Intervista a Sara Paretsky

26 settembre 2011
Pubblicato da

a cura di Enrico Minardi

Sara Paretsky è una straordinaria scrittrice di romanzi gialli, conosciuta in tutto il mondo, e tradotta in venticinque lingue. Paretsky deve in gran parte la sua fama all’investigatrice privata, di origine italo-polacca, V.I. Warshawski, protagonista di oltre quindici romanzi, e di un film (intitolato semplicemente V.I. Warshawski), interpretato da Katleen Turner nel 1991. Ciò che in specie ci ha affascinato di questo personaggio è il suo idealismo – di marca anche femminista – e la capacità di comunicare una chiara – ma nel contempo articolata e ricca di chiaroscuri – visione della realtà. Anzi, secondo quello che è ormai diventato un luogo comune della letteratura poliziesca, fin dall’inizio, ogni romanzo di Sara Paretsky è stato – e continua ad essere – in realtà un pretesto per parlare, e condannare, le ingiustizie della società americana (che si tratti delle ineguaglianze sociali o dell’isteria paranoica diffusa nell’era Bush). Tradotta in Italia da Sonzogno e Sperling & Kupfer, la incontriamo una fredda domenica mattina di fine marzo in un piccolo bar a Chicago dowtown, dove vive, e dove fra l’altro si svolgono le vicende della sua eroina.

D: Trovo la protagonista dei suoi romanzi molto interessante: una investigatrice, V. I. Warshawski, che sul lavoro non può mai mettere da parte il fatto di essere prima di tutto una donna. Ho letto in un’intervista che per lei era importante creare un investigatore donna. Può parlarne un po’?

R: All’inizio quello che volevo era creare una donna che potesse occupare spazi che tradizionalmente venivano occupati solo da uomini. Credo che l’investigatore sia un personaggio problematico specie nei romanzi polizieschi. Non è una cosa così inusuale il fatto che lei sia una donna. Quello che è strano o, per alcuni lettori, problematico è la sua rabbia, caratteristica che potrebbe essere percepita come una qualità più maschile. Però c’è da dire che in lei si riflette il mio senso di impotenza che si traduce forse in rabbia anche se lei ha molto più coraggio di me in tutti i campi; sia dal punto di vista fisico che emotivo lei agisce in maniera molto più coraggiosa di quanto possa fare io. In lei si riflette anche il mio senso politico, dato che credo che i romanzi polizieschi rappresentino un commento sulla società. Ci sono state altre investigatrici nella letteratura, come per esempio Miss Marple. Anche Agatha Christie scriveva a suo modo romanzi politici, solo che la sua politica era quella dello status quo e con i suoi romanzi non faceva altro che rafforzare il sistema classista inglese: Miss Marple non è una professionista, non fa l’investigatrice per guadagnarsi da vivere, come tutti gli investigatori della letteratura inglese è anch’essa un’amatrice, e questi, diciamo così, amatori sono in generale più intelligenti della polizia. Il sistema classista inglese prevedeva infatti che il poliziotto appartenesse alla classe operaia e di conseguenza non avrebbe certamente potuto essere un membro intelligente della società. Miss Marple rafforza in un certo modo quell’ordine sociale.

D: Vorrei ora parlare di come finiscono i suoi romanzi, che mi sembra non abbiano una fine, o soltanto una conclusione parziale. Il lettore, credo, abbia la sensazione che la giustizia non possa mai veramente trionfare (come in Black list, allorquando il ragazzo egiziano, la vera vittima di tutta la storia, muore ucciso da un colpo di arma da fuoco). L’investigatrice, avendo un padre poliziotto, sa benissimo come funziona la polizia, è consapevole del livello di corruzione in politica e della connessione tra politica e business (come è chiaro in Hard Times e in Tunnel Vision [tradotto in italiano con il titolo Una luce in fondo all’abisso, 1997]). Ecco perché l’investigatrice non si fa nessuna illusione sulla possibilità che ha la giustizia di trionfare, ma quello che lei vuole è, almeno, che alla fine i più deboli non soffrano.

R: Credo che questa sia una lettura molto accurata dei miei romanzi. In Black list non volevo uccidere il ragazzo egiziano, volevo salvarlo ed ho cercato fino alla fine di riuscirci, senza purtroppo trovare il modo di farlo. Ho infatti pensato che considerato il clima isterico in cui si trova il mio paese in questi anni forse sarebbe stato più compassionevole da parte mia farlo morire piuttosto che farlo finire in prigione. Non sono mai stata in una prigione dove vengono detenuti immigrati, ma ho letto storie e memorie e sono venuta a conoscenza di molti episodi sconvolgenti.
Sono appena stata in Crimea e ho incontrato un ragazzino di 16 anni che voleva venire in America per studiare, ma la cosa dal punto di vista burocratico era troppo complicata, quasi impossibile. Ho allora pensato che vorrei che l’America fosse davvero un posto per raggiungere il quale valga la pena sacrificare tutto, ma non sono sicura che lo sia in questo momento.

D: In questo suo tentativo di salvare i più deboli, Warshawski rischia molto, specialmente nello sfidare il sistema giudiziario. Questo atteggiamento, a mio parere, ricalca un luogo comune delle storie poliziesche: l’investigatore è insoddisfatto del sistema giudiziario e cerca di vincere basandosi sulle proprie forze e abilità.

R: In generale, non penso che la gente debba farsi giustizia da sola, ma nel contesto dei romanzi la figura dell’investigatore risponde forse ad un desiderio di avere un eroe che possa salvare i più deboli. Nella vita vera ci sono molte più sfumature, ma nel contesto di un romanzo poliziesco il lettore sa e si aspetta che l’”eroe” faccia la cosa più corretta dal punto di vista etico e morale. E’ certamente un mito, ma è un mito che, tutto sommato, dà ancora sollievo a fronte di tutte le ingiustizie reali per le quali non c’è nulla da fare.

D: Come costruisce i suoi romanzi? L’impressione è che ci sia molta ricerca alle spalle. Quando in Hard Times si parla della prigione, la sensazione è che lei ci sia proprio stata.

R: No, non sono mai stata in una prigione, ma ho parlato con donne che ci sono state. Ho iniziato a scrivere il romanzo perché Amnesty Interational aveva pubblicato un rapporto sugli abusi sessuali di donne nelle prigioni americane e quando l’ho letto ne sono rimasta sconvolta. Conosco alcune donne avvocato che lavorano con donne che sono in prigione non tanto per difenderle in tribunale quanto per proteggerle da assalti all’interno del sistema. Ho tentato di visitare una prigione ma non fanno entrare scrittori e non si può mentire sulla propria identità perché si deve mostrare una lunga lista di documenti. Praticamente quello che faccio è risalire ad una notizia e incontrare persone che in qualche modo possono darmi delle informazioni più dettagliate. È così che conduco la maggior parte della mia ricerca.

D: A me sembra che le indagini condotte da Warshawski nei suoi romanzi siano spesso un pretesto per parlare della realtà, per comunicare le sue opinioni sulla società. Si ha l’impressione che le storie poliziesche siano ormai l’unico strumento rimasto per parlare della società.

R: È un pensiero interessante. C’è uno scrittore messicano molto conosciuto, Paco Ignacio Taibo II, che dice che in Messico le storie poliziesche sono considerate solo intrattenimento e non vengono dunque censurate. Rimangono di conseguenza l’unico modo per parlare di politica e della società e forse questo è anche quello che succede in America.

D: È quello che succede anche in Italia.

R: Ah, interessante! Per quanto mi riguarda, nel cercare di raccontare una storia nel contesto di una società disfunzionale il modello letterario più importante è quello di Charles Dickens. Il mio tentativo è quello di presentare la realtà ma anche di dimostrare come la gente voglia, nonostante tutto, vivere una vita ordinaria, e per ordinaria intendo una vita nella quale non si debba aver paura la mattina quando ci si sveglia.

D: Ci può dire di più su questo punto?

R: Sono cresciuta in un periodo storico e sociale poco ordinario. Sono nata nel Kansas in una famiglia ebrea, quella di mio padre, che era stata sterminata in Europa. I giovani della mia generazione sono cresciuti con quella storia sulle spalle, e non abbiamo dunque mai potuto vivere una vita ordinaria. Personalmente ho sempre avuto questa fantasia della casetta con il giardino in cui tutto è pulito e ordinato e tutti sono felici, ma quando mi guardo attorno, vedo che la gente vive nella paura, paura che tutto gli possa crollare addosso da un momento all’altro. In America questo tipo di paura quotidiana ha accompagnato molti gruppi, specialmente i neri, ed ora tocca ai nuovi immigrati. Io vorrei che tutti fossero felici e questo mio desiderio si riflette nei miei romanzi in cui almeno una persona può essere protetta, salvata.

D: Ho letto in un’intervista che lei si trasferì a Chicago nel 1966 per lavorare come assistente sociale. È vero?

R: Si, lavoravo con i movimenti per i diritti umani. Era il periodo in cui si pensava di avere l’energia e gli ideali per migliorare il mondo. Chicago era una città così segregata! Ad un certo punto i leader dei gruppi di diritti civili si resero conto di non avere successo nella loro lotta e chiesero allora a Martin Luther King di venire a Chicago dato che la televisione lo seguiva ovunque andasse. Chiamarono anche degli studenti perché lavorassero con i bambini, così da dargli una visione diversa rispetto a quella che gli dava la scuola o la chiesa. In quel periodo Chicago era molto cattolica e nel quartiere dove ora vive Obama c’era un parrocchia il cui prete diceva che nessun afro-americano sarebbe mai potuto entrare nella sua chiesa. Spero che quest’uomo sia ancora vivo per vedere cosa sta succedendo con Obama che abita proprio dove lui predicava. Ma quella era l’atmosfera. La gente riceveva quel tipo di messaggio dalla chiesa, a casa, per strada, dai politici. Noi cercavamo di fare la nostra parte, di prendere i bambini dai quartieri difficili e portarli in giro, fargli vedere le cose per espandere i loro orizzonti, senza fargli prediche, ma solo facendogli vedere che la città era molto diversa, e migliore, da come loro l’avevano sempre conosciuta. Non so davvero se abbiamo avuto qualche impatto su di loro ma di sicuro questa esperienza ha cambiato la mia vita e la vita di chi lavorava con me. Abbiamo inoltre avuto la fortuna di marciare con Martin Luther King. È stato un periodo molto intenso della mia vita.

D: Lei si è poi laureata in business e ha iniziato a pubblicare solo all’età di 30 anni. Considerando il forte idealismo della sua gioventù, come è stato il passaggio al mondo degli affari?

R: Dovevo lavorare per sopravvivere e non credo che lavorare nel mondo degli affari sia stato meglio o peggio di altri lavori. Certo, se fossi stata fedele ai miei ideali, avrei fatto degli studi sociali e forse si può dire che sono stata un po’ incoerente o ipocrita. Comunque, la mia relazione con il mondo degli affari non è stata delle migliori e alla fine ho ‘divorziato’. Una volta il mio capo mi disse: “non pensi di essere un po’ troppo creativa per lavorare qui?”, ed ho pensato che fosse una domanda un po’ strana. Ma forse aveva ragione.

D: Lei ha scritto per lungo tempo prima di pubblicare. Considerava forse la scrittura uno spazio privato?

R: Sì e fare lo scrittore di professione ti cambia in qualche modo. Ieri sera ero ad un concerto con dei musicisti meravigliosi, pieni di talento e si capiva che quei due pianisti si stavano divertendo molto mentre suonavano. Ho pensato in quel momento che nello scrivere ora mi manca quella gioia, quel senso del divertimento che avevo quando non era il mio lavoro e non so come recuperarla.

D: Parliamo un po’ di Raymond Chandler che sembra essere uno scrittore fondamentale anche per molti autori europei, oltre che per lei.

R: Sì, Chandler ha definito il genere poliziesco, e quello che noi scrittori di romanzi polizieschi possiamo fare è ‘ribellarci’ un po’, cambiare o modificare qualcosa, ma a lui dobbiamo davvero tanto. È un personaggio strano, nato qui a Chicago. Sua madre era inglese, suo padre li lasciò subito dopo la sua nascita e così ritornarono in Inghilterra. Da giovane voleva diventare uno scrittore come Oscar Wilde, si riconosceva molto in quel tipo di estetica, ma non ebbe successo. Lasciò allora l’Inghilterra e si trasferì in Canada dove si arruolò per combattere durante la prima guerra mondiale. Fu l’unico a sopravvivere nel suo battaglione. Finì per lavorare come addetto delle pubbliche relazioni nell’industria petrolifera, ma continuò a scrivere e pubblicò il suo primo romanzo quando aveva 50 anni. Era così preoccupato di fallire come scrittore per una seconda volta, che prese le storie di Hemingway, le sottolineò e cercò di ricrearle. Da lì sviluppo il suo stile comico. La sua visione dell’investigatore come un eroe creò un genere, lui fu il primo a svilupparla: la figura dell’investigatore che protegge i più deboli, che a volte si fa giustizia da solo, ma che è affidabile.

D: Infatti, una delle cose che colpisce nelle sue storie, così piene di dettagli, è che Warshawki non è mai immorale, e il lettore capisce che di lei si può fidare.

R: Sì, è vero. E questo lo devo a Raymond Chandler e alla sua visione.

D: Mi sembra che lei sia molto affascinata dal Giappone e specialmente dalle donne giapponesi.

R: Le donne giapponesi che ho conosciuto mi sembrano così interessanti e quasi delle pioniere nei confronti dei tabù della loro società, così severa. Nella loro lotta, si ispirano alle investigatrici in una maniera che trovo molto commovente. Il mio editore giapponese è l’unico editore straniero che sia stato con me sin dall’inizio e che abbia pubblicato in traduzione tutti i miei romanzi, ed abbiamo ormai un rapporto molto stretto. Quello che è interessante è che la lingua giapponese ha 5 registri discorsivi e che le donne, a qualsiasi livello usino la loro lingua, siano obbligate ad avere sempre un registro più reverenziale. Il mio traduttore giapponese fa parlare la mia investigatrice in un modo molto diretto, ma senza pertanto violare questo codice linguistico. Una volta ho ricevuto una lettera da un gruppo di donne giapponesi. Ognuno di loro aveva scritto una riga sul perché amavano la mia investigatrice e una, un ingegnere, scrisse che leggeva i miei libri tutte le mattine perché vi trovava il coraggio di affrontare l’ostilità che la circondava sul suo posto di lavoro; un’altra mi scrisse che leggere le storie della mia investigatrice le aveva dato il coraggio di comprare una lavatrice e smettere di lavare a mano. Mi sembra a volte di avere una forte responsabilità nell’essere fedele al mio personaggio.

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2 Responses to Intervista a Sara Paretsky

  1. Paolo S il 27 settembre 2011 alle 17:57

    Grande intervista, e gran bella persona Sara Partesky.
    Grazie a Enrico Minardi.

  2. véronique vergé il 28 settembre 2011 alle 08:03

    Per Andrea: grazie per avere pubblicato l’intervista. Ho ordinato alla libreria Actes Sud il giallo “Sale Temps”. La romanziere mi sembra una donna ricca di esperienza, impegnata nella sua scrittura, con l’influenza della sua storia intima e del contesto americano.



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