essere più elusa oggi, come invece poteva esserlo 40 anni fa.

  42. andrea inglese il 21 settembre 2011 alle 14:51

    a federico,

    sul modello leninista, non sono un politologo, quindi non faccio che fornire in modo molto succinto una mia opinione. D’altra parte, per ora, nessun argomento mi ha convinto del contrario. Mi piacerebbe molto pero’ che se ne discutesse. Liberamente. Tu trovi che si discuta molto in giro, sulla validità attuale del modello leninista e sui bilanci da un punto di vista storico, ecc.? Se qualcuno ha libri o interventi da segnalare, lo invito a farlo.

    Quanto alla tua domanda: “Sei sicuro che esista una relazione diretta tra grado di istruzione e autonomia intellettuale?”
    A livello generale, assolutamente si. Per altro, è proprio la storia dei regimi socialisti e comunisti non solo in Europa ma anche in Africa, Asia e Sudamerica che ha sempre enfatizzato l’importanza di istruire il popolo, per fornirgli appunto strumenti di autonomia e difesa intellettuale.
    Possiamo naturalmente predicare l’analfabetismo, sostenendo che meno le persone sono istruite, più sono autonome intellettualmente. Io pero’ non ci sto.
    Dopodiché possiamo parlare molto su che cosa s’intenda per istruzione, sulle istituzioni scolastiche, su tante cose. Possiamo discutere Illich e Don Milani, ma abbiamo già in qualche modo riconosciuta l’importanza di quel nesso.
    Il mio mestiere è poi quello dell’insegnante, quindi parlo anche a partire da un’esperienza diretta.

  43. Vincenzo Cucinotta il 21 settembre 2011 alle 15:05

    @andrea
    Le questioni ambientali non possono essere eluse, ma poi chi le vuole eludere? Che si accomodino anche loro sul palcoscenico dell’attualità, fanno vendere biglietti anche loro.
    Il punto è che vengono metabolizzate e diventano innocue, ininfluenti.
    Oggi, in piena crisi economica, stanno tutti ad invocare la crescita come fosse lo spirito santo: chi pensa che quel modello è inservibile, che bisogna pensare ad orientare le scelte economiche ad una certa programmazione delle risorse, all’autolimitazione della produzione?
    Il punto su cui non conveniamo è se davvero ci vuole un rovesciamento di Weltanschauung, perchè, come io credo c’è una società globale totalizzante, dal conformismo più becero, che si comporta con i movimenti e le loro tesi come facevano i romani con le religioni dei popoli che assoggettavano, li accoglievano nella vasta comunità degli dei, tanto, cosa poteva cambiare una divinità in più o in meno?
    Questa è una società onnivora che trasforma qualsiasi delizia del palato in merda, ed è per questo, e mi prendo naturalmente le accuse di velleitarismo (me le merito tutte, lo ammetto), che non credo agli obiettivi intermedi.
    Soltanto vorrei essere creduto: non è che voglia tutto e subito, è che sono convinto che o crolla un certo ordine che è prima di tutto culturale, o non si esce da questo mondo mercificato.

  44. andrea inglese il 21 settembre 2011 alle 15:38

    a vincenzo,

    sulla necessità di un mutamento radicale, nelle categorie di pensiero, nelle politiche e nelle nostre abitudine, concordo. (Anche se cambiare le abitudini farà un gran male, ecc.) Dopodiché se uno si disinteressa degli obiettivi intermedi – ossia delle concrete forme di transizione tra un ordine e un altro – non c’è che aspettare fatalmente il crollo, come tu dici.
    Solo che a quel punto nessuno sa che cosa crollerà e che cosa resterà in piedi. Dal momento che nessuno ha cercato di governarlo quel crollo.
    (Nel crollo non è mica detto che ci restino sotto i più responsabili e spietati.)

  45. Federico Gnech il 21 settembre 2011 alle 15:52

    Andrea, grazie della risposta. Nemmeno io sono un politologo, e non credo di poterti fornire una bibliografia aggiornata. In generale mi pare che si sia parlato molto, a partire da un raccapricciante tentativo di Losurdo, di Stalin (forse piú come esperienza storica che come dottrina). Diciamo che il leninismo di per sé non mi sembra un argomento all’ordine del giorno. E’ roba invecchiata male, come dire.
    Certo, se lo intendiamo come classico problema dell'”avanguardia rivoluzionaria”, allora lo dobbiamo associare per forza al dibattito sulle condizioni materiali necessarie perché vi possa essere una rivoluzione: ecco secondo me l’argomento primario. Difficile trattarne in un commento.
    Mi interessa di più la parte sull’istruzione. Capisco l’intento retorico, ma naturalmente nessuno qui vuole ‘predicare l’analfabetismo’. Non è di questo che parlavo. Siccome insegni, saprai bene che l’indipendenza intellettuale non è mai il prodotto meccanico della cultura (nel senso dell’erudizione o delle competenze teoriche). L’educazione dovrebbe servire proprio a scegliere autonomamente i propri ‘strumenti’, a costruire il proprio discorso – e scusa se dico una banalità, ma non riesco più a dare nulla per scontato.
    Poi c’è la ‘formazione politica’ propriamente detta. Esiste un crinale, mai abbastanza largo, tra l’educazione e l’indottrinamento. E tuttavia sí, se esiste un’eredità bella, NON dei regimi del socialismo reale, ma del movimento operaio ‘occidentale’, è quella educativa, quella per cui un operaio iscritto al PCI poteva discutere con l’intellettuale, perché aveva la possibilità di usare almeno in parte gli stessi strumenti. Certo le biblioteche di sezione erano piene di tanta porcheria (ho ricevuto in dono da un amico anarchico un atroce pamphlet di propaganda contro l’insurrezione ungherese del ’56, imbarazzante residuo del passato di cui una sezione del PD di Venezia si è liberata…prima o poi lo metto in rete :-).
    Ma vogliamo paragonare quegli anni ai nostri? Erano piú “svegli” gli operai di allora di un laureato in lettere rincretinito dalla playstation. Io, almeno, ci voglio credere. Per questo dico che anche se si passa per semicolti, e si è portato foucault all’esame, e si è connessi con mezzo mondo, è tutto da dimostrare che si sia conquistata la propria autonomia intellettuale.

  46. marco baschirotto il 21 settembre 2011 alle 15:54

    Ribaltare la Weltanschauung, per ora, nel nostro mondo, appare impossibile. Dovrebbe accadere quello che huxley ha descritto nell’isola di Pala, un mondo utopico in cui cortesia e gentilezza costituiscono il fondamento dei rapporti, in cui l’arte è a servizio dello spirito e non del mercato, in cui l’educazione si basa su modelli completamente diversi dai nostri. ( a Pala i bambini cambiano genitori quando e come vogliono, esiste cioè una adozione diffusa temporanea e condivisa). La natura, a Pala, è sacra. Il romanzo è del 1962; un altro libro che tutti conosceranno, dello stesso autore, risale al 1932, titolo ” il mondo nuovo”, un romanzo tacciato di visione semplicistica da Adorno ma in effetti considerabile una lucida e visionaria predizione del futuro, anche del nostro. di quello, cioè, che stiamo vivendo oggi. E quindi? Ribaltare la visione del mondo, come dice Vincenzo, significa cambiare le coscienze, rinunciare ai nostri modelli di vita, rinunciare anche a tante comodità oggi vendute come tali ma in effetti qualificabili come pedoni del regime tecnocratico. Vi sembra realmente possibile? Lo sarebbe cambiando l’educazione, l’istruzione, perfino religione. Mi sembra un discorso ampio, perfino troppo. intanto sarebbe auspicabile che i nostri amministratori si dessero da fare per tutelare il paesaggio, valorizzare la natura e l’economia verde, pensare a modelli di sviluppo urbanistico diversi, concentrare le risorse per recuperare gli edifici e ripensarne la funzione.
    E l’elenco sarebbe infinito. un economia della decrescita in tempi in cui i contorni non sono più chiari ed in cui il consumismo sembra essere una reazione isterica a una qualche forma di ansia interiore generalizzata mi sembra attuabile quanto liberare gli animali dallo zoo di Philadelphia, come in quel bellissimo film di Terry Gilliam, ” l’esercito delle 12 scimmie”…

  47. andrea inglese il 21 settembre 2011 alle 16:16

    a federico

    “Ma vogliamo paragonare quegli anni ai nostri? Erano piú “svegli” gli operai di allora di un laureato in lettere rincretinito dalla playstation.”

    No. Ecco un altro tipo di frammento narrativo che non sottoscrivo.

    Detto questo, cerchiamo di capirci. Evidenziare il nesso tra livello d’istruzione e autonomia intellettuale, significa dire: dove non c’è alfabetizzazione, non c’è istruzione superiore, le condizioni di un’autonomia intellettuale sono più difficili che laddove abbiamo debellato l’analfabetismo e abbiamo un’università democratica e di massa.
    Se per amore di polemica contro il laureato che adora il grande fratello dimentichiamo questi nessi, apriamo la porta alla barbarie e ai nostri peggiori nemici. Quelli che vorebbero che l’istruzione sia associata al censo, come due secoli fa.

  48. Federico Gnech il 21 settembre 2011 alle 20:34

    @ Andrea

    “dove non c’è alfabetizzazione, non c’è istruzione superiore, le condizioni di un’autonomia intellettuale sono più difficili che laddove abbiamo debellato l’analfabetismo e abbiamo un’università democratica e di massa.”

    Ecco un discorso riformista! :-) Ma come lo devo spiegare che nessuno nega il valore della scuola pubblica e dell’università di massa come condizioni fondamentali per qualunque discorso critico. Il punto, semplicemente, è che si tratta di condizioni necessarie MA NON SUFFICIENTI.
    Ci stiamo dimenticando due cose: 1) la scuola e l’università non sono più le uniche agenzie culturali sulla piazza 2) l’industria culturale nella sua accezione più larga è diventata quello che la fabbrica era un tempo. E non è un fatto naturaliter positivo, come un lesso toni negri ripete da anni.
    Forse per un riflesso di identificazione tu pensi al laureato come alla figura di base del pensiero critico. Ma è proprio così, o stai pensando ai colleghi d’università? Siamo sicuri che l’autonomia intellettuale si possa separare dal legame organico col mondo della produzione? In soldoni: il punto non è che ci sia “il laureato che adora il grande fratello”. Ma che questo stesso laureato, svezzato dalla tv, LAVORI per il grande fratello (o per l’isola dei famosi o che so io)

  49. carmelo il 21 settembre 2011 alle 21:48

    leggere è piu’ importante che scrivere.
    Questa frase semplice quasi banale nasconde una grande grandissima verità che cercherò di esprimere in poche parole.
    Per poter narrare il mondo bisogna prima leggerlo, con uno sguardo nuovo.
    Noi, come dice Franco farinelli guardiamo il mondo con delle lenti distorte del secolo scorso quando va bene. Qunado va male ahimè, rinunciamo persino a leggerlo, farnetichiamo su tutto senza averne la competenza senza il rigore, il metodo oltrechè la passione che richiede una pratica rivoluzionaria.

    Io vorrei evidenziare qui un punto.
    Dobbiamo partire dal fatto che non esiste più lo stato territoriale
    L profitto è extraterritoriale, i capitali sono extraterritoriali.
    Il governo greco non ha nessun potrere sul destino della grecia. Il potere casomai ce l’hanno le banche francesi e tedesche che hanno in cassaforte i titoli del debito greco.

    L’extraterritorialità del profitto e dei capitali, ha arrichhito oltremisura la finanza e le multinazionali e impoverito le classi subalterne dei paesi occidentali (le statistiche sulla distribuzione della ricchezza negli ultimi venti anni sono molto eloquenti), togliendo loro ogni potere di contrattazione/rivendicazione.
    Questo fenomeno sta ora “impoverendo “i governi nazionali” impotenti e prigionieri di un sistema perverso che non riescono più a governare.
    lavoro in una istituzione finanziaria e vi assicuro che il caos regna sovrano.

    L’altro fenomeno che è è sotto gli occh idi tutti è l’aspirazione dei paesi non occidentali al nostro stile di vita: La Cina .l’india il brasile…miliardi di persone che aspirano a consumare quanto noi. E’ finito il giochetto del benessere di un quinto della popolazione a spese della miseria dei quattro quinti restanti, governati da oligarchie più o meno autoritarie al soldo di noi bianchi e pasciuti. Anche questo è sotto gli occhi di tutti basta guardare verso sud.
    Altro fenomeno di portata storica sono i fenomeni migratori che hanno raggiunto dimensioni numeriche mai viste prima d’ora
    Se vogliamo produrre una narrazione come dice inglese dobbiamo
    leggere, con metodo rigore e passione. Da qui dobbiamo partire.

  50. lorenzo galbiati il 21 settembre 2011 alle 21:51

    Andrea,
    “tu dici che hai “cercato di esplicitare alcuni assunti, diciamo, narrativi, per comprendere quello che è unanimemente riconosciuto come uno dei difetti storici della sinistra radicale, ossia il “settarismo”. Solo che dire “settarismo” significa restare a un livello di condanna generale….
    Ora, quando a une riflessione sul settarismo di certa sinistra radicale si risponde dicendo: “settarismo? ma chi è costui?”, a me viene in mente un’esperienza che ho fatto diverse volte a cena con degli amici.”

    Ma davvero secondo te oggi il difetto principale della sinistra, o di quella che è stata sinistra (dirigenti ed elettori del PD ex ds ex pci), è il settarismo?
    O stiamo parlando di archeologia?
    La sinistra radicale italiana è finita ossia ha perso il sostegno dei suoi elettori perché si è ostinata a pretendere ministeri, a dire sempre no, o è finita perché nel governo Prodi ha sempre detto, pur tra una manifestazione e un’altra, Obbedisco, e fino all’ultimo, espellendo ogni parere discorde (tre scissioni per espulsioni di persone di minoranza in due anni: PCL e SC da RC, Lista Bene Comune da PDCI), votando per il rifinanziamento delle guerre cui si era sempre esposta, per la base No dal Molin, accettando la lista di Prodi dei 12 punti in cui nessuno era di sinistra, manco i patti civili eccetera eccetera?
    E per questa fedeltà non è stata forse ricompensata dal PD con un mai più insieme in lista, come se fosse stata la sinistra radicale e non Mastella e Dini a far cadere Prodi, e soprattutto con un Veltroni che dice vale solo il voto utile, mentre Giordano e Pecoraro Scanio ancora lo supplicavano di non far correre il PD da solo perché avrebbe consegnato l’Italia a Berlusconi?
    Beh, quelli del PD a distanza di anni diffidano ancora dei tanto settari della Sinistra radicale, tanto da volersi alleare con gli ex alleati di Berlusconi, con Fini, piuttosto. Ha davvero capito tutto, Bersani, a dire che non rifarà gli stessi errori.
    E’ davvero il radicalismo il problema?
    Oppure forse mi vuoi dire che il radicalismo è il problema dell’elettore della sinistra radicale. Che però è pur sempre quello che, almeno per metà ha votato PD per il voto utile. Forse il problema è il radicalismo di chi alla fine non vota o vota i piccoli partiti scissionisti sopra citati. Ma ho sbagliato, questo non è il problema, è un problema, e un problema strettamente minoritario e sempre più underground, archeologico appunto.
    Turigliatto che va via alla tribuna elettorale con Vespa perché c’è seduto anche uno di Forza Nuova:ecco questo è settarismo, saremo d’accordo immagino. Ma ripeto: se questo era il problema storico, ora è un problema sepolto di cui affiorano solo delle rovine ben poco visibili.
    Quindi, è di questo che dobbiamo preoccuparci oggi, del fatto che pochi lo vedano?
    O la preoccupazione dev’essere l’opposto per la sinistra? Che non siamo neanche capaci, noi elettori di sinistra, di trovare in questo enorme vuoto lasciato in mezzo a queste rovine e al tecnicismo neodemocristiano dei postcomunisti non dico uno spazio o una analisi o una narrazione ma anche solo una comunità di intenti, di fini e di mezzi per raggiungerli?

    Pensa per esempio che mentre qui si discorre con tante citazioni colte sui massimi sistemi, si esercita la parola, si discute all’infinito sulle narrazioni possibili, ci sono blog letterari che, diciamo così, erano una volta di sinistra e che ora senza problema danno spazio a liste anonime pronte a pubblicare, senza uno straccio di documentazione, nomi di politici o preti presunti omosessuali perché questi non dicono o fanno cose che piacciono alle comunità glbt.
    Ma noi intanto qui, a narrare i mali delle narrazioni di sinistra. C’è chi narra, e chi li fa. E io non sono portato al discutere per il gusto del discutere, senza che mai segua un’azione. Come BELPOLITI che viene qui a chiedere mobilitazioni per la scuola ma ogni volta che gli ho proposto qualcosa di concreto, anche solo telematicamente concreto, non ha risposto e tutto è decaduto.
    Che nome diamo a questa narrazione sulle modalità dell’agire degli intellettuali di sinistra?

    Non voglio essere irritante con te, Andrea, non ti ho neanche risposto nello specifico quando mi hai scritto che cazzo c’entrano gli ebrei quando ho fatto una analogia su un post che tirava in ballo quanto fossero visti come appestati e invasori i musulmani e i vari tipi di extracomunitari a Milano, ora non ricordo quale, mi sono limitato a pensare che certo nel discorso in senso stretto non c’entravano, ma lo sguardo alla discussione online lo si vive in tanti modi, per me per esempio lo si vive applicato sempre al concreto, e allora non potevo non pensare che nella Milano paranoica verso presunte invasioni e fresca di nuovo sindaco si sarebbe svolta una vera e propria occupazione del centro storico per 2 giorni per una manifestazione di propaganda, pura propaganda e affari, per lo stato di Israele, cosa questa voluta dagli uffici di pubbliche relazioni di Israele e comunità ebraiche italiane. Non voglio annoiare, e non sto accusando te, sono solo molto esasperato e deluso, da ogni fronte, e quindi iniziano a darmi fastidio analisi che si fanno per il gusto dell’analisi, anche questa che ora sto facendo io, analisi che non comportino almeno un minimo di rischio personale nella vita civile, ognuno per quanto può o vuole. E il rischio siamo noi non-politici a dovercelo prendere, e la letteratura dovrebbe – per me – essere lo strumento supremo di nuove cultura e visione civile.

    E quindi mi scuso se scrivendo mi son fatto prendere la mano e sono stato inopportuno, e approfitto per dire che mi interessano i discorsi di

    Cucinotta,

    che vedo mosso da una passione che lo fa sentire in dovere di fare la sua parte in modo esposto, molto più di me e di cui vedrò di approfondire i contenuti del blog.

  51. carmelo il 21 settembre 2011 alle 22:33

    mi piace moltissimo quello che ha testè scritto Lorenzo galbiati:

    analisi che non comportino almeno un minimo di rischio personale nella vita civile, ognuno per quanto può o vuole. E il rischio siamo noi non-politici a dovercelo prendere, e la letteratura dovrebbe – per me – essere lo strumento supremo di nuove cultura e visione civile.

    In fondo è quello che ho cercato di dire: un nuovo stile di pensiero deve implicare un nuvo stile di vita. Il quale a sua volta implica una diversca scala di valori. Il che produce divirsi comportamenti individuali e collettivi nuove trame nelle relazioni sociali affettive e, perchè no? economiche.

    Si è perlato dell’economia della decrescita iche, al di la di ogni diatriba teorica non puo’ non fondarsi sul modello consumista (più beni sono capace di acquistare più sono felice e realizzato), ma presuppone un’etica fondata sul bene comune, sugli interessi collettivi.
    Se per esempio si stabilisce che l’energia pulita è un bene comune di importanza vitale per il soddisfacimento di un bisogno collettivo, un governo puo’ decidere di proporre un grande piano di risparmio energetico, imporre delle tasse altissime sulle famiglie che possiedono più doi un auto, destinare ingenti risorse finanziarie alla ricerca, alla costruzione di case che riducono i ocnsumi energetici del 50% (è già possibile) alle imprese investono nell’energia pulita chiedere, anzi imporre alla Fiat di destinare gli investimenti e la ricerca solo ed esclusivamente per la realizzazione di auto non inquinanti e che non vanno a benzina. Imporre tasse salatissime a chi usa l’auto in città, costruire piste ampie e comode solo per le biciclette.
    Se ci convinciamo che vivere in una citta pulita non inquinata dalle auto e dal petrolio è un bene – un benefit detto in termini tecnici – che puo’ ben sostituire parte del nostro salario. Lo stesso vale per tutti gli altri beni comuni DI CUI SIAMO STATI PROGRESSIVAMENTE ESPROPRIATI come la cultuta, il paesaggio, la bellezza,….
    Qualcuno dirà che sto vaneggiando.
    A me pare che vaneggiano coloro che pensano che questo modello economico (il modello basato sul profitto e sul consumo) possa durare ancora per più di vent’anni.

  52. carmelo il 21 settembre 2011 alle 22:34

    chiedo scusa oltre ai soliti errori da tastiera
    “non puo’ non basarsi sul rifiuto del modello consumista

  53. andrea inglese il 22 settembre 2011 alle 01:12

    a lorenzo,

    sui tuoi reiterati ot non ti rispondo, perché per quel poco che possa valere questa discussione, vale finché rimane all’incirca una discussione e non un eco di discussioni che avvengono in altri posti, nella stanza accanto, ecc.

    ma come carmelo, anch’io ritengo che tocchi un punto importante: “e quindi iniziano a darmi fastidio analisi che si fanno per il gusto dell’analisi, anche questa che ora sto facendo io, analisi che non comportino almeno un minimo di rischio personale nella vita civile, ognuno per quanto può o vuole. E il rischio siamo noi non-politici a dovercelo prendere, e la letteratura dovrebbe – per me – essere lo strumento supremo di nuove cultura e visione civile.”

    La questione che sollevi richiede risposte molto sincere. E’ la mia un’analisi fatta per il gusto dell’analisi? Non so dirlo. Mi auguro che fornisca strumenti di maggiore comprensione della realtà a qualche lettore. Se riesce a fare questo, per me fa qualcosa d’importante. Perché le azioni implicano sempre anche una riflessione, una politica implica sempre una visione, una cultura.

    Senz’altro mi sembra che non hai colto lo spirito della critica fatta a una certa narrazione della sinistra radicale. Infatti, come altri, a cui ho già risposto, pensi che io critichi in toto “il radicalismo”, e immagino che tu ti riferisca a posizioni espresse a sinistra del PD, ecc.
    Inoltre dici che il settarismo è un problema archeologico, ma guarda caso tu stesso ricordi che la dissoluzione della sinistra radicale che c’era in parlamento è frutto di una logica scissionista: “(tre scissioni per espulsioni di persone di minoranza in due anni: PCL e SC da RC, Lista Bene Comune da PDCI)”… Insomma, qui tu non capisci me, e io non capisco te. Poco male.

    Invece capisco la tua frase finale. Alla quale non saprei davvero risponderti. Cosa vuol dire prendersi almeno un minimo di rischio personale nella vita civile? Io ho la passione della conoscenza, e quindi anche della conoscenza detta, condivisa, portata in pubblico, e quindi della verità. A questa passione non rinuncio, né alle occasioni di condividerla. Ciò implica dei minimi rischi personali, nella vita civile? Credo di sì. Scegliere poi l’attività della scrittura, in forme che interessano un numero ridotto di lettori, è un rischio? In qualche modo sì. Ma certo ci sono altri rischi che non mi prenderei, che caratterialmente non mi saprei prendere o non vorrei prendermi. Ma qui proprio Genova 2001 ancora mi ha insegnato molto. Uno degli organizzatori, che era al campeggio di Sciorba (se questo è poi il nome corretto), una sera ci parlò appunto di come si erano coordinate le varie realtà delle manifestazioni, definendo ognuna delle diverse soglie di rischio, nel corso di quella che voleva essere una contestazione forte al G8.

    Io credo innanzitutto che, dal momento che siamo diversi, sia giusto riconoscere che diverse saranno le soglie di rischio che ognuno è disposto a toccare. Ciò che poi più conta è che ognuno sia sincero rispetto alla propria soglia. E questo certo non è un compito facile.

  54. marco baschirotto il 22 settembre 2011 alle 11:16

    Cosa vuol dire prendersi almeno un minimo di rischio personale nella vita civile?
    forse, con questa affermazione, veniva suggerita l’ idea di armarsi di pala e piccone e compiere una marcia su roma; o forse,

    semplicemente, fomentare la passione alla politica così dall’aver voglia di praticarla e, in questo modo, cambiare le cose. Lo

    scontro è culturale ma soprattutto numerico. Quante sono le forze in campo, nel nostro paese, sinceramente convinte di una profonda

    necessità legata ad una visione ecologista del mondo? Esiste forse un allineamento tra i prodotti che le persone consumano

    (macchine, telefonini) e una visione di questo tipo? la risposta è ovviamente negativa. Non solo, ma il primo effettivo muro da

    abbattere in relazione ad un discorso di questo tipo riguarda il riconoscimento di questi oggetti come status simbol; ridimensionsare la loro importanza vorrebbe dire, quindi, sancirne il carattere superfluo, un giudizio, questo, ben lungi dal poter essere abbracciato dalle persone che su questo costruiscono la loro stessa apparenza e quindi la loro sicurezza nel proporsi come soggetti in grado di produrre a loro volta ricchezza. In effetti, per quanto dadaiste, le proposte di multare i possessori di un numero eccedente di automobili rispetto al consentito, – in un mondo cambiato – , sarebbero le uniche in grado di proiettare l’evoluzione dell’umanità in una dimensione sostenibile. ma vi sembra possibile? si, lo è, ma solo in letteratura.

  55. lorenzo galbiati il 22 settembre 2011 alle 11:59

    Ieri ho scritto sull’onda dell’emotività senza sapere dove andare a parare.
    Il pezzo da me scritto che

    @carmelo
    @andrea

    avete quotato riassume in altra forma la mia critica all’agire civile degli intellettuali (e in particolare degli scrittori) di sinistra che più volte ho espresso qui su NI, e che non è in relazione a una sola singola questione (che so, Mondadori e dintorni), e nemmeno a vari casi più o meno collegati, che pure qui su NI non ho mancato di evidenziare, è una critica radicale, che riguarda innanzitutto la natura e la funzione della funzione dell’intellettuale.
    Per questo motivo, non considero Andrea per nulla OT gli esempi concreti che ho fatto, a meno che i saggi sulle narrazioni più deleterie della sinistra non c’entrino nulla con la realtà che le ispira, e che non ci si voglia tirare di fuori da questa realtà. Ma vedo che non è il vostro caso, dato che vi siete esposti sul personale in prima persona, andando anche al di là delle mie intenzioni, perché i concetti di esposizione e rischio non sono solo quelli che avete citato, che sono i più elevati, e che non erano esattamente quelli che avevo in mente. E quindi più tardi proverò a spiegarmi meglio.

  56. lorenzo galbiati il 22 settembre 2011 alle 12:11

    son di fretta, mi scuso per i refusi vari, cmq era
    ” …la natura della funzione…”

  57. lorenzo galbiati il 23 settembre 2011 alle 02:38

    AVVERTENZA. Questo commento molto lungo è nato dal voler chiarire cosa intendevo quando ho affermato che le narrazioni, le analisi, iniziano a darmi fastidio se sono fini a se stesse, se non sfociano in una azione, ossia se “non comportano almeno un minimo rischio personale nella vita civile”. Nello sviluppare questo tema, che si riferisce in sostanza alla natura e al ruolo dell’intellettuale (e quindi anche dello scrittore che si intende tale), ho percorso a ritroso i principali “rischi” o “non rischi” che ai miei occhi hanno compiuto gli scrittori italiani negli ultimi 5 anni, per come li ho letti qui su NI.

    Dicendo che noi politici dobbiamo prenderci un rischio, non avevo in mente il cambiamento di stile di vita citato da Carmelo, né il rischio dell’esposizione della propria persona fisica, che ha citato Andrea.
    Io vorrei però evidenziare l’esposizione e il rischio che più si addicono alla funzione dell’intellettuale, e che perciò prescindono, in larga misura, da componenti personali quali carattere e inclinazioni e stile di vita. Sono rischi però che non prescindono dal coraggio e dalla volontà di agire sulla società civile e sulla cultura letteraria e politica di un paese non solo con la parola e la conoscenza – che comunque stimolano discussioni, pensiero, cultura, e quindi contribuiscono a plasmare la società, come giustamente ha ricordato Andrea (sono anch’esse azioni, direi io). Sono rischi che l’intellettuale concepisce come fondanti il ruolo stesso che sta esercitando, nel senso che secondo me un intellettuale che non si prende rischi agendo con atti concreti, e non solo con la parola, è organico al potere ed è null’altro che una ruota dell’ingranaggio che garantisce lo status quo. Ovvero non è un vero intellettuale. E gli atti concreti degli intellettuali possono essere sia i comportamenti che scaturiscono dalla sua parola, sia la parola in sé, se questa passa dall’analisi, dalla narrazione, e insomma dal discutere, alla scelta: se la parola si fa strumento di discrimine etico tra i processi in atto nella società, producendo discriminazione sulla persona che l’ha forgiata.

    Scendo nel concreto citando i casi che hanno interessato NI. Mi scuso per le semplificazioni.

    1) Era un rischio l’appello di Montanari firmato da gran parte degli scrittori di NI o ex di NI per difendere la scelta del Salone del Libro di ospitare Israele? Era una scelta organica al potere, che sosteneva un sopruso. Chi non ha firmato se l’è sentita di sostenere il boicottaggio? No, ha preferito fare una proposta alternativa, ma la proposta non era realmente praticabile, lo sapevamo fin dall’inizio, era un atto di testimonianza e un modo per interessarci e interessare su esponenti israeliani del dissenso – ma pur sempre israeliani, non palestinesi. Io ero per il boicottaggio. Ma ho contribuito lo stesso con entusiasmo alla proposta perché mi interessava la conoscenza, e per me quello è stato uno dei momenti più alti della mia formazione, che è proseguito con le letture costanti di 4 di quegli intellettuali israeliani, che ora considero miei maestri, e con conoscenze personali: di uno di loro, Jeff Halper, e degli “Ebrei contro l’occupazione”. Per me agire, ora, significa soprattutto, come redattore del sito http://www.peacelink.it, associazione tramite per l’universo pacifista, chiedere costantemente una presa di posizione netta delle associazioni pacifiste a favore della campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni verso Israele. Ossia praticare il boicottaggio.
    Tornando alla scelta di fare una proposta alternativa. Non si può chiedere di boicottare a chi non è convinto sia il boicottaggio la scelta giusta. Vero. Ma un intellettuale se vuole approfondire la conoscenza, discutere, non dovrebbe mai perdere di vista poi il: e ora come marco nel concreto il mio scarto con quel che sapevo, credevo prima? E’ suo compito prendersi un rischio. Sennò lavora sul pensiero senza uscire dall’ambito del pensiero. Onore a Vattimo, l’unico intellettuale di prestigio (tra gli scrittori ricordo Golinelli) ad aver preso chiaramente posizione per il boicottaggio del Salone, e ad aver partecipato a dibattiti.

    2) Era un rischio la lettera di Saviano spedita a M. Berlusconi in cui minacciava di andarsene da Mondadori? No. E’ stato un gesto fine a se stesso, perché ha avuto le uniche risposte che poteva avere ed è restato; non ha mai messo realmente in dubbio la sua appartenenza. E la sua intervista a Buttafuoco per Panorama, in cui faceva timide critiche al governo, è stata un rischio? No, nemmeno, ha criticato di più la sinistra, l’ha messa sullo stesso piano della destra, di cui ha lodato Maroni come miglior ministro dell’interno di sempre. Saviano si è preso altri rischi, ben più gravi, lo sappiamo tutti. Ma nel campo editoriale, la sua lotta alle mafie rimane all’interno del potere. Scrive per Mondadori e si fa pagare da Endemol. E un uomo che corre rischi per la sua vita, per come ha deciso di esporsi, in prima persona, contro la camorra, è un peccato che non si smarchi da quegli ambienti proprietà di persone contigue se non colluse con le mafie che portano avanti una cultura che è l’humus su cui prospera la criminalità organizzata. Perché non la scrive come dedica nel suo prossimo libro Mondadori la difesa dei magistrati di Mani Pulite che ha pronunciato a un convegno e che gli è valsa gli insulti della sua editrice? Questo sarebbe un rischio da intellettuale. Rischio che avrebbe conseguenze meno gravi per la propria vita di quelle che si è procurato con Gomorra.

    3) Nazione Indiana ha corso un rischio aprendo una discussione meritoria, grazie soprattutto a Helena e Andrea Inglese, sullo scrivere per Mondadori, e sul ruolo civile dello scrittore, cui è seguita una inchiesta sullo stato della letteratura italiana sui temi suddetti?
    Sì, ha corso un rischio. Lo ha corso personalmente Helena. Lo ha corso NI facendo i nomi di quotidiani di potere definiti antidemocratici.Ha poi fatto un’inchiesta sullo stato della letteratura italiana e sui temi suddetti e dintorni. Mai mi sono depresso tanto dalla lettura di interviste a scrittori, sia per la malavoglia, il disimpegno con cui rispondevano, sia per i contenuti delle loro osservazioni (con le debite eccezioni, ora ricordo Bertolotti). Il disimpegno che rivendicavano su di loro, all’insegna del: l’unico nostro dovere è scrivere un bel libro, null’altro, credo sia ben rappresentativo dello stato di abulia in cui versano gli intellettuali. Hanno corso dei rischi quegli scrittori? Quasi nessuno di loro. Lo ha corso di nuovo NI quando ha criticato un amico, un ex indiano, T. Scarpa, per aver dato un suo articolo a Libero. Simili rischi, per posizioni prese contro Libero e Giornale li ha presi spesso negli ultimi due anni M. Rovelli qui su NI e sull’Unità. Un rischio ancora più grosso se l’è preso Cortellessa nel suo confronto pubblico con Nori, visto lo sciacallaggio mediatico che ha dovuto subire dopo dalla stampa di regime.

    4) Ha corso rischi NI continuando a pubblicare articoli sul pubblicare o meno per Mondadori, questa volta però prendendo quelli di persone come Cordelli e Mancuso, che hanno deciso di lasciarla esponendo pubblicamente i loro motivi? No, purtroppo non ha preso rischi, la discussione sembrava anzi impostata per consolidarsi nella propria posizione di non agire come scrittori per chiedere, a chi poteva permetterselo (ossia a chi non ha problemi di soldi e a trovare un altro editore), di abbandonare Mondadori con un gesto mediatico collettivo rivolto a stimolare la classe politica, e a fomentare nuova cultura. Mai un serio tentativo di discutere la posizione dei consumatori (i lettori), costretti in Italia a dover subire un monopolio editoriale che viene dato per scontato e anzi sostenuto con il proprio lavoro anche da chi dice di combatterlo. Parlo della cosiddetta lotta dall’interno. Ho chiesto incessantemente a tutti di mostrarmi negli anni i risultati concreti di questa lotta, visto il trionfo sempre maggiore del berlusconismo (non di B come politico, della cultura che lo sorregge: è appunto sulla cultura che dovrebbe agire uno scrittore, ma non basta la parola senza la testimonianza!) e che di recente almeno 4 libri di autori importanti sgraditi alla proprietà non sono stati pubblicati e che all’inizio invece la “censura” era molto meno attiva. Mai una risposta, a parte quella irrazionale del “se gli autori lasciassero Mondadori la propaganda peggiorerebbe perché anche la casa editrice diventerebbe organo di regime”. Sono andato anche a domandare ai Wu Ming, gli artefici del paradigma della lotta dall’interno, che avevano postato un articolo sul tema, per essere trattato con maleducazione, sufficienza e arroganza, e per non avere risposte concrete.
    Quello che ha avuto più coraggio di tutti è stato il teologo non-politicizzato Mancuso, l’unico che si è comportato come un intellettuale: ha fatto una scelta e ha interpellato tutto il mondo letterario chiedendo il giudizio sui criteri etici della sua scelta. Tutti l’hanno rispettato, scrittori e giornalisti impegnati in campo politico, e se ne sono tirati fuori, hanno fatto analisi fini a giustificare lo status quo, relegando il gesto di Mancuso al caso di coscienza.

    5) Ha corso rischi Nazione Indiana organizzando due feste e autoproducendo dei libri? Sì, sia nelle finanze sia sulla propria persona, perché è passata dal virtuale al materiale, alla presenza fisica dei suoi membri, al lavoro non solo intellettuale. Ha corso rischi per i temi affrontati alle feste. Ha corso i rischi del fallimento della sua iniziativa editoriale. Sono rischi verso questioni che cadono nel particolare, non nel sistema globale, e infatti molti hanno criticato subito l’autoproduzione dicendo che non è la soluzione al problema del monopolio editoriale: lo hanno detto i soliti che discutono per discutere, e che non hanno nel loro orizzonte l’azione civile che investe la persona.

    6)
    – Ha corso rischi Belpoliti scrivendo su giornali e NI che la misura è colma per la situazione in cui versa la scuola in Italia e chiedendo agli intellettuali e agli addetti ai lavori di mobilitarsi con gesti concreti? No, perché è scomparso dopo le domande. Ha scritto qui almeno due volte. Io mi metto a disposizione, faccio proposte concrete tra cui il blocco degli scrutini (cui ho contribuito a fare nella mia scuola) e la creazione di un blog di riferimento. Nessuna risposta. Non è stato fatto nulla. Inutile dire che nei commenti si discuteva molto sulla scuola, si criticava di qui e di là, e non si proponeva nulla. E non erano nemmeno tanti, se ben ricordo. Avrei voluto NI discutesse sulla scuola alla sua festa, lo scrissi subito appena ne uscì notizia, ma tutto era già organizzato (e di certo non sono io a decidere). Mi augurò voglia riprendere questo tema con impegno intellettuale degno, questo, quello dell’evoluzionismo, e quello della cultura scientifica in Italia. Io mi sono sempre reso disponibile a ogni forma di collaborazione. Ora confesso che mi sento in difficoltà grave nel mio relazionarmi con questo blog a causa della sua posizione verso la lista outing e sto riflettendo sulla mia, di coerenza. Per concludere.
    – Buffoni corre rischi con il lavoro che fa qui su NI?
    Sì, sta correndo dei rischi. Attacca Vaticano, partiti, religione. Poteri costituiti. Affronta temi inerenti alla politica, anche nello specifico verso leggi in corso. Lo fa con impegno e per una causa degna. Purtroppo, secondo me, il linguaggio, l’impostazione dei discorsi, le conclusioni e i giudizi cui giunge (o cui giungono gli articolisti che posta) in buona parte dei casi sono quelli tipici di chi si sente assediato e risponde con il fanatismo. Utilizza cioè gli stessi metri di giudizio, e potendo anche i metodi, del potere che combatte. A questo fanatismo si è aggiunto con l’ultimo post sulla lista outing, totalmente indegna di qualsiasi testata di intellettuali per i mezzi che usa e i fini che persegue, e perché non comporta alcun rischio per il potere, si è aggiunto il sostegno al ricatto e alla violenza verso delle persone che devono sentirsi libere di esprimere le loro scelte politiche e decidere se (e quando e come) vogliono esprimere pubblicamente il loro orientamento sessuale. Persone della cui coerenza nessuno ha il diritto di ergersi a giudice. La narrazione dell’agire di Buffoni, a mio parere, fa quindi parte Andrea di quello che tu hai chiamato settarismo. Un settarismo che molti hanno chiamato fascista nel post apposito. Ma in verità è un settarismo nuovo, di stampo ateista e omosessuale che non c’entra nulla con il fascismo, benché, per i mezzi che adotta, a me sembra dubbio posizionarlo a sinistra.
    (Mi permetto di dire qui queste cose perché ho già scritto una dozzina di commenti dal contenuto simile a questo nel post di Buffon).
    Ce ne sono altri di settarismi, a sinistra certo nella sinistra radicale, sono settari alcuni del No Tav, del No dal Mulin, dei sostenitori dei palestinesi (quelli per es. che danno del collaborazionista ad Abu Mazen anche ora che porta all’ONU l’istanza per uno stato palestinese nonostante le pressioni USA e israeliane), e ce ne sono in ogni movimento. Ce ne sono tanti nei partitini di estrema sinistra come i 3 scissionisti che ho citato. E quindi se questi settarismi li riconduci ai teologi della cattività, in un certo senso ti ho dato ragione. Ma se quelle scissioni ci sono state, e se questi movimenti si sono formati, la responsabilità principale non è della tendenza al settarismo di certi dirigenti o elettori, quanto della tendenza all’omologazione al pensiero unico (di cui l’iniziativa dell’outing imposto fa parte) che ha fagocitato tutta la sinistra moderata, e che sta fagocitando anche la maggior parte della sinistra (ex) radicale.

  58. lorenzo galbiati il 23 settembre 2011 alle 02:51

    Mi scuso per i refusi, correggo solo l’ultimo, nella frase finale, la parentesi
    “(di cui l’iniziativa dell’outing imposto fa parte)”, doveva essere cancellata.

  59. Vincenzo Cucinotta il 23 settembre 2011 alle 08:26

    @Lorenzo
    Scusami la franchezza, ma il tuo intervento mi pare un modo inconsueto di fare le pagelle ad eventi di rilevanza limitata.
    Intanto, il primo rischio che si corre è a livello di quotidianità, ad esempio sul luogo di lavoro, ma non soltanto. Il gesto esemplare può essere anche molto importante, ma può anche nascondere una tattica furbetta.
    In ogni caso, a me non interessa davvero di dare i voti alle persone: ognuno di noi alla fine si manifesta per ciò che è, per ciò che pensa,e se è un uomo nuovo, non potrà che manifestarlo nei propri comportamenti.
    Per questo, io preferisco parlare non di viltà, ma di pigrizia, di un’inerzia che ci scoraggia dal rinnovarci. D’altra parte, è la stessa ideologia dominante che sollecita questo lasciarci andare, nel cullarci nelle meschine comodità che la tecnologia ci offre.

    Riprendendo la disucssione precedente, questo successo della lista dei pirati in Germania ed in Scandinavia, non è l’ennesimo esempio che gli elettori si abbrancano disperatamente a qualunque, anche vaga e malferma traccia di rinnovamento?
    No, personalmente sono assolutamente convinto che è un ricambio credibile della classe dirigente che manca, non il consenso, quello, anche se a qualcuno può suonare paradossale, sarebbe la cosa più facile da ottenere.
    Ciò che vedo è che la confusione e l’inerzia mentale regnano sovrane proprio nel ceto intellettuale.

  60. marco baschirotto il 23 settembre 2011 alle 11:37

    Che dire di questa fantomatica lista di politici probabilmente omosessuali? Ci rendiamo conto di cosa questo comporterà? I giornalisti, che, in teoria, dovrebbero essere degli intellettuali attivi, ( di cui abbiamo avuto qualche esempio in Italia ), non esitano a spacciare alla popolazione notizie così irrilevanti e destinate a diventare argomento del regime mass-mediatico. Ci aspettano grandi discussioni etiche, dibattiti televisivi, prime pagine inutili quanto efficaci nel vendere copie. E intanto, mentre tutto questo distoglierà l’attenzione di molti dai problemi reali e li allontanerà ulteriormente dalla possibilità potenziale di fare della analisi sulla situazioni che viviamo, lui, il grande fratello , agirà indisturbato.

  61. lorenzo galbiati il 23 settembre 2011 alle 14:28

    @Cucinotta,
    il tuo intervento su quanto da me scritto resta troppo sul vago per poterti rispondere in modo specifico.
    Posso solo dire che non era mia intenzione fare pagelle ma fare esempi concreti di ciò che pronuncio in astratto. Nel descrivere gli esempi, non è possibile evitare di dare dei giudizi ossia una loro valutazione. Ogni opinione è un giudizio. Nel dare giudizi, cerco di limitarmi alle azioni, ai metodi, non alle persone, e se mi scappa di giudicare la persona di solito è per una semplificazione che faccio involontariamente nel discorso. Posso sbagliare nel giudizio, come tutti. Ma io ho voluto applicare i giudizi di Andrea su due narrazioni della sinistra (nello stesso momento in cui ha formulato le narrazioni le inevitabilmente giudicate) a quanto ho visto di rilevante (rilevante ai miei occhi) avvenuto qui su NI. Non mi pare di aver dato pagelle, voti, attestati di viltà a nessuno ma, ripeto di aver giudicato comportamenti in base a un criterio, che è mio e non pretendo sia condiviso da tutti, che ho esplicitato all’inizio.
    Infine, sono perfettamente d’accordo con te sul fatto che l’ideologia dominante induce alla pigrizia (e anche questo è un giudizio), ma detto questo, preferisco analizzare nel concreto (e quindi giudicare) ciò che qualcuno fa quando si mette in gioco su un dato tema, non ciò che uno non fa. Non vengo sui su NI per esempio a reclamare del fatto che si parli poco della presenza o meno degli E.T., cerco di attenermi agli argomenti che sviluppano in base alla loro “mission”, che come si legge sul Chi siamo, è molto ampia:

    “Perché ci siamo chiamati Nazione Indiana

    Perché ci piaceva l’idea di una nazione composta da molti popoli diversi, orgogliosamente diversi e orgogliosamente liberi di migrare attraverso le loro praterie intrecciando scambi e confronti, e a volte anche scontri.

    Perché a un primo gruppo di scrittori e teatranti che si erano incontrati per un convegno e un libro dal titolo Scrivere sul fronte occidentale si sono poi aggiunti anche uomini di cinema e altri. Ma noi vorremmo che domani ci fossero anche musicisti, scienziati, persone che si occupano dei più svariati ambiti del sapere e della cultura e altri ancora che noi oggi non riusciamo neanche a immaginare.”



indiani