L’ambigua familiarità del “Libro dell’inquietudine”

29 settembre 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese

Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, libro postumo e incompiuto, scritto durante l’intera esistenza letteraria di Pessoa, costituisce oggi, indubitabilmente, uno dei grandi monumenti della letteratura della modernità, assieme al Castello di Kafka e all’Uomo senza qualità di Musil. Parlo di modernità, non di modernismo, che riguarda invece l’esperienza di un altro degli eteronimi, Alvaro de Campos, voce importante nel sistema polifonico di Pessoa, ma inevitabilmente più circoscritta di quella di Soares. La portata dell’esplorazione condotta nel Libro dell’inquietudine investe gli ideali e le disillusioni dell’individualismo, ossia di quell’ideologia che si è affermata in Occidente in concomitanza con le forme di vita materiali della modernità, in un arco di tempo compreso grosso modo tra due secoli, tra la seconda metà del XVIII secolo e la prima metà del XX(1). Se la voce di Soares giunge a noi così cristallina e familiare, è perché la cartografia dell’io autonomo che delinea – sciolto dalla società, dal mondo e da ogni al di là – costituisce anche i confini della nostra dimora: tutti quanti abbiamo edificato la nostra esperienza del mondo e dell’identità personale sulle orme di Soares.

Vagabondando in rete, ce ne si può rendere conto con facilità. Brani dell’Libro dell’inquietudine si trovano sparsi in ogni tipo di blog, amatoriale o specialistico. Vi è quasi un effetto kitsch in questo citazionismo svagato delle parole di Soares. Noi, venuti dopo le tragedie e l’orrore del Novecento, al suo crepuscolo, tra industria dello spettacolo e miti post-moderni, siamo familiari con il carattere poroso dell’io, non temiamo la natura liquida dell’identità personale, la debolezza dei legami d’appartenenza. Siamo eredi disillusi di tutti i miti dell’interiorità: la macchina mediatica produce in serie quelle fantasmagorie che i moderni, da Rousseau in poi, hanno con così tanta cura e passione nutrito nella sfera dell’intimità. La radicalità solitaria e clandestina di Soares è oggi ripercorsa con leggerezza. Le sue frasi tremende, da finimondo, emergono nei “diari in pubblico” della rete con l’evidenza rassicurante di proverbi. Questo, in fondo, non deve stupirci. La peculiarità del Libro dell’inquietudine consiste nel voler essere l’autobiografia di ognuno. Per questo motivo se Soares è uno degli ulteriori eteronimi di Pessoa, è anche quello più inconsistente, il punto zero dell’invenzione stilistica e biografica, lo spazio vuoto che permette la circolazione costante tra il Pessoa autore e le sue finzioni, i suoi doppi, le sue proiezioni parziali.

La difficoltà di quest’opera sta, allora, nella possibilità di leggerla, distruggendo la patina di ovvietà che l’accompagna, e considerandola, invece, una delle grandi imprese conoscitive avviate dalla letteratura intorno alle caratteristiche di un soggetto umano in via di ridefinizione. Bernardo Soares si chiede che cosa sia (diventato) l’uomo nella forma dell’individuo moderno, ossia di una coscienza priva di mondo e di garanzie metafisiche, teologiche o soprannaturali. Soares assume fino in fondo, con spirito oltranzista, le promesse dell’individualismo. E ne brucia anche, con chiaroveggenza, tutti i miti. Ma nel corso di questo itinerario impietoso e dissolutivo sembra poter attingere ad una sorta di saggezza. L’identità, riesce a dirci a volte Soares, non è un progetto, una costruzione, un controllo, seppure parziale, del mondo, né un’impresa di dominio sugli altri, una collezione di ricordi, conservati nelle ordinate bacheche del senso: l’identità è una polvere di percezioni, istantanee, senza scopo e fine, che possono persino solidificarsi nel loro carattere elementare: ombre di oggetti, gesti isolati, frasi sospese, sbalzi di temperatura, diversa intensità della luce. Sono questi i residui di ogni storia, piccola e grande, sia nazionale che biografica, sia politica che economica. Sono residui che non si sommano né si lasciano intrecciare in qualche racconto. Non contribuiscono a edificare identità individuali o collettive. Non sono neppure al servizio di una dottrina religiosa o di una teoria etica. Non sono né puri fatti del mondo né puri moti della coscienza. Costituiscono una sorta di corrente molecolare, gratuita e insensata, che attraversa la vita di ognuno. Un fiume clandestino nel quale, però, è salutare bagnarsi. Proprio grazie a una tale immersione nella non permanenza e nel non-senso, possiamo, noi individui, prigionieri della nostra piccola coscienza e di tutte le sue pretese, liberarci un poco, godere senza avidità del mondo, privi di eternità che non sia il presente. Nulla si può edificare su un tale magro tesoro, se non un libro senza trama e senza il cristallo dei versi.

Il libro dell’inquietudine ha, quindi, questo duplice e contradditorio profilo: da un lato, costituisce una sorta di enciclopedia dei luoghi comuni dell’interiorità moderna; dall’altro, di questa interiorità l’opera ci permette di cogliere l’aspetto contingente, la sua configurazione più carica, densa, e già in procinto di esplodere, vanificarsi. Pessoa, attraverso Soares, ha fatto con l’io puntiforme dell’individualismo moderno tutto quanto era possibile fare. Qualcosa di simile ha fatto Valéry, con i propri Quaderni. (E Pirandello, con i romanzi e i drammi teatrali.) Ma Pessoa è stato più radicale, in virtù di una risoluta asistematicità. Il rovello illuminista di Valéry è vanificato dal fatto che Il libro dell’inquietudine rifiuta radicalmente l’idea del metodo, della ricerca, della progressione, dell’articolazione per materie e argomenti. Pessoa non pretende di indagare il funzionamento della propria coscienza, come se si potesse edificare intorno ad essa un laboratorio sufficientemente solido. È la coscienza di Soares che funge da campo di esplorazione. La finzione è già penetrata negli strumenti di misurazione. I microscopi di Pessoa sono, a differenza di quelli di Valéry, già truccati, sono giocattoli, arnesi per ingrandimenti immaginari, forse per deliberate allucinazioni. Quanto a Pirandello, egli ha voluto calare la sua esplorazione dell’io in una veste sapientemente letteraria. In lui, nonostante le grandi innovazioni e le rotture dei codici di genere, prevale l’idea di lavorare dentro i confini di un prodotto letterario, per anomalo e provocatorio che sia. In Pessoa è presente qualcosa dell’esploratore folle, che è capace di sacrificare ogni idea di ritorno, di resoconto compiuto, a favore di un’erranza sempre rinnovata. Forse, più semplicemente, Pessoa era consapevole che Il libro dell’inquietudine si spingeva in una zona estrema della letteratura, in cui la logica stessa della finzione e dei suoi generi veniva messa in scacco. Per certi versi, Pessoa scriveva il romanzo di un diarista solitario, Soares, mettendo a frutto tutto il suo talento letterario, la sua sensibilità e immaginazione, la forza delle sue metafore. Nel contempo, però, egli era anche coinvolto in una sorta di esperimento antropologico serio e difficile, consistente nel riattualizzare, ma secondo procedure private e incerte, l’esperienza – comune a tante società pre-moderne – della dissoluzione dell’identità sociale della persona. Nelle società tradizionali è la pratica rituale e collettiva della festa ad approntare tale spazio di dissoluzione, attraverso le esperienze della trance, della danza o dell’assunzione di droghe. Nel mondo moderno, come l’antropologo  ricorda, la letteratura ha spesso raccolto il testimone di queste pratiche sociali destinate a produrre esperienze limite, di rottura e ricostituzione dell’ordine vigente. Scrive in un saggio del 1977, intitolato Il dono di niente. Saggio sull’antropologia della festa: “Ciò che per l’analisi è più difficile da cogliere è la natura di questi stati ‘destrutturati’, di queste ‘zone d’ombra’ che la letteratura con maggior forza ha tentato di sperimentare. Qui non si tratta più di segmenti di realtà collettiva compresi nell’esercizio del sacro, ma di rotture momentanee del “corso delle cose” e per la quali è necessario definire una durata originale e una percezione originale dello spazio”.

Una tale prospettiva sembrerà senz’altro aberrante a uno studioso accademico di letteratura, ma credo che sia del tutto pertinente per cogliere l’importanza di un’opera come Il libro dell’inquietudine, strappandolo a quel carattere innocuo e familiare, di cui parlavo all’inizio. Non che tale facilità di lettura non sia giustificata, anzi. Ma in essa di celano ancora svariati e abissali sottofondi dell’umano.

*

Nota

1) Le periodizzazioni sono una brutta bestia. Per ciò vanno prese per le corna.

[Questo intervento, sollecitato da Antonio Fournier, apparirà sulla rivista “Submarino” n°0,  Scritturapura, Asti, aut. 2011]

 

 

 

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4 Responses to L’ambigua familiarità del “Libro dell’inquietudine”

  1. Antonio Coda il 29 settembre 2011 alle 12:55

    Il Libro dell’Inquietudine di Pessoa mi ha – allora ha funzionato? – inquietato come nessun altro prima, come non è riuscito lo “Shining” di Stephen King né “Le 120 giornate di Sodoma” del Marchese de Sade né “Il fantasma dell’Opera” di Leroux, per quanto consideri quest’ultimo un libro di abnorme inquietudine. Non i racconti di Henry James né tantomeno quelli di Edgar Allan Poe. Forse la stessa inquietudine l’ho provata con i romanzi di Cormac McCarthy, ma in questo caso si trattava comunque di una inquietudine diversa: epocale, e quindi collettiva.

    L’inquietudine di Pessoa è asociale, atemporale, è… assoluta? nella sua meschinità lo è, nella sua frammentarietà senza disegno globale, senza sintesi, nella sua rinuncia al senso o nella sua rassegnazione a farne a meno. Nel suo accettare che non c’è, se non te lo crei da te. E se te ne manca l’immaginazione? Sei spacciato. Sei: risucchiato.

    Addomesticabile “Il libro dell’inquietudine”? renderlo familiare, ciarliero, anedottico, spensierato? è un libro vorticoso, una sabbia mobile, un pantano: una sirena, ma senza le malie del canto e della nudità e della bellezza: una sirena impiegatizia, coi baffetti, il pastrano, la bombetta, una sirena cantata da Paolo Conte, una sirena di nome Barteby che, a differenza di quella arenatasi fino a morirne raccontata da Melville, sopravvive mangiando di sé, delle proprie interiora, trovandole, al di sotto di tutte le civetterie dello squallore e del disgusto, assai appetitose.

    Pessoa raggiunge profondità del fango umano non raggiunte prima. Quale credo sia il suo segreto? Che a differenza di tanti altri, che se ne dicevano entusiasti provandone in realtà il sommo spregio che, a parer loro, ingigantiva il loro sforzo – in realtà, ostacolandolo soltanto – a Pessoa, quall’andare a fondo, procurava un piacere autentico.

    Pessoa si può tutt’al più esorcizzare: ma familiazzare, proprio no. Tradirlo in questo modo, no!

    Un saluto!,
    Antobio Coda

  2. Daniela Brogi il 29 settembre 2011 alle 16:18

    Io trovo che l’accostamento delle due categorie di “familiarità” e “interiorità” sprigioni possibilità interessantissime di riflessione: su Pessoa come sulla narrativa moderna. Grazie.

  3. andrea inglese il 30 settembre 2011 alle 10:07

    caro antonio,
    mi fa piacere vedere che è ancora ben inaddomesticabile, il “Libro dell’inquietudine”… (“sirena impiegatizia”, mi è piaciuto)

  4. Giuseppe Savarino il 3 ottobre 2011 alle 16:53

    Ho conosciuto Il libro dell’Inquietudine succhiandone inizialmente qua e là delle frasi che ho ritenuto profondamente intense, quasi abissali.
    Dalla lettura successiva che ne è scaturita, queste sensazioni si sono moltiplicate a dismisura, disorientandomi: forse è proprio questa l’inquietudine di cui si parla nel libro?! Ritrovarsi davanti al vuoto dell’esistenza ed esserne affascinati…



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