Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo

6 ottobre 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese

S’intitola Il pericolo del doppio populismo, ha come tema la crisi della rappresentanza politica, e si preoccupa di mettere il mondo democratico in guardia nei confronti di un “fenomeno molto preoccupante”, “quello dei movimenti sociali dal basso”. È un editoriale di Nadia Urbinati, uscito su “Repubblica” il 3 ottobre 2011. Esso cristallizza finalmente in modo efficace un’atmosfera ideologica che da parecchio aleggiava nel dibattito politico. Lo si potrebbe considerare un’editoriale-matrice: da esso, per ricombinazione e variazione, si possono trarre buoni editoriali per gli incerti tempi a venire. E, d’altra parte, la matrice è a sua volta sintesi produttiva di qualcosa già presente, che ha avuto modo di sedimentarsi. (Un editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa.) La tesi è semplice e subito deducibile mettendo assieme titolo e frase d’inizio: “Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni”. Fino a ieri, ci dice l’autrice, esisteva un solo pericolo per la democrazia: “il populismo di destra”. Noi tutti lo conosciamo bene, è quello che ha avuto un grande successo per quasi un ventennio, con il binomio Berlusconi-Lega, sperimentandone tutte le sfumature. Da oggi, però, c’è una “nuova forma di populismo dal basso e senza leader, che si fa network e fa rimbalzare ai quattro capi del paese e del globo il grido contro la democrazia elettorale”. L’operazione ideologica è compiuta: lineare e grosso modo efficace.

Ciò a cui si assiste, nelle piazze, nelle mobilitazioni spontanee, nei movimenti trasversali ai gruppi e alle categorie sociali, non è la reazione tardiva, ma sana e giusta, di una democrazia malata, corrotta, sull’orlo del tracollo economico e sociale. No, quello che si vede è una minaccia per la democrazia. Le classi dirigenti, e chi parla a loro e in nome loro, hanno sempre brillato nella capacità di delegittimare un’azione di natura politica. Si tratta di un’operazione meramente discorsiva: si prende una certa cosa e la si cambia di nome. Ciò che davvero inquieta sempre e comunque le classi dirigenti, e i loro portavoce, sono i gruppi di persone poco disponibili a farsi dirigere. Oggi sappiamo che le classi dirigenti più che dirigere qualcuno, esortano soprattutto a non fare nulla, come a seguito di un violento incidente. “Non toccate nulla, non spostate nulla. Aspettate sul posto. (Qualcosa succederà.)”

Le classi dirigenti hanno contribuito a sfasciare le istituzioni di quello stato democratico di cui erano responsabili, e adesso predicano clemenza, calma, e silenzioso patimento, a coloro che, in prima persona, ogni giorno soffrono per le conseguenze di questo sfascio. Dal momento, però, che non vi è nessun ragionevole motivo per rimanere inermi e paralizzati in una situazione di grande pericolo, le persone si muovono. E si muovono per prime quelle più esposte, i giovani.

In passato, le operazioni discorsive erano diverse a seconda delle circostanze e più o meno crudeli, ma sempre prendevano un certa cosa e le affibbiavano un nuovo nome. Prendevano una rivolta di disoccupati e la trasformavano in un’azione criminale, in vandalismo. Prendevano una rivolta di persone senza partito e la trasformavano in un gruppo di anarchici. Prendevano un gruppo di anarchici e li trasformavano in fuorilegge. Prendevano dei fuorilegge e li trasformavano in terroristi. Le vie della delegittimazione politica sono infinite.

La delegittimazione sancita dall’editoriale di Nadia Urbinati non è neppure delle più crudeli. Trasforma qualcosa di sano e vitale in qualcosa di malato e pericoloso. Trova modo di creare un parallelo tra cose antitetiche: il populismo della destra, che è una delega ancora più incondizionata e cieca all’uomo forte e falsamente vicino al popolo, e la revoca della delega parlamentare, attraverso una sorta di servizio attivo nei confronti della democrazia.

Certo, questi movimenti scarseggiano di capi che possano essere facilmente cooptati. Certo, si respira un’attitudine libertaria, poco propensa all’indottrinamento gerarchico, caro anche a tanta tradizione leninista. Certo, usano forme di democrazia partecipativa che non piacciano ai sostenitori della democrazia liberale. Stranamente poi, ma questo Nadia Urbinati non lo dice, molti di questi movimenti entrano nel merito delle questioni, portano avanti rivendicazioni precise, vivono una fase di discussione ed elaborazione propriamente politica. Ma l’unico ritornello sui cui potrete contare nell’editoriale-matrice è quello relativo alle nuove tecnologie della comunicazione. Il medium da solo riassume un programma politico, un dibattito, una ricerca collettiva. Non si parla mai dei contenuti politici dei movimenti, ma sempre dei social network utilizzati.

Comunque ora lo sappiamo. Siamo avvisati (studenti, sindacati autonomi, immigrati, precari, no TAV, donne, TQ, ecc.). Il nome che ci daranno è questo: “populisti”. E con questo vorranno dire: “Dietro la vostra urgenza di cambiare, non c’è nulla di nuovo: solo un vecchio rifiuto, sterile e improduttivo”.

Nadia Urbinati, però, a bene guardare, non è riuscita ad approntare fino in fondo un oliato e coerente editoriale-matrice. E questo immagino per sua onestà intellettuale.

Dopo aver, infatti, compiuto la delegittimazione politica dei movimenti, definendoli come pericolosi fenomeni populisti, rimane incagliata, nella seconda parte dell’articolo, ad elencare tutti quei diversi (e ormai noti) fattori che hanno portato a questa crisi della rappresentanza politica. Finisce anche con lo scrivere: “Si assiste così alla trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette”. E dopo un compendio di tristissime notizie sullo stato dell’odierna democrazia parlamentare, l’autrice conclude così il suo articolo: “È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni”.

Purtroppo manca lo spazio per un’ulteriore colonna di 6000 battute, dove magari avrebbero potuto essere delineate le costruttive proposte della Urbinati, per realizzare questa benedetta “Restituzione dell’Efficacia” del voto democratico.

Ma anche l’Urbinati, in perfetto stile classe dirigente inizio XXI secolo, preferisce dire: “Non funziona un tubo, dovrebbe invece funzionare tutto. Ma state tutti tranquilli. Non spostate niente.”

Sinceramente, con tutto il rispetto per la competenza degli editorialisti di “Repubblica”, tra il pericolo del “pensiero-zero” – “Tutto crolla, ma voi state fermi” – e quello dell’opposizione “senza collegamento costruttivo con le istituzioni”, preferisco di gran lunga quest’ultimo. Almeno la gente si muove. E qualcosa d’imprevisto, addirittura di democratico, potrebbe accadere.

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64 Responses to Sull’editoriale-matrice di Nadia Urbinati e il populismo

  1. Vincenzo Cucinotta il 6 ottobre 2011 alle 07:53

    Premetto di non avere letto l’articolo citato e che quindi mi devo necessariamente riferire al commento di Andrea.
    Come prima cosa, mi pare che manchiu il fondamento sperimentale stesso del discorso della Urbinati: mai c’è stata una volontà di manifestazione di dissenso attarverso lo strumento del voto come oggi, basti pensare al duplice momento della raccolta di firme e della votazione referendaria, come anche alle elezioni amministrative, è insomma come se la Urbinati viva in un paese differente da querllo in cui vivo io.
    A me pare anzi che ci sia un difetto di forme alternative di dissenso.
    ùCiò che invece osservo è la totale mancanza di classe dirigente, e quindi di proposta politica realmente alternativa. Il massimo a cui si può aspirare è in gente per bene come Pisapia e De Magistris, ma che nion mi pare possano essere presi minimamente in considerazione come classe dirigente alternativa. Non mi pare abbiano elaborato alcuna proposta alternativa all’attuale sistema, nè che abbiano questa ambizione.
    E’ chiaro allora, è direi perfino inevitabile che ci siano elementi ribellistici prepolitici che finiscono per inglobare gli stessi difetti di ciò che vorrebbero combattere.
    In assenza di una elaborazione teorica realmente alternativa, le proteste finiscono per essere molto più omogenee al clima politico e culturale in cui nascono di quanto soggettivamente non creda chi vi partecipa.
    Il problema con la Urbinati sta nella stessa concezione della democrazia, nel fatto che viviamo in un’epoca a ideologia liberale che pretende di definire coi propri principi cosa la democrazia debba essere, e di fissarne i confini.
    Sarebbe forse necessario considerare invece quanto liberalismo e democrazia siano tra loro compatibili, un problema teorico che è stato come offuscato, e in questo offuscamento è la democrazia che ne subisce le conseguenze nefaste.

  2. georgia il 6 ottobre 2011 alle 09:05

    gli articoli è sempre bene poterli leggere, ve lo copio incollo
    geo,

    Il pericolo del doppio populismo
    Nadia Urbinati

    LE PRIME pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente immagini dell’aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni.
    Uomini e donne ordinari sono da una parte della barricata; i guardiani dei loro rappresentanti dall’altra. Contestazioni e rivolte di cittadini democratici che si sono trovati poveri in poche settimane, senza casa da un giorno all’altro, o semplicemente esasperati per non essere ascoltati dai loro governi e parlamenti.
    È lecito e legittimo prendersela con chi mostra la faccia del potere politico, poiché il diritto di voto fa proprio questo: indica con nome e cognome chi deve occuparsi degli interessi generali e pretende che per grandi linee li faccia. Chi promette lavoro e crescita, chi promette “felicità” e benessere non può impunemente operare in modo da creare l’opposto. Dunque, se le sostanziali responsabilità del declino del sogno occidentale sono invisibili all’occhio dell’opinione, è giustificato che la contestazione prenda di mira le seconde file del potere, coloro che siedono nei parlamenti e nei governi nazionali, poiché ad essi è stata demandata con decisione autorevole e sovrana la funzione di occuparsi degli interessi generali della società.
    Le contestazioni sono una denuncia della rottura di rappresentatività, della scollatura tra il dentro e il fuori delle istituzioni. Ecco allora che al popolo dei populismi di destra si viene ad affiancare un nuovo popolo, quello dei movimenti sociali dal basso. Il primo si unifica sotto un leader senza spesso avvedersi che si tratta di un affabulatore o di un furbo manipolatore; il secondo si unifica attraverso le parole via Internet e telefonia, e genera una nuova forma di populismo dal basso e senza leader, che si fa network e fa rimbalzare ai quattro capi del paese e del globo il grido contro la democrazia elettorale. Questo populismo orizzontale, contrariamente a quello che nel Bel Paese si appella al videocratico Silvio Berlusconi o all’etnocentrico Umberto Bossi, è fatto di un popolo non allineato, che non vuole bandiere di partito e si ribella contro una classe politica che in suo nome fa quel che vuole e lo tradisce; che non accetta più di farsi rappresentare da essa o dai partiti in generale, che infine è insofferente verso, appunto, le istituzioni della democrazia rappresentativa. Questo fenomeno, molto preoccupante per sé, lo è ancora di più se lo si proietta nello scenario del dopo-Berlusconi.
    Il “popolo populista” manovrato dai leader non è lo stesso di quello che chiede di essere ascoltato. Come spiega molto bene Alessandro Lanni in un libro in uscita su questi temi, se c’è qualcosa che questi “popoli” hanno in comune è questo: sia che il processo operi dall’alto sia che operi dal basso, sia che operi attraverso la verticalità della televisione o l’orizzontalità della rete, comunque si assiste a un processo di rimozione del filtro della rappresentanza e della mediazione dei partiti. Si assiste cioè al vacillare delle forme indirette di democrazia anche se la contestazione avviene da due punti di vista diversi e, anzi, opposti, come sono appunto il populismo mediatico e il populismo auto-interpellante della rete.
    Uno dei problemi che con più forza emergono da queste forme spontanee di autorappresentanza è senza dubbio quello relativo al destino e al mutamento di scopo dei partiti, i quali hanno perso la loro centralità e si sono svuotati del loro ruolo di collegamento tra società civile e società politica, per diventare via via solo parlamentari e necessariamente ripiegati su se stessi. La difesa a tutti i costi di sé come eletti (anche di quelli che sono in odor di mafia, come la vicenda del salvataggio del ministro Romano ha mostrato a tutto il mondo), del proprio status personale e famigliare, pare essere la funzione dei partiti. Lo svuotamento di legittimità dei partiti è radicale. Le conseguenze sono da temere grandemente.
    La paralisi progettuale, idoleogica ed etica dei partiti si riflette nell’irresponsabile comportamento dei loro deputati. Il termine “irresponsabilità” è da leggersi qui in senso tecnico: si riferisce a rappresentanti il cui potere è derivato e dipendente e che però decidono di ignorare questo fatto, per le ragioni le più svariate, ma in generale per godere abusivamente del privilegio della decisione irresponsabile che il libero mandato dà loro. Irresponsabilità come categoria etica dunque, che dovrebbe ma non riesce più ad essere contenuta dalla funzione punitiva delle elezioni proprio perché i partiti hanno solo presenza parlamentare. Le ragioni del perché ciò avvenga sono diverse; ne segnalo una: perché chi è eletto può permettersi di agire senza interessarsi dell’opinione di chi lo ha eletto in quanto sa che il diritto di voto è impotente. Si assiste così alla trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette. Il meccanismo elettorale è in questo caso importantissimo; esso può rendere l’elezione semplicemente una ratifica di nomine decise altrove (come è in Italia con l’attuale legge elettorale) oppure può essere un deterrente capace di stimolare un potere responsabile, di rendere non conveniente fare come se gli elettori non esistessero. È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’ unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni.
    – NADIA URBINATI
    Repubblica 3 ottobre 2011, pp. 1,26.

  3. Bachisio Bachis il 6 ottobre 2011 alle 09:25

    L’editoriale di Nadia Urbinati si può leggere qui:

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/03/il-pericolo-del-doppio-populismo.html

    Mi sembrano condivisibili le osservazioni di Andrea Inglese. Il ritorno sulla scena della parola/soggetto “popolo”, mi sembra sintomatico e quasi speculare all’attitudine delle classi dirigenti, chiuse nel palazzo a preservare una posizione che nega i vincoli con l’esterno, si sottrae al mandato di rappresentanza e agisce in nome di un astratto “bene del paese” dettato da centri di potere che nulla hanno a che vedere con la democrazia e i suoi meccanismi di funzionamento.
    Se il parlamento è oligarchia, l’opposizione è popolo; e chi fa opposizione è populista. La parola non ci deve intimorire.

  4. Bachisio Bachis il 6 ottobre 2011 alle 09:27

    Non avevo visto il commento di Georgia…

  5. andrea inglese il 6 ottobre 2011 alle 09:32

    Grazie Geo

    a vincenzo:
    “Ciò che invece osservo è la totale mancanza di classe dirigente, e quindi di proposta politica realmente alternativa.”
    Esatto, per questo trovo che il discorso della Urbinati rovescia il problema, sostenendo, in qualche modo, che le proteste sono la causa della crisi della rappresentanza – anche se poi deve lei stessa contraddirsi.

  6. Baldrus il 6 ottobre 2011 alle 10:46

    Premetto che non so chi sia Nadia Urbinati, però ho letto l’articolo e ne ho tratto questa impressione: non sa di cosa parla, semplicemente. Nomina e finge di analizzare i cosiddetti movimenti populisti ma non li conosce, oppure li conosce attraverso i media o dal sentito dire. E’ un testo generalista (mi sembra azzeccata la definizione di “matrice”), allineato bene con l’operazione storica-secolare portata avanti dal Potere (capitalistico) e analizzata per esempio dal movimento di antipsichiatria degli anni 70: la riduzione dell’immaginario, del sentimento, della psiche (loro battevano soprattutto sul tasto “desiderio”), a proiezione, simbolo, fantasma, sottraendo ogni valenza creativa. Ed è quello che viene fatto qui: il fantasma dei movimenti populisti, descritti non come macchine produttive (di ribellione, di contestazione, di proposte, di democrazia), ma emblemi, simboli, deprivati di ogni valenza materialistica. Insomma, l’editorialista è proprio in linea coi suoi padroni: non è importante conoscere, verificare, e partecipare: ma sublimare, svuotare, banalizzare, per delegittimare.

  7. georgia il 6 ottobre 2011 alle 11:30

    … che l’azione sia preferibile alla stagnazione è lapalissiano. Ognuno ha la sua idea-mondo precostituita, limitata e fossilizzata e guai a chi gliela mette in crisi. Un mondo di dinosauri, più o meno corporativi, vecchi e giovani sull’orlo dell’estinzione. Ognuno è concentrato solo su se stesso, la rete aumenta a dismisura questa concentrazione unita al senso di falso potere che la rete regala: ognuno diventa esperto tuttologo, giurista, rivoluzionario, giornalista, scrittore, propagandista e, sempre più spesso, ossessionato. Ognuno si sente investito di un allucinato e allucinante potere-dovere trasformatorio che invece, naturalmente, non esiste, o meglio esiste, ma che solitario rischia di esistere solo in second life.

    La rete deve rimanere libera e bene pubblico e questa libertà (e difesa della libertà) è una conquista da cui non si può e non si deve tornare indietro. Però è anche vero che il pericolo di populismo dal basso ampliato dalla rete è cosa reale, il che NON è di per sé un pericolo, ma esiste parallelo il pericolo più vecchio del mondo: che il populismo di destra usi la rete e, dentro la rete, banda di eccitati yahoo (mi riferisco ai personaggi di swift) per i propri fini che NON sono proprio democratici. Che usi gli yahoo di rete perchè non può certo nusare i protagonisti dei movimenti in carne ed ossa che non sempre (anzi raramente) coincidono.

    Che si denunci il pericolo non vuol certo dire che si debba stare fermi, ma solo che ci si porti dietro la mappa nel mettersi in cammino

    La democrazia (a differenza delle dittature) non si sa mai cosa sia, è sempre in fieri, è sempre incompleta e tende sempre ad aumentare anche se a volte viene bloccata forzatamente e violentemente. Che cosa sia la democrazia ci se ne accorge solo quando la distruggono, quando la si sta per perdere per sempre.
    Non so se la democrazia nasca meglio dove non esiste spirito liberale (per ora non si è visto da nessuna parte) ma certo boccheggia e spesso muore dove c’è solo spirito liberale per non parlare dell’attuale liberismo. Democrazia vuol dire un insieme di numerosissime componenti ma distinte una dall’altra (la democrazia nasce dalla divisione dei poteri) e non compresse e miscelate nell’unicum della marmellata odierna. I partiti sono indispensabili, ma non come organizzazioni che fanno miracoli (che devono fare miracoli al posto nostro), ma bensì come organismi che mediano tra i cittadini e il Parlamento, tra i movimenti e il Parlamento. Se scompaiono i partiti arrivano le lobbies, Se i partiti vengono mortificati arrivano al potere le massonerie. Non è un caso se Berlusconi e la sua banda della P2 sono fortemente antipartito e antipolitica.
    I partiti non hanno alcun potere se non sono supportati dalla popolazione che li ha eletti e, soprattutto, selezionati da una buona legge elettorale.
    Al momento abbiamo la peggior legge elettorale della repubblica italiana insieme alla legge Acerbo (1923)
    Al momento i partiti italiani sono debolissimi, soprattutto a causa della legge elettorale che ha dato loro il potere di autocandidarsi ma gli ha levato tutti gli altri e li ha resi contenitori di individui che possono limitarsi a difendere solo le loro rendite, piccole o grandi che siano, e non è un caso se se tornano ovunque le lobbies e la rete, purtroppo, è spesso un ottimo strumento per fare lobbing anonimo e irresponsabile.

    Io personalmente preferisco un partito malandato a dieci lobbies in piena salute :-).

    Credo che sia questo, tutto sommato, il pericolo che voleva denunciare Nadia Urbinati che però è pure lei figlia di un pensiero superficiale e giornalistico che si spaccia per filosofia politica.

    Esatto dici bene è un “editoriale-matrice non scandalizza o propone inedite visuali: formalizza un’opinione condivisa” però è anche vero che formalizzare un’opinione condivisa non è certo cosa da poco. Perché mai scandalizzare, a prescindere, un giorno sì e l’altro pure, dovrebbe essere cosa migliore?

    Non sono d’accordo invece su le classi dirigenti in Italia, quelle non ci sono più da tempo, sono state distrutte da tanto e senza sostituirle con nuove classi dirigenti, sono stati distrutti tutti gli strumenti di selezione e di formazione, e in quel vuoto si è inserito Berlusconi e la sua lobby-banda di incompetenti cialtroni e di favorite, come si può parlare di classe dirigente (respoonsabile o meno) quando in un consiglio regionale viene imposta una minetti e al ministero dell’istruzione e della ricerca scientifica una gelmini che si aggira tutta truccata in fantasmatici tunnel. Quando il quotidiano della maggioranza ha un direttore come sallusti che sembra un gerarca uscito da un film horror. Quando la sinistra di rete (compreso ciwati) impazza per la rottamazione di renzi e per le sue battutine (spesso divertenti).
    La vecchia classe dirigente è stata spazzata via in molta parte d’europa già dal 68, solo che in Italia, a differenza della francia, non è stata sostituita, anzi molti dei protagonisti della contestazione di allora sono finiti a fiancheggiare in un modo o nell’altro Berlusconi.
    Quale sarebbe dunque la classe dirigente che oggi vuole uno stato di quiete?
    I vari Montag in ordine sparso che si imparano, alla meno peggio, a memoria per non dimenticare le grandi opere del passato e la Costituzione?

    La democrazia partecipativa sarà capace di costruire una nuova classe dirigente?
    È tutto ancora da sperimentare, però … il tuo elenco, con tutta la simpatia, è indubbiamente divertente, ma incompleto (se se ne accorge Ama, ma soprattutto barbieri) e soprattutto un po’ auto pubblicitario e … autolegittimante ;-) : studenti, sindacati autonomi, immigrati, precari, no TAV, donne, TQ
    Sembra uno dei giochi enigmistici dove si deve trovare l’elemento estraneo ;-)

    “tra il pericolo del “pensiero-zero” – “Tutto crolla, ma voi state fermi” – e quello dell’opposizione “senza collegamento costruttivo con le istituzioni”, preferisco di gran lunga quest’ultimo”
    Naturalmente concordo in pieno, però non mi sembra che Nadia Urbinati, che io non stimo molto, abbia detto il contrario.
    geo

  8. andrea inglese il 6 ottobre 2011 alle 12:04

    cara georgia,

    mi sorprende come in Italia, in rete, per alcuni il tempo non passi mai. Con tutto quello che sta accadendo e cambiando, nel mondo, in Europa, e persino da noi, tu sei qui ancora a fare questo giochini, queste polemichine, di cui, per carità, i blog si nutrono da decenni…

    “il tuo elenco, con tutta la simpatia, è indubbiamente divertente, ma incompleto (se se ne accorge Ama, ma soprattutto barbieri) e soprattutto un po’ auto pubblicitario e … autolegittimante ;-) : studenti, sindacati autonomi, immigrati, precari, no TAV, donne, TQ
    Sembra uno dei giochi enigmistici dove si deve trovare l’elemento estraneo ;-)”

    io non trovo per nulla simpatico il tuo atteggiamento: TQ, che ti piaccia o meno, come il Teatro Valle Occupato, con tutti i loro limiti, sono realtà nuove e partecipative, e stanno dentro una stessa atmosfera di mobilitazione orizzontale; ma per persone come te, è ancora tutto un giochino di: ma chi è buono e chi è cattivo, chi è figo e chi non è figo, stiamo qui in rete a fare un po’ le pulci a tutti, perché questo è un grande servizio civico

  9. alcor il 6 ottobre 2011 alle 12:04

    Grazie @ georgia

    in realtà, dopo aver letto l’articolo della Urbinati, la vera tesi non mi pare quella indicata da Inglese, quanto la chiusura del pezzo:

    «È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’ unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni.»

    la Urbinati difende la democrazia rappresentativa, senza però, a mio avviso negare l’importanza di quella partecipativa. ad oggi non vedo come darle torto. e pensa, mi pare, che vada – la prima, quella rappresentativa – rafforzata e tolta dall’impasse attuale, vedendo il rischio che la democrazia dal basso, senza uno sbocco davvero rappresentativo, rischi la staticità, o se volete il rischio di una mobilitazione permanente, che è un bene, ma anche una specie di coazione a ripetere sempre lo stesso schema.

    Diciamo il rischio Grillo.

    [ @ baldrus, prima di dire dire che una studiosa non sa di cosa parla e soprattutto che ha “dei padroni”, ci penserei qualche nano secondo in più.]

    @Inglese

    non mi pare che «il discorso della Urbinati rovescia il problema, sostenendo, in qualche modo, che le proteste sono la causa della crisi della rappresentanza – anche se poi deve lei stessa contraddirsi.»

    non si contraddice perché non c’è un solo punto dell’articolo in cui sostenga che le proteste sono “la causa della crisi della rappresentanza”. Al contrario, dice:

    «Lo svuotamento di legittimità dei partiti è radicale. Le conseguenze sono da temere grandemente.»

    e lo dice dopo aver analizzato le “loro” colpe, non quelle dei movimenti dal basso. E dice:

    «Irresponsabilità come categoria etica dunque, che dovrebbe ma non riesce più ad essere contenuta dalla funzione punitiva delle elezioni proprio perché i partiti hanno solo presenza parlamentare.» e indica subito sotto le colpe dei partiti, che non cito, ma sono leggibili nell’articolo.

    Mi pare che il suo bersaglio sia piuttosto la crisi, la debolezza della attuale democrazia rappresentativa, vedi qui:

    «Si assiste così alla trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette. Il meccanismo elettorale è in questo caso importantissimo; esso può rendere l’elezione semplicemente una ratifica di nomine decise altrove (come è in Italia con l’attuale legge elettorale) oppure può essere un deterrente capace di stimolare un potere responsabile, di rendere non conveniente fare come se gli elettori non esistessero.»

    anche se agita, è vero, lo spauracchio di una deriva populista, – ma davvero a voi va bene il grillismo, tanto per citare una delle declinazioni nostrane del populismo? – benché “virtuosa”, ma, e ripeto la citazione che considero la sua vera tesi, soprattutto come un richiamo alla politica a riformarsi:

    «È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’ unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni.»

    Ora, che il populismo antipartitico resti l’ «unico» movimento rappresentativo dell’opposizione e soprattutto «senza un collegamento costruttivo con le istituzioni» non va bene neppure a me, alla lunga, perché finirebbe per essere inefficace, episodico, occasionale. Mentre una solida democrazia rappresentativa affiancata da movimenti di cives partecipanti, mi va bene.

    A questo punto mi resta la curiosità di capire che cosa proporrebbero i critici della Urbinati, di lei sappiamo cosa pensa, ma Inglese, Cucinotta, baldrus, voi che forma di organizzazione politica vorreste?

  10. Vincenzo Cucinotta il 6 ottobre 2011 alle 12:15

    Io vorrei però evitare con cura di finire col parlare di Berlusconi, che mi pare alla fine un falso problema: Berlusconi è l’effetto e non la causa della situazione politica italiana.
    Se graffiamo un po’ di berlusconismo, ma neanche tanto poi, troviamo la Francia di Sarkozy, la Germania della Merkel, il Belgio senza governo da quasi due anni, partiti xenofobi in nazioni come i Paesi Bassi e la Finlandia dove nessuno se li aspettava…
    Mi pare con tutta evidenza che si tratta di un problema che non riguarda specificamente l’Italia, ma un po’ tutte le nazioni occidentali, quel primo mondo che arranca sotto gli effetti di una crisi che non accenna a chiudersi.
    A me quindi pare che ciò che manca è un’intera classe dirigente europea, e qui uso il termine dirigente come in Gramsci, in stretta opposizione a dominante: certo che c’è chi domina, ma appunto questi non sono in grado di rappresentare gli interessi generali, sono prigionieri di interessi di parte.
    Se le cose stanno così, non capisco proprio di cosa si parli quando si dice populismo orizzontale. Prima di tutto, la stessa storia del termine populismo è contrastata, non ci si è mai davvero messi d’accordo sul suo significato. Richiamarlo a proposito di questa organizzazione dal basso, mi pare fuorviante, non mi pare che aiuti.
    Non posso che richiamare quanto ho già detto nel precedente commento, che il limite di questi movimenti improvvisati è di avere una visione inevitabilmente di parte, e di rimanere entro i confini dell’ideologia dominante.
    Insomma, il pericolo è la stasi in mezzo al frastuono, e non una deriva antidemocratica.
    Del resto, non sarebbe allora il caso di interrogarsi quanta democrazia sia rimasta in un’Europa in cui Trichet e Draghi, con l’avallo di Napolitano, affidano ad una lettera i diktat sulla politica economica italiana, in cui i partiti rappresentano a stento sè stessi.
    Il problema della rappresentanza andrebbe interamente ripensato, ma forse siamo già fuori tempo massimo, e le dinamiche che possono entrare in gioco sfuggono ormai ai ritmi pacati della discussione.
    Viviamo in tempi soggettivamenti immoti, ma oggettivamente rivoluzionari e non credo sia una buona cosa.

  11. alcor il 6 ottobre 2011 alle 12:21

    @ Cucinotta

    «Viviamo in tempi soggettivamenti immoti, ma oggettivamente rivoluzionari e non credo sia una buona cosa.»

    mi pare che tu in sostanza dia ragione a Urbinati. Lo avevo pensato a dire la verità anche per il tuo primo commento, dove dici:

    «E’ chiaro allora, è direi perfino inevitabile che ci siano elementi ribellistici prepolitici che finiscono per inglobare gli stessi difetti di ciò che vorrebbero combattere.»

  12. Vincenzo Cucinotta il 6 ottobre 2011 alle 12:23

    @Alcor
    Ti leggo solo adesso.
    Come detto altrove, le mie tesi le ho espresse in un libro regolarmente commercializzato, che non intendo riassumere in un commento per motivazioni facilmente comprensibili.
    In generale, non ritengo appropriato rispondere alle critiche imponendo una soluzione alternativa: chi mai può affermare che il diritto alla critica imponga di avere una formula alternativa già bella e pronta?

  13. alcor il 6 ottobre 2011 alle 12:25

    @ Cucinotta

    ma io non ho imposto proprio nulla, ho detto che mi resta la curiosità, se non la vuoi soddisfare qui, pazienza.

  14. Baldrus il 6 ottobre 2011 alle 12:29

    Se sapesse di cosa parla non farebbe una simile generalizzazione dei movimenti chiamandoli “populisti”. Un tantino sbrigativo per una studiosa. Gli operai di Pomigliano e Mirafiori che hanno combattuto il piano Marchionne sono “populisti”; il movimento contro la TAV è “populista”; il cosiddetto “popolo dell’acqua bene comune” (27 milioni di voti al referendum) è “populista”, i movimenti dei precari sono “populisti”. Non li conosce, non sa chi sono.

    Poi è facile dire: ah, tu che critichi, dai scrivi la nuova versione del Capitale, se no stai zitto. A costo di fare uno di quei commenti-fiume, incollo qui i 5 punti dell’appello del movimento “Dobbiamo Fermarli”. Chiunque voglia applicarli, è il sistema o forma di organizzazione che vorrei. Non ho dubbi che siano considerati “punti populisti”.

    1) Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.

    2) Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.

    3) Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima. Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale. Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.

    4) I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica. Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.

    5) Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.

  15. alcor il 6 ottobre 2011 alle 12:41

    @ baldrus

    ma che avete oggi? ho detto per caso «Poi è facile dire: ah, tu che critichi, dai scrivi la nuova versione del Capitale, se no stai zitto.» ?

    ho detto che prima di dire che una non capisce niente – sulla base di un articolo, poi – bisognerebbe usare prudenza.

    Si può criticare l’uso della parola populismo, che certamente è una definizione grossolana.

    Quello che mi premeva sottolineare, per amore della discussione e senza intenti aprioristicamente polemici, è che la lettura di Inglese a mio avviso è forzata. E anche qui, non per polemizzare gratuitamente con Inglese, ma per sottolineare quella che a me pareva la vera natura del testo, un testo che per altro è un articolo di giornale e che mi pare abbia come bersaglio soprattutto l’incapacità della democrazia rappresentativa di essere davvero rappresentativa.

    Guardate, sono vecchia e stanca, se si può discutere con calma, resto, in caso contrario lascio, le energie per un ennesimo dibattito con la clava in mano non le ho.

  16. georgia il 6 ottobre 2011 alle 12:48

    come il Teatro Valle Occupato

    @ andrea il Tetro Valle Occupato veramente è ben altra cosa, nato sul campo e non costruito a tavolino in base ad un ritaglio temporale velletario (almeno così a me appare al momento)
    Come altra cosa sono gli studenti, i sindacati autonomi, gli immigrati, i precari, i no TAV, le donne … dai non scherziamo.

    Scusami per l’ironia mi dispiace se l’hai presa male, ma sinceramente potevi evitare l’elenco con quel finale che … dai …. sembrava solo un espediente retorico letterario e per giunta ben noto, un espediente retorico che di solito invita proprio al sorriso, allentando la tensione. Il tuo articolo non mi sembrava avesse bisogno di una tale scivolata.
    Nulla contro i Tq, che anzi seguo con grande interesse, ma senza esaltazioni per ora. Nulla ti vietava di parlarne (come hai fatto molte altre volte), ma è l’averlo posizionato alla fine dell’elenco che fa ridere … è un po’ come: Dio è morto il marxismo è in crisi e anch’io non mi sento molto bene ;-).

  17. andrea inglese il 6 ottobre 2011 alle 12:56

    Cara alcor,

    vedo che l’atmosfera che la Urbinati ha colto, fa presa; non lo dubitavo. Ma non voglio limitarmi alla polemica per la polemica, anche se posso dirti che è un articolo che mi ha fatto incazzare davvero.
    Provo a risponderti. Scrivi:
    “la vera tesi non mi pare quella indicata da Inglese, quanto la chiusura del pezzo:
    «È però necessario e urgente che al voto politico sia restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti l’ unico movimento rappresentativo dell’opposizione e tuttavia senza un collegamento costruttivo con le istituzioni.»”
    Ho spiegato mi sembra chiaramente che l’articolo della Urbinati è contradditorio. In questo vedo una sua onestà intellettuale. Da un lato deve delegittimare i movimenti, considerandoli un pericolo. (Alcor, non giriamo intorno alle parole. Il tono della Urbinati nei confronti dei movimenti è paternalistico, un perfetto tono da establishment di sinistra. Non è una difesa della democrazia partecipativa, è una messa in guardia dai pericoli della democrazia partecipativa. E io rispondo: i pericoli non vengono da lì, da lì può venire un po’ di ossigeno necessario alla democrazia.) Dal’altro, deve spiegare come mai la democrazia rappresentativa non funziona. E qui siamo nella perfetta paralisi del pensiero zero: attenzione pericolo movimenti! Attenzione pericolo oligarchia parlamentare. Bene. Chi si salva? Chi può temporeggiare, cara Alcor. Chi ha pensione, o posto di lavoro fisso, o due posti o tre di lavoro ben pagati, una famiglia già fatta, e tante sicurezze che fanno da cuscinetto. Chi non può aspettare il miracolo? I giovani, che non hanno il cuscinetto, o il cui cuscinetto genitoriale sta esaurendosi. Qui c’è poco da fare i sottili. La nave l’ha già incornato l’iceberg.
    Non ho tempo per continuare, ma un ultima cosa. Tu alcor citi i Grillini. La solita solfa. Possibile che in tutto quell’ira di dio che è accaduto dalla rivoluzione arabe in poi nel MONDO, l’unica cosa che vediate è il rischio grillini.
    Con la stima di sempre, cara alcor, ma anche con une notevole rabbia.

  18. Baldrus il 6 ottobre 2011 alle 13:04

    okay, alcor, non l’hai detto e quindi scusa. Il fatto è che si tratta di un costume diffuso, se critichi poi devi indicare la soluzione completa ecc. Ma non è stato il tuo caso.

  19. Lello Voce il 6 ottobre 2011 alle 13:20

    Caro Andrea,

    bene hai fatto a sottolineare il pericolo che giunge ai movimenti dalla sinistra Sinistra di Scalfari & co.
    Concordo con la tua analisi appieno. per quanto riguarda le sue righe conclusive, mi torna in mente il grande Francesco Leonetti, che tanto in arte quanto in politrica ha sempre scommesso sull’IMPREVEDIBILE-
    Il populismo, peraltro, è nobile tradizione della Sinistra…. Meglio populista e movimentista che socialdemocratico-kerenskyano, o lobbysta- repubblichino.
    Dall’odio di classe siamo ormai all’odio di CASTA. Non è bello, ma come avrebbe detto il Gran Lombardo: Barocco non è il gadda, barocco è il mondo

    un saluto

    Lello

  20. georgia il 6 ottobre 2011 alle 13:35

    Possibile che in tutto quell’ira di dio che è accaduto dalla rivoluzione arabe in poi nel MONDO

    già, ma poi guarda caso è scoppiato il caso Libia, quindi tutta ‘sta ira (genuina) di dio io non la vedo più come la vedevo prima, a meno che dio non sia sempre localizzato nello stesso identico posto.
    Ma l’affare Libia è ancora tutta da discutere e capire, per ora se ne sa troppo poco, si sa solo che cento anni fa inizavamo l’occupazione coloniale e che il contenzioso è stato chiuso da poco. Appena messa la parola fine al colonialismo italiano (pagati i danni) paf ecco entrare la francia a gamba tesa … sarà solo un caso dell’ira di dio?
    Lo so che è scomodo e poco affascinante dire queste cose, però prima o poi le dovremo affrontare.
    Ci credo che l’articolo della urbinati ti abbia fatto incazzare (a me è un po che la urbinati mi fa incazzare, infatti l’ho letta solo grazie a te) è un articolo che più banale di così non si può (a volte pero le cose banali sono terribilmente vere), ma tu le dai troppa importanza e poi tu che hai orrore di chi non cambia mai, sai da quanto tempo sento dire ‘ste cose sulla urbinati nelle liste di sinistra (o pseudo) , ma se vi fa incazzare così tanto, non leggetela, tanto grosse novità non ve le dirà.

    La nave l’ha già incornato l’iceberg
    certo che ‘sta similitudine con il titanic è diventata un vero tormentone (in rete è quasi virale), la inventò tremonti per terrorizzare e avere il voto alla camera (che ottenne eche avrebbe ottenuto anche senza tanti fronzoli).
    Beh uno ce l’ha con la urbinati e poi ripete le frasi ad effetto di tremonti che obbiettivamente è peggio della urbinati?;-)

  21. stan il 6 ottobre 2011 alle 13:50

    Su TQ concordo con Georgia: metterlo insieme al Teatro Valle, ai No Tav, etc., è una forzatura; sotto tutti i punti di vista. Ma concordo con Georgia solo su TQ; per il resto mi pare tanto confusa, la ragazza.

    Sull’articolo di Inglese, che dire? Confermo la mia impressione precedente, quella già espressa: Inglese è un intellettuale separato, ben distante dal muoversi concreto dei movimenti, e anche lui, come la Georgia di sopra, un tantino confuso.

    Sia chiaro: anch’io sono confuso; ed anche fuso, certo. Però, insomma, dai, ragazzi, stiamo parlando di un editoriale pubblicato su La Repubblica!

    Intanto, non è propriamente vero che l’editoriale della Urbinati sia identificabile come “matrice”. Se si prova ad andare a ritroso, rileggendosi altri editoriali, anche quelli scritti dal Guru Scalfari, si potrebbe verificare come quell’editoriale sia, a sua volta, riproduzione di un discorso da sempre presente in Repubblica; si potrebbe verificare, insomma, che Repubblica si è sempre spesa, e con ardore fin dalla sua nascita, per screditare i movimenti. E sempre – o quasi sempre, a seconda della grandezza dei movimenti – tirando fuori la storia del “populismo di sinistra”. Ora, l’avversione ai movimenti di Repubblica risponde a un doppio referente: al lettore medio di quel quotidiano e a un’ideologia precisa dello scambio politico. Repubblica è il giornale di riferimento di una buona parte dell’elettorato (e della dirigenza) del PD; ed è il punto di riferimento di quello che potremmo definire “liberismo temperato”. Si crede davvero che, in questo ambito di referenze, i movimenti potrebbero essere trattati diversamente? Il lettore di Repubblica si aspetta quel tipo di editoriale. In questo contesto, è ovvio che Repubblica veda come “minaccia”, e quindi tenti di de-legittimare, qualsiasi movimento che non rientri negli schemi delle sue compatibilità; la criminalizzazione dei movimenti sarà l’esito scontato, il passo successivo alla de-legittimazione. Non sono, davvero, cose nuove. E’ un bene sottolinearle, questo sì; è sensato farlo. Solo che mi sfugge l’interlocutore. O meglio, mi sfugge, come ho già scritto, la necessità politica di farlo. Chiunque sta dentro un movimento (TQ a parte, che non è un movimento, e dove le collaborazioni con Repubblica “fanno figo”), da quello degli studenti a quello degli operai Fiat, sa bene qual è la politica di Repubblica; non aspettava certo l’editoriale della Urbinati per capirlo. Critico con la Gelmini ma irritato con il movimento studentesco; critico con Marchionne ma pronto a difenderlo contro gli estremismi della Fiom; critico con … no, nel caso della Val di Susa tutto a favore della realizzazione della Tav … Sino ai giorni nostri, dove si assiste alla farsa di Repubblica che salva Obama mentre gli americani scendono in piazza contro Obama e la sua politica pro-Wall Street. Il quotidiano La Repubblica non approva, non può approvare né, tanto meno, dare una qualsiasi patente di legittimità a nessun movimento extra-parlamentare (perché questo sono i movimenti che si stanno agiutando in questo periodo, per lo meno nel senso di movimenti privi di rappresentanza in parlamento). E chi di quei movimenti fa parte lo sa bene. Perderci del tempo è tempo perso.

    Qui mi preme aggiungere un elemento importante. In fondo, la Urbinati che dice nel suo editoriale? Una cosa molto semplice: la politica deve ridare credibilità all’istituto del voto per far rientrare nell’alveo delle istituzioni i movimenti. Ho l’impressione, la netta impressione che Andrea Inglese miri allo stesso risultato (anche Alcor, ma lo dice con onestà e chiarezza invidiabile). La differenza è nel peso dato ai movimenti per raggiungere quel fine. Per la Urbinati, i movimenti sono un sintomo (della rottura della rappresentanza) e un potenziale pericolo, per lei una risorsa. Per entrambi, però, il fine è la rappresentazione parlamentare delle istanze che stanno alla base dei movimenti. Ecco, ho l’impressione che Inglese e la Urbinati condividano la stessa idea di democrazia.

    Il problema, però, non è la crisi di rappresentanza, e non è neppure l’accoglienza più o meno benevola dei movimenti (né, tanto meno, l’assenza di una classe dirigente all’altezza). Il problema è proprio il meccanismo democratico esistente, che è marcio non a causa di Berlusconi o di Bossi (è consolatorio pensarlo) e che è diventato da tempo, almeno nella sua versione parlamentare, un’assemblea di “oligarchie elette” (la DC che era? e il PSI craxiano?); un meccanismo che è marcio dentro, fino al midollo. Basterebbe porsi questa domanda: cos’è che impedisce all’Art 3 della Costituzione di trovare applicazione concreta? La Costituzione, e tutto l’istituto democratico, salvaguardano la proprietà privata; ma la proprietà privata è incompatibile con “l’eguaglianza dei cittadini”, giacché ognuno è diverso di fronte alal proprietà ed è proprio questa diversità (diversità *di classe*) a impedire “il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Basta vedere cosa può permettersi, e proprio grazie alla democrazia, quel signore che ha nome Marchionne.

    Ai movimenti non deve importare la rappresentanza parlamentare, bensì costruire un’idea differente di democrazia. Un movimento, quando è veramente tale, è sempre costituente: agendo, può anche arrivare a negare e a trasgredire le regole del gioco, perché sa che facendolo ne sta inventando delle altre. Non è il voto o il Parlamento la misura; questo è il pensiero liberare a crederlo. La nostra misura dev’essere un’altra. Quale? Solo un movimento può elaborarla.

    Stan. L.

  22. georgia il 6 ottobre 2011 alle 14:06

    Il problema è proprio il meccanismo democratico esistente, che è marcio
    […] un meccanismo che è marcio dentro, fino al midollo

    … dimmi come parli e ti dirò chi sei,
    Per me chi, parlando di democrazia, usa aggettivi come “marcio”, “marcio dentro fino al midollo”, è squalificato in partenza (sono aggettivi troppo usurati dalle esperienze politiche del passato, fascismo e stalinismo, esperienze che tutti speriamo non ritornino mai).

  23. stan il 6 ottobre 2011 alle 14:13

    @ Georgia
    non è corretto rilevare la frase sul marciume democratico omettendone la motivazione; non è corretto. Gliela ripeto: una democrazia che permette a Berlusconi di governare è marcia; così come è marcia una democrazia che non esita a incarcerare un operaio per un blocco stradale e assolve i ricatti di Marchionne. Se così non fosse, perché prendersela tanto? Lei è contenta di questa democrazia? Bene; allora ne sopporti le conseguenze, Berlusconi e tutto il resto compreso. Io, invece, da antico marxista (anzi, diciamolo con più chiarezza: da leninista convinto), ritengo che questa democrazia sia da curare; da curare, sì.

    Stan. L.

  24. fabio moliterni il 6 ottobre 2011 alle 14:37

    @stan, sei ‘separato’ come tutti, se mi permetti. come tutti quelli che non stanno dentro i ‘movimenti’, nel senso materiale e concreto del termine. e ti posso garantire, ad esempio, da osservatore esterno dei tq, separato come te, che lì dentro ci sono schegge (individualità e vissuti) che agiscono più o meno sotteraneamente in direzione del ‘movimento’, dell’insorgenza, del cambiamento reale e ‘costituente’. molto al di qua e al di là di ogni ideologismo di stampo liberale e di matrice democratico-moderata. non parlo di andrea inglese, che saluto (in effetti penso anche ad andrea inglese). gente che dai disocrsi dellla urbinati – intesi come matrice e strumento di questa sempiterna e perniciosa ideologia liberaldemocratica – sono distanti come dio dagli uomini. forse questa è la novità che sta facendo tribolare i portavoce di questa ‘nuova’ ideologia moderata che lotta (come sempre) per l’egemonia: l’innesto potenzialmente pericoloso e destabilizzante, all’interno di ‘movimenti’ più o meno organizzati, di gruppi o individui che sulla propria pelle sperimentano fino in fondo l’ingiustizia sociale, ne sanno elaborare e riconoscere storicamente origini e fini, maturano in forme nuove una coscienza di classe, sperimentano modalità politiche alternative e antagoniste. poi ci saranno pure i fighetti, questo è sicuro. ma mi sembra che questo che non è un dettaglio – la nuova composizione sociale dei movimenti – rischi di sfuggire a te come alla urbinati. saluti

  25. stan il 6 ottobre 2011 alle 15:02

    @ Fabio Moliterni
    ma come fai a sapere se sono o meno separato? Mi conosci? No, credimi, sono interno e ben presente: Cobas Scuola, per l’esattezza. E quindi dentro, attivamente e in prima persona dentro quel movimento che in questi anni si è opposto alla Gelmini (ma non solo, non solo!). Che poi mi possa sfuggire “la nuova composizione dei movimenti”, ci può anche stare; ma devi spiegarmi in base a quale strana alchimia a me può sfuggire e a un TQ no. Faccio, per campare, l’insegnante. Non credi che possa sperimentare anch’io, e proprio sulla mia pelle, “l’ingiustizia sociale”? E magari molto meglio di un qualsiasi TQ? Non credi? Ah, già; io sono solo un insegnante, e non certo un intellettuale che ha accesso a riviste o quotidiani; vuoi mettere?

    Stan. L.

  26. giorgio mascitelli il 6 ottobre 2011 alle 15:12

    L’analisi fatta da Andrea del pezzo di Urbinati mi sembra ottima. Aggiungerei solo che la cultura politica contemporanea main stream in Italia e in Occidente è talmente e spesso incosapevolmente imbevuta di logiche tecnocratiche che qualsiasi movimento dal basso le appare populismo. Indicativo in tal senso è la chiusa dell’articolo con il riferimento alla riforma leettorale: capisco che si debba pagare un tributo all’attualità politica, ma i rischi maggiori di perdita di significato del voto non dipendono dalle regole, ma dal fatto che l’operato degli eletti è condizionato in maniera sempre più pesante da soggetti economici pubblici e privati che tendono a imporre regole e priorità agli organismi deputati a rappresentare la sovranità popolare.

  27. giorgio mascitelli il 6 ottobre 2011 alle 15:13

    Privando questi di gran parte delle capacità decisionali effettive e di qualsiasi possibilità di compiere scelte e riforme di medio periodo.

  28. fabio moliterni il 6 ottobre 2011 alle 15:19

    @stan ho detto ‘se mi permetti’ e ho detto che osservo dall’esterno, io sì separato. per il resto, con un mio amico precario massimalista inerno ai tq, mettiamola così, mi sono confrontato sul rischio di questo elitarismo o proprio fighettismo, come dici tu, che traspare dal fatto che si continua a percepire i tq come un’accolita garbata o radical chic di ‘intellettuali’ che hanno ‘accesso a riviste o quotidiani’, e quindi lavoratori della conoscenza, questo sì, come me e come te, ma ‘distinti’ e ‘professionisti’, con le mani in pasta (ancorchè precari, nella realtà e in maggioranza). ebbene, stan, è vero che tra gli altri ci sono anche questi qui. come dovrebbe essere nei cobas, che dovrebbero coinvolgere anche presidi e docenti garantiti e strutturati, non solo i precari; come dovrebbe essere ad esempio nei ‘movimenti’ anche non ‘di base’ legati alla scuola e all’università, che dovrebbero finalmente coinvolgere non solo gli studenti e i non-garantiti, ma anche i docenti ‘incardinati’, non solo i ricercatori a tempo. ho parlato di potenzialità, non di certezze, di auspici e non di sentenze. siamo d’accordo sul fatto che, come scriveva qualcuno, il potere (le istituzioni, i sindacati, i partiti di oggi) non ci dicono niente che noi non sappiamo già, e dunque è a quella nuova stratificazione sociale che dovremmo guardare, senza troppi distinguo e senza falsi sche(r)mi. tutto qui

  29. Luigi B. il 6 ottobre 2011 alle 15:35

    L’ultimo commento di Stan (e vari altri di altri ospiti) è l’esempio lampante del giudizio fondato sul sentito dire, dunque un pregiudizio.
    Diciamo che molti, qui, hanno sentito parlare dei vari movimenti e letto qui e lì, ma mi sa che non si sono degnati di toccare con mano e verificare di che cosa si sta parlando. Quindi c’è un discredito generalizzato e aprioristico rispetto alle numerose e diverse forme di aggregazione – lo stesso accade in Spagna per il movimento 15-M tacciato di populismo, ma un populismo con le idee molto molto chiare. Che poi ci siano i gruppi yoga e quelli di danza yin e yan è un altro discorso. D¡’altronde la società è composta da vari elementi e la politica pure.

    Tornando al discorso: nessuno dice che un insegnante non sperimenti o sperimenti meno ingiustizia sociale rispetto ad un partecipante al movimento TQ. Infatti TQ è pieno di insegnanti e non solo – e non di quelli con tre stipendi e nessun lavoro da fare.

    Detto questo, così per puntualizzare, dell’articolo di Inglese vorrei sottolineare una cosa che sembra buttata lì e che sempre rischia di essere sottovalutata quando invece bisognerebbe dargli molta più importanza:

    “Si tratta di un’operazione meramente discorsiva: si prende una certa cosa e la si cambia di nome.”

    Questo mi pare dovrebbe essere il nucleo centrale del discorso comune di tutti coloro che auspicano, prospettano o prevedono un cambiamento.

    DI Nadia Urbinati mi pare che non importi nulla a nessuno, almeno a livello personale. In quanto editorialista di Repubblica non posso sottovalutare ciò che scrive, perché proprio in quanto non dice nulla di nuovo il suo è un editoriale-sponda più che matricesu cui rimbalza una certa visione del mondo facendola andare avanti e indietro.
    Quello che dice Urbinati non è certo nuovo pero accredita il già detto e accreditare il già detto significa istituzionalizzarlo e allo stesso tempo naturalizzarlo. una volta che sono tutti abituati ed assuefatti non c’è più nemmeno bisogno di ripeterlo: ognuno lo ripeterà per conto proprio in una specie di autoeducazione inculcata stile Nuovo Mondo.

    Più che fare le pulci a TQ a distanza o fare a gara a chi ha più diritto di soffrire le conseguenze di una cattiva politica personalmente mi concentrerei non solo in cosa ci raccontano ma anche nel come, individuando nel come la maniera di proporre o iniziare un possibile cambiamento.

    (questo il mio suggerimento, poiché sono tra quelli che crede fermamente che se non si ha almeno una idea di alternativa possibile da proporre, una critica fatta di “va tutto malissimo, va tutto a puttane” lascia il tempo che trova).

    Luigi B.

    p.s.: scusate eventuali refusi, errori e frasi scomposte

  30. andrea inglese il 6 ottobre 2011 alle 16:59

    da oggi, a gratis, le agenzie di rating del credito movimenti
    stan & poor’s e geoorgy’s assegnano le loro valutazioni

    stan & poor’s
    Cobas scuola: Aaa
    Teatro Valle : non pervenuto
    TQ: Caaa (rischi sostanziali)

    geoorgy’s:
    Cobas scuola: non pervenuto
    Teatro Valle: Aaa
    TQ: C (insolvibili con scarsa prospettiva di copertura)

  31. Vincenzo Cucinotta il 6 ottobre 2011 alle 17:01

    Innanzitutto, mi scuso con Alcor se la mia risposta le è apparsa aggressiva, ma anche se ella non imponeva nulla (nè in verità ne aveva titolo o possibilità), sembrava evidente almeno a me che la richiesta di ipotesi alternative posta in un dibattito fatto attraverso brevi commenti, si configura nei fatti come un artificio retorico per scoraggiare critiche.
    Dovrei credere che davvero ci sia qui qualcuno che pensi davvero di impostare discussioni sui rapporti tra movimenti ed istituzioni, natura delle rivendicazioni, gestione delle contraddizioni e robetta di questa mole in questa sede?
    Bisogna studiare, riflettere, mettersi in discussione, avere la pazienza di confrontarsi con tesi che partono dall filosofia, investono l’antropologia, sbarcano infine nella politica non senza toccare sociologia ed economia, e forse perfino psicologia.
    Il punto è proprio questo per me, che un’alternativa oggi non può che porsi in termini radicali, e la radicalità riguarda innazitutto l’aspetto culturale, è necessaria una rivoluzione culturale.

    Devo ancora un’osservazione ad Alcor. Quando parlo di oggettivamente rivoluzionario,mi riferisco all’evoluzione delle cose, a come l’evoluzione del capitalismo ci stia cambiando la vita, cambi concretamente le condizioni di vita dell’intera umanità, vista la globalizzazione galoppante.
    Ciò che io vedo è assenza di radicalità, incapacità di rendersi conto di come le cose evolveranno presto davanti ai nostri occhi, col rischio di svolte autoritarie da parte del primo furbetto che sarà in grado di gridare bene e forte che il re è nudo.
    A fronte di ciò, c’è l’immobilismo della classe politica e un ribellismo che nei fatti si limita a cincischiare, senza riuscire a porsi come alternativa coerente e totale.
    Cosa c’entri tutto ciò col discorso della Urbinati non lo riesco proprio a capire.
    In effetti, Baldrus tenta di passare a proposte concrete, ma io ritengo che qualsiasi proposta che non parta da una nuova visione del mondo sia inadeguata, lasci le cose sostanzialmente al punto in cui si trovano.

  32. Luigi B. il 6 ottobre 2011 alle 17:47

    grazie, Vincenzo, per aver inserito persino la psicologia. Mi raccomando: occhio a non trascendere troppo fino a toccare il fondo con la psicoanalisi. Sarebbe davvero troppo per il nostro positivismo comportamentista e operativista :D

    Luigi B.

  33. georgia il 6 ottobre 2011 alle 18:15

    bravo andrea, vedo che hai superato la tua iniziale suscettibilità ;-)

    Ignoravo che TQ fosse addirittura un Second Stato, ma avrei dovuto sospettarlo, mi consigli di comprarne i titoli finchè sono bassi?

  34. andrea inglese il 6 ottobre 2011 alle 18:24

    no, ti consiglio le valutazioni della mia agenzia: English (raccomanda speculazioni populiste)

    dove c’è casino: Aaaa

    dove c’è D’Alema: DDD (bancarotta elettorale)

    (p.s. evitare trader non accreditati come Alessio Rastani e Georgia)

  35. georgia il 6 ottobre 2011 alle 18:27

    Povero d’alema non è più neppure un nemico, se non per ossessionati.
    ma chi è Alessio Rastani?

  36. Vincenzo Cucinotta il 6 ottobre 2011 alle 20:46

    @Luigi
    Il tono ironico non può oscurare il fatto che definire alcuni obiettivi politici non fa ancora una politica: è un concetto così complicato?

  37. stan il 6 ottobre 2011 alle 21:02

    Dialoghetto politico

    A – Ricominciamo?
    B – Ricominciamo. Che altro possiamo fare?
    A – Nessun ragno dal buco, direi.
    B – Se tu non fossi stato qui per leggere quello che ho scritto, io avrei scritto per i miei polpastrelli.
    A – Cominciamo da TQ.
    B – Strano che di tutto ciò che ho scritto si siano fermati solo sulla battuta sul TQ. Coda di paglia?
    A – Sì, direi di sì: coda di paglia bruciata.
    B – In ogni caso, direi a Luigi B. di stare tranquillo: non parlo per sentito dire. Al limite, sulla base di quello che ho sentito direttamente.
    A – Attraverso gli atti parlano gli atti.
    B – Esatto. Visto che parliamo tra di noi, posso essere franco. Sino ad ora, TQ ha organizzato qualche riunione e ha pubblicato alcuni Manifesti. Ben poca roba, direi.
    A – Già; e pochi specchi disponibili.
    B – Sulle riunioni, quello che è stato raccontato è sufficientemente chiaro per darne un giudizio negativo.
    A – Attento, ti spiano.
    B – M’impicco da solo, stai tranquillo. E poi, detto fuori dai denti, a tutto ambisco meno che ad essere riconosciuto come pari. Soffro abbastanza con l’esserci; figuiamoci se dovessi esserci completamente impigliato nei discorsi TQ!
    A – Tu non vuoi salvare l’umanità.
    B – Che crepi in fretta!
    A – Torniamo a TQ.
    B – I Manifesti TQ sono scritti da schifo. Se, in generale, in un documento politico può anche starci, in uno scritto da letterati, ecco, se permetti, mi fa ridere: è un modo di auto-screditarsi, non credi?
    A – Credo, credo.
    B – A proposito di credere … Oggi ho portato i miei allievi a vedere il film “Corpo celeste”.
    A – L’ho visto. Per essere un film italiano, un bel film.
    B – Sì, ma non voglio parlare del film; voglio usarlo come metafora. Allora, il senso del film è chiaro: il miracolo è fuori.
    A – La piccola serpe è il miracolo.
    B – Diversa via d’uscita non c’è.
    A – E allora perché insisti a stare qui?
    B – Perché mi piacciono alcuni abitanti; molti dei commentatori, ad esempio; della redazione Domenico Pinto, ma anche la Janacek ha una sua eleganza nell’apparecchiare la tavola; così come Sparzani e quello nuovo, come si chiama?
    A – Daniele Ventre.
    B – Ecco, lui. E poi anche Inglese, per quanto si prenda troppo sul serio.
    A – Ma se qui ha anche tentato l’ironia!
    B – Suvvia, siamo seri! L’ironia è un’arte!
    A – Ma torniamo al discorso, a quello sui movimenti.
    B – Qui la confusione è massima. Tutti, qui, o quasi, pensano di avere la verità in tasca, senza neppure accorgersi che le tasche sono bucate.
    A – Anche tu.
    B – Anch’io, certo. Tutti siamo prigionieri di noi stessi.
    A – E allora non c’è scampo.
    B – Non c’è scampo se stai solo qui dentro. Il miracolo è fuori.
    A – Noi facciamo parlando, qui.
    B – Ma la retorica è niente, qui; il grido non dura neanche il tempo necessario a sentirlo.
    A – Però tu gridi; tu stesso gridi.
    B – Nel muro contro muro il grido non abbatte nessun muro e il muro ripete se stesso ad libitum; senza, per altro, godere di tanta libidine linguistica.
    A – Ad libitum o ab libitum?
    B – Oddio, non mi dire che c’è Bortolotti in giro!
    A – Dal cuore della tua morte, cosa ti senti di aggiungere?
    B – La mia morte è la bocca dalla quale Dio mi parla.
    A – Stai citando a caso.
    B – Ssssstttt! Georgia ci ascolta!
    A – Stai serio. Come aspetti il 15 ottobre di Roma?
    B – Pensavo di dormire; ho ammucchiato sul comodino, per la notte, un’enorme pila di interessanti autori che trattano della crisi: Giannino Collassato, già Primo Geniere dei Cobas Dell’Acqua Morta; Vittorio Finto Bello, sempre sfrattato dall’Ufficiale Giudiziario TQ; Enzo il Catastofe, militante del collettivo del Godimento Perpetuo; Valeria Sguardo di Carestia, ora staffetta rifugiata. In questi giorni non ho avuto tempo di godermeli. Costretto al monellaio di NI, non capivo più niente del reale-di-fuori: uno sostiene che Repubblica serve, l’altro che bisogna studiare, un occhio spernacchia; non riuscivo più a distinguere chi diceva cosa. Il miracolo è fuori.
    A – Andiamo?
    B – Andiamo. Che altro possiamo fare?

  38. lorenzo galbiati il 7 ottobre 2011 alle 01:29

    Non so da dove Andrea abbia preso il concetto di editoriale-matrice, se sia suo o di altri, ma di certo è un concetto affascinante, almeno per me.
    Detto questo, non sono sicuro quanto lui che questo di Repubblica sia un editoriale-matrice.
    Anche a me, alla lettura dell’articolo, sorprende quel paragone tra i due presunti tipi di populismo. Andrea dice che è un’operazione discorsiva. Si cambia il nome delle cose. Ma poi mette dentro nel concetto di (presunto) populismo tutti i possibili movimenti. E giustamente. Perché leggendo l’articolo sembra che non ci sia scampo: se si protesta, se non ci si riconosce nei partiti e si fa un’azione collettiva, si diventa automaticamente populisti. E allora, se la logica non mi inganna, non è più solo una questione di discorso. La Urbinati rappresenta una realtà di cui non ha bisogno di cambiare il nome delle cose per delegittimarle. Le azioni collettive al di fuori delle istituzione, nella sua rappresentazione, sembrano delegittimate di per sé.
    Si legge infatti:
    “Le contestazioni sono una denuncia della rottura di rappresentatività, della scollatura tra il dentro e il fuori delle istituzioni. Ecco allora che al popolo dei populismi di destra si viene ad affiancare un nuovo popolo, quello dei movimenti sociali dal basso … [che] si unifica attraverso le parole via Internet e telefonia, e genera una nuova forma di populismo dal basso… Questo populismo orizzontale…”

    Vedete? E’ automatico!

    Questo modo di impostare il discorso è impressionante.

    Se si contesta la crisi della rappresentanza, si diventa populisti. Non c’è possibilità di farlo senza essere giocoforza populisti. Se Capitini leggesse queste righe, si sentirebbe tirato in causa, dato che non ha fatto altro che parlare di movimento dal basso, di omnicrazia. La nonviolenza, che è uno dei possibili movimenti sociali dal basso sarebbe anch’essa un nuovo populismo.

    Quello che però mi fa più impressione è come la Urbinati nasconda cosa ci sia dietro la casta dei partiti: i gruppi finanziari ed economici.
    All’inizio si nota nel suo discorso un sottinteso:

    “Dunque, se le sostanziali responsabilità del declino del sogno occidentale sono invisibili all’occhio dell’opinione, è giustificato che la contestazione prenda di mira le seconde file del potere, coloro che…”

    Quali siano le sostanziali responsabilità del declino del sogno occidentale non è dato sapere.
    Io credo stiano tutte nel sistema capitalistico globalizzato, con relativa crescita abnorme e fagocitante della finanza. Sistema che si nutre di guerre, sistema di cui siamo consapevoli tutti eppure ogni giorno ci rende inconsapevoli. Per esempio, tra mille indignati, quante indignazioni sentite per i crimini contro l’umanità che la Nato sta compiendo in Libia con la copertura di tutti i network occidentali (+ Al Jazeera)? Quanti intellettuali che 3 anni fa brindavano a Obama presidente o 2 anni fa a un Obama che con il suo discorso a Il Cairo cambierà i rapporti tra Occidente e Islam sentite ora fare riflessioni indignate sul suo veto a uno stato palestinese?
    Ormai ci si indigna solo per le nostre tasche vuote. Sbaglio?
    Siamo del tutto anestetizzati.
    Non ci accorgiamo che questo sistema ci sta erodendo dall’interno.
    In questo articolo assistiamo a una strenua difesa del sistema partitico, che deve difendersi dal rischio antidemocratico di questo presunto nuovo populismo, e non ci accorgiamo che nel descrivere i difetti della casta partitica l’autrice riesce a non nominare mai economia, aziende, multinazionali, CdA, finanza, banche, BCE, Fondo monetario ecc.

    Secondo l’autrice, l’unico vero problema è che i partiti “hanno perso la loro centralità e si sono svuotati del loro ruolo di collegamento tra società civile e società politica, per diventare via via solo parlamentari e necessariamente ripiegati su se stessi.”

    Ma che cazzo vuol dire ripiegati su se stessi?!
    Sembra quasi che il problema è che stiano lì a guardarsi solo il proprio ombelico o la propria casa in affitto, quando invece rappresentano enomri e precisi interessi economici, sia privati sia pubblici, e ragionano con il pensiero unico del sistema in cui viviamo, quello in cui è normale ordinare nuovi cacciabombardieri per decine di miliardi mentre si taglia su sanità e scuola perché c’è la crisi.
    Ma no! Per lei l’unico problema delle contestazioni è che la casta ha il culo attaccato alla sedia, sempre per potersene stare ripiegati:
    ” La difesa a tutti i costi di sé come eletti (anche di quelli che sono in odor di mafia, come la vicenda del salvataggio del ministro Romano ha mostrato a tutto il mondo), del proprio status personale e famigliare, pare essere la funzione dei partiti.”

    A questo punto, a leggere una tale superficialità di analisi, viene da pensare il peggior male possibile sull’intelligenza dell’autrice. E se questo è un editoriale-matrice, viene da chiedersi se viviamo in un mondo di rimbecilliti – o forse di disonesti, o forse… non saprei.

  39. maria il 7 ottobre 2011 alle 10:23

    Quoto lorenzo galbiati e sono grata a inglese che ha messo in evidenza, richiamando l’articolo di urbinati, l’inconsistenza culturale e politica di certe “analisi” di sinistra fatte con sussiego e superficialità.

    Particolarmente impressionante la mancanza di ogni riferimento agli organismi internazionali che di fatto dirigono l’economia mondiale, come ricordava lorenzo. Ieri la solita agenzia di rating ha declassato anche gli enti locali; ora io mi chiedo come si possa dare un giudizio con tanto di pagellina a come si governa l’umbria, la toscana o la calabria, sulla base di quali parametri e criteri, di quali esperienze e conoscenze di vita delle popolazioni di quelle regioni. Certamente sulla base di qualche brutale dato economico che non può assolutamente dare ragione della qualità o non qualità di quei territori.

    Sarebbe come dire che si conosce una persona nella sua complessità perchè ci è stata mostrata una sua fotografia.

    Io mi chiedo perchè i partiti non si ribellino e non contestino simili ingerenze ma al contrario le utilizzino per lotta politica interna.

    Penso infine che i partiti attraversati da tantissimo tempo da una crisi di rappresentanza enorme, non possano addebitare tutto come fanno a un sistema elettorale, che pure va cambiato, ma che rappresenta soltanto un tassello della loro mancanza di credibilità-

    I più vecchi ricorderanno senz’altro i tempi in cui tutto si addebitava al sistema elettorale proporzionale, sistema cancellato da più dell’ottanta per cento dei cittadini italiani che caddero nel trabocchetto di una campagna forsennata, prima manifestazione di pensiero unico. Si è visto come andata!

  40. Ares il 7 ottobre 2011 alle 11:20

    A: Hai sentito ? Stan ha detto di aver portato i suoi allievi a vedere “Corpo Celeste”, il film capisci?
    B: Povere creature.

  41. Vincenzo Cucinotta il 7 ottobre 2011 alle 11:39

    @Stan
    Bella letteratura la tua, e lo dico senza alcuna ironia, ma secondo me rimani prepolitico, ondeggiante tra un marxismo vagamente consolatorio che non conosce il principio di falsificabilità e uno spontaneismo tardosessantottino, che aborrisce lo studio e l’applicazione.

  42. Salvatore il 7 ottobre 2011 alle 16:54

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/antipolitica-la-rivolta-contro-il-potere-e-le-tentazioni-populiste/

    Premettendo che non condivido nulla dell’articolo della Urbinati (la quale non fa alcun esempio: a meno che non vogliamo tirare fuori il solito spauracchio post-Weimar?), vorrei sapere cosa ne pensate di questo editoriale di Galli.

  43. andrea inglese il 7 ottobre 2011 alle 17:45

    a salvatore,

    grazie delle spunto; ma, intanto Galli si tiene più prudentemente sulle generali, il che rende il suo discorso meno “verificabile”… Di chi parla Galli, precisamente? Infatti, che il populismo esista, non ci sono dubbi. Sopratutto in Italia. E anche l’antipolitica, che pure non coincide interamente con il populismo. Ma poi? Le rivoluzioni tunisine ed egiziane, sono populiste? Le contestazioni dei cittadini islandesi contro le banche sono populiste? Il no a referendum sul trattato di Maastricht da parte francese, è populista? I presidi di piazza spagnoli, greci, statunitensi, sono populisti? In blocco? Innanzitutto per dare una risposta analitica, bisognerebbe prendere in considerazione le anime politiche di questi movimenti – che ci sono… I dissidenti cinesi e iraniani, sono populisti? Quelli siriani? I cileni, gli israeliani? Tutto queste persone che si mobilitano dobbiamo considerarle come persone “che rifiutano le loro responsabilità”? E a questo punto del discorso io mi ritrovo nuovamente incazzato. Scusate ma i cittadini cosa dovrebbero fare: andare a lavorare e studiare, poi andare in piazza a protestare, rischiando arresti, botte e denunce, poi andare a votare a tutte le scadenze elettorali, poi di notte elaborare decreti leggi e manovre finanziarie, all’alba formare partiti, fare le primarie ed eleggere segretari, passare in parlamento a fare dei dibattiti, e poi riprendere la normale giornata. E naturalmente – per citare Elio – mettersi una scopa in culo e spazzolare il senato!

    Faccio un solo esempio per confutare il discorso generico di Galli, se riferito agli attuali movimenti di protesta. Ecco tradotto un documento formulato dal movimento “¡Democracia Real YA!”:

    “Eliminazione dei privilegi della classe politica:

    Stretto controllo sull’assenteismo. Istituzioni di sanzioni specifiche
    per chi non onori le proprie funzioni pubbliche.
    Eliminazione dei privilegi nel pagamento delle tasse, nel conteggio dei
    contributi lavorativi e nel calcolo degli anni per ottenere la pensione.
    Equiparazione dello stipendio degli eletti al salario medio spagnolo con
    la sola aggiunta dei rimborsi indispensabili all’esercizio delle
    funzioni pubbliche.
    Eliminazione dell’immunità associata all’incarico. I delitti di
    corruzione non prescrivono.
    Pubblicazione obbligatoria del patrimonio di chiunque ricopra incarichi
    pubblici.
    Riduzione degli incarichi “a chiamata diretta”.

    Contro la disoccupazione:

    Ridistribuzione del lavoro stimolando la riduzione della giornata
    lavorativa e la contrattazione fino ad abbattere la disoccupazione
    strutturale (sarebbe a dire raggiungere un tasso di disoccupazione
    inferiore al 5%)
    In pensione ai 65 anni e nessun aumento dell’età pensionabile fino
    all’eliminazione della disoccupazione giovanile.
    Vantaggi per le imprese con meno del 10% di contratti a tempo.
    Sicurezza nel lavoro: divieto del licenziamento collettivi o per cause
    oggettive nelle grandi imprese che non siano in deficit, controlli
    fiscali alle grandi imprese per evitare il lavoro a tempo determinato
    quando invece potrebbero assumere a tempo indeterminato.
    Reintroduzione dell’aiuto di 426 euro a persona/mese per i disoccupati
    storici.

    Diritto alla casa:

    Esproprio statale delle case costruite in forma massiva e che non siano
    state vendute: diventeranno case popolari.
    Aiuti per l’affitto ai giovani e a chiunque si incontri in condizioni di
    bassa disponibilità economica.
    Si permetta, in caso di impossibilità nel pagare l’ipoteca, la sola
    riconsegna della casa.”

    Finito di leggere potrete dire di tutto: sono utopisti, sono radicali, sono approssimativi, benissimo. Ma è politica. E senz’altro altrettanto dignitosa nella sua forma che i programmi dei vari partiti politici in campagna elettorale.

    Dunque?

    Credo che il pezzo di Galli faccia parte della stessa atmosfera ideologica della Urbinati.

  44. Marco Inguscio il 7 ottobre 2011 alle 18:04

    @ Georgia
    La tue risposte vanno di volta in volta perdendo l’argomento originale sembra. Ti “attacchi” alla parola o alla frase, alla citazione o al motto scritto, per il mero gusto della “critica” atteggiandoti da maestrina e senza apportare nulla di concreto. La tua polemica come diceva Inglese è del tutto inutile. Scrivere per scrivere, come contestare per contestare, è solo un altro modo di rimirarsi allo specchio.

    @Stan
    Di tanto difendersi (troppo facile in queste discussioni trovare – o lanciare sommessamente – i “punti caldi” che permettano di farlo) rimane anche per te, un puro esercizio linguistico, a volte. Lo dico senza malignità. Anzi, carino il dialoghetto politico.

    Per il resto, non prendiamoci in giro, se alle parole (abbiamo concordato) bisogna dare un valore, l’articolo della Urbinati non è “un articolo con qualche pecca”. Quella pecca, quello squalificare i movimenti in quel modo spicciolo – e quello si, così generalista – a mio avviso è LA PECCA! Ha viziato tutto il resto! E poco importa se dopo dica o meno cose condivisibili (banale com’è, difficile non trovarne di cose condivisibili) Come già fatto notare da molti prima di me, quel modo di de-scrivere nasconde un certo atteggiamento, un’intenzione ben chiara, una direzione evidente, che l’autrice ha forse deciso troppo tardi di provare a nascondere (e questo nascondersi dietro un dito ha peggiorato le cose) e giustifica a pieno l’irritazione di alcuni, me compreso.

  45. Ares il 7 ottobre 2011 alle 18:08

    Credo anch’io.

  46. Vincenzo Cucinotta il 7 ottobre 2011 alle 18:24

    Io contesterei del tutto lo stesso uso del termine “antipolitica”.
    Come essere sociale, l’uomo è direi inevitabilmente uomo politico, e tacciare qualcuno di antipolitica mi pare un’operazione arbitraria e sostanzialmente scorretta.
    Poi, ognuno di noi può dare giudizi di buona e di cattiva politica, fa parte delle opinioni individuali, ovviamente del tutto lecite, che, a differenza dell’agitare del termine antipolitica come fosse un corpo contundente, imnlicano l’uso dell’argomentazione.
    Del resto, cosa dire quando l’attualità ci fornisce il peggio immaginabile di pratica politica?

  47. maria il 7 ottobre 2011 alle 19:13

    Finito di leggere potrete dire di tutto: sono utopisti, sono radicali, sono approssimativi, benissimo. Ma è politica. E senz’altro altrettanto dignitosa nella sua forma che i programmi dei vari partiti politici in campagna elettorale.

    maria
    certo è politica, ma è anche politica chiedere come si intenda realizzare il tutto.
    In questi programmi ho sempre trovato una certa faciloneria.

    Riguardo ai privilegi degli eletti sono d’accordo su tutto o quasi, mi chiedo infatti chi farebbe il sindaco di Madrid o di Firenze o di Milano allo stipendio medio di 1200 euro al mese più i rimborsi. Forse nessuno.
    Amministrare una città piccola o grande che sia come si dovrebbe, richiede tempo, fatica, passione e responsabilità legali e penali di un certo rilievo.
    Altro discorso per il parlamentare che spesso scalda la sedia e ha davvero privilegi insopportabili. Insomma un po’ più di articolazione non farebbe male.

  48. andrea inglese il 8 ottobre 2011 alle 02:11

    maria, i movimenti sono parti sociali; a seconda dei momenti e della loro capacità di farsi laboratorio politico, possono ampliarsi, trovare proposte politiche anche radicali e realizzabili; ma i movimenti non sono i legislatori; i movimenti pongono problemi, fanno pressione sui legislatori, li obbligano a rinnovarsi come coroporazione, in diversi modi possibili, li obbligano all’innovazione, rompono vecchie categorie di pensiero, vecchie pratiche; costituiscono un contropotere, con cui il potere è costretto a mediare. Non mi sembra difficile comprendere questa dinamica, che ricorre nella storia, ed è sempre positiva. chiedere ai movimenti di stilare, come ho scritto sopra, nel dettaglio, una manovra finanziaria è assurdo; anche se diversi movimenti, in certe occasioni, si sono dimostrati talmente matura da fare proposte alternative dettagliate e immediatamente realizzabili rispetto a quelle della classe politica

  49. maria il 8 ottobre 2011 alle 09:50

    andrea,
    condivido quello che dici sui movimenti e il loro carattere di stimolo, contestazione, rottura di schemi, ho voluto soltanto porre attenzione a una questione cruciale di cui si parla sempre molto, il costo del lavoro politico la cui particolare natura pone difficoltà nel quantificarne il compenso.
    Un semplice approfondimento che però non vuol giustificare affatto i privilegi corporativi di gran parte dei politici se non di tutti.

    Prima, molto prima, gli eletti locali non percepivano quasi nulla, poi siamo passati all’opposto; dopo la tempesta salutare di mani pulite, si diceva che la politica andava pagata per impedire il ricorso a finanziamenti poco limpidi, ma questo principio poi si è ampliato a dismisura e assistiamo a compensi che l’hanno professionalizzata oltre misura e resa una sistemazione a vita. Quindi secondo me il lavoro da fare intorno a questi temi è anche di carattere culturale nel senso di riportare la politica e la sua pratica al ruolo fondante di servizio per il bene comune e in primo luogo di chi non ha.

  50. andrea inglese il 8 ottobre 2011 alle 10:58

    sì, sono d’accordo con quanto scrivi: ora la situazione si è davvero deteriorata: la classe politica, almeno su molti aspetti, dovrebbe essere migliore del popolo di cui è rappresentante (più competente, informata, ecc.); spesso di dice che in fondo la classe politica rispecchia i propri elettori (né meglio né peggio); in Italia credo si possa dire, da molti anni, che la classe politica è generalmente peggiore e più arretrata del suo elettorato; e questo perché davvero la politica è divenuta una professione ambita per i suoi incredibili vantaggi economici e sociali che offre; correggendo tutto questo, non bisogna dimenticare – come tu sottolinei – che lo stipendio dei parlamentari è ciò che permette a qualsuasi rappresentante del popolo – quale che sia il suo ceto di provenienza – di occuparsi della cosa pubblica; in ogni caso una correzione importante, su questo tema, va fatta e finirà per essere fatta; sopratutto se i livelli di vita di tutti gli altri continueranno a peggiorare

  51. Pisacane il 8 ottobre 2011 alle 11:20

    Torno al punto sul quale Inglese ha posto la sua attenzione. Il politico dovrebbe dare forma al sociale, interpretarne la voce, auspicarne la vitalità. Non dovrebbe usare la parola “populismo” come uno stigma da appiccicare sulle spalle di chi pretende coerenza dai presunti democratici. Queste proteste non sono nè antipolitiche nè antidemocratiche, ma sono in nome della politica e della democrazia. La chiusura a riccio dell’oligarchia rappresenta l’esplosione del rimosso: la riluttanza ad accettare che la sovranità non è dei delegati ma dei deleganti.
    Il risveglio della partecipazione obbliga la classe politica al cambiamento, mette in crisi il processo di costruzione mediatica e retorica del popolo. Il politico, loro lo sanno e ne sono terrorizzati, è altrove. Nel momento in cui ridiscende nelle piazze e nelle strade l’oligarchia è costretta a fermarsi, stare attenta e vigile, infine invertire il moto naturale:non più essere seguita (come Eco inseguiva Narciso), ma seguire.

  52. andrea inglese il 8 ottobre 2011 alle 12:38

    forse l’editoriale matrice è questo: concepito in loco:http://www.nytimes.com/2011/09/25/nyregion/protesters-are-gunning-for-wall-street-with-faulty-aim.html?_r=2&scp=1&sq=occupywallst&st=cse

    ringrazio Emiliano Zappalà, per avermelo segnalato

  53. georgia il 8 ottobre 2011 alle 19:38

    se il mio inglese non mi inganna (e può farlo) l’articolo mi sembra una boiata gigantesca, obbiettivamente l’articolo di nadia urbinati è più riflessivo e meno volgarmente rozzo.
    Quello che invece trovo formidabile è la foto di Michael Kirby Smith, talmente formidabile che, con ogni probabilità, è un fotomontaggio. Il fotografo avrebbe avuto veramente un culo enorme a fare quello scatto (ma dalla mano si vede bene che è stata ritagliata, le mani anche nei falsi d’autore sono sempre le più diffcili da fare). La faccia del trader in primo piano vale più di 100 saggi. E poi chissà forse il trader è (o vuole essere) lo stesso adam sarzen nominato alla fine dell’articolo e per mezzo del quale il giornalista approfitta per sparare una battutina scontata maligna e populista sugli studenti che usano i computer della apple :-(.

  54. francesco pecoraro il 10 ottobre 2011 alle 14:09

    Non ho letto i commenti qui sopra. Ho letto il pezzo della Urbinati e quello di Inglese. Non ho alcuna illusione sulla domanda di reale trasformazione di quelli che a Inglese devono sembrare i primi fuochi di una prossima insurrezione. E che forse sono davvero tali. Ma che, appunto per questo, richiedono un surplus di attenzione, perché mancano di dirigenti, mancano di partiti, mancano di uno straccio di disegno, mancano di tutto, sembrano tumulti del pane. E forse SONO tumulti del pane. Urbinati ci dice attenti, guardate bene, perché in questi movimenti non c’è niente di realmente politico se non l’espressione, di volta in volta, di un disagio, di un’opposizione non contro il capitalismo, ma contro la democrazia. O meglio contro la versione malata della democrazia che è il sistema in cui attualmente viviamo. Non mi pare un discorso delegittimante, mi pare un discorso sensato. E non serve nemmeno Urbinati, per accorgersene, basta guardare i telegiornali, leggere i giornali, andare a vedere in piazza. Appartengo alla vecchia scuola (leninista?) che vede un processo insurrezionale, di rivolta, come qualcosa di attentamente guidato da consistenti avanguardie, consce di una strategia, di un disegno politico e capaci di incanalarvi anche la protesta più cieca. Può darsi che io non sia bene informato, ma dove sono le avanguardie, i partiti capaci oggi di dare un senso realmente politico ai sommovimenti in atto? Dove sono quelli capaci di guardare lontano? Dov’è il modello di società diversa da questa per il quale varrebbe la pena lottare? Eccetera.

  55. Vincenzo Cucinotta il 10 ottobre 2011 alle 14:58

    @Francesco Pecoraro
    Anch’io ho un approccio leninista, ma questo non credo debba significare che dobbiamo preoccuparci di movimenti più o meno spontanei che tendono a manifestarsi.
    Sono insomma d’accordo che non è da questi movimenti che possiamo aspettarci una capacità davvero rivoluzionaria, ma questo non può tradursi nel volere mettere le mutande al mondo: in attesa delle avanguardie rivoluzionarie, facciamo allora la guardia al sistema esistente?
    Come dicevo altrove, ogni atto umano ha aspetti politici, e non credo che dovremmo entrare nell’ottica di dare i voti sulla loro democraticità. Dobbiamo analizzarli, capirli ed intepretarli.
    Il problema è proprio questo, che manca l’avanguardia in grado di esercitare l’egemonia anche su questi movimenti.
    Il difetto insomma non sta nei movimenti, sta nella mancanza di chi sia in grado di esercitare l’egemonia.

  56. francesco pecoraro il 10 ottobre 2011 alle 16:32

    Forse è il mito dell’auto-organizzazione webbica, dunque «dal basso», dunque per ciò stesso «giusta» che fa sentire forti e «nel giusto» masse in realtà del tutto o quasi del tutto alla mercé di chi ha la capacità e le palle di prenderne la testa. La protesta che sale dal basso rischia sempre di essere egemonizzata a posteriori, da chi se ne serve per puntare al potere, come sta accadendo in Egitto. Figurati cosa me ne può fregare di mettere le mutande al mondo e non mi pare che lo faccia nemmeno Urbinati: per me possiamo cominciare a spaccare tutto anche domani: ma se cominciamo dobbiamo sapere dove stiamo andando, cosa stiamo facendo, cosa vogliamo, quando ci fermeremo. Il problema è rimettere nelle mani della politica le leve del potere, cioè sottrarre al capitale internazionale la totale libertà di manovra di cui attualmente dispone, sulla nostra pelle… È un compito immenso, molto difficile. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Però, per esempio, la logica No-Tav, che non condivido assolutamente, non mi pare un buon punto di partenza. Lotte localistiche e corporative, si sarebbe detto un tempo.

  57. andrea inglese il 10 ottobre 2011 alle 22:34

    a francesco,

    per mia conformazione mentale, sono portato, appena ho formulato un’idea, un punto di vista, ad eseminare con particolare serietà e attenzione il punto di vista opposto. Continuo a pensare che la Urbinati presenti una situazione senza sbocco e la sua lezione è quindi sterile, irricevibile in partenza. Se davvero si rivolge ai movimenti (cosa ei cui io dubito). Io penso che si rivolga alle “civili forze democratiche dell’opposizione”, che devono in qualche modo rassicurarsi vedendo nei movimenti un pericolo e non un’occasione.

    Quanto alle questioni che tu poni, le prendo dal versante per me più serio: le trovo formulare, ma in un’ottica non di democrazia liberale, ma di rivoluzione, appunto, da Mario Tronti. E trovo che sia giusto, cogliere i limiti attuali di questi movimenti: manca l’avanguardia, ma l’avanguardia ha senso se c’è il partito; mancano personalità carismatiche, strateghi in grado di combattere nelle e contro le istituzioni facendo valere la voce di quelli che stanno sotto.
    Benissimo.
    Ma qui si va nuovamente allo stallo. Posto che una sana democrazia rappresentativa non c’è oggi, e posto che il sano partito dei lavoratori con avanguardia non c’è neppure, da dove cominciamo?
    Io penso che non si possa che partire da questi movimenti e da queste rivolte. Perché è attraverso di esse che le nuove generazioni avranno un’occasione, che si sono creata da soli, per uscire dall’anti-politica.
    I pericoli.
    Quelli ci sono comunque. Un moto rivoluzionario non fa che moltiplicarli i pericoli. La storia della rivoluzione comunista in Russia è lì a raccontare i pericoli, il tragico, la fallibilità delle avanguardie.
    Il problema è semmai capire, nella condizioni attuali, di classe, di mercato del lavoro, di identità legate al consumo, di egemonia culturale della destra, capire dico che cosa potrebbe portare verso forme d’organizzazione unitarie di così tanti mondi dispersi. Ma anche nelle bellissime pagine di Tronti sull’autonomia del politico, ecc., non vedo nessuna analisi di classe, che riguardi l’oggi.
    Allora venire semplicemente a fare la lezione ai movimenti, dicendo quello che manca, non basta.
    Ripercorriamo ad una ad una le condizioni che determinano questa mancanza, e vediamo su quale è possibile agire, oggi, domani, fra vent’anni.
    Ma la lenzioncina dall’alto, allegramente castratrice, no grazie. Non basta.

  58. Vincenzo Cucinotta il 11 ottobre 2011 alle 07:58

    @Francesco
    Gli obiettivi del movimento NO-TAV sono innazitutto giusti, molti prima di me hanno evidenziato quanto l’enorme costo in termini ambientali ed anche di risorse finanziarie non abbia alcuna giustificazione nei risultati che si intende ottenere.
    Sono obiettivi sicuramente parziali, ma nello stesso tempo è sottesa una logica alternativa a quella dominante, e quindi è una lotta esemplare.
    Anche il gruppo più coerentemente leninista guarderebbe col massimo interesse a queste lotte.
    Considerarsi avanguardia non significa fare una selezione delle lotte che spontaneamente si producono nella società, ma avere la capacità di orientarle nella giusta direzione rivoluzionaria.
    Per quanto mi riguarda, richiamare l’approccio leninista significa nel presente contesto da una parte contrastare la tendenza a considerare la spontaneità delle lotte come un valore in più, un autentico movimento dal basso e perciò stesso migliore, dall’altra, ed è l’aspetto che più mi interessa, suscitare un dibattito che possa sfociare nella creazione di una nuova avanguardia.
    Dopodichè, che vengano tutte le lotte spontanee, è sempre bene bombardare il quartiere generale. L’alternativa sarebbe quella di dire alla gente di smettere di lottare perchè noi rivoluzionari non siamo ancora pronti, non mi pare una cosa seria.

  59. andrea inglese il 11 ottobre 2011 alle 09:00

    a vincenzo,

    posto che sono in sintonia con quanto scrivi, sulla questione del modello leninista e del partito-classe novecentesco, io mi porrei innanzitutto il problema di farne un bilanco serio; storico, da un lato, e politico, ossia di compatibilità con quella che è la forma “classe attuale”, e quali possono essere le strategie attuali di mutamento dell’esistente; e in questo bilanco bisognerà anche pensare il ’68, i movimenti ecologisti e pacifisti radicali (lotte degli anni 80), il movimento no global….
    Se l’impianto leninista non c’è, culturalmente e nella pratica, è perché esso è sparito dall’orizzonte, in parte per la rimozione delle sinistre parlamentari in parte perché il contesto sociale non presenta le caratteristiche più semplici che aveva all’inizio del novecento: una bella e chiara frattura di classe – che per altro si complicava già appena si usciva dalle città per coinvolgere anche il mondo contadino.
    Chi lo sta facendo sto’ bilancio?

  60. Vincenzo Cucinotta il 11 ottobre 2011 alle 11:12

    @Andrea
    Innanzitutto, bisognerebbe fare una distinzione tra forma organizzativa e progetto, ideologia.
    Io prescindo dall’ideologia marxista, credo che, malgrado ci siano tante ispirazioni che si possono cogliere dal pensiero di Marx, non sia oggi utile seguire più un’ortodossia marxista. Enuncio questi concetti senza pensare neanche lontanamente di addentrarmi in argomentazioni puntuali, impossibili in questa sede.
    Quindi, deve essere chiaro che io mi riferisco soltanto ad una organizzazione di tipo leninista.
    Perchè non sia popolare, perchè queste forme di militanza non vengano praticate, non è che sia così difficile ricostruire.
    Si deve partire dal “io sono giusto”, che è l’eredità di maggior successo del ’68. Finito ogni spirito egualitario, ogni pratica di lotta di classe, rimane lo spirito libertario (non libertarian, che in inglese significa liberista…), che esalta la spontaneità, ignorando del tutto quanto questa spontaneità sia una conseguenza culturale, uno spontaneismo indotto come quello del consumatore compulsivo che segue i messaggi pubblicitari.
    La disciplina, l’applicazione, lo studio vengono irrisi, la verità è spontaneamente di fronte a noi, pronta ad essere colta, non serve lavorare su noi stessi, appunto perchè “siamo giusti” così come siamo, sono solo le istituzioni sociali che ci fanno credere di doverci correggere.
    Mi rendo che, costringendomi a questa sintesi estrema, rischio di rendere perfino caricaturale ciò che penso, pazienza, la sintesi è in questo contesto indispensabile.

  61. francesco pecoraro il 11 ottobre 2011 alle 15:14

    Non credo nella Rivoluzione. Cioè non credo nel concetto di rivoluzione così come si è sedimentato nel corso del Novecento. Non ci ho mai creduto, a dire la verità. O meglio, non ho mai creduto che le rivoluzioni siano migliorative degli stati precedenti, se non per un breve tempo. Poi fatalmente si instaurano altre forme di oppressione, di segno diverso, talvolta peggiori. Tutte le società socialiste del secolo scorso non hanno fatto che confermare questo assunto. Credo però nell’efficacia della pressione che partiti rivoluzionari, cioè dotati di un progetto forte ed estremo, possono esercitare in contesti democratici per TENERE A BADA il capitale, per mitigarne se non neutralizzarne, l’aggressività, eccetera. Insomma mi sembra che la storia, almeno quella italiana, dimostri che occorre essere estremisti per ottenere risultati meno che riformisti. E che se si parte da posizioni riformiste si finisce in breve tempo per reggere la coda del sistema. Fatta questa digressione, direi che la mia attuale disperazione consiste proprio nel non-vedere niente all’orizzonte che somigli a un progetto di trasformazione della società, un disegno anche solo abbozzato di lotta allo strapotere capitalista, eccetera. Abbiamo bisogno di teoria, cioè di un progetto ben formulato e soprattutto proclamato ad alta voce ai quattro venti, affinché se ne conosca bene il contenuto per poter discutere e agire. Non credo affatto, invece, che i contenuti delle lotte possano venire esclusivamente dal basso, cioè che si possa «ri-partire dal basso» se manca un quadro, anche partitico, di lotta politica in cui inscrivere e possibilmente indirizzare le sommosse. Dato che questo quadro seguita a mancare, e per ora manca dappertutto, la capacità di pressione delle sollevazioni sporadiche (che non direi «di classe») dal basso risulta minima, con una repressione forte da cui però non si genera una reazione altrettanto forte. Forse negli USA sta accadendo qualcosa. Però, ripeto, allo stato attuale i timori di Urbinati, espressi secondo altra ottica e altre intenzioni, hanno un qualche fondamento.

  62. andrea inglese il 11 ottobre 2011 alle 18:22

    ok francesco, posto che io invece credo che i contenuti vengano anche dal “basso”, che non vuol dire semplicemente da ceti popolari sprovvisti di strumenti intellettuali, e penso pure che i movimenti, in certi casi, sappiano elaborare contenuti nuovi – ma non è qui davvero contesto di discuterne – una sola osservazione…
    “Abbiamo bisogno di teoria, cioè di un progetto ben formulato e soprattutto proclamato ad alta voce ai quattro venti, affinché se ne conosca bene il contenuto per poter discutere e agire”
    Io è da almeno una decina d’anni (ma forse il doppio), che in vari contesti della sinistra, manifesto compreso, sento questa frase. Per carità, in parte giustissima. E però quella teoria che aspettiamo e che non arriva assomiglia sempre più al Godot di Beckett. A meno che alcune indicazioni chiare circolino già, ma l’altoparlante del partito si guardi bene dal farle proprie.

  63. andrea inglese il 12 ottobre 2011 alle 00:34

    per chi vuole saperne qualcosa in più su Occupy wall street, si legga questo:

    http://www.alfabeta2.it/2011/10/12/occupy-wall-street-occupy-usa/

  64. nadia urbinati il 25 ottobre 2011 alle 08:51

    Non credo che l’interpretazione di Inglese sia corretta, poiche’ mi fa dire cio’ che a lui interessa dimostrare, ovvero che il mio ragionamento rientra nella matrice sinistra-establishment. A me interessava (interessa) distinguere invece il populismo di destra dai movimenti globali anti-capitalisti, che i critici strumentali li identificano con i Tea Party. Frequento Occupy Wall Street con regolarita’ e sono convinta che questo movimento (come poi ho specificato su La Repubblica del 13 ottobre scorso) sia in grado di cambiare la faccia delle democrazia. Distinguerlo dal populismo della destra e’ fondamentale. A me interessa questo.
    Grazie per l’attenzione.
    Nadia Urbinati



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