Note, a pie’ di pagina

20 settembre 2011
Pubblicato da

di Gianluca Veltri

Mariano Deidda, che canta poemi d’altri – Pessoa, Deledda, Pavese –, ama pensare che i grandi poeti abbiano scritto quei versi proprio perché lui li cantasse, né più né meno di come Mogol creava strofe per Battisti.
Senza dover ricorrere a Deidda, fautore di un’intrinseca necessità letteraria nella musica leggera (e che peraltro appartiene a un’altra leva), è forte l’impressione che i cantautori delle ultime generazioni si nutrano di suggestioni poetiche e cinematografiche in maniera più netta, o forse più evidente, rispetto ai fratelli maggiori. Sarà la ricerca di una patente, o un plus di credibilità. Certo, prima c’era De André che metteva su disco l’Antologia di Spoon River o i vangeli apocrifi. Ci sono De Gregori, Fossati, Conte e Guccini, le cui canzoni sono sempre grondanti di travasi letterari. Ma il crossover tra la musica e la letteratura, il cinema, il teatro, sembra essere una delle cifre del cantautorato – indie o meno – anni Zero.
Prendete Pasolini. Entra e esce continuamente. Il feticcio dei suoi “occhiali neri” – o dei suoi “occhiali scuri” – è citato in due canzoni recenti di giovani cantautori, Cercasi anima di Francesco Di Martino e Anidride carbonica di Vasco Brondi. Nomination immancabile nel canzoniere dei Baustelle, tra i capostipiti di certe tendenze citazioniste della nueva canción italiana (da ultime, la scomparsa delle rane, la “gioia corsara”…), PPP è un idolo di cartone per i Tre Allegri Ragazzi Morti, che hanno realizzato un DVD dallo spettacolo-film Pasolini, l’incontro, dopo anni di date in giro per l’Italia. L’opera dei TARM è un documento fondativo per il percorso che stiamo esplorando: le parole del poeta di Casarsa vengono macchiate, deformate, cancellate, in una simbosi musical-letteraria inestricabile. La poesia, che non è merce, non deperisce, e risorge; oppure continua a scorrere come un fiume che non si essicca mai. Dice il disegnatore, cantante e chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Davide Toffolo, che ha realizzato anche i disegni dello spettacolo: «Pasolini è praticamente diventato uno del gruppo». Toffolo tratteggia e scrive, tenendo unito il filo narrativo. E scrive frasi pasoliniane, come “I maestri sono fatti per essere mangiati”.
L’autore degli Scritti corsari è un chiodo fisso anche per Alessandro Raina degli Amor Fou, che riflette: «Pasolini era destinato suo malgrado a diventare un’icona, e quasi sempre, quando qualcuno diventa un’icona non fa in tempo a essere veramente capito che già si ritrova sotto forma di santino nelle macchine o sulle magliette che indossiamo». Raina non è tenero con il “brand Pasolini”: «In un’Italia povera di outsider Pasolini non poteva che diventare un adesivo multiuso, qualcosa che, per larga parte di chi è o si ritiene un intellettuale, non si discosta molto da ciò che rappresenta Padre Pio per la componente più popolare dei fedeli». Pasolini è stato anche un grande regista, e questo è un altro link forte: proprio gli Amor Fou hanno realizzato il videoclip del brano Dolmen utilizzando le immagini di Milano Nera, misterioso film di culto risalente ai primi anni Sessanta con la sceneggiatura di Pierpaolo Pasolini.
Il cinema italiano è una fonte di ispirazione inesauribile. La musica è una colonna sonora immaginaria di un film sull’Italia dell’ultimo mezzo secolo. Il cinema entra nella musica e viceversa, in uno scambio di linfa. Cocaina di domenica, per restare agli Amor Fou, era il titolo del primo episodio (regia di Franco Rossi) di Controsesso, film del ’64. Hermann, l’ultimo album di Paolo Benvegnù, viene presentato dal suo autore come colonna sonora di un omonimo film, che però non è stato mai girato. Nessuna sorpresa, per un artista il cui album di debutto si intitolava già Piccoli fragilissimi film. I tredici brani di Hermann sono scritti e diretti come altrettanti ciak cinematografici, pronti per una fruizione visiva. Benvegnù ha messo insieme un mosaico di suggestioni letterarie (Melville, Sartre). Elemento fondante di un reticolato di rimandi e ammiccamenti, allusioni e link, il gioco della citazione letterario-cinematica è il tassello di una memoria condivisa. Un musicista post-moderno e colto come Rodolfo Montuoro non teme di mettere in musica l’incantamento provenzale di un sonetto dantesco, vestendo di suoni dark e post-rock Guido i’ vorrei che tu e Lapo e io. E un cantautore pienamente immerso in una temperie pop come Dario Brunori confessa che tutto il suo secondo album Poveri Cristi è nato come una serie di corti, influenzato dal cinema neorealista, dai film di Germi, De Sica, Pasolini (ahi). I personaggi delle sue canzoni sono antieroi che sembrano uscire da uno schermo in b/n, come il protagonista di La rosa purpurea del Cairo. Secondo Diego Palazzo degli Egokid, «il citazionismo è un elemento fondante della composizione pop, al punto che non esiste pop music se non c’è citazionismo». Non la pensa allo stesso modo Alessandro Raina: «Non c’è mai stato citazionismo, almeno non volontario, nelle canzoni degli Amor Fou. Non è detto che citare sia il compito di chi fa musica; noi avevamo bisogno di confrontarci e citare certe cose per trovare una nostra identità e, probabilmente, arrivare a camminare sulle nostre gambe sentendoci meno dipendenti da un certo background».
I cantautori di una volta diventavano a loro volta poeti, i letterati del domani, conquistando le pagine dei sussidiari scolastici. Entravano nella cultura ufficiale. Ma anche oggi alcuni autori sono un punto d’incontro potente di musica e arte letteraria, e forse, chissà, li leggeremo sui libri di testo del domani. Pensiamo a Pierpaolo Capovilla e Emidio Clementi.
Trascinare il poeta «negli abissi della contemporaneità in cui persistono le nostre vite»: per Pierpaolo Capovilla del Teatro degli orrori la scelta letteraria è una avocazione dettata dalla credibilità. Capovilla ha scelto per la sua band un nome ispirato al “teatro delle crudeltà” di Antonin Artaud, parafrasandolo e non assumendolo in toto per una forma di rispetto verso l’originale. Il secondo album del gruppo si intitola come un capolavoro della letteratura del Novecento, A sangue freddo di Truman Capote. Il vate che sta dietro Capovilla è Vladimir Majakovsij, il poeta russo dal quale il leader del Teatro degli orrori ha tratto lo spettacolo teatrale Eresia. «Grazie a Majakovsij disveleremo gli antri bui della nostra epoca», scrive Capovilla nel libretto del DVD, «perché Majakovskji combatte anche oggi, nei nostri cuori e nelle nostre coscienze, le assurdità di ogni giorno». Portavoce di un bisogno di giustizia e essenzialità, verità e neo-fratellanza, l’omelia majakovskiana diventa in mano a Capovilla un’arma: odio salvifico per maledire milionari sudici, ladri e faccendieri. Il caso di crossover letterario e etico che ha per protagonista Capovilla è esemplare: si veicola il prestigio e la forza di un autore, un letterato del passato, per inviare un messaggio di semplicità e chirurgica esattezza, di affidabilità. La propria serietà innesca il corto circuito, facendo il resto. Capovilla è esemplare anche perché dà conto di un doppio canale sempre più frequentato, quello del frontman rock fortemente letterarizzato, ossia autore di opere esplicitamente letterarie. Emidio Clementi dei Massimo Volume è di questa tendenza la massima espressione, probabilmente. I suoi Massimo Volume sono la Casa delle Culture dell’art-noise italiano, le stanze dello spoken word del fine dicitore Clementi. Dopo dieci anni di silenzio, il gruppo è tornato a incidere dischi. Clementi ha pubblicato in poco più di dieci anni ben sei libri; nelle canzoni il suo ruolo non sembra tanto diverso da quello dello scrittore. Solo che con i Massimo Volume le sue parole abitano non dentro le pagine scritte, bensì dentro i suoni ambient creati dal gruppo. Per i MV la credibilità e il carisma sono insiti, la letterarietà è acquisita nel marchio di fabbrica, ma ciò non ha loro impedito di intitolare il pezzo iniziale del loro ultimo lavoro con il nome di uno scrittore, Robert Lowell. Con Pierpaolo Capovilla e Emidio Clementi siamo un poco più distanti dal pop, e più prossimi a territori art, teatralizzanti, iper-letterari. Capovilla, Clementi, Toffolo, Bianconi. Ma anche Cristiano Godano, Cristina Donà, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti. Musicisti che scrivono libri. L’indie-rock italiano è un bagno di note e pagine, nel quale sembra inevitabile sovrapporre i piani, aggrovigliare le urgenze e le suggestioni.

[Pubblicato su Mucchio selvaggio n. 686, Settembre 2011]

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One Response to Note, a pie’ di pagina

  1. linnio accorroni il 21 settembre 2011 alle 05:26

    ho visto una volta un concerto di deidda. preferisco la peste: è più classica e meno mortale.



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