Nuovi autismi 5 – Le parole dei romanzi

28 settembre 2011
Pubblicato da

di Giacomo Sartori

Le persone parlano, parlano, e danno per scontato che tu le ascolti. La quantità di parole emesse sulla terra in un dato istante è impressionante, e se poi come unità di tempo si prende un giorno, o una settimana, si ha la misura dell’assurdità della condizione umana, oltre che della sua insostenibilità ambientale. In certe occasioni, per esempio le cene con invitati o le feste, il parossismo verbale tocca apici difficilmente spiegabili con la sola razionalità. Per fortuna non è però obbligatorio ascoltare tutto quello che dice la gente. Se dio vuole sia la legge che la maggior parte delle religioni, nel caso uno fosse religioso, concedono per questo aspetto la massima libertà. Basta lasciare che le parole ti entrino da un orecchio e scivolino fuori dall’altro, come le palle da biliardo glissano silenziose sul loro campo di battaglia, e poi se tutto fila liscio vengono deglutite da una buchetta nera e scompaiono per sempre. O basta anche ascoltare con un orecchio solo, che è un eufemismo per dire con nessun orecchio. In questo i serpenti sono molto avvantaggiati, perché appunto non hanno orecchie, e proprio per questo sono meno stressati degli esseri umani. Neanche bisogno di eufemismi. Restano pur sempre i proclami e le invocazioni dei corpi, lì la cosa diventa delicata. Anche senza essere troppo di sinistra non si può pretendere che tutti stiano anche fermi, oltre che zitti, sono il primo a rendermene conto. E non si può nemmeno chiudere sempre gli occhi, fingendo con se stessi di essere addormentati o defunti. Si è costretti insomma a incamerare immagini straboccanti di significati e di pulsioni non di rado feroci, e sopportare. Mia sorella per esempio sorride con la bocca, e gli occhi restano seri, o per meglio dire tristi, forse collerici. Anche sconnettendo appunto l’audio il risultato resta pur sempre sconcertante. Mio fratello invece eleva sempre il mento come se ammirasse un affresco del Tiepolo, anche quando per esempio si trova in un appartamentino con un soffitto senza affreschi barocchi e senza attrattive di sorta. E anche mio cugino consulente internazionale e mio nonno commerciante transoceanico di automobili torinesi fanno la stessa cosa. Quest’ultimo però è morto da tantissimi anni, davvero tantissimi, e quindi si esibisce solo dalle foto in bianco e nero appostate qua e là in casa di mia madre. Quando gli passi davanti resti però pur sempre perplesso. Mia madre quanto a lei quando la inviti al ristorante tamburella con le sue dita anzianissime ma pur sempre inanellate. È un tamburellare duro e apocalittico che ti fa passare ogni appetito e ti fa domandare se era davvero necessario essere procreati. Il mio primo editore mi parlava allungato sulla sua poltrona in pelle di scrittore famoso con le gambe sulla scrivania regale e le mani abbracciate alla nuca, in quella posizione che in tutti i libri di gestualità corporale è sinonimo di indomita e non curabile arroganza. Anche il regista di teatro che è venuto una volta a casa nostra se ne è stato tutta la sera semisdraiato sul divano con le braccia levate e annodate dietro la nuca, quasi avesse paura di sporcarsi le mani, a abbassarle in quel salotto molto più piccolo e pedissequo del suo. E quando aspetti dal medico condotto ti rendi conto con raccapriccio che i tuoi colleghi infermi o supposti tali, intenti a permutare chissà quali inessenziali fonemi, non sembrano cogliere la differenza tra accavallare la gamba destra sulla sinistra, che significa disponibilità, e accavallare la sinistra sulla destra, segno inequivocabile di chiusura e ostilità. In compenso la direzione dei loro piedi lascivi svela i loro desideri sessuali ai quattro venti. La mia ex fidanzata quando mi parla tiene la mano posata sull’anca, e il braccio con il gomito bene in fuori. Anche questa è una postura che c’è su tutti i libri di etologia. Pure la mia ex commercialista assumeva la stessa ammiccante giacitura, però per quel poco che ascoltavo non diceva così tante pazzie. A una presentazione del mio ultimo libro il tronfio presentatore pontificava invece con le due mani divaricate all’estremo e ben piantate sul tavolo al quale eravamo insediati, come a abbracciare da solo tutto l’uditorio, come a spazzarmi per sempre dalla superficie della terra. Sono cose che ti fanno passare per sempre la voglia di scrivere romanzi. Perché naturalmente anche i romanzi tracimano di insopportabili parole, benché silenziose, anche nei romanzi tutti gesticolano.

 [l’immagine: Jaber al Mahjoub, “Boner 2002”, acrilico e tempera su carta]

 

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6 Responses to Nuovi autismi 5 – Le parole dei romanzi

  1. sparz il 28 settembre 2011 alle 09:43

    difficilmente spiegabili con la sola razionalità, posso osservare che poche cose anche nella scienza, figuriamoci fuori di essa, sono “spiegabili con la sola razionalità?
    Molto bel pezzo, apprezzo il materiale della poltrona del tuo primo editore, l’ex fidanzata che necessita di manuali di etologia per essere ben descritta e molto altro. Complimenti, ciao.

  2. véronique vergé il 28 settembre 2011 alle 10:26

    Molto bello. Con questo senso della descrizione. Occhio spietato. Occhio sensibile. mi accade troppo sovente di essere in assenza, le parole per me sono un’acqua che scappa sempre, scivola- non lascia traccia- la parola sentita è partita non so dove- non per disprezzo, ma perché sono altrove- in un altro paese- o nel passato Invece parole afferrate nel volo, mi rimangono nella mente, mi danno curiosità- parole di una madre a suo figlio nel supermarkett, parole di due amiche in un bar- in classe- solo sono davvero presente- è forse l’unico momento dove ho una sensibilità acuta dell’orecchio-
    Mi accade anche una cose sorprendente: sovente ho sentito una parola che non era quella detta, la mia immaginazione ha sentito altro- forse quella che desideravo o temevo- non so-A volte qualche parola rimane- ferita aperta-
    qualcuno accenna a questa parola- e la ferita si apre.
    Finalmente credo più nel potere della parola scritta, perché entra in silenzio.

  3. giacomo sartori il 29 settembre 2011 alle 17:41

    véronique sei anche tu un’autista!
    peggio del personaggio del raccontino!
    :)

    (molto bello il tuo rapporto con le parole, in realtà)

  4. Sterco il 29 settembre 2011 alle 23:49

    le parole scappano come foglie
    incontentabili dice un amico le
    pietre non feriscono i tavoli
    al bar i mucchi di mani nella
    terra – scava bocche la ragione
    remando algebre cèdui di galassie
    la mia bevuta olocausto di storie
    recise canzoni affollano la notte
    l’euforia del dubbio sciaborda verità
    brio del cesso – silenzio in rima.

  5. Sterco il 30 settembre 2011 alle 00:13

    pardon ….!

    ……………………………………
    brio del cesso – eternità in rima.

  6. andrea inglese il 30 settembre 2011 alle 23:01

    sartori ha ragione: il nostro parlare sempre, che è la cosa che ci è più ovvia e familiare, ha davvero qualcosa di misterioso, e a tratti terribile



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