Altre coppie

24 settembre 2011
Pubblicato da

di Giuseppe Zucco

Noi siamo incidenti
in attesa di verificarsi.
Radiohead

1. Lui.
E poi?
Poi niente.
Niente?
Niente per anni.
Neanche una volta?
Mai più.


Io.
Tu, cosa?
Io.
Non fare così, Sara.
Io.
Vieni qui.
Dovevi dirglielo.
Avevo otto anni.
Dovevi dirglielo comunque.
Sara.
Figlio di puttana.
Era mio padre.
Dovevi spaccargli i denti.
Mi voleva bene, Sara.
Spaccargli la faccia.
Era la persona più buona al mondo.
Per favore.
La più buona.
E noi che c’entriamo?
Te l’ho spiegato, Sara.
Cosa c’entro io?
Niente, Sara.
E allora?
Non posso.
Ma io ti amo.
Non posso, Sara.
Questo bambino lo voglio.
Non fare così.


Ma ci pensi?
Sara.
A me ci pensi?
Vieni qui.
Io ci penso a te.

Ti ho pensato tutto il giorno.

Ho immaginato la tua faccia, le tue mani.

Ho guidato immaginando le tue mani, la tua faccia.

Sono arrivata a casa, e ho controllato.

Sei la persona giusta, Paolo.
Credi che per me sia facile?
Per favore.
No, dimmelo.
Perché complicare le cose?
Avevo otto anni.
Paolo.
Otto anni, capisci? Ero con mio padre.

Papà la persona più buona al mondo.

Papà il gigante buono con il mondo sulle spalle.

Giocavamo a calcio, te l’ho detto.

Lui in porta, io tiravo.

Certi tiri da otto anni rasoterra.

Papà parava tutto.

Un’ora così.

Poi mi lascia segnare, dice andiamo a casa.

Dice andiamo a casa e io dico no.

Mio padre mi trascina, io punto i piedi.

Sono un no moltiplicato per otto anni.

È incredibile la forza a quell’età.

Punto i piedi e dico no.

Mio padre cerca di convincermi, poi esplode.

Sporco negro, dice.

Dice sporco negro andiamo via.
Ma tu non sei tuo padre.
Allora non capisci.
Tu sei un’altra persona.
Mio padre era la persona più buona al mondo.
Non è vero.
Giuro.
Non può essere.
Ha voluto lui la mia adozione.
Tu sei diverso, Paolo.
Mio padre, i suoi valori, la sua integrità morale.
Paolo.
E non c’e riuscito.
Per favore, per favore.
Non ce l’ha fatta, capisci?
Ma questo bambino è tuo.
Non gli rovinerò la vita.
Non succederà.
Non posso.
Tuo padre era un figlio di puttana.
Mio padre era così buono che si paralizzò.

Mi tenne per mano e non disse più niente.

Da quel giorno cambiò tutto.

Mio padre divenne buonissimo.

Non buono. Buonissimo, capisci?

Non era più papà.

Era uno che riparava la più grande ingiustizia verso un bambino di otto anni.

Anche da grande, non smise.

Non ero più suo figlio.

Ero la più grande ingiustizia da riparare.

Uno schifo, capisci?

Accomodante e progressista fino alla nausea.

A diciotto anni me ne andai da casa.

Lui buonissimo mi lasciò andare.

Sulla porta mi augura tutto il bene possibile.

L’ho già avuto, dico.

Dico non so che farmene di tutto questo bene.
Proprio un figlio di puttana.
Era buonissimo, Sara.
Uno stronzo in piena regola.
Il più buono.
Tu sei migliore, Paolo.
Non correrò il rischio.
Tu sei te stesso.
Lo immagini soltanto un uomo di colore dire a un bambino di colore sporco negro andiamo via?
Non succederà.
Per favore.
Tu amerai tuo figlio.
Mio padre mi amava e non ce l’ha fatta.
Ed io non conto niente?
Fallo per me.
Ti aiuterò io.
Fallo per me, Sara.
Sarò al tuo fianco.
Perfino papà capirebbe.

2. Lui Lei.
Si conobbero in metrò. Lui leggeva una copia sgualcita de L’arcobaleno della gravità, lei il rettangolo pulito Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Si piacquero all’istante. Lui la raggiunse, lei alzò la borsa – sedettero vicini. Non scesero neanche. Fino all’ultima fermata parlarono di letteratura. Il metrò giunse al capolinea, ricominciò la corsa. Convennero che il mondo fosse abbastanza triste e deprimente, i romanzi erano più generosi. Lui scriveva, lei pure – i racconti su una rivista a tiratura limitata per giovani promesse. Lui disse era destino, lei disse il destino non esiste. Si trovarono complementari. Scesero dal metrò, respirarono. Lui disse Thomas Pynchon approverebbe. Lei disse Raymond Carver pure lui. Bruciarono i tempi. Lui girò le chiavi, lei attese alle sue spalle che la porta fosse aperta. Fecero l’amore con un tale trasporto romanzesco che il tempo si annullò. Passarono i giorni. Lui la accolse, lei venne ad abitare a casa sua. Sistemarono i computer sul tavolo della cucina – lui da una parte, lei dall’altra. Scrivevano. Scrivevano di mattina, dopo pranzo, tutto il pomeriggio, qualche ora dopo cena, esausti poi facevano l’amore. Dopo la prima volta, abbracciati nelle lenzuola, parlavano. Lui descriveva il carattere morale dei suoi personaggi, la struttura rizomatica e ricorsiva del suo romanzo, lei esponeva la natura inconsistente del suo protagonista, la rarefazione della tensione narrativa. Lui e lei s’identificavano talmente nel proprio racconto e nel racconto altrui che poi le forze tornavano di colpo. Facevano l’amore tutta la notte. Al mattino riprendevano come nulla fosse. Quando lui completò l’ultima pagina della spaventosa mole del suo romanzo, lei posò la parola fine sul blocchetto di fogli appaiati con cura sul tavolo della cucina. Non lessero a vicenda i propri romanzi, sapevano già ogni cosa. Lui lo dedicò a lei. Lei lo dedicò a lui. Spedirono i manoscritti. Spedirono i manoscritti e ingannarono il tempo – mano nella mano lungo i viali alberati parlavano di letteratura contemporanea, di quanto certa letteratura contemporanea fosse triste e deprimente come il mondo intero. Lo stesso giorno, qualche mese dopo, lui e lei ricevettero una telefonata. Pubblicavano i romanzi. Lui disse capisco, lei disse comprendo – essere scrittori esige misura e gravità al telefono. Corsero a casa, fecero l’amore. Con gli occhi fissi sulle macchie del soffitto, una macchia uguale ai denti da coniglietto di Thomas Pynchon, una macchia uguale identica alle basette corte di Raymond Carver, lui e lei dissero che bisognava stare attenti. Promozioni, recensioni, critici. La battaglia era appena iniziata. Sulle pagine dei giornali non tardò il vaglio dello stile e della resa narrativa. Entrambi, in giorni differenti, rilasciarono lunghe interviste per il quotidiano più diffuso sulla frastagliata mappa delle province nazionali. I due romanzi spuntarono in cima alle classifiche. Puntuali arrivarono i primi elogi, le cattiverie, le stroncature pesanti, le appassionate dichiarazioni di lettori entusiasti. Lui e lei brindarono. Al ristorante, eleganti e famosi, il viso lucido come sulla quarta di copertina, si promisero amore eterno. Ma una voce circolava in ambiente letterario. La voce diventò tempesta, la tempesta un tornado, neanche le case editrici poterono arginare lo scandalo. Chi aveva letto in rapida successione i due romanzi, senza temere smentita, disse a chiare lettere che in fondo, i due romanzi, nonostante le dovute differenze, vuoi per mole, vuoi per delicatezza sentimentale, raccontavano la stessa storia. Lui non diede peso alle dicerie, lei non ci pensò nemmeno. Di nascosto, però, controllarono. Lui inorridì, lei agghiacciò. Batterono il pugno. Lui sfuriò correndo a casa, lei lo attese camminando in circolo. Quando s’incontrarono, l’amore sparì. I fantasmi di Thomas Pynchon e Raymond Carver non poterono nulla. Lui le contestò i colpi di scena, i raccordi narrativi, il finale a sorpresa. Lei impugnò i passaggi, le frasi, la caratura morale dei personaggi. Lui e lei non espressero mai tanta spietata ferocia. Ma allora, proprio perché la storia era la stessa, rimarcarono le differenze. Lui evidenziò quanto fosse stitica e rassegnata la sua visione della letteratura e del mondo. Lei sottolineò la grande confusione morale e narrativa sotto i cieli del suo mondo e della sua letteratura. Si guardarono. Lui immaginò un complotto interplanetario, lei comprese lo squallore della vita contemporanea. Si guardarono ancora. Lui disse esci da questa casa, lei sbatté la porta dietro le sue spalle. Lo scandalo portò lettori nuovi e nuove tirature. I due romanzi rimasero in testa un anno, due anni, guadagnarono una media altezza nella classifica nazionale, e li stagnarono. Lui e lei non s’incontrarono mai più, né si sentirono il giorno dei rispettivi compleanni per scambiarsi gli auguri. Invecchiarono. Scrissero nuovi libri e mossero le sorti della letteratura nazionale in modo diverso e complementare. Si sposarono. Lui ebbe due bambini da una ragazza con le lentiggini e una tesi di laurea sul suo romanzo più famoso. Lei ebbe un bambino curioso dall’editor del suo primo romanzo. Lui e lei autografarono copia dei loro romanzi nei punti più disparati del globo. Firmarono contratti vantaggiosi per la trasposizione dei propri romanzi sul grande schermo. Gli anni andarono via come pile promozionali all’ingresso delle librerie. Poi, un giorno, accadde. Lui, seduto sul metrò, incrociò una ragazza che leggeva Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Lei, in piedi sul metrò, scorse un ragazzo che sfogliava L’arcobaleno della gravità. Lui e lei ricordarono quanto furono giovani e felici allora. Alzarono gli occhi. Sperarono senza mezze misure che i due ragazzi potessero frequentarsi un giorno. Lui accostò la ragazza, una scusa e attaccò bottone. Lei avvicinò il ragazzo, e chiese cosa stesse mai leggendo. Alla fine, uscendo fuori, lasciando i due ragazzi seduti o in piedi sul metrò, lui e lei dissero quella parola. Arrivederci. Oppure no.

3. Lei.
Eh?
Abbassa.

Abbassa il volume.
Il film, Elena.
Però abbassa.
Ancora?
Abbassa, no?
Elena.
Sta suonando.
Suonava anche prima.
Lo senti, no?
Merda.
Davide, squilla.
Vuoi farmi vedere il film?
Squilla, no?
No che non squilla.
Il cellulare.
Quale cellulare?
Abbassa.
Elena.
Sentito?
Il mio cellulare è qui.
Pure il mio, no?
Allora?


Sono partita, no?
Elena.
Dici che sono spostata?
Il film, Elena.
Fuori di testa, no?
Stai facendo tutto tu.
Davide.
Calmati, Elena.
Sentito?
Te l’ho detto.
È mio padre.

Papà mi vuole bene.

Mi chiama tutti i giorni.

Non passa giorno senza che mi chiami.

Sentito, no?
Tuo padre è morto, Elena.
E allora?
Non c’è più.
Davide.
Proprio non c’è più.
Mi vuoi bene?
Merda.
Se mi vuoi bene, credimi, no?
Elena.
Squilla.

Papà mi vuole bene.

Lo sai, no?

Sai chi stava chiamando prima dell’incidente?

Era scritto sul giornale, no?

Aveva selezionato il mio numero sulla rubrica.

Voleva chiedermelo.

L’ecografia, no? Com’è andata?
Elena.
Si.
Il film.
Ma papà mi vuole sentire.

All’inizio pensavo fossi spostata.

Squillava in continuazione.

Fuori di testa, no?

Poi ho capito.
Elena, tuo padre è morto.
E allora?
Non può essere.
Non mi credi?
Non ho detto questo.
Suona in continuazione.
E adesso?
Squilla, no?
Merda.
Papà mi vuole bene.
Ti ha sempre voluto bene.
Era in macchina e mi chiamava, no?

Sempre la stessa macchina.

Da piccola mi accompagnava ovunque.

Non perdeva un saggio.

Danza, danza, danza.

Una volta abbiamo viaggiato di notte.

Mi sono addormentata, no?

Ho aperto gli occhi nella stanza di un hotel.

Svegliati, dice papà la mattina.

Papà dice svegliati, ma ho gli occhi aperti.

Siamo andati alle selezioni per l’accademia nazionale.

Danza, no?

Papà non entra.

Mi raccomando, dice papà.

Papà dice resto qui sennò ti agiti.

All’uscita vuole i dettagli.

Il mio numero, no?

Com’e andata?, dice papà.

Maschio o femmina?

Quando avremo i risultati dell’ecografia?


Elena.
Lo senti, no?
Mi vuoi bene?
Davide.
Di sicuro me ne vuoi.
Lo sai, no?
Il film, Elena.
Si.
Guardiamo il film.
Va bene.
Ce ne stiamo buoni a guardare il film.
Anche se squilla?
Non mi da fastidio.
Pure adesso?
Deve essere papà.
Suona un casino.
Il film, Elena.
Papà ti ha sempre voluto bene, no?
Tuo padre era una brava persona.
Per questo non la finisce di chiamare.

Questo racconto è stato pubblicato su Nuovi Argomenti n.52, ottobre-dicembre 2010.

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5 Responses to Altre coppie

  1. mario s. il 24 settembre 2011 alle 14:46

    molto bello.
    grazie.

  2. g il 24 settembre 2011 alle 14:59

    We’re ALL accidents

  3. véronique vergé il 24 settembre 2011 alle 17:07

    tenebre in amore, velo- ho amato la parola sospesa- con silenzio della coppia una: siamo sempre due anime alla cieca – un segreto di otto anni- nascosto-sempre-ma si svela nell’amore- perché frattura d’amore- era il tempo dell’infanzia violentata-

    BELLO; LA PERFORMANCE DI FARE SENTIRE IN POESIA LA PAROLA TABù

    Poi un racconto- una storia triste di rivalità nella scrittura- una lotta perché si crede che fosse una sola verità nella scrittura- la sua- cielo solitario-

    MOLTO BELLO; ANCHE L’IMMAGINE SCELTA

    Grazie

  4. V il 27 settembre 2011 alle 23:22

    Li ho incontrati una volta quei tipi del tuo racconto centrale:

    I baci di Lei per conoscere, per sentire sulla sua pelle la durezza della vita, i baci di Lui per ritrovare la spensieratezza, la bellezza dell’ingenuità.

    LUI: Ti voglio…ti vorrei vivere sempre…vorrei essere tuo – e nel dirlo si pente.

    Come lo dici ad UNA così che la vita è lunga e si arriva tra le braccia di una donna dopo aver fatto un percorso lungo che neanche tu bene sai, che dopo tante vite incrociate, che dopo tante bugie e tante follie, tanti perché senza risposta, tante paure affrontate non credi più che ci sia qualcosa di eterno…come lo dici che due strade cosi diverse si incontrano solo per pochi istanti nella vita…come fai credere ad una così che ovunque vai trovi distanze che ti separano da ciò che vorresti, e anche questa volta te ne andrai…che ogni errore che hai commesso lo rifaresti, che di brividi ne hai rubati tanti da non capire più cosa sia autentico…cosa tu vuoi davvero…
    LEI: Non parlare cosi…sentimi…si è liberi in amore, amare è sapere di avere qualcuno senza aspettarsi nulla, senza paura che qualcuno cosi si possa perdere mai.

    Come lo dici ad UNO cosi che le distanze sono irrilevanti, che non gli dirai mai “No non ti voglio più” se vai via, perché ha senso il solo fatto che esiste qualcosa di tanto speciale da far emozionare due persone quando solo si guardano negli occhi, che le faccia parlare senza usare parole, come fai credere a uno così che ciò che senti, e non sai chiamare, non è dentro una storia, e quindi non potrà finire mai, come fai capire a uno cosi che quando vorrà fermare il tempo potrà incontrarti, che le sensazioni autentiche sono eterne, che a te da gioia solo che lui sia sereno…e non vuoi altro.

    LUI: Tu sei l’amore.
    LEI: …Baciami…

    Abbracciati davanti al mare.
    Si addormenta Lei con il viso posato sul suo petto Lui.
    Lui le sfiora il volto tenendolo con cura tra le sue mani e guardandola dolcemente e le sussurra

    LUI: Tu sei Bella…sei proprio Bella…Se avessi saputo tutto questo non ti avrei mai chiesto il telefono la prima sera

    Poi Lui si addormenta.
    Lei si sveglia gli sfiora il volto e lo guarda dolcemente. E Lei in quell’istante raggiunge l’estasi della consapevolezza, consapevolezza di provare un sentimento per Lui…che se era amore, o qualunque altra cosa, a Lei non importava. Quella persona che aveva davanti era preziosa a prescindere da qualunque tipo di rapporto avessero instaurato e questo era sufficiente. E sapeva anche che lei era la responsabile di ciò che provava. Ora sapeva, ora lo conosceva e non voleva altro da lui, cosa di rara magia. Era sufficiente il solo sapere del suo esistere.

    Lui si sveglia, si siede accanto a Lei.
    Ma in quell’istante, in quello stesso istante di consapevolezza, Lui parla deciso.

    LUI: Non voglio più questa storia. Non posso. Cancellami e sparisci!

    Eterna letizia di una mente senza ricordi.

    E cosi dicendo si alza e corre via, lasciandola lì senza parole. Senza darle tempo.
    […]

    …Lei è tutto quello che lui fu una volta. E così lui rubò quel momento e lo tenne chiuso nella sua mente perchè stesse li a consolarlo fino ai giorni della sua fine.

    ..Lui è una delle possibilità che la vita la porterà a divenire un giorno, ma che ancora non può comprendere. E così lei rubò quel momento e lo tenne chiuso nella suo cuore, pronta a riaprirlo se mai verrà il loro tempo.

    E di nuovo l’immagine di due treni in corsa che s’incontrano, e subito si allontanano l’un dall’altro, viaggiando in direzioni opposte.
    Compare una scritta sull’immagine: “Ogni storia è destinata a ripetersi ancora”.

  5. ilena il 28 settembre 2011 alle 19:20

    Belli questi racconti, questo racconto. Leggendo pare di sentire che questo stile è l’unico possibile, oggi. Proprio come un amore fatto di tempi felici e giovani che si deteriorano è l’unico possibile.



indiani