Riflessioni su un documentario israelo-palestinese

23 settembre 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Mi sono rivisto una parte del documentario Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele. È un lavoro realizzato nel 2002 dal cineasta palestinese Michel Khleifi e dal cineasta israeliano Eyal Sivan. Il duplice sguardo garantisce una esplorazione della realtà palestinese e israeliana all’insegna della complessità. Per qualcuno che non è mai stato fisicamente in Israele e in Palestina è un documento fondamentale. Ma dentro questa complessità è possibile cogliere delle gerarchie, toccare dei nodi fondamentali. In un’intervista realizzata da Sergio Di Giorgi per “il manifesto” (13 gennaio 2994), Khleifi dice ad un certo punto questa frase:

“D’altra parte, penso che il vero trauma degli israeliani non sia la Shoah: credo che il loro trauma collettivo, ma inespresso, sia di sapere che hanno commesso un abuso incancellabile nei confronti del popolo palestinese.”

Ad una prima lettura, questa può sembrare quasi una frase ad effetto, ed invece – il documentario lo conferma – è una frase molto precisa. Ma per comprenderla appieno, bisogna riformularla, attraversando nuovamente le immagini e le voci che i due registi hanno raccolto. In ogni momento, il discorso dei palestinesi, giovani o vecchi, donne o uomini, disperati o baldanzosi, ha una sua limpidità. Essi non devono mai cercare le loro parole. In qualche modo le loro parole suonano sempre giuste, arrivano così come dev’essere, portate da una spontanea necessità. Anche quando una donna palestinese sulla cinquantina parla dei giovani che diventano kamikaze, spiegando perché ciò avvenga, ossia cercando di dare senso a qualcosa che lei per prima considera orripilante, ebbene anche in questo caso il discorso ha una sua schiettezza e coerenza. Diversamente stanno le cose per le tante e diverse voci degli israeliani – fatte alcune eccezioni. Per lo più il discorso israeliano è un discorso che non può stare nella verità, ma non per una semplice esigenza di propaganda, di consapevole falsificazione. La verità è insopportabile, indicibile, si basa su un fatto mai davvero giustificabile. È ancora Khleifi a riassumerlo in una frase: “la Palestina non sarà mai in Israele, ma Israele sarà sempre in Palestina”.

Il corpo dei palestinesi è interamente un corpo politico, così come le loro parole. La sofferenza dell’occupazione concede loro almeno un vantaggio: quello di aderire interamente alla loro condizione storico-politica, anche quando tutti allegri e sciccosi, con le scarpe di vernice calzate in mezzo a terra e macerie, partecipano a un matrimonio, noncuranti dei posti di blocco, delle ronde e dei divieti. Gli israeliani, invece, devono creare il loro spazio di vita normale e decente al di fuori della politica. La politica segna una continua e spiacevole soglia tra un discorso “normale” e un discorso che includa, in qualche modo, la questione palestinese (e la vergogna che tale questione suscita). La politica è un discorso che si può affrontare o meno, ma non è il discorso che uno spontaneamente vuole fare. Tutti sappiamo quanto il discorso di propaganda, fazioso, manipolatorio, occupi lo spazio politico, da parte israeliana(1). Ma questo tipo di discorso iper-aggressivo o iper-ipocrita, nasconde l’enorme fragilità del discorso “normale”, apolitico, che il privato cittadino israeliano è costretto a costruire nelle pieghe del discorso ufficiale. E in fondo l’uno è l’altra faccia dell’altro. L’israeliano sembra sapere, infatti, che non esiste una divisione netta, un sistema isolante, tra il discorso apolitico e quello politico: sa che inevitabilmente, da un momento all’altro, la politica e le sue ombre potranno fare irruzione nel mondo sereno della vita quotidiana.

Un altro modo, attraverso cui gli israeliani, soprattutto i più giovani, sfuggono al discorso politico, è indossando la mimetica, assumendo il ruolo di soldati, adottando il discorso militare. Il discorso militare, che si ritrova in modo più o meno convinto sulle bocche dei ragazzi armati ai posti di blocco in Cisgiordania, è un discorso che, per definizione, si basa sull’obbedienza, sull’autorità, sul segreto. Al discorso apolitico delle vecchie generazioni di israeliani corrisponde quello militare delle nuove generazioni, in divisa.

Naturalmente, esiste un discorso politico israeliano non di propaganda. È ad esempio quello del Collettivo Breaking the Silence, costituito dai soldati ed ex-soldati che decidono di rompere il silenzio, ossia di abbandonare i ritornelli del discorso militare, per affrontare le vie difficili del discorso politico (www.breakingthesilence.org.il).

La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, che è ravvivata dalle umiliazioni quotidiane che l’occupazione israeliana infligge, è qualcosa di traumatico anche per gli israeliani. Khleifi tocca davvero un nodo psicologico enorme. Com’è possibile, per una persona normale, per un israeliano normale, né più buono e né più cattivo di un qualsiasi altro essere umano normale, accettare il dolore della Nakba? Comprendere che la propria salvezza in quanto ebreo, la sua possibilità di avere una patria, e uno stato che lo difenda, mettendo fine a immemorabili ingiustizie e crudeltà, si è costruita sulla catastrofe di un altro popolo, scacciato, perseguitato e sottoposto a occupazione militare?

Il trauma è tanto più forte perché il torto è ormai avvenuto, e comporta un aspetto irrimediabile. È giusto che Israele esista, nonostante l’ingiustizia che gli ha permesso di esistere. Non si pone qui la questione della legittimità all’esistenza di Israele in quanto stato, che è una questione “esteriore”, già risolta nei fatti. Si pone qui un problema di ordine “morale”, intimo, ossia la capacità del popolo israeliano di assumere fino in fondo la sofferenza inflitta ai palestinesi, riconoscendoli quindi come esseri umani a tutti gli effetti, e non come minacciosi nemici, che è lecito umiliare, torturare, uccidere. Finché questa assunzione, estremamente difficile, non sarà realizzata da una maggioranza di israeliani “normali”, il loro discorso si porterà sempre dietro un’ingombrante zona d’ombra, l’enorme artificio della memoria negata. E sarà a loro preclusa ogni autentica dimensione politica. E senza dimensione politica è impossibile immaginare, all’interno di una società pur formalmente democratica, alcuna svolta, mutamento, correzione di rotta.

*

1) Non voglio con questo sostenere che non esista anche un discorso di “propaganda” nel campo palestinese. E come ogni discorso propagandistico di natura politica, anch’esso si porterà dietro falsificazioni e ipocrisie. Ma per quanto i diversi leader politici palestinesi possano, all’occasione, fare della schematica propaganda, nella bocca del loro popolo il discorso politico ritrova sempre una sua limpidezza.

Tag: , , , , , , , , , ,

36 Responses to Riflessioni su un documentario israelo-palestinese

  1. Federico Gnech il 23 settembre 2011 alle 11:35

    “È giusto che Israele esista, nonostante l’ingiustizia che gli ha permesso di esistere.

    Bontà tua.
    Ma attenzione che adesso arriva Galbiat(t)i il castigamatti e ti dà del ‘sionista’.

    “Si pone qui un problema di ordine “morale”, intimo, ossia la capacità del popolo israeliano di assumere fino in fondo la sofferenza inflitta ai palestinesi, riconoscendoli quindi come esseri umani a tutti gli effetti, e non come minacciosi nemici, che è lecito umiliare, torturare, uccidere.”

    A proposito di narrazioni: con la caduta di qualsiasi prospettiva utopica, una delle pochissime cose che tengono uniti i brandelli della sinistra c.d. antagonista è proprio la questione israelo-palestinese (o anche: arabo-sionista). E’ come un mantra, ripetuto sempre uguale.
    Mi viene da dire: meno male che gli intellettuali che condividono la tua retorica non hanno alcun peso nei tentativi di risoluzione della faccenda.

    F.

  2. Ares il 23 settembre 2011 alle 11:42

    E infatti di soluzioni non ne vediamo.

  3. véronique vergé il 23 settembre 2011 alle 13:15

    Il testo mi ha messo a disaggio, perché scrivere che “il vero trauma degli Isrealiani non sia la Shoah” mi pare una parola terribile. Quando si legge tanti libri scritti da scrittori cha hanno vissuto nella loro famiglia il crudele vuoto, la frattura nella storia intima, l’assenza, non si puo credere che la Shoah, dopo tanti anni, sia una ferita cicatrizzata. Hanno perso anche la lingua hiddish, lingua magnifica, ma dimenticata, lingua della scrittura, quando un romanziere Isaac Singer fa vivere questa lingua.

    La terra si condivide nel rispetto di tutti. Fa male questa guerra per la terra, perché credo che nell’incontro tra due culture sorelle ( come lo dimostra il documentario) cresce il magnifico albero della pace.
    La soluzione è nell’arte, nella scrittura, nella musica, c’è li la speranza.

    Vorrei aggiungere che Israël è un paese con una terra stretta, fragile, sempre sospesa alla paura di dovere giustificare la sua esistenza, come è difficile la vita dei Palestinesi.

  4. lorenzo galbiati il 23 settembre 2011 alle 15:22

    Ringrazio Andrea per la segnalazione di questo documentario.

    Mi ha sorpreso la frase secondo cui “il vero trauma degli israeliani non sia la Shoah: credo che il loro trauma collettivo, ma inespresso, sia di sapere che hanno commesso un abuso incancellabile nei confronti del popolo palestinese.”

    Personalmente, di primo acchito non sono d’accordo. Ci ripenserò, a questa frase, specialmente dopo aver visto il documentario. Ma al momento mi sembra fuorviante. Ecco i miei motivi.
    – Non mi sembra possibile separare Shoah da Nakba. La seconda è avvenuta anche perché c’era appena stata la prima. Il nesso causale è sia di tipo storico (la GB, il mondo intero, hanno permesso a Israele di compierla) sia di tipo psicologico di massa (i sionisti appena arrivati volevano a tutti i costi essere maggioranza schiacciante nel paese per il genocidio e quindi il trauma subito in Europa come minoranza)
    – La Nakba in Israele non è una narrazione, una storia, per quanto ne so io, molto studiata e approfondita. C’è in atto un negazionismo di stato a favore di una narrazione trionfale (“abbiamo fatto fiorire il deserto”). E ormai sono passati 60 anni, 60 di continue guerre peraltro, che fanno sembrare gli anni 1947-48 un mito ai più. I segni dei villaggi palestinesi e dei quartieri di città palestinesi distrutti nel 1947-48 sono ormai molto bene cancellati sia materialmente sia da una narrazione della storia che passa dall’antichità al Novecento in modo da non citare nemmeno che quella terra è stata abitata da una maggioranza arabo-musulmana per più di una decina di secoli. Mi sembra perciò che le nuove generazioni non sappiano granché della Nakba, e quindi non abbiano bisogno di nascondere alcun trauma, perché la memoria della pulizia etnica è stata in gran parte rimossa dalla coscienza.
    Certamente però aleggia su tutta la società israeliana, un “ombra”, come è stata chiamata nell’articolo, in modo direi molto fine. Un’ombra che fa paura, quando affiora alla luce. E’ la rimozione del ricordo. E’ il rimosso. E a pensarci bene corrisponde anche con l’Ombra junghiana.

    Su questo aspetto, il fatto che Israele rimuova dalla sua memoria la Nakba, ossia la pulizia etnica di circa 800 000 palestinesi nel 1947-48, ricordo che negli ultimi anni la Knesset ha legiferato varie leggi volte al suo memoricidio. Riprendo un pezzo di un articolo di Infopal del 23 marzo di quest’anno:

    “Con la prima legge [sulla Nakba], Miller aveva chiesto che “apparati, organizzazioni e autorità statali che si rifiutavano di riconoscere il carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele, non dovevano ricevere finanziamenti da parte del governo. Chi ha già ricevuto questi fondi, ne subirà la revoca”.
    Oggi, giunge la continuazione di quella legge con l’introduzione del divieto di commemorare la Nakba.
    Sono due leggi dirette anzitutto a reprimere le comunità palestinesi con le rispettive rappresentanze.
    Approvata oggi, la nuova legge, disciplina quindi il taglio dei finanziamenti pubblici, a enti, organi e istituzioni che intendono commemorare la Nakba. In base ad essa, la competenza decisionale sulla revoca di questi finanziamenti viene riconosciuta direttamente al ministero delle Finanze.
    Oggi, la Knesset ha approvato un’ampliamento di quella legge.
    Il primo decreto legge è stato denominato “Legge sulle Commissioni di accoglienza nelle città”. “In quei comuni con un numero di abitazioni da 400 in poi, si permette l’istituzione di Commissioni con il potere di vietare a intere famiglie e a singoli cittadini di risiedere nel proprio comune. Il ricorso al divieto è riconosciuto “nel caso in cui dalla Commissione preposta, si riscontri assenza di armonia della famiglia e/o del soggetto in questione, con il resto del tessuto sociale”.
    Oggi, Hanin Zo’ebi, deputato palestinese presso la Knesset ha affermato: “Nessun senso di Stato, né di cittadinanza, e tanto meno di democrazia sono presenti nello Stato di Israele. Stiamo parlando di uno Stato selvaggio che si spinge fino a stuzzicare i punti più sensibili della gente e che istiga i sentimenti storici nazionali tramite l’incitamento al razzismo”.
    Il collega di Zo’ebi, Jamal Zahalqah, capo gruppo parlamentare, ha dichiarato: “Attività record della Knesset, che in un solo giorno, approva ben tre leggi razziste. Una che conferisce alle Commissioni il potere di vietare ai palestinesi di vivere in città, una che vieta la libertà d’espressione, con particolare riferimento a quella storica con cui i palestinesi esprimono i propri sentimenti nazionali (la legge sulla Nakba). Per ultimo, la legge che impone ai palestinesi, proprietari di abitazioni sulle quali Israele ha emesso ordini di demolizione, di sostenere le spese dell’abbattimento.”

    @Gnech
    Senz’altro secondo me la costruzione di Israele è stato un errore storico grave, la cui responsabilità ricade soprattutto su Europa e USA, e le cui conseguenze negative sono visibili oggi moltiplicate per mille (non parlo solo dell’oppressione palestinese, quanto delle conseguenze a livello globale e pure di quelle sull’identità del popolo ebraico e sulla sua tradizione religiosa e culturale). Però quando prendo in considerazione un dato di fatto che non può più essere cancellato dalla realtà, non mi pongo neanche il problema se sia giusto o meno che esista. Esiste, e basta. Il giudizio etico, ossia il giusto/sbagliato, lo do semmai sulla natura di uno stato esistente. E allora posso dire che secondo me non è giusto che uno stato sia “ebraico”, così come un altro “musulmano” ecc. perché questo implica necessariamente una discriminazione, a maggior ragione se le minoranze di quello stato sono di un’entità rilevante. E quindi credo sia opportuno interrogarsi, se si vuol dare un giudizio etico del tipo giusto/ingiusto circa l’esistenza di Israele, anche sul giudizio da dare alla natura di quello stato.

    Diverso è il caso della legittimità. Io non direi che Israele è legittimato ad esistere, come usano fare praticamente tutti, senza aggiungere almeno una specificazione non irrilevante. E qui vorrei approfittare per far riflettere te, e Andrea, e chi vuole. Per poter dire che uno stato è legittimato ad esistere, occorre capire dove si estende quello stato, vi pare? Ossia, i suoi confini. E allora sarà il caso di dire che Israele è legittimato ad esistere entro i confini del 1967. Non entro i suoi attuali e incerti confini, che vanno ben al di là. Il Muro, per esempio, non è legittimato ad esistere. Lo ha detto peraltro anche la Corte Penale Internazionale. Quindi, penso sia un atto politicamente importante ogni qual volta si parla della legittimità di Israele, ribadire che questa legittimità non vale per Israele così com’è ora.

  5. Federico Gnech il 23 settembre 2011 alle 17:31

    @Lorenzo Galbiati

    Credo che si possa essere d’accordo su alcuni punti non trascurabili: condanna dell’occupazione, diritto dei Palestinesi ad avere un loro Stato sovrano (diritto sancito dal piano di partizione del ’47, come ben sai), condanna delle posizioni peggiori della destra revisionista israeliana, ritiro entro i confini pre ’67. Ti dirò di più: sono convinto che l’unica soluzione equa e razionale per quelle terre sia, a lungo termine, quella del modello federativo (ISFALUR, di cui sentii parlare per la prima volta piú di dieci anni fa proprio da Jeff Halper)

    Quello su cui non possiamo essere d’accordo è un punto forse operativamente non rilevamente, ma per me molto importante. Io credo fermamente nella piena legittimità della fondazione dello Stato di Israele, il quale, come TUTTI gli Stati, nessuno escluso – e semmai meno di altri – è stato fondato compiendo alcune gravi ingiustizie.
    Una piccola chiosa storica: il primo Stato a riconoscere Israele non furono gli USA (tutt’altro che filoisraeliani fino al ’67) ma l’URSS di baffone. Solo la scarna logica del campismo ha fatto sí che Israele fosse percepito come stato coloniale e gli pseudosocialismi arabi come dei campioni dell’antimperialismo. Peccato che, con la caduta della cortina di ferro, permanga l’incapacità di tanta parte della sinistra a capire le ragioni di Israele – fatto del tutto slegato dal sostegno delle ragioni dei Palestinesi, peraltro.

    per il resto, quoto assolutamente Véronique Vergé

  6. Federico Gnech il 23 settembre 2011 alle 17:34

    Scusate:

    “operativamente non rilevamente”

    era ‘rilevante’, ovviaMENTE

    Il lavoro mi distrae e non riesco a scrivere in santa pace ;-)

  7. andrea inglese il 23 settembre 2011 alle 17:39

    Qualche precisazione.
    Né la frase di Klheifi, né la mia riflessione su quella frase portano sulla legittimità di Israele ad esistere. Non si fornisce un giudizio storico-politico, né si tocca la questione di quali confini e quale legittimità. Che gli ebrei abbiano uno stato, come dovrebbe averlo ogni popolo è giusto. Il tragico della vicenda, è che la giustizia fatta al popolo perseguitato, sterminato e senza terra degli ebrei ha comportato l’ingiustizia nei confronti del popolo palestinese. Questo è il senso della frase: “È giusto che Israele esista, nonostante l’ingiustizia che gli ha permesso di esistere.”

    Ora l’articolo non entra nella questione delle soluzioni politiche auspicabili, possibili, o semplicemente attuali. L’articolo vuore riflettere su alcune condizioni pre-politiche, che potrebbero portare a una mutanento di prospettiva da parte dell’occupante israeliano.

    Veniamo ora la frase di Klheifi. Questa frase non intende certo dire: il popolo ebraico non ha subito il trauma della Shoa. La frase vuole dire: oggi, quello che blocca una soluzione politica giusta – compatibilmente con le ingiustizie irrimediabili – per i cittadini israeliani è il non riconoscimento di questo trauma, ossia l’aver causato la Nakba.

    A livello collettivo, il trauma della Shoa è un trauma che Israele ha elaborato: infatti ne può parlare, lo può narrare, è parte integrante ora della storia non solo degli ebrei, ma anche di Israele. Questo forse non è qualcosa di chiaro a tutti; io l’ho scoperto grazie a un libretto di Eyal Sivan, che accompagnava il suo documentario su Eichmann a Gerusalemme. Per molto tempo la retorica sionista del nuovo stato israeliano sopportava con difficoltà la memoria dei sopravvissuti, delle vittime. Egli mostra che vi è tutta una storia della memoria della Shoa in Israele, che va dall’ombra alla luce.
    La questione, invece, della Nabka è qualcosa di ancora in ombra, con un peso fortissimo. E quello che la frase di Khleifi dice è questo: l’israeliano, come ogni essere umano, fa enormemente fatica non solo ad assumere fino in fondo le offese che ha ricevuto, ma anche le offese di cui è responsabile. E qui si parla in termini collettivi e morali, non in termini giuridici o politici. La maggioranza di israeliani che oggi vivono in Israele, nati in Israele o emigrati in Israele, non sono stati i responsabili della Nakba. Questa storia è alle loro spalle, come un terribile implicito. Dopodiché ogni discorso deve spostarsi sull’attualità: su qualcosa che i palestinesi hanno fatto, e che giustifica le reazioni dell’esercito e del governo, magari reazioni esagerate. Ma tutto si sposta a valle, sulle questioni di Intifada, di hamas, di lancio di razzi, di attentati.

    Ora, sarà senz’altro parziale, e magari anche ovvia per alcuni, ma la chiave di lettura fornita dal documentario e dalle parole di Klheifi mi hanno fatto comprendere meglio il disagio che mi provocano così spesso i discorsi di parte israeliana. Non mi riferisco ovviamente alla propaganda più becera.

  8. andrea inglese il 23 settembre 2011 alle 17:52

    Ho trovato i riferimenti del libro di cui parlavo. Si tratta di “Eloge de la désobeissance” di BRAUMAN Rony, SIVAN Eyal, 1999.
    Non so se sia stato tradotto anche in Italiano.

  9. lorenzo galbiati il 23 settembre 2011 alle 22:38

    @gnech
    @inglese
    Il punto di discordia tra me e voi sulla giustezza o meno della nascita di Israele non si può risolvere in poche righe. Per me per esempio è una contraddizione dire che è stato giusto o legittimo dare al popolo ebraico uno stato e nello stesso tempo ammettere che questo ha voluto dire fare un’ingiustizia al popolo palestinese. E’ una contraddizione perché l’ingiustizia subita dal popolo consiste proprio nell’esproprio di gran parte della terra in modo da averne una su cui fondare lo stato ebraico. Al massimo, se si ammette che gli ebrei avessero diritto ad emigrare in massa per “tornare” in quella terra, allora si può dire che è giusto che avessero il diritto di viverci, accanto però a chi vi era già. E quindi in uno stato non ebraico ma binazionale.
    Nel dire questo, non faccio altro che riallacciarmi alla prima risposta che ci ha dato Jeff Halper nella lunga intervista (postata qui su NI in due pezzi) che gli ho fatto online, con 10 domande mie e 2 di Andrea.
    La trovate qui:
    https://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper/
    Peraltro, il riconoscimento russo di Israele cosa dimostrerebbe? Anche una Germania nazista l’avrebbe subito fatto. Parliamo infatti insieme ai polacchi dei popoli più antisemiti d’Europa: cos’altro di meglio per loro che sperare, o favorire, o costringere a una emigrazione ebraica di massa nello “stato degli ebrei”?
    Non è che io voglia spostare il topic. E se dà fastidio ad Andrea questo discorso, lascio a Gnech il mio email
    lorenz.news@yahoo.it
    Voglio però mettere sul piatto questo aspetto, Andrea, non perché sia ossessivo, ma perché sono convinto che riflettere sulla Nakba comporta non solo scontrarsi con resistenze psicologiche verso questo trauma ma anche, a livello collettivo, il mettere in dubbio alla radice la giustezza, o la legittimità, come preferite, della fondazione di uno stato ebraico in Palestina.
    Questo, evidentemente, nel documentario non affiora. Ma nei lavori di storici come Pappé, che considera quella fondazione un atto di colonialismo europeo, e anche nel lavoro di intellettuali più moderati come Halper, che rivendicano il legame tra ebrei e Palestina, e quindi anche il loro diritto a tornarci e vivere, questo emerge.
    L’ebraicità dello stato è il vero problema alla radice di tutti gli altri conseguenti.
    Per quanto riguarda la frase di cui abbiamo discusso, capisco il senso che meglio esplicita Andrea nel suo commento, e che mi sembra del tutto condivisibile. Io mi sono soffermato, forse capziosamente, sulla parola
    “sapere” (“…il loro trauma collettivo, ma inespresso, sia di sapere che hanno commesso un abuso incancellabile nei confronti del popolo palestinese”) per sottolineare che, per quel che capisco io, in verità ne sanno ben poco a livello storico, consapevolmente.
    Magari possiamo dire che sanno, o hanno il presentimento, consapevole o inconscio che sia, di quell’abuso.

  10. mordecaj il 23 settembre 2011 alle 23:27

    Dobbiamo convincerci che anche Hamas (a proposito: perché fermare i rappresentanti italiani di Freedom Flotilla diretti al processo sulla morte di Arrigoni al valico di Rafah?!!!) sta sabotando la giusta lotta per l’autodeterminazione degli arabi di Palestina volgendo le armi, non tanto contro il governo ultrareazionario di Netanyhau, né contro l’esercito israeliano, ma indiscriminatamente contro la massa dei civili israeliani, ebrei e spesso anche arabi-israeliani, così facendo il gioco di Netanyhau stesso. La questione è invece quella di rivolgersi agli arabi ed ebrei che non intendono prestarsi al gioco micidiale dell’escalation terrorista dei rispettivi “falchi” semifascisti, ponendosi nell’ottica dei “due popoli, due stati”. Personalmente sono convinto che non già Eretz Israel ma la Transgiordania (compresa quindi West Bank occupata da Israele) sia terra araba, carpita a suo tempo dall’imperialismo britannico, e che uno stato Arabo-Palestinese possa e debba estendersi in quel territorio abbattendo la monarchia Hashemita e ponendo le condizioni per il ritorno dei profughi. In questo senso l’oppressione e l’occupazione della Cisgiordania da parte israeliana è il primo dei problemi da risolvere, ma poi la terra usurpata dall’attuale Stato di Giordania ne è necessario complemento, col piccolo particolare che i palestinesi per conquistarsela devono anche far piazza pulita della feudoborghesia hashemita: quest’ultima con “Settembre Nero” (10.000 morti palestinesi, in una settimana!!) ha mostrato inequivocabilmente il suo amore per i fratelli oltre il fiume Giordano. Ed anche l’amore per gli ebrei con la continua ripubblicazione dei “Protocolli dei savi anziani di Sion”.
    Resto quindi convinto che senza levar di mezzo il trono hashemita e dall’altro Netanyhau, ci si riduce a confinare gli arabi in “riserve indiane” o a buttare “gli ebrei in mare” secondo il delizioso programma di Hamas.

  11. andrea inglese il 24 settembre 2011 alle 00:56

    “Non è che io voglia spostare il topic. E se dà fastidio ad Andrea questo discorso, lascio a Gnech il mio email”

    Non è un problema di fastidio, è che per parte mia non mi sento in grado di mettermi a discutere, qui, sulle buone o cattive soluzioni politiche per la soluzione della questione Palestina-Israele. E’ un mio limite. Non si può intervenire in modo pertinente su tutto. Però è una di quelle realtà, che non lasciano mai indifferenti, che continuano a porti domande, e a vari livelli.
    C’è una sacco di gente che può parlare dell’occupazione israeliana, della politica palestinese, ecc, conoscendo molto meglio la materia, magari per esperienza diretta.
    Io cerco, con i limitati mezzi che ho – in questo caso un documentario – di aprire ulteriori spiragli di comprensione. Partendo anche da elementi periferici o secondari.
    Non a caso, ho inserito questo pezzo nella rubrica diari.

  12. Federico Gnech il 24 settembre 2011 alle 10:14

    @Lorenzo Galbiati

    Chiedi se non ci sia contraddizione tra considerare legittima la fondazione di Israele e riconoscere l’ingiustizia causata dalla sua fondazione. La mia risposta è no, perché, come già detto, l’esistenza di OGNI Stato si fonda su qualche tipo di ingiustizia. Nel merito, e anche tenendo conto di tutte le decostruzioni del ‘mito fondatore’, non è possibile sostenere che la responsabilità dell’accaduto vada addossata soltanto sul movimento sionista. Parli di stato binazionale, saprai che questa fu l’utopia di Buber e di Judah Magnes (il fondatore dell’Università Ebraica), di quella parte di sionismo che, di fronte alla volontà araba (araba, non “palestinese”) di “cacciare a mare gli Ebrei” divenne presto minoritaria.
    Io non lo so se sia possibile che i due popoli giungano a una narrazione comune, un giorno. Non so nemmeno se sia veramente necessario, a dire il vero. Ma trovo molto rischioso questo mettere sulla stessa bilancia i due rispettivi traumi nazionali, la Shoah e la Naqba. Non dovrei nemmeno esplicitare quanto mi sembra ovvio: si tratta di due fatti imparagonabili, e non mi riferisco tanto alla dimensione quantitativa, ma a quella concettuale. La Shoah è stata un tentativo pianificato di eliminare ‘il corpo’ di un popolo, la Naqba è uno dei numerosi scambi forzati di popolazione che durante o al termine delle due guerre mondiali hanno cambiato la geografia etnica dell’area euromediterranea (e oltre). Io capirò sempre il dolore e la rabbia dei Palestinesi, ma non riesco a giustificare razionalmente l’ossessione della sinistra europea per la c.d. “questione mediorientale”.Gli esodi dei Greci e dei Turchi dell’Egeo, degli Italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, dei Sudeti dalla Cecoslovacchia, di Musulmani e Indù tra Pakistan e India…tutti questi casi non sono mai parte del discorso “antimperialista” della sinistra di cui facevo parte, la quale si mobilita a partire da un riflesso quasi pavloviano cui non riuscirò mai ad abituarmi. Ora, dopo anni di studio della questione e dopo aver tentato sempre di mantenere una posizione problematica (generalmente etichettata come ‘sionista’, ma a volte pure come ‘antisionista’: non mi faccio mancare niente), rimane solo molta stanchezza. Peraltro, le modalità di questa perpetua mobilitazione antisraeliana, più che filopalestinese, non hanno MAI contribuito a far procedere di un passo il processo di pace. Buon per te se riesci a riempirle di senso e a trarne almeno un profitto di ordine morale, dal tuo punto di vista.

  13. mb il 24 settembre 2011 alle 12:25

    @andrea inglese
    “Dopodiché ogni discorso deve spostarsi sull’attualità: su qualcosa che i palestinesi hanno fatto, e che giustifica le reazioni dell’esercito e del governo, magari reazioni esagerate. Ma tutto si sposta a valle, sulle questioni di Intifada, di hamas, di lancio di razzi, di attentati.”

    Fino ai due punti dici perfettamente. Poi le parole che seguono, seguono un pò alla rinfusa, se posso permettermi. E se le hai scelte velocemente rimandando ad un altro discorso che dici non esser in grado di fare per questioni di limiti e di competenza, provo io a dire qualcosa. Non vorrei che il tono apparisse arrogante: trovo le tue osservazioni molto interessanti ma penso che il discorso a valle, le politiche di occupazione attuali, influenzano quelle a monte, ovvero la memoria collettiva dello Stato Israeliano. Il punto è: come Israele in quanto Stato lavora sulla propria memoria? La rimozione della Nakba ha lo stesso statuto di quella relativa alla Shoah? La mia idea è che siano molto diverse, e se la prima è stata superata ed ora la Shoah è contemplata in quanto memoria dello stato israeliano, la seconda rimozione è costitutiva dello Stato ebraico. La Nakba è troppo forte da sostenere in quanto memoria dello Stato israeliano sino a quando non perderà il carattere di Stato ebraico.

    Sono pienamente d’accordo con le parole di Lorenzo Galbiati. Ma non mi interessa qui ora ragionare sulla giustezza o no della nascita di Israele. Mi interessa comprendere come la natura di Israele in quanto Stato ebraico condiziona oggi una certa politica di occupazione, che a sua volta produce un evoluzione della memoria collettiva.

    Lo dico chiaramente: è ridicolo pensare che gli eventi mediorientali siano quel botta-risposta, quel falso ragionamento di azione-reazione che i media attivano allorché si mettono a ‘far luce’ (sporadicamente, e banalmente) sulla realtà israelo-palestinese.
    Quando si cammina a Gerusalemme e a Ramallah, quando si salgono le colline di Nablus e di Jenin, quando si entra nei campi profughi dei territori occupati palestinesi, quando si parla con le persone, le notizie sono altre. E sono nuove. E si succedono freneticamente. La realtà cambia molto velocemente, e più è forte il silenzio internazionale che l’accompagna più è veloce la trasformazione. Da quando ho trascorso un pò di settimane in quei luoghi (autunno 2009), non vi è frase più insopportabile qui da sentire che quella ‘è una questione che non finirà mai’. Perché? Perché abdica ad una analisi dei fatti che succedono ogni giorno. E che hanno a che fare con la memoria della Nakba. Ne sono l’estensione.

    E non parlo solo delle violenze pianificate che distruggono la quotidianità di ogni cittadino palestinese dei territori occupati (che si suppone si possano immaginare e invece affermo che il solco fra immaginazione e realtà è ben profondo e quello che si dà per scontato lo è molto poco, prima di una verifica personale –un inciso: i film di Elia Suleiman sono grotteschi se visti in Europa, e realistici in Palestina-Israele): parlo di quello che Israele fa, in quanto Stato ebraico, per mantenere un certo equilibrio demografico al proprio interno, per parlare di ‘terra’ e di ‘persone’ al di qua del labile confine israeliano (il muro corre secondo traiettorie non dichiarate, e affonda molto volentieri oltre la linea verde del ’67).

    Revocare il diritto di centinaia, migliaia di famiglie palestinesi a vivere in Israele (a Gerusalemme nell’ottobre 2009, giungevano a casa di famiglie palestinesi lettere che dicevano: entro 3 settimane la tua casa verrà distrutta per questioni di sicurezza. Se provvederai tu alla distruzione non dovrai pagare nulla: se invece sarà il Comune a provvedere la quota da pagare è di…”. Impedire il ricongiungimento di una coppia ‘mista’ in cui uno dei due palestinesi non abbia i documenti per poter vivere in territorio israeliano (e dunque spingerla a vivere aldilà del muro). Mettere in difficoltà a tutti i livelli (attraverso leggi discriminatorie, comportamenti più o meno formalizzati presso le istituzioni cittadine, e violenza aperta: molti e differenti sono i livelli su cui si dispiega la violenza di uno stato) la popolazione araba di Israele, popolazione che cresce ad una velocità superiore di quella ebraica e che ora deve combattere con una legislazione sempre più restrittiva -rimando a Lorenzo Galbiati più sopra- e ad una situazione nei fatti sempre più insostenibile. Il tentativo di sgombrare lo spazio di un palestinese con passaporto israeliano -o arabo-israeliano come vengono chiamati per rimuovere il termine palestinese, rimosso come il termine nakba- è pratica costante e proviene direttamente da quel carattere di ebraicità che ha lo stato.
    Attraverso le lettere che citavo più sopra o anche offrendo soldi ad un commerciante che possiede un negozio nella vecchia Gerusalemme. Ed è proprio questa complessità, questo ventaglio di violenze differenti –in ultimo con l’obiettivo di sottrarre terra e espellere persone- che si offre al tuo sguardo. E dunque l’obiettivo di una informazione reale sarebbe quello di metterle in ordine, spiegarle, capirne l’origine e le conseguenze.

    Quel che vorrei cercare di far capire è che là succedono moltissime cose con gravissime conseguenze per centinaia, migliaia di persone, famiglie, e di queste pochissime vengono intercettate per occupare qualche spazio sui nostri giornali. Un silenzio enorme.
    La sensazione è che il discorso molto ampio sul diritto di Israele a esistere offuschi completamente quello che ogni giorno capita. Ad esempio di come Israele si comporti in modo dubbio nei confronti dei nuovi insediamenti illegali, per parlare di ‘terra’ e ‘persone’ aldilà del labile confine israeliano. Quelle iniziative che nascono individualmente, o per mano di piccoli gruppi di coloni, e alle quali seguono movimenti contradditori di condanna e assecondamento dello stato israeliano (da una parte la condanna ufficiale può in effetti portare allo sgombero, dall’altra molte volte vi è la decisione di fornire luce e gas e dunque di dare l’avvio di un nuovo insediamento). Ovvero come uno Stato usa i propri estremisti, come se ne serve.

    E poi ancora, per parlare sempre dell’aldilà del confine, le infrastrutture israeliane nei territori occupati, le strade cui accedono solo un certo tipo di targhe (i coloni che sfrecciano su nuovissime strade asfaltate e i camion palestinesi su quelle contorte e consumate: sembra ideologica questa rappresentazione ma è proprio così, ahimè). Lo spazio della segregazione.

    Sembra che io abbia spostato l’attenzione dal nucleo dell’articolo di Andrea Inglese, ma questo spostamento non è casuale. La difficoltà dell’israeliano nell’avvicinarsi alla Nakba, nel comprendere appieno l’offesa inflitta che segue quella subita, va vista attraverso le politiche messe in campo dal governo israeliano oggi, e dai legami che osservatori attenti riescono a stabilire tra queste e una certa ideologia sionista, che vede uno spazio fisico legato ad una rappresentanza etnica (e di qui il discorso su un Diritto al ritorno degli ebrei della diaspora -quello su cui si fonda Israele e che Godard nel suo ultimo Film Socialisme chiama piuttosto Diritto all’andata, contrapposto ad un Diritto al ritorno negato, quello dei profughi palestinesi che vivono fuori dai territori occupati e da Gaza. Quello di uno Stato in cui non esiste il concetto di Nazionalità Israeliana –la Nazionalità è solo ebraica- e in cui dunque un cittadino palestinese (o per chiarezza arabo-israeliano) può al massimo desiderare la Cittadinanza Israeliana.

    La difficoltà per la psicologia dell’israeliano nell’avvicinarsi alla catastrofe inflitta va vista attraverso gli occhi di un bambino che nasce a Tel Aviv, o Gerusalemme, e va a scuola, e nella cartina geografica del libro non vede i territori occupati ma solo la Grande Israele. Quel che mi sembra di poter osservare è che il passaggio dalla coscienza ‘apolitica’ della prima generazione a quella ‘militare’ dell’ultima è il prodotto di uno stato razzista, fortemente impaurito, che usa violenza e negazione della memoria come uniche armi per il rafforzamento della propria identità.

  14. andrea inglese il 24 settembre 2011 alle 15:39

    a mb,
    il tuo tono non mi pare arrogante, e il contenuto di quanto dici mi sembra che integri e ampli il discorso inaugurato dalla mia riflessione; mi sembra infatti che ad un certo punto tu ti preoccupi di articolare il legame tra dimensione psicologica e dimensione politica, passando per il nodo centrale dell’educazione.
    Quello che m’interessava discutere non è l’attualità dell’occupazione, nell’ottica di una controinformazione. Cosa importante da fare, ma che lascio altri fare, per conoscenza aggiornata dei fatti, ecc.
    Né m’interessa fare un altro discorso, che è altrettanto importante, sulle soluzioni politiche praticabili per uscire dall’occupazione e dal regime di aparthaid.
    M’interessava riflettere sull’ostacolo in qualche modo psicologico, che agisce sulla società civile israeliana. Ed è intorno alla società civile che m’interessava sviluppare il discorso. E mettere in luce che oltre a quanto tu ricordi – ossia la necessità politica della negazione della memoria, promossa da vertici militari e da classe politica israeliani – esiste une negazione che ha un carattere diverso, di natura appunto etico-piscologica, ed essa agisce pero’ sulla società civile.
    Ovviamente non si possono scindere le due negazioni, ma a me premeva mettere in luce un aspetto della negazione di cui meno si parla, e che un artista come Khleifi è riuscito a far emergere.

  15. lorenzo galbiati il 24 settembre 2011 alle 16:24

    mb,
    sei presente in rete con nome e cognome su blog, siti, forum?
    se in qualche modo sei rintracciabile, e vuoi essere rintracciato in caso di scambio di informazioni e opinioni, il mio email è scritto sopra, il mio blog compare cliccando sul mio nome in testa a ogni mio commento qui, il sito per il quale mi occupo della Palestina è http://www.peacelink.it

  16. andrea inglese il 24 settembre 2011 alle 17:18

    Ho ritrovato il passaggio importante sul trattamento della Shoa, nel corso della storia d’Israele. Invito chiunque è interessato al tema della memoria e dei suoi usi politici a leggerlo, perché è di grande interesse.
    Scrivono Brauman e Sivan, autori di “Elogio della disubbidienza. A proposito di uno “specialista” Adolf Eichmann”, in un capitolo intitolato i “Funzionari della memoria”:

    “In Israele, i manuali scolastici di storia, il cui contenuto era deciso dal ministero dell’Educazione, rendono conto di questo periodo di rimozione del genocidio. Uno studio consacrato a questo tema e riguardante i manuali del periodo 1967-1988, individua 5 libri – circa 500 pagine – interamente dedicati al genocidio e 132 pagine dedicate alla Resistenza. Lo stesso studio mostra che tra 1949 e 1967, i tredici manuali di storia ebraica non consacrano che alcune righe, nel caso migliore due o tre pagine, alla Shoa. Il volume totale non va oltre le 20 pagine dedicate al genocidio e le 43 pagine dedicate alla Resistenza, per l’essenziale l’insurrezione del ghetto di Varsavia.”

    La prima volta che ho letto queste righe, non credevo ai miei occhi.

    Sulla questione della rimozione della Nakba da parte israeliana, un altro passaggio tratto dallo stesso libro.

    “Il Memoriale di Yad Vashem, eretto qualche anno più tardi [rispetto alla nascita dello stato di Israele] in virtù di una legge intitolata “Memoria, Shoa e eroismo” testimonia simbolicamente di questa cancellazione di una memoria da parte di un’altra. Il sito che ospita il centro di ricerche e il museo che compongono questa istituzione fu infatti costruito sulle rovine di un villaggio palestinese, Sumeil, raso al suolo durante la guerra del 1948.”

  17. véronique vergé il 24 settembre 2011 alle 17:48

    Mi trovo d’accordo con Federico Gnech. Primo, trovo che sovente Israël è costretto da giustificare la sua esistenza, come se fosse colpevole di avere trovato una terra di rifugio, una terra per pensare a unirsi intorno a una lingua e a una cultura. Nonostante la spiegazione di Andrea che ha sempre l’intelligenza della moderazione, mi sembra una parola inopportuna mettere sullo stesso piano: Shoah e Nabka, anche nel simbolo dell’ombra sulla storia dello stato d’Israël. Mi sembra che prima i Palestinesi avevano rifiutato di condividere la terra.
    Ma mi sembra oggi, dopo tanti anni,- sono nata in 1967- ( comme Andrea, mi pare:-), i due paesi hanno la possibilità di parlare, di fare un passo avanti. Immagino- sono insegnante, che i ragazzi hanno un senso di pace, sognano la pace- da una parte e dall’altra- e rimpiango che gli adulti siano sempre chiuso nel dialoguo.
    Ascoltate la gente dei due paesi, leggete i libri dei scrittori, i poeti, guardate i film ( il cinema israeliano è ricco nella sua diversità e sensibilità) .
    Noi, fuori dal territorio, non dobbiamo dare lezione. Non conosciamo il dolore, quello del ragazzo senza scuola, quello del ragazzo che ha la nostalgia di un mondo senza la Shoah, senza la scomparsa di una storia familiale, costretto da immaginare come era prima, senza foto intima.

  18. andrea inglese il 24 settembre 2011 alle 18:23

    a véronique

    “Noi, fuori dal territorio, non dobbiamo dare lezione.”

    Questa frase è molto rischiosa Véronique, perché può essere interpretata come: sulle vicende della politica israeliana si esprimano solo gli israeliani; sulla politica italiana si esprimano solo gli italiani, sulla politica nazista si esprmano solamente i nazisti, sulle bombe atoòiche si esprimano solo i militari, sulle violenze sessuali si espromano solo le vittime – che magari, in molti casi, NON si esprimono per paura o vergogna.

    Non sono quindi per nulla d’accordo con questa idea. Il problema è semmai un altro. Non tutti possono parlare di tutto. Ma tutti possono parlare di alcune cose. Io non posso entrare nell’attualità quotidiana dei palestinesi che vivono in Cisgiordania, o dei giovani soldati israeliani che la perlustrano, perché non avrei elementi, al momento, per farlo.
    Ma fornire un giudizio sull’occupazione israeliana, sulla rimozione della Nabka, sull’ipocrisia dei discorsi di propagando, questo posso farlo. Le conoscenze che ho di quella zona del mondo me lo permettono. Con tutti i rischi che sono inerenti ad ogni giudizio espresso su qualcosa.

  19. maria il 24 settembre 2011 alle 18:51

    Sono d’accordo con Federico G, la shoa e la nakba storicamente non possono essere messe sullo stesso piano, più in generale per chi voglia una visione meno usuale e rituale della shoah , vero e proprio genocidio, consiglio il film di claude lanzmann tutto incentrato su volti, interviste e luoghi dove la shoah si svolse.
    Per chi non lo conosce posto alcune riferimenti su di lui.
    Naturalmente una cosa è l’origine dello stato di israele di cui la shoah fa parte e altra cosa è la politica che ne è seguita soprattutto dal 1967 in poi.
    maria

    È stato uno degli organizzatori della Resistenza al liceo Blaise Pascal di Clermont-Ferrand nel 1943. Partecipò alla lotta clandestina in città, poi alle azioni dei partigiani alla macchia dell’Auvergne. Gli fu assegnata una medaglia della Resistenza, fu nominato cavaliere della Legion d’onore e commendatore dell’Ordine nazionale del Merito. Docente all’Università di Berlino durante il blocco, incontrò nel 1952 Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, dei quali divenne amico; fu compagno della de Beauvoir dal 1953 al 1959[1]. Da allora non ha mai smesso di collaborare alla rivista Les Temps Modernes (Tempi Moderni): ne è tuttora il direttore. Fino al 1970, divide la sua attività tra Les Temps Modernes e il giornalismo, scrivendo numerosi articoli e reportage, vivendo senza contraddizioni la sua fedeltà ad Israele (dove si è recato per la prima volta nel 1952) ed il suo impegno anticolonialista. Firmatario del Manifesto dei 121, che denunciava, appellandosi alla non sottomissione, la repressione in Algeria, fu uno dei dieci accusati; in seguito diresse un numero speciale di Les Temps Modernes di più di mille pagine consacrate al conflitto arabo-israeliano, nel quale, per la prima volta, arabi ed israeliani esponevano insieme le loro ragioni, e che resta tuttora un’opera di riferimento.

    Nel 1970, Claude Lanzmann si consacra esclusivamente al cinema: realizza il film Pourquoi Israël, destinato in parte a rispondere ai suoi antichi compagni di lotta anticolonialista che si rifiutavano di comprendere come si potesse, pur volendo l’indipendenza dell’Algeria, volere anche la sopravvivenza di Israele. Quest’opera, che presenta di Israele un’immagine vera, non manichea, ottenne nel mondo intero un considerevole successo di pubblico. La prima ebbe luogo negli Stati Uniti, al Festival di New York, il 7 ottobre 1973, qualche ora dopo lo scoppio della guerra del Kippur.

    Claude Lanzmann inizia a lavorare al film Shoah nel corso dell’estate 1974; la realizzazione della pellicola lo occupa a tempo pieno per undici anni. Dalla sua uscita nelle sale, nel 1985, questo film fiume della durata di nove ore e mezza è stato considerato un evento fondamentale, sia dal punto di vista storico che cinematografico. Shoah ha avuto ripercussioni che non accennano a decrescere: ad esso sono consacrati migliaia di articoli, studi, libri e seminari nelle università di tutto il mondo. La pellicola ha ottenuto le più alte onorificenze ed è stata premiata a numerosi festival. Dopo Pourquoi Israël e Shoah, è Tsahal l’ultimo capitolo della trilogia di Claude Lanzmann, che conclude così una serie di film presenti nella sua mente fin dall’inizio.

  20. helena il 24 settembre 2011 alle 19:01

    Andrea, che Yad Vashem sia stato costruito sulle rovine di un villaggio arabo distrutto mi fa venire il maldistomaco. Ma ricordandolo si rischia di tracciare implicitamente il paragone tra un genocidio e una violenza protratta e reiterata che tale non è. Penso ci sia del vero in quel che dici, ossia che la Naqba sia un rimosso israeliano (e spesso, in qualche modo, pure degli ebrei della diaspora). Tu credi che a livello cultural-psicologico qualcosa di davvero analogo valga anche per gli i croati in Istria ecc?
    La nascita degli Stati indipendenti a seguito della dissoluzione degli Imperi ha comportato violenze terribili che hanno inquinato le precedenti lotte per l’indipendenza (laddove c’erano state). Ti accenno solo alla disperazione del vecchio Gandhi che ha cercato con il suo stesso corpo di fermare i massacri tra induisti e musulmani, fallendo per la prima volta nella pratica della non-violenza e finendo ucciso da un induista fanatico. E anche quella, come tante altre, non sono storia passata, basta pensare alla guerra del Kashmir o alla guerra fredda atomica tra India e Pakistan (che non è un problema geopolitico da poco). O alle ragioni della guerra ex-jugoslava (anche lì non mi pare sia tutto apposto).
    Le identità nazionali sgorgate da tutto questo sono fondate sull’odio reciproco – spesso, ma non sempre, di radici più antiche – e solo in pochi contesti si sta cominciando a superarlo.
    Con questo non voglio, sia ben chiaro, giocare la carta del “mal comune, mezzo gaudio”, ossia giustificare o minimizzare la condizione dei palestinesi.
    Ma qual’è il punto? Non è forse che gli arabi della Palestina non sono stati cacciati da una qualsiasi popolazione confinante, ma dagli ebrei che reclamavano di aver diritto a insediarsi proprio lì?
    E non viene vissuto come inaccettabile che proprio il popolo più perseguitato diventi, a sua volta, persecutore di un altro?
    Non sarebbe davvero l’ora e il caso di includere, in tutti i nostri discorsi, la consapevolezza di un diverso condizionamento mentale e psicologico radicato nella secolare “questione ebraica”? Condizionamento che agisce in tutti: israeliani, ebrei, “occidentali” schierati in maniera opposta, credo pure palestinesi. E questo può prendere le forme della rimozione, del razzismo, delle giustificazioni ideologiche (tra le quali quelle che strumentalizzano la Shoah soprattutto a uso interno, ossia il “mai più vittime”, “dobbiamo difenderci” ecc), della banalizzazione, ma anche dell’identificazione con le nuove vittime (questo anche da parte di una minoranza ebraica/israeliana).
    Non ti sembra utile cercare di smontare questo dispositivo che ha fatto della questione israelo-palestinese un’istanza identitaria di una certa parte della sinistra? Per cui tavolta appare quasi che tutte le colpe storiche dell’Occidente cristiano sul resto del mondo – imperialismo, razzismo, colonialismo ecc. – si ritrovini proiettate ormai quasi solo sull’ingiustizia perpetuata dallo stato dei suoi ex prediletti capri
    espiatori? E questo non potrebbe rappresentare, anch’essa, una parziale strategia di rimozione?

  21. helena janeczek il 24 settembre 2011 alle 19:23

    Piccola precisazione: mi riferisco, in primis, a tutto il lascito nefasto di imperalismo, razzismo, colonialismo ecc. e solo in secondo luogo alla modalità per cui, dato che gli ebrei sono diventati persecutori, si possa ascrivere a un passato “chiuso” la questione ebraica.

  22. Federico Gnech il 24 settembre 2011 alle 20:54

    Helena Janeczek ha colto il punto chiave del ‘non detto’ che sottende un certo schema retorico, secondo me. Non voglio né posso aggiungere nulla, se non un piccolo consiglio di lettura. ‘A poco a poco il ricordo’, di Saul Friedländer. E’ un libro veramente prezioso, purtroppo fuori catalogo da Einaudi (e credo in esaurimento anche tra i remainders). Cercatelo ovunque potete, se questi temi vi stanno veramente a cuore.

  23. andrea inglese il 24 settembre 2011 alle 23:04

    a maria,

    chiariamo bene un punto – e ti ringrazio di richiamarlo – Khleifi in nessun momento – da quel che ho letto – vuole suggerire un’analogia o un’equivalenza tra Shoa e Nakba. Tantomeno voglio suggerirla io. Né mi è mai capitato di leggere da qualche parte una tale tesi.
    Il tema è un altro.

    Anche se mi rendo conto, che non è così semplice renderlo perspicuo.
    Proviamo a partire da questo punto. Io ho qualche amico ebreo e israeliano, non ho invece amici palestinesi. (Sono affettivamente più vicino, quindi, a chi vive o ha legami con Israele.) Da un punto di vista politico trovo condannabile ciò che lo stato di Israele continua a fare in Palestina ai palestinesi. E sopratutto trovo insopportabile l’ipocrisia mediatica che per lo più regna su questa questione (non solo in Israele, ma in Occidente).

    Detto questo, mi chiedo: com’è possibile che una società di persone normali sopporti e tolleri tutto questo? Lasciamo perdere la classe politica. Le classi politiche, ovunque nel mondo, si macchiano di gravi crimini contro gruppi, minoranze, altri popoli, ecc. Ma io parlo degli israeliani giovani, istruiti, o degli israeliani immigrati, o di quelli che hanno subito direttamente o indirettamente la Shoa. Come fanno loro a sopportare questo? Siccome non credo che gli israeliani siano più cattivi degli italiani o dei cinesi o degli americani, intesi come società civile, cerco di capire quali meccanismi psicologici ritardino la loro rivolta. Rivolta che già esiste, ma che è ancora solo di una piccola minoranza. Sopratutto a livello parlamentare, mi hanno detto che non esiste una forza d’opposizione importante alle politiche d’occupazione.

    Ecco, il documentario che ho visto e la frase di Khleifi, mi hanno aiutato a capire meglio l’ostacolo interno della coscienza israeliana.
    Ora Khleifi dice: gli israeliani sono traumatizzati dall’ingiustizia che hanno storicamente commesso. Esplicitiamo: essendo esseri umani, provvisti di valori, essi reagiscono a questo torto che hanno commesso e che collettivamente pesa su di loro, rimuovendolo, negandolo. Un cinico e spietato colonizzatore non ha da rimuovere un bel niente, per internderci.

    Ora, da questo affermazione o ipotesi, come volete definirla, io non ho tratto nessuna conseguenza politica specifica e diretta. Siccome i fondatori di Israele sono stati autori della Nakba, adesso Israele deva fare così e cosà, autosciogliersi, diventare uno stato federale, ritornare nei confini del 67, ecc.

    L’unica conseguenza che ho tratto è questa: quando la società civile israeliana sarà in grado di elaborare la Nakba, sarà anche in grado di pensare politicamente, al di fuori di una logica puramente militare.

    ps scusate, alle fine ho scritto un secondo mini-post (e devo rispondere ancora a helena)

  24. andrea inglese il 25 settembre 2011 alle 00:02

    helena,
    nel tuo intervento dici molte cose, vediamo se le ho comprese e riesco a risponderti

    parto da qui:
    “dato che gli ebrei sono diventati persecutori, si possa ascrivere a un passato “chiuso” la questione ebraica.”
    Qui vorrei chiederti di esplicitare. Ma subito mi viene in mente il libro di Yehoshua, del 1991, “Elogio della normalità”. Lui dice: normalizziamo il popolo ebraico, e facciamolo diventare un popolo con uno stato, come tutti gli altri, senza enfatizzare l’identità culturale ebraica, ecc. Quindi il problema forse sarebbe, chiudiamo la questione ebraica e apriamo la questione israeliana. La questione ebraica è la questione dell’umanità novecentesca, attraverso la questione di un popolo sterminato e di un popolo sterminatore. La questione israeliana è la questione di uno stato specifico, con una sua storia specifica, grandezze e crimini, errori perpretrati o svolte positive. Ed è una faccenda del XXI secolo.

    “E non viene vissuto come inaccettabile che proprio il popolo più perseguitato diventi, a sua volta, persecutore di un altro?”
    Dovrebbe essere inaccettabile ogni popolo persecutore. Quanto al caso di Israele, a me verrebbe da dire: per diverse ragioni le vicende israeliane hanno una centralità simbolica, che altre vicende non hanno. Questo è vero. Ma non credo che queste ragioni siano univocamente riconducibili a una sorta di ostilità pregiudiziale nei confronti di Israele. Ma c’è come un carico simbolico molto forte: non solo i perseguitati che perseguitano, ma anche i più civilizzati che si abbandonano ad atti di barbarie, la democrazia dinamica e viva, che fa politiche di apartheid, ecc. ecc. Ma a ciò aggiungerei, la coscienza critica israeliana, che attraverso film, romanzi, documentari, artisti, per prima è capace di attirare su di sé lo sguardo di un vasto pubblico.
    In effetti, questo fa sì che Israele goda di questo privilegio-maledizione, di scontare una sorta di esemplarità.
    Ma tu precisarai: sì, ma alla fine si vuole che Israele sia più buono degli altri, come si vuole dall’immigrato africano che sia più onesto del cittadino italiano, e quindi siamo sempre lì, a giudicare diversamente l’ebreo….

    Qui davvero non saprei risponderti. Forse hai ragione.
    Ma tutto questo non solo non giustifica, ma non risolve niente. Non lo risolve per la società israeliana, che deve continuare ad educare i suoi figli al linguaggio ottuso dell’esercito piuttosto che a quello aperto della politica.

    Detto questo, nessuno può negare il tragico e la difficoltà della situazione. Come si può, infatti, essere a un tempo grati ai fondatori della patria, che hanno sottratto l’ebreo dalla sua vulnerabilità secolare, trasformandolo in cittadino dello stato di Israele, forte e sviluppato, da un lato, ed essere consapevoli dell’ingiustizia irrimediabile che quei fondatori hanno realizzato nei confronti del popolo palestinese? E’ una situazione terribile, e fuor di retorica. Ma cosa vorrebbe dire elaborare il trauma dell’ingiustizia? Non so, da tutto ciò si può uscire probabilmente solo con un’invenzione: un’identità israeliana cambiata, un mutamento nella nozione della nazionalità e della cittadinanza. Una terza e ulteriore fase dopo quella della disapora e quella della fondazione di Israele. Ecco, certo, facile a dirsi, per chi da tutto questo è fuori.
    Comunque, mi sembra che sia stato questo più un’esercizio di comprensione che di giudizio.

  25. helena il 25 settembre 2011 alle 14:22

    Spero di riuscire a sbrogliare la matassa. Il punto in cui mi aggancio è la questione dell’ostilità pregiudiziale. Quel che cercavo di focalizzare è sì, in qualche modo, pre-giudizio, ma non soltanto quello ostile. Mi sembra, infatti, che quasi sempre si tratta di qualcosa di assai più ambivalente, un’aspettativa positiva delusa che porta a una correzione dell’immagine molto in negativo. Forse, a sinistra, in questo gioca anche la consapevolezza che oltre a essere stati perseguitati, gli ebrei, magari persino certi sionisti, erano stati guidati da ideali di giustizia e uguaglianza socialista o comunista.
    La sindrome dell’amante deluso e tradito, per trarre un paragone un po’ semplificatorio, che però magari mette in luce che non si tratta solo del meccanismo per cui a un immigrato di colore viene chiesto di comportarsi “meglio” di un italiano.
    Però mi preme sottolineare che tutto questo non vale solo per chi si rapporta al conflitto israelo-palestinese da “esterno”, ma anche per gli stessi israeliani, ebrei, e in qualche modo palestinesi e arabi.
    Non solo per tutta la consistente minoranza di persone che in Israele cerca con l’impegno politico, sociale, artistico o in vari altri modi di fare il contrario del rimuovere: mettere il dito nella piaga. Ma anche per quel disagio nella rimozione che ti ha colpito tanto nelle testimonianze del documentario.
    Anche se Yeoshua o altri invocano una “normalizzazione”, questa secondo me può essere solo parziale, se non tiene conto di questa configurazione mentale e culturale, nelle sue diverse declinazioni.
    Tenere conto, al fine di sorvegliare e all’occorrenza poter correggere i propri processi mentali, le aspettive ecc. Non per giustificare. E’, in qualche modo, ciò che si fa in ogni processo (anche terapeutico) di mediazione.
    Manca però un altro tassello (magari più di uno, ma questo ora provo a aggiungerlo). Manca, al mio commento di prima, l’altro lato della medaglia, quello di destra. Non ne ho parlato prima, visto che qui – per fortuna – non viene portato questo discorso (anch’io come Federico, i miei insulti, di sporca traditrice antisionista me li sono presa non poche volte). Ma forse soprattutto perché a chi la pensa così, va benissimo che tutto resti com’è adesso.
    Nel secondo dopoguerra c’è stato uno spostamento collettivo dell’identità ebraica sullo stato d’Israele. Che ha preso – sia all’interno di Israele che nella diaspora – una determinata piega proprio quando, dopo averla prima rimossa, ha inglobato la memoria della Shoah.
    E’, per farla semplice, come uno spot di quelli prima o dopo, dove prima viene inquadrato lo scheletro vivente di Auschwitz e poi il milite glorioso.
    Che uno faccia ricorso a un suo reale passato di persecuzione per legittimare la propria aggressione, non è nulla di specificamente ebraico o israeliano, basta per esempio pensare ai serbi e a molti altri.
    Che gli stati arabi in guerra prima e poi i militanti palestinesi abbiano posto e si pongano ancora come obiettivo (almeno a suon di propaganda ufficiale) la distruzione di Israele e abbiano scelto strumenti di lotta come gli shahid, ha contribuito non poco a alimentare la paranoia collettiva (e/o di stato).
    Non lo dico per rovesciare la frittata, ma come semplice costatazione.
    E’ difficile convincere la tipa della porta accanto che vabbé i palestinesi dicono e fanno così, ma se si smette per primi di privarli di ogni diritto, vessarli, reprimerli in tutti i modi, prima o poi i rapporti comincieranno a distendersi.
    Nella migliore delle ipotesi la gente è stufa marcia, cerca di andare all’estero o di farsi gli affari propri – ossia fa finta di nulla, pensa a altro, non vede ciò che non ha direttamente sotto gli occhi (rimuove: quel che emerge dal documentario).
    E’ su questo che, secondo me, ci si dovrebbe concentrare: smontare la paranoia pezzo per pezzo. Se nelle proteste israeliane per una maggiore giustizia sociale, è filtrato anche solo perifericamente e parzialmente – ma dal seno dello stesso enorme movimento – che questo debba riguardare anche i cittadini non-ebrei (i prezzi delle case o degli alimenti, la sanità ecc.) è già un piccolo passo avanti. Quello più importante – sono d’accordo con te – sarebbe una diversa declinazione del concetto di cittadinanza, ossia il pieno e effettivo riconoscimento dei non ebrei come cittadini israeliani esattamente uguale agli altri. Cosa che non implica affatto che Israele cambi le sue caratteristiche, l’orizzonte che per la destra è uno spauracchio per giustificare la repressione e per una certa sinistra l’unico esito giusto e desiderabile.
    A questo punto siamo di nuovo all’effetto-specchio e forse si chiude il cerchio. In Europa, a destra, si versano lacrime rituali nel Giorno della Memoria, si invocano le radici giudaico-cristiane (con trattino), si parteggia per la democrazia occidentale israeliana che si difende dai musulmani pezzenti, terroristi e fanatici. Così come da una parte su Israele si proietta tutto lo scandalo dei perseguitati diventati persecutori, così dall’altra, quella in continutà con il pensiero di una legittima supremazia occidentale, si rimuove ogni ferita e ogni colpa, inglobando gli israeliani/ebrei nella propria immagine vincente e dominante. Oggi la genia “inconciliabile con i valori d’occidente” sono proprio i musulmani. E questo non solo per la Lega, ma anche per il “civile” dibattito sulla questione se e in quale misura demografica l’Islam sia compatibile con da democrazia tedesca.
    In Germania, il 60% della popolazione è cristiana, il ca. 37% aconfessionale, il 5% musulmana (su 81.756 milioni di abitanti). In Israele (esclusi i territori occupati) il 76,5% della popolazione è ebrea, il 14,8% musulmana (su 18-20% di arabi israeliani anche cristiani e un totale di 7.746 milioni di abitanti. Elenco questi dati non so fino a che punto attendibili (se ho capito bene dovrebbero NON riferirsi ai territori occupati), per indicare quanto possa far comodo proiettare il “problema” del pericolo islamico su una realtà molto più difficile.
    E’ tutto questo insieme di sovrastrutture che secondo me rendono inevitabile agire lì dove si riesce a trovare un varco. Non per mancanza di desiderio di vedute più capaci di figurarsi un ripristino più ampio della giustizia, ma perché temo sia impossibile arrivarci senza il lavoraccio di scardinare i diversi edifici ideologici dal basso, mattone per mattone. Il muro nella testa, insomma, per smantellare quello reale.

  26. mb il 25 settembre 2011 alle 14:42

    Provo a riprendere alcune questioni che pone Helena, mettendone tra virgolette il testo:

    “Andrea, che Yad Vashem sia stato costruito sulle rovine di un villaggio arabo distrutto mi fa venire il maldistomaco. Ma ricordandolo si rischia di tracciare implicitamente il paragone tra un genocidio e una violenza protratta e reiterata che tale non è.”

    Affermazione che non condivido assolutamente: e quale sarebbe l’alternativa, non ricordarlo? Questa pratica di cancellazione è pensata, e non riguarda solo quel museo. E mi sembra importante ricordarlo. Il paragone nella mia testa non esiste. Come è assurdo pensare alla classifica delle tragedie.

    “(…)O alle ragioni della guerra ex-jugoslava (anche lì non mi pare sia tutto apposto).”

    E chi nega tutto ciò?

    “Ma qual’è il punto? Non è forse che gli arabi della Palestina non sono stati cacciati da una qualsiasi popolazione confinante, ma dagli ebrei che reclamavano di aver diritto a insediarsi proprio lì?”

    Se al popolo ebraico si conferisce una certa centralità della storia europea, se lo si considera oggetto di persecuzioni secolari, se si riconosce che la sua storia ci dice molto delle storie altrui (non è anche questa la bellezza e la tragedia di questo popolo?) allora perché non poter seguire nell’analisi di quel popolo quando diventa Stato. Se si assegna alla questione mediorientale, alla questione israelo-palestinese, una certa centralità nella politica internazionale, perché discuterne diventa un esercizio d’eccezione che verte più al capro espiatorio d’un tempo piuttosto che ad una questione contemporanea di giustizia? In un precedente post citai i Cani del Sinai, testo fondamentale in cui Fortini giunge a definire separati i concetti di ebreo e di israeliano (rozza sintesi, scusate, ma il punto è questo). Penso che possa contribuire ad arricchire la discussione la sua lettura.

    “E non viene vissuto come inaccettabile che proprio il popolo più perseguitato diventi, a sua volta, persecutore di un altro?”

    Assolutamente sì, ma di nuovo, mi trovo a disagio intellettualmente –e non so quanto v’è di rimosso- nell’ammettere che qui è più importante il fatto che il perseguitato diventi il persecutore: è più il fatto di chi oggi sia il persecutore che mi interessa: di come questa persecuzione si applichi, e se questo sia ascrivibile a politiche governative o alla natura di quello Stato: etnico-religiosa (Daniel Stein nel bellissimo libro della Ulitskaya è figlio di madre ebrea –dunque potrebbe usufruire della Legge del ritorno ma convertito al cristianesimo, al suo ingresso in Israele si vede attribuire alla voce nazionalità: Indeterminata). Sempre nel precedente post aprii alla questione: chi è ebreo? (e dunque chi avrebbe nazionalità ebraica, e dunque istituirebbe un legame privilegiato con quel luogo, e che invece un palestinese non può avere, pur nascendovi: questione di sangue, dunque; o di complesse e difficili conversioni).

    “Non sarebbe davvero l’ora e il caso di includere, in tutti i nostri discorsi, la consapevolezza di un diverso condizionamento mentale e psicologico radicato nella secolare “questione ebraica”? Condizionamento che agisce in tutti: israeliani, ebrei, “occidentali” schierati in maniera opposta, credo pure palestinesi. E questo può prendere le forme della rimozione, del razzismo, delle giustificazioni ideologiche (tra le quali quelle che strumentalizzano la Shoah soprattutto a uso interno, ossia il “mai più vittime”, “dobbiamo difenderci” ecc), della banalizzazione, ma anche dell’identificazione con le nuove vittime (questo anche da parte di una minoranza ebraica/israeliana).”

    Il diverso condizionamento ammettiamolo, comprendiamolo. Faccio una piccola considerazione personale, che spero non appaia fuorviante. Non è esercizio di coerenza ma più di curiosità. Io sono uomo che crede nell’uguaglianza: posso dirlo così? Nella mia vita culturale l’incontro con la Shoah fu fondamentale. Quando mi avvicinai non potei più staccarmi. Penso che le immagini e parole che mi hanno accompagnato nel comprendere quel che fu mi hanno costruito come soggetto pensante. Aggiungo un particolare che può sembrar ridicolo, ma non ai miei occhi: l’unico istante della mia vita in cui ho sentito di esser qualcuno all’infuori di me, l’unica volta in cui ho proprio detto quello sono io, in cui mi sono riconosciuto nel volto di un altro, è stato al minuto sedici e rotti di Nuit et bruillard di Resnais. Ora, questa premessa non vuole esser esaustiva di nulla: voglio solo affermare che quella tragedia è ai miei occhi un evento centrale nella storia europea e mondiale e non possiamo non farci i conti. E culturalmente nella mia formazione ha toccato la sfera intima. Aggiungo ancora una cosa, anche questa marginalissima: quando lessi il tuo articolo Helena, pubblicato su Plit di qualche anno fa, relativo alla partita Germania-Polonia dei mondiali del 2006–io abitavo in Polonia allora, in Slesia, zona tedesca prima del ’45, fra l’altro- sentii una comunanza particolare con le tue parole, mi identificai molto in quel sentimento complesso che non chiamerei anti-tedesco ma che insomma legava la Storia personale, quella collettiva, ad uno stato d’animo particolare di fronte ad una partita di calcio.

    Questo discorso dunque –il diverso condizionamento- a me pare sempre incluso ma appunto lo trovo accecante rispetto al presente se usato in chiave strumentale (inciso che non voglio abbia alcuna rilevanza qui ma che mi aveva colpito molto, sul momento: al check point vicino a Tulkarem un soldato israeliano, diciottenne ebreo di origini polacche, facendomi scendere dal pulmino e puntandomi il fucile mi parlava della Shoah).

    E’ come opporre la tragedia assoluta alle ‘minori questioni contemporanee’.

    E però mi chiedo –facendo un salto- lo Stato ebraico è la soluzione? E mi chiedo, la Stato ebraico è la soluzione oggi, nel 2011? Me lo chiedo in base a ciò che ho visto e che non può andarsene via. Storie che hai ascoltato, immagini che ti si sono impresse.

    “Non ti sembra utile cercare di smontare questo dispositivo che ha fatto della questione israelo-palestinese un’istanza identitaria di una certa parte della sinistra? Per cui talvolta appare quasi che tutte le colpe storiche dell’Occidente cristiano sul resto del mondo – imperialismo, razzismo, colonialismo ecc. – si ritrovino proiettate ormai quasi solo sull’ingiustizia perpetuata dallo stato dei suoi ex prediletti capri
    espiatori? E questo non potrebbe rappresentare, anch’essa, una parziale strategia di rimozione?”

    Dunque, istanza identitaria di una certa sinistra. Mi sembra che attaccare la sinistra (tu dici certa, e dunque prendi le distanze, ok) per l’unica questione ormai (supposizione che si rafforza se appunto ci si sofferma sul legame ebreo-israeliano e non, fortinianamente, lo si supera ponendosi la questione di una giustizia maggiore in quelle terre, che prescinda a oltre 60 anni dalla Shoah, dalla eccezionalità della situazione in cui un popolo trova finalmente rifugio dopo secoli di persecuzioni), in periodo di crisi ideologica, riesce a tenerla unita mi sembra da una parte, eccedere nel creare uno spazio ad hoc, separato, per parlare della questione israelo-palestinese (e subito ebraica, anche), e non già di una crisi fra le altre che mostra tratti comuni ed altri eccezionali (di altri paesi e crisi, vorrei dire, si parla meno perchè se ne sa meno, o li si considera meno ‘vicini’; e se ribaltando la questione fosse invece vero, in parte, questo discorso, e che cioè la questione israelo-palestinese divide le sinistre in Europa allora per me il fatto di parlarne, approfondirne il discorso mi pare molto importante e fecondo. E non il risultato di un accanimento di persone –la sinistra oggi- che non sapendo dove porre la propria attenzione tornano al proprio capro espiatorio. Come dire, le contraddizioni vanno affrontate, in seno a un movimento che vede uno dei punti di rottura su quella questione, e che inevitabilmente se ne porta altri. L’arabo, il musulmano in Europa, ad esempio?

    Come dire, si parla quando si presume d’aver qualcosa da dire, anche Andrea ricordava. E siccome non sono stato in Pakistan, ma sono stato là, mi viene da parlarne. E per questo mio passo devo contorcermi, analizzandomi, per non capire se vi è un residuo duro d’antisemitismo inconscio nel mio animo? Ho visto ingiustizie e le denuncio. E se ad un certo punto penso che la questione non è solo di tendenza governativa ma è la natura etnico-religiosa di uno Stato lo dico. E lo dico semplicemente. E lo direi di qualunque altro Stato.

  27. helena janeczek il 25 settembre 2011 alle 16:00

    Mb, grazie del tuo intervento. Forse ho messo meglio a fuoco alcune tue domande che tocchi nel commento che precede di poco il tuo. Ma provo a rispondere a altri punti da te sollevati.

    E’ evidente che è giusto sapere e ricordare che Yad Vashem sia stato costruito sulle rovine di una casa araba. Che sia del tutto intenzionale, come è possibilissimo, o casuale non ha alcuna importanza. Volevo invece segnalare il rischio di mettere sullo stesso piano Nakba e Shoah, non solo perché è semplicemente antistorico. I crimini “top in classifica” (per riprendere la tua immagine) non rendono gli altri trascurabili, ma per sapere cosa fare differenziare resta indispensabile. Nel nostro caso osservo solo che per una soluzione pacifica ci vuole la collaborazione di entrambi e se gli israeliani finiscono per essere raffigurati dagli uni essenzialmente come nazisti (per spingere all’estremo) questo mi pare assai difficile.

    Sono d’accordo con te che è importante parlare di una questione che divide la sinistra, e un po’ ne tiene insieme una parte (secondo me), quella diciamo più a sinistra, dalla quale non intendo dissociarmi, anche se anche su altre questioni, credo in una sorta di riformismo che però tenga d’occhio degli orizzonti più vasti e radicali.

    Credo (spero) che dal mio commento precedente sia più chiaro che non intendo un “residuo duro di antisemitismo”, ma qualcosa di più complesso, ambivalente e comprensibile. E che non intendo porre alcun limite alla denuncia delle ingiustizie.

    Tu citi Fortini e ti richiamo l’esempio speculare e opposto di Yeoshua. L’uno che vorrebbe essere solo ebreo, l’altro più “normale” in quanto israeliano. Non importa la mia personale posizione, dico solo che attualmente entrambe le opzioni non corrispondono a quel che circola nella testa delle persone: ebrei, israeliani, arabi, e altri. E’ con queste che bisogna fare i conti.

    Credo che la questione dello stato etnico-religioso sia sopravvalutata. Secondo me conta assai più – anche purtroppo – il collante paranoide.
    Che è proprio la leva grazie alla quale anche le nostre democrazie dovrebbero – secondo una visione sempre più diffusa non solo nella destra-destra-configurarsi di fatto come Stati etnico-religiosi. E in parte già lo fanno.
    Spero che piano piano gli israeliani ebrei ma laici diventeranno una maggioranza capace di esprimere tutto il loro essersi rotti le palle dei condizionamenti dei rabbini e dei partiti religiosi (qualcosa che un po’ somiglia all’ingerenza della Chiesa in Italia). La questione palestinese tiene sotto il coperchio anche questo conflitto, come quelli “etnici” che, al solito, sono di classe.

    di che cosa mi sono dimenticata???? Non so che cosa ti abbia detto di preciso il soldato rispetto alla Shoah. Condivido che tu parli di “uso strumentale” (ce ne sono molti) e che faccia schifo. Ma problema è che quel ragazzo – a differenza di qualche propagandista più sgamato e freddo – presumibilmente ci crede, che gli venga spontaneo quel riferimento. Magari ha un nonno/a sopravvissuto, forse (più probabile) l’hanno portato in gita con la classe a Auschwitz. E’ la strumentalizzazione di un trauma reale. Per questo sostengo, ancora una volta, che smontare questa cosa nella testa è un compito difficile e necessario…

  28. helena janeczek il 25 settembre 2011 alle 16:07

    Vi linko questo video fatto da alcuni della sinistra del movimento israeliano, e il sito interessante da cui provviene.

    http://972mag.com/best-j14-animation-ever-the-israeli-machine/21841/

  29. lorenzo galbiati il 25 settembre 2011 alle 17:49

    Vorrei commentare alcune tematiche sollevate da helena, e a cui ci sono già state risposte. Non so se riesco a esaurire subito quanto ho da dire.

    @helena
    L’analogia con India e Pakistan.
    In qual caso, i rappresentanti della Lega musulmana, guidati da Jinnah, politico che tempo prima era per una India unita e integrata tra indù e musulmani, minacciarono la guerra civile se non veniva concesso il Pakistan, stato musulmano. Il partito del Congresso di Gandhi, che comprendeva anche molti musulmani, ma pur sempre una minoranza di loro, voleva un’India unita, laica, multietnica e multireligiosa. La GB cercò di dissuadere Jinnah, senza riuscirvi. Allora il Congresso, temendo una guerra civile, accettò la spartizione con la morte nel cuore, basti pensare che Nehru, primo ministro indiano, era originario del kashmir, ossia di una terra metà indù e metà musulmana, che fu divisa in due, e che fu la base della discordia sulla linea di frontiera tra i due stati. Fa la spartizione dell’India, direi io, la grande sconfitta di Gandhi, non il suo assassinio, già lungamente previsto e anche in qualche modo sperato.
    Fu un bene la spartizione? Lo vediamo oggi: no. Iniziò subito una guerra tra i due stati, che dura tuttora. E la guerra è iniziata dalla pretesa di una esclusività della terra a favore di un gruppo identitario, quello musulmano. In questo, io vedo una analogia tra Pakistan e Israele. Ovviamente la differenza principale sta nel fatto che il Pakistan come stato musulmano nacque senza bisogno della migrazione dei musulmani, era già composto da abitanti in stragrande maggioranza musulmani da secoli di generazioni.
    Ci si interessa di meno della guerra India-Pakistan, qui in Europa, rispetto alla questione israelo-palestinese? Certo, perché è una questione a carattere locale, tra due stati sovrani, entrambi potenti, armati di atomica, e che influenza poco la politica mondiale.

    @helena
    @mb

    1) helena: “E non viene vissuto come inaccettabile che proprio il popolo più perseguitato diventi, a sua volta, persecutore di un altro?”
    mb: “Assolutamente sì, ma di nuovo, mi trovo a disagio intellettualmente –e non so quanto v’è di rimosso- nell’ammettere che qui è più importante il fatto che il perseguitato diventi il persecutore: è più il fatto di chi oggi sia il persecutore che mi interessa: di come questa persecuzione si applichi, e se questo sia ascrivibile a politiche governative o alla natura di quello Stato: etnico-religiosa.”
    Io condivido nel merito la risposta di mb, ma parlando a livello psicologico personale, rispondo alla domanda: assolutamente no. Ma perché mai dovrebbe apparirmi inaccettabile?
    Se passiamo dal campo psicologico a quello politico, di fatto, è successo il contrario, storicamente. Proprio perché c’era stata la Shoah l’ONU ha dato a Israele uno stato, e proprio perché era Israele, lo stato delle vittime che avevano appena subito la Shoah, a fare una pulizia etnica, ciò gli è stato consentito dagli osservatori dell’ONU e da quelli internazionali, senza tanto clamore. Tanto che la narrazione della Nakba è stata subito rimossa in tutto l’Occidente.

    2) “…è giusto sapere e ricordare che Yad Vashem sia stato costruito sulle rovine di una casa araba…”
    Non mi sembra una notizia di grande rilevanza, il sapere dove nasca quel museo. Israele poggia sulla distruzione di circa 500 villaggi e una dozzina di quartieri palestinesi distrutti nel ’47-48. E’ importante dire l’origine del luogo di Yad Vashem così come di innumerevoli altre costruzioni, quartieri, città, parchi naturali.

    3) La posizione della sinistra verso Israele.
    La stragrande maggioranza della classe dirigente e degli elettori di centrosinistra e di sinistra non si pone neanche i problemi che ci poniamo noi qui, non sa quasi nulla della pulizia etnica del ’47-48 (semmai pensa ci sia stata solo una guerra con Israele da una parte e palestinesi e arabi dall’altra). Il loro discorso si riduce a due popoli, due stati. Senza capire minimamente perché questa soluzione, apparentemente così facile ed equilibrata, non venga concordata nelle trattative, si limitano a supporre intransigenze da entrambe le parti. Così di certo il grosso di PD e IDV. Inoltre, nel PD c’è la Sinistra per Israele, comprendente persone di spicco: Colombo, Fassino, Veltroni. Nel PD e nell’IDV ci sono anche molti parlamentari favorevoli a una legge che punisca chi sia (o venga considerato) negazionista. Rifondazione comunista, nei suoi apparati dirigenti, per es. già con Bertinotti, si è sempre più normalizzata verso Israele, rinunciando a battaglie militanti in favore dei diritti dei palestinesi, per esempio il boicottaggio della Fiera del Libro. Oggi SEL prosegue questa normalizzazione. La federazione della sinistra è rimasta, almeno in parte, militante nel denunciare i soprusi di Israele e nel sostenere i diritti dei palestinesi, ma include comunisti vecchio stampo, tutti pronti a difendere sempre i diritti degli ebrei e la legittimità di Israele. Sono solo le frange più estreme della federazione della sinistra, unite a partiti come il PCL di Ferrando, e ad altri ancora più antisistema, ossia una parte super-minoritaria della sinistra (parliamo di un 2-3%, al massimo, di elettori) che pone la sua critica all’Occidente sulle politiche USA-Israele, che per es. è a favore e si batte per avere in Israele uno stato binazionale .
    Quindi, quando parliamo di divisione della sinistra, ricordiamoci la realtà sul campo. Ossia che la stragrande maggior parte della sinistra, dirigenti ed elettori, è unita in una posizione di pieno sostegno a Israele come stato ebraico, e non gli chiede nessun atto formale di ammissione della Nakba né tanto meno di scuse per la sua formazione. Critica Israele solo perché continua l’occupazione anziché concedere uno stato ai palestinesi. Ma anche in questa critica, la divisione di questa parte super-maggioritaria della sinistra avviene più che altro su quanto giustificare Israele, tant’è che nella guerra al Libano del 2006 e nella carneficina di Gaza del 2009 la critica principale mossa a Israele era del tipo: eccesso di difesa. E quando D’Alema si pose su una posizione di equidistanza tra Israele e Libano, fece scalpore, e anche quando disse che occorreva dialogare con Hamas, che poi è il partito democraticamente eletto al governo dai palestinesi – mentre Abu Mazen, nessuno lo dice, sta attualmente ricoprendo una carica abusivamente, essendo il suo mandato scaduto già da due o tre anni, eppure è sostenuto dall’Europa.
    La situazione della sinistra italiana mi sembra la stessa di quella europea, pronta a criticare Israele per l’occupazione, a condannare i suoi “eccessi di difesa”, ma sostanzialmente alleata a Israele e pronta a difenderne la legittimità come stato ebraico, e del ricordo della Nakba nessuno chiede a Israele alcunché – mentre chiedono alla Turchia negazionista ammissione e scuse per il genocidio degli armeni, e non perché sia più grave della Nakba (cosa vera) ma perché quello è entrato nella storia, non è più rimosso.

    @mb
    richiami ad altri tuoi commenti qui su NI: mb è la sigla di un nome già comparso per esteso? Se sì, puoi esplicitarlo?

  30. lorenzo galbiati il 25 settembre 2011 alle 19:07

    @andrea
    Sulla rimozione della Shoah, o su come il suo ricordo venga affrontato in poche righe nei testi di storia israeliani.

    Tu dai una spiegazione psicologica a questo fatto. E di certo alcune persone possono reagire rimuovendo il trauma. Personalmente ho conosciuto più persone i cui nonni, scampati alla Shoah, hanno perso poi ogni contatto con la comunità ebraica cui appartenevano, hanno direi quasi preferito perdere la loro identità di ebrei pur di rimuovere il ricordo.
    Non so quanto questo atteggiamento sia diffuso in Europa, ma credo sia molto minoritario. Può darsi mi sbagli: se qualcuno ne sa di più, me lo dica.
    Tuttavia in Israele, un atteggiamento poco propenso al ricordo della Shoah in termini storici, pubblici, è stato sistema all’interno della nazione – e forse ancora oggi un po’ lo è. Al contrario, l’avvento di una nuova, possibile Shoah è – ho verificato – entrato nei discorsi della politica internazionale israeliana fin da Ben Gurion, nel 1947, per poi proseguire fino a oggi. Ogni occasione di attacco a Israele potrebbe essere l’inizio di una nuova Shoah. Tanto che la Rete degli Ebrei contro l’occupazione ha scritto di recente una lettera al presidente israeliano in cui esprime sdegno per il suo continuo paragonare alla Shoah ogni aumento di razzi lanciati da Gaza sul sud di Israele: in questo modo si riduce la Shoah a una violenza molto minore, e si ferisce la sensibilità dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime.
    Occorre quindi chiedersi come mai, in uno stato in cui una nuova Shoah è sempre evocata come possibile, il ricordo storico della Shoah sia così poco approfondito. I motivi non possono essere solo psicologici, devono senz’altro essere anche (o soprattutto) politici.
    Non ho risposte al riguardo. Quando capita, le cerco. Dico quel che so finora.
    Non ho ancora letto il libro di Finkelstein L’industria dell’Olocausto, in cui si dice che le lobby sioniste tendono a minimizzare i morti della Shoah, ovvero a moltiplicare i sopravvissuti della Shoah in modo da poter avere più peso politico. Ma ho letto altrove, però in modo frammentario, discorsi di politici sionisti che tendevano a minimizzare, subito dopo la Shoah, il numero dei morti perché, in soldoni, più siamo rimasti, più abbiamo diritto a una patria (Israele). Infine, leggendo l’anno scorso La banalità del male, mi si sono formate numerose domande sui rapporti tra sionisti e nazisti vista la considerazione che i secondi avevano verso i primi, e vista la “collaborazione” interessata da entrambe le parti che in alcuni casi si è stabilita. Domande che mi erano in parte già venute leggendo alcune fonti meno affidabili della Arendt, dato che descrivevano scenari simili.
    Ma la questione per me rimane aperta. Sono curioso di sapere che ne pensano altri.

    @Gnech
    Per quanto riguarda la fondazione dello stato ebraico, l’ingiustizia è diversa da quella fondante altri stati, perché l’autodeterminazione di un popolo avviene sulla terra in cui vive da generazioni, e il caso unico di Israele consiste nel fatto che in quella terra gli ebrei erano esigua minoranza da secoli (pur essendo in quella terra nato il popolo ebraico). Sul caso India-Pakistan ho discusso sopra, rispondendo a helena.
    Comunque, io non attribuisco al movimento sionista tutte le colpe: le colpe per me sono innanzi tutto dell’Europa, che ha scaricato il problema del dopo-Shoah sui palestinesi, e degli USA. L’atteggiamento degli europei avrebbe dovuto essere quello di invogliare i sopravvissuti a tornare con il massimo del risarcimento possibile.
    La sinistra antimperialista cui hai appartenuto è una sinistra poco rappresentativa, direi meno dello 0,5% degli elettori, e quindi non attribuirei l’ossessione antisraeliana alla sinistra. Per quel che riguarda la sinistra, io la vedo come ho descritto sopra nella mia risposta a mb ed helena.

  31. mb il 25 settembre 2011 alle 19:17

    Grazie Helena per i tuoi interventi. Il ragazzo-soldato al checkpoint parlava del nonno scomparso ad Auschwitz. Dramma assolutamente reale che in quel frangente veniva riscoperto -in una sorta di automatismo che condannava o comunque diffidava moltissimo della presenza di un ‘turista occidentale’ lì- in un contesto di violenze e controlli notturni nei territori occupati. E la sua attenzione era rivolta soprattutto all’amica polacca che mi aveva accompagnato in viaggio.

    A proposito della rimozione della Nakba, e in generale del rapporto fra immagine e memoria, ricordo un interessante film-conversazione che vidi anni fa e ora non trovo online. Forse qualcuno di voi può trovarlo. Si tratta di una conservazione fra Serge Daney e Elias Sanbar. Qui le coordinate:

    Title Serge Daney, Elias Sanbar : conversation Nord-Sud [videorecording] / un film de Simone Bitton, Catherine Poitevin Motion Pictures and Video Recordings
    Name(s) Bitton, Simone (Producer)
    Poitevin, Catherine (Producer)
    Publication [Paris] : Ardeche Images Production, 1993
    Physical Details 1 videocassette (VHS) (47 min.); sd., col.
    Classmarks Vid
    Subjects North and south
    Palestine–Exiles
    Documentary films
    Notes General: “Two intellectuals : Serge Daney, a cinema critic who spent his life watching films and Elias Sanbar, a Palestinian historian who collects images from his lost land, meet and exchange images of their childhood, of Palestine and of exile. Serge Daney died before the editing of this film was completed”.

  32. helena janeczek il 25 settembre 2011 alle 20:51

    Lorenzo, che l’ONU abbia votato a favore della nascita di Israele in seguito alla Shoah è vero (in parte era pure un modo per risolvere la grana di tutti i profughi), ma credo che le ragioni per cui non si è mai sanzionato più duramente la politica verso i palestinesi siano più complesse. L’indifferenza o il sostegno interessato nei confronti di Stati che praticano politiche ingiuste e violente ha avuto molte facce, nel mondo dei due blocchi o anche oltre.

    Per quel che ne so io (e ho letto parecchio) è assai meno univoca anche la questione della spartizione. Jinnah non era un fondamentalista fanatico, ossia – la “colpa” di quel che è successo non sta solo da una parte. Nessuno aveva prevvisto la spaventosa pulizia etnica che si è scatenata ancora prima che fossero proclamati i due stati. Comunque, si stima oggi che la spartizione abbia costretto a migrare 25 milioni di persone (indù, musulmani e sikh) e abbia prodotto dal mezzo milione al milione di morti. Si tratta di territori enormi e molto popolosi, ma credo che questi numeri facciano capire che non erano proprio minoranze trascurabili, coloro che dovettero migrare. (Questo detto sempre solo per dare quella che, secondo me la dimensione terribilmente tragica di quel accadimento storico, non per relativizzare la situazione palestinese.)
    Solo ora – e troppo poco – gli storici cominciano a colmare le lacune. Perché è un avvenimento mostruoso e traumatico. Ed è, in quanto tale, una sorgente velenosa. Alimenta il fondamentalismo induista, il fondamentalismo musulmano, esplosioni di violenza, persino i conflitti mafiosi interni. Io non sono sicura, soprattutto pensando anche alla contemporaea ascesa economica dell’India, che quelle polveri non rappresentano nessun reale problema per gli assetti politici mondiali, ma non mi interessa intavolare su questo discussioni in qualche modo accademiche.

    Non è perché non si possa discutere delle posizioni delle sinistre, scannarsi su “due popoli due stati” contro Stato binazionale (più eventuale confederazione che arriva alla Giordania e al Libano) e altro. Ma non è questo il discorso che io e che Andrea abbiamo voluto fare qui (vale anche per il post di Andrea sulle “narrazioni della sinistra”). E quando parti con le domande tipo “c’è stata collusione fra sionisti e nazisti”, sfiorando il pensiero complottista, francamente davvero non ti seguo più.
    Perché c’è un fatto su cui non ci capiamo, credo, del quale questo esempio estremo mi sembra sintomatico.
    Tu tieni in poca considerazione che il potere politico non si basa solo sugli interessi delle superpotenze o dei governi, le lobby, i partiti, le organizzazione sioniste, i rabbini ecc. (per quel che vale questo esempio), ma anche – fino a quando si tratta di stati in qualche modo democratici, del consenso che riesce a assicurarsi. Che una molla per i cambiamenti risieda nella mente (nella coscienza) e nell’anima di ogni singolo soggetto, di ogni cittadino.
    Io – come immagino Andrea – credo che questa implicita scarsa considerazione abbia alimentato le “narrazioni saturnine della sinistra”, meno rilevanti per smuovere per esempio le acque stagne di questo paese della manifestazione – per molti versi ingenua delle donne – o dei comitati per i referendum.
    Per questo credo che sarebbe fatto un bel pezzo di strada se gli israeliani (e gli ebrei della diaspora) smettessero di credere alla storia del doversi difendere da un nuovo annientamento. E per questo chiedo umilmente a chi si batte con passione per la causa palestinese, di NON dar da mangiare alla paranoia (animale tra i più voraci).

  33. maria il 25 settembre 2011 alle 21:24

    @lorenzo

    sul tema della collaborazione tra gli Judenrate ( i consiglio ebraici) e i nazisti ti segnalo il libro di Zygumt Bauman, Modernità che affronta la questione nel capitolo V, La sollecitazione della cooperazione delle vittime.

    Bauman riferisce di altre ricerche e opinioni opposte a quelle di Arendt riguardo alla cooperazione ebraica secondo cui tale collaborazione non avrebbe avuto una sostanziale influenza sull’esito finale dell’olocausto in europa orientale, osservando anche che se tale collaborazione non vi fosse stata, “le complesse operazioni dell’omicidio di massa avrebbero posto agli amministratori tedeschi problemi gestionali, tecnici e finanziari di ben altre dimensioni”

    Sono pagine che danno il senso della tragica complessità di quei rapporti dove gli ebrei dei consigli ebraici nel tentativo di salvare il possibile non salvarone le vittime in quanto la loro strategia era in realtà l’estensione della strategia di distruzione degli assassini nazisti.

  34. maria il 25 settembre 2011 alle 21:26

    non ho scritto il titolo per intero, si tratta di Modernità e Olocausto

    maria

  35. andrea inglese il 25 settembre 2011 alle 21:53

    ecco, io intanto ho capito una nuova cosa, la sindrome dell’ammiratore deluso, grazie agli interventi di Helena, o anche sindrome del super-ego ebraico; è un punto oggettivo e importante, non è materia di propaganda, non è cibo per paranoia da generali, è ancora un’altro di quei nodi meno evidenti, che sfuggono ai discorsi di geopolitica, eppure hanno una loro consistenza; ora, da questa sindrome, nella quale – se ben capisco – Helena metterebbe anche un Pappe, sfuggono le giovani generazioni di soldati di breakingthesilence. E questo è davvero un dato positivo. Essi rifiutano la logica dell’occupazione, non partendo da presupposti ideologici estremamente forti, ma da una loro esperienza in qualche modo elementare. Non mediata più di tanto dal super-ego ebraico della sinistra radicale.
    Io penso che quel super-ego sia comunque un elemento positivo, perché controbilanca il cinismo di molti uomini di stato israeliani, ma è destinato ad essere appannaggio di una minoranza. Chi si può permettere un tale super-ego e una tale radicalità critica nei confronti del proprio paese? Mentre i giovani soldati possono annunciare una sorta di “normalizzazione” del dissenso.

    a lorenzo
    sì, come già ha scrotto helena, l’analisi che stiamo cercando di fare si pone ad un livello diverso delle logiche di potenza di stati, gruppi, partiti, soggetti economici. Non che tutto questo non conti o non esista. Ma come ogni pezzo di realtà, anche l’occupazione israeliana della palestina è leggibile a vari livelli, ed è costituita da vari livelli. Ad un livello, c’è appunto la società civile israeliana. Perché tra l’altro mi avventuro a scrivere su questo livello, io che non ho mai messo piede in Israele? Perché la società civile israeliana è una società civile che assomiglia molto a quella in cui vivo io, fatta di gente che grosso modo ha la cultura e i modi di vita che ho io, e come ogni campione di umanità non culturalmente troppo remoto, ho la presunzione di leggere alcuni meccanismi psicologici, che saranno comuni a me come a un individuo israeliano. La politica ha infatti sempre a che fare anche con una gran maggioranza di gente, che non ha inclinazioni sadiche o criminali.

    Dall’osservatorio geo-politico, quasi mai sono state anticipate le rivoluzioni. Lo confermava un’intellettuale egiziano, alcuni giorni fa alla tele francese. Da tempo gli artisti leggevano nel loro paese prove di una rivoluzione imminente, in ogni caso di una fine di regime; e in qualche modo anche i partiti politici dell’opposizione, ma questi ultimi in fondo non ci credevano, non si aspettavano davvero che qualcosa potesse cambiare in tempi brevi, tutti presi nella logica dei rapporti di forza “sulla carta”.

  36. lorenzo galbiati il 26 settembre 2011 alle 16:56

    @Helena
    – Nel libro Stanotte la libertà, di D. Lapierre e L. Collins, Mondadori, collana I miti, 1975, in 520 pagine si spiega nel dettaglio quello che è avvenuto in India nel 1947, fino alla morte di Gandhi del gennaio ’48.
    Gli autori hanno potuto servirsi di un testimone diretto, Lord Mountbatten, ultimo vicerè delle Indie, che è stato il mediatore tra le due parti, e anzi è stato molto di più che un mediatore, vista la sua attività di persuasione – fallita solo con Jinnah – che ha influenzato molto Gandhi e Nehru (di cui diventò praticamente amico, tanto che gli affidarono la reggenza del governo dell’India mentre si completavano le pratiche burocratiche del divorzio dal Pakistan).
    Quindi, quando dici “Jinnah non era un fondamentalista fanatico, ossia – la “colpa” di quel che è successo non sta solo da una parte.”
    Non ti capisco. Nel senso che qui non c’entra se Jinnah fosse un fanatico o meno (era un indiano molto inglesizzato, e del tutto ateo), qui c’entra cosa è storicamente successo. Jinnah voleva la spartizione e non si è lasciato convincere da nessuno per evitarla. Nehru, Patel e Gandhi non la volevano, Mountbatten neanche e provò a far cambiare idea a Jinnah. Poi ci provò Gandhi, in una lunga serie di incontri con relativa corrispondenza: invano. Intanto c’erano già stati scontri tra indù e musulmani (per es. per la “giornata di azione diretta” invocata dalla Lega musulmana, concretizzatisi in assalti agli indù, che risposero), e ce n’erano in atto ancora.
    Di fronte alla situazione incandescente, e all’intransigenza di Jinnah, il Congresso e Mountbatten si adattarono all’idea della spartizione. Jinnah restò lo stesso scontento perché non ebbe tutto il Kashmir, e ce ne volle per fargli dire sì alla fine al piano concordato. Gandhi dal canto suo non accettò mai la spartizione, e Nehru e Patel temevano digiunasse fino a morte per opporvisi, ma Gandhi non lo fece per non creare una rottura completa nel Congresso e soprattutto con chi gli era amico da lungo tempo, Nehru e Patel, che con quella decisione si erano del tutto emancipati dalla sua influenza. Non è un caso, visto che il suo patriottismo non si esprimeva in senso nazionalistico, religioso o etnico, che Gandhi fosse del tutto contrario a uno stato ebraico.
    Gli scontri avvenuti prima della spartizione non mi pare possano essere inquadrati come pulizia etnica, e comunque nonostante quegli scontri il partito del Congresso non voleva la spartizione, al contrario di Jinnah, che quegli scontri li aveva almeno in parte fomentati.
    Sulle migrazioni da una parte e dell’altra, che non so fino a che punto considerare forzate, siamo d’accordo.
    Per me, come pacifista, quel che conta è evidenziare dove abbia portato la pretesa esclusivistica della terra da parte di un gruppo identitario
    (o, se vogliamo, della sua dirigenza: anche tra gli indù c’era chi voleva un’India induista e fomentava gli scontri, ma non era rappresentato dai dirigenti del Congresso)
    che la abitava fianco a fianco, in ogni città e villaggio, con un altro.

    – Sulle posizioni della sinistra, ognuno può fare il discorso che vuole, impostandolo come vuole, come narrazione o quant’altro, ma io rivendico di poter dire la mia su come un discorso si colleghi con la realtà (che vedo io, ovviamente), ossia sulla sua corrispondenza o meno con la realtà dei fatti, perché non vorrei discutere giusto per fare accademia (si dice così?).

    – Non ho sfiorato nessun discorso complottista, e se anche lo sfiorassi involontariamente, non posso farci nulla, io parto da quello che vedo o leggo, faccio domande, sento le domande degli altri, cerco delle risposte, senza alcun pregiudizio (badando bene però all’affidabilità delle fonti). Ho il dubbio su come si siano comportati non tanto i consigli ebraici (cmq ringrazio Maria per la segnalazione del libro), quanto i sionisti con i nazisti, visti i rapporti intercorsi tra loro al fine di realizzare i rispettivi scopi (i primi volevano portare quanti più ebrei possibile in Palestina, i secondi volevano una Germania senza ebrei, le due cose si assecondavano fino a quando non fu decisa la soluzione finale), credo dovrebbe averli chiunque legga la Arendt e altri documenti con tanto di fonte, come è capitato a me. Senza contare la richiesta di aiuto che il Lehi israeliano aveva chiesto alla Germania nazista per combattere la GB, che citai nel mio articolo Ipotesi per la tonnara di Gaza qui su NI. Tutto qui. Non c’entra nessun complotto. Forse questi rapporti li si è voluti un po’ oscurare, nei libri di storia di Israele, ipotizzo io. Ma forse questo non c’entra con la rimozione della Shoah, o forse tali rapporti furono addirittura virtuosi, ossia, il contrario di quel che sembra dalle mie letture.

    -“Tu tieni in poca considerazione che il potere politico non si basa solo sugli interessi delle superpotenze o dei governi, le lobby, i partiti, le organizzazione sioniste….. Che una molla per i cambiamenti risieda nella mente (nella coscienza) e nell’anima di ogni singolo soggetto, di ogni cittadino.”
    Può darsi tu abbia ragione. Ti faccio un esempio. In questi giorni per esempio sto rompendo le palle ai pacifisti di mille associazioni chiedendo loro conto del risultato della Marcia per la pace di ieri. Che senso ha, chiedo io, fare una marcia che dice No alle guerre quando poi i politici che vi partecipano monopolizzano la notizia, si impossessano mediaticamente della marcia (servizio del tg3: due interviste di 10 secondi agli organizzatori, 5 interviste di 20 secondi ai rappresentanti dei 5 partiti presenti) , e per metà sono politici del PD o dell’IDV, ossia di partiti che vota sì a ogni rifinanziamento di missione militare all’estero? Che seno ha? Gli organizzatori dovrebbero rivolgersi direttamente a quei politici chiedendo loro perché vengono a una marcia che dice no alle guerre, e dicendo poi (sennò il messaggio non è efficace) che, insieme a tutti gli movimenti pacifisti, non voteranno nessun partito che si ostina a rifinanziare missioni militari. Ci rendiamo conto che la crisi economica italiana potrebbe essere risolta semplicemente evitando di prendere i cacciabombardieri f35 che sono già stati ordinati (se non erro 17 miliardi di euro di spesa)? Chi ne sente il bisogno Helena, di quei caccia, i singoli o il potere politico?
    Ecco, non c’è dubbio che nel fare le mie critiche, che sono anche proposte, io tenga poco in considerazione lo spirito di chi ha partecipato alla marcia, con entusiasmo, e in piena buona fede, e che lavora come volontario dal basso in una delle tante associazioni che erano presenti. Può darsi che quel che dica io possa esser vissuto come offesa dai partecipanti alla marcia, specie se organizzatori. Ma sono io o loro a non accorgersi dell’universo che c’è fuori gli ambienti pacifisti ossia del messaggio che arriva sulla marcia agli spettatori della tv, ai lettori dei quotidiani o di internet? sono io o loro a vivere in una narrazione saturnina?



indiani