nude singolarità

21 ottobre 2011
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Strada di Firenze di notte

di Vanni Santoni

Quella Lindsay, Giovanni l’aveva conosciuta passando attraverso la corte interna di Palazzo Strozzi, come fa sempre quando dalla piazza vuole andare in via Tornabuoni. Aveva visto uscire un tipo dal Gabinetto Viesseux e aveva pensato ma guarda te c’è ancora gente che va al Viesseux, che poi, chissà cosa c’è in questo famoso Viesseux, così era entrato a sua volta e lì spaesata l’aveva vista, indecisa se studiare davvero o raccogliere i libri dal tavolo e andarsene, come incerta se quella in cui si trovava fosse effettivamente una biblioteca pubblica. Aveva notato la borsa sportiva, i capelli scuri ancora vagamente umidi, post-doccia, post-palestra, i jeans rivoltati sul girovita, testimonianza di una recente perdita di peso, il viso androgino ma bello, aveva attaccato discorso, l’aveva portata fuori, ovvero di nuovo lì nella corte del palazzo, messo in atto un paio di routine ben collaudate, condite da tre palle sulla mostra in corso, mostra di cui, va da sé, non sapeva nulla, e fissato per qualche sera più in là. Per stasera.
Lei gli ha chiesto di vedersi in un circolo, c’è una mostra di fotografia gli ha scritto nel messaggio, buon segno pensa Giovanni, vuole dare una prova di valore e avere spunti di conversazione, e infatti la trova bendisposta e radiosa, secondo la sua personale scala dove la disposizione di un bersaglio è sull’ascisse
1 – ostile
2 – avversa
3 – maldisposta
4 – perplessa
5 – neutrale
6 – incline
7 – bendisposta
8 – partecipe
9 – entustiasta
mentre l’energia sta sull’ordinata funebre-plumbea-inerte-tiepida-neutrale-frizzante-calorosa-radiosa-raggiante, il che dà, oltre che un’ottima posizione in alto a destra in un’ipotetico grafico cartesiano, una probabilità di intorto del (7+9=16)x5=80%, laddove ogni punto vale un 5% di riuscita (fatto dal quale si desume che anche in un caso di disposizione ostile e livello di energia funebre il nostro si dà comunque un 10%), fatti salvi eventuali modificatori positivi o negativi a seconda del soggetto (studentessa americana: +10%) di come si svolge l’incontro, c’è subito un abbraccio 91%, c’è da bere 92%, uno sguardo alle fotografie, “personale di Paci Girolamo”, madonna che orrore pensa Giovanni, che ridda di banalità e retorica, pensa guardando la nera con le zinne all’aria e le cicatrici rituali, il vecchio cinese che fuma una pipa d’oppio, le bambine in uniforme della scuola indiana, e intanto nota che Lindsay, pure, non è convinta se le foto siano buone o no, magari le fanno schifo ma non vuole arrischiarsi a dirlo – e se a lui piacessero? – così decide di esporsi e lei concorda sul fatto che siano una porcata, buon segno, ha gusto, e allora passando da una foto alla successiva versi di disgusto, risate, “guarda brutta questa”, e di lì irrisorie confidenze, contatti fisici, 93, 94, 95%, bene, pensa Giovanni, adesso usciamo, non ci inchiodiamo qua:
– Andiamo?
Cos’è il genio, pensa aprendo la porta alla ragazza, se non la capacità innata e del tutto interiorizzata di puntare sempre e soltanto al miglior possibile esito, stabilire le condizioni per un risultato certo e saperle attuare in tempo reale, valuta mentre camminano per borgo Pinti, misteriosamente fresca anche a maggio, finché non vede un portone, gli sovviene che qualche mese prima Diego, un suo vecchio compagno di liceo, era tornato da un viaggio e si era traferito lì, ricorda un bel doposerata a sigari e tequila, un paio di settimane addietro:
– Qui ci abita un mio amico, vediamo se è in casa – Ecco qua. Momento di falsa diversione: suggestione, presentazione di me come figura al centro di un sistema aperto di relazioni, finta distrazione onde poi chiudere e riaccentrare senza tema di risultare al baccaglio o tantomeno troppo interessati, e tuttavia su binari dei quali proprio durante la digressione si è stabilito il totale controllo.
Dai, buona stella, fai che Diego sia in casa e andiamo al 96%, pensa Giovanni mentre suona, la mente al buio, sontuoso salone e alle bottiglie di tequila e mezcal originari di Diego, e guarda la ragazza, che gli sorride, quattro secondi in cui fa in tempo a spiegarle che questo suo amico è un grande scrittore (mai letta una parola scritta da lui, ma tant’è), che è appena tornato da un viaggio di sei mesi in sudamerica, a zonzo con un furgone, ed ecco un click elettrico, la porta che si apre.
In quella stanza, anticipata da un corridoio con pilastri a vista, in quell’alto, plumbeo salotto da antica casa fiorentina, quarti di colonna agli angoli e l’ombra di un affresco sul soffitto, unica decorazione aggiunta un quadro sul caminetto, un volto maligno e levantino dipinto bestiale sul legno, Diego li riceve.
Giovanni presenta la ragazza. Diego li invita a sedersi, si accomodano. Morbide e profonde le poltrone, fresca la casa. La tipa si interessa del suo viaggio, lui racconta. Confronti tra Nordamerica e Sudamerica. La mispercezione, comune in Europa, del Messico come Sudamerica. 2666. Il complicato rapporto tra USA e Messico.
Giovanni li ascolta parlare e pensa: a) Che la tipa è sveglia b) Che uno fa un viaggio del genere e quando torna immagina che sarà al centro dell’attenzione, che tutti lo cercheranno sperando che la sua indubitabile evoluzione provveda anche a far evolvere loro, per irradiazione, e invece no: potrà tornare magari profondamente cambiato, ma per gli altri sarà tale e quale a prima, solo che tutte le persone che aveva intorno saranno più distanti. Alla gente, poi, piace sentire resoconti di viaggio, ma che tu sia stato a Siena a mangiare i ricciarelli o in un luogo esotico a vivere mesi di incredibili avventure, la curva di attenzione è di qualche minuto, e infatti proprio mentre Diego racconta di come è sfuggito ai briganti guatemaltechi sparando il furgone giù per una mulattiera, riparando poi presso una comune di contadini trotzkisti, la tipa si alza, si reca a guardare il residuo di affresco da un’angolazione migliore.
Giovanni chiede a Diego ancora mezcal, lo incoraggia a tirar fuori un’altra avventura. Lui allora racconta dell’arrivo a Bogotà e dell’ayahuasca e del Sumapaz e dell’Aramu Muru, e Giovanni riflette su come, se pianifichi la tua rentrée in base all’idea che verrai attorniato da una folla che implora un dettagliato resoconto, ci rimarrai male. Diego non è sciocco, pensa Giovanni, e ormai lo ha capito, e infatti racconta solo se, come adesso, gli viene richiesto. Chissà se è felice, che gli venga chiesto, o se si è rotto i coglioni anche di quello, e in effetti quando la ragazza si sposta ancora più in là per guardare il caminetto, per infilarci dentro la testa, Diego non perde l’occasione per spostarsi su argomenti a lui più cari. Vedi Giovanni, dice, tu fai farmacia, certamente ti annoierò a parlare di letteratura, o peggio di letteratura ancora da scrivere, ma il vero scopo del mio viaggio, devi sapere, era fare il pieno di esperienze, di voci, così da scrivere un romanzo. Un grande romanzo. Sai che Duccio, il ragazzino che si è unito per ultimo alla rivista, ha scritto un libro? A quest’ora sarà già uscito. Sono cose che mettono fretta. E allora l’ho fatto, questo pieno. Ma ho anche compreso che c’è un errore cruciale, in tutto questo, poiché raramente un primo romanzo è già un grande romanzo, almeno nell’idea di letteratura come cosa complessa e sedimentata che io e gli altri di maniaco senz’altro condividiamo, ma dall’altro lato, mi sono detto, le grandi imprese non partono forse quasi sempre da una sottovalutazione dei rischi? Allora sono tornato e, preso atto che a nessuno importava niente delle mie peripezie….
– Ma dai, Diego, non è vero – Giovanni valuta se inventarsi una scusa e portar via la ragazza, ma nota che è persa a spulciare la libreria e allora lascia stare.
– Sì che è vero – fa quello, – e Cosimo e Mattia, Gaia e Duccio, dai quali già partendo avevo preso le distanze, oggi mi appaiono ancora più lontani. Così ho affittato un soppalco in questa casa e mi sono messo nell’ordine di idee di scrivere questo benedetto romanzo.
– Bè, loro non li conosco, ma era la cosa giusta da fare, no?
– Certamente. Il problema è che non ho scritto, né scriverò, una sola pagina.
– A donne come va? – azzarda Giovanni, come a cercare di uscire dalla piega che ha preso il discorso.
– C’è questa mia antica amica e compagna di università, Annabel. Non credo tu la conosca. Da quando sono tornato non l’ho mai incontrata, ma penso molto a lei, specie alla sera.
Giovanni guarda Diego col bicchiere in mano, la sua figura in quella profonda poltrona nell’ombra di quel salone di una buia casa dell’umbratile borgo Pinti, sotto gli occhi di tempera di un arabo arcigno, e davvero ai suoi occhi assume dimensioni tragiche, la ragazza intanto torna da lui, con le mani gli prende le spalle e il collo e normalmente a un simile confidenzialissimo tocco Giovanni penserebbe “100%!” ma adesso no, adesso è assorbito dalla figura di Diego che versa ancora mezcal, come piegato sulla bottiglia, come avesse su di sé tutti gli anni di quel salone, della città, del continente, e lo prende una consapevolezza della futilità di tutto, e di come però questa futilità si addensi a volte in scure polle di significato, in nude singolarità, e allora inclina indietro la testa:
– Andiamo a bere qualcosa, – propone a Lindsay e – vieni? – fa poi a Diego, che come previsto, inevitabilmente, dice no e anzi li guarda con distante stupore, un riverbero nelle profondità buie del tempo.

tratto da Se fossi fuoco, arderei Firenze, Laterza.

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7 Responses to nude singolarità

  1. sarmizegetusa il 21 ottobre 2011 alle 11:30

    Innanzitutto, grazie Andrea e grazie NI per questo spazio. Quando devo estrarre brani da Se fossi fuoco arderei Firenze sono sempre in difficoltà, tanto i vari personaggi e le varie vicende sono concatenate; questo passo, collocato a metà circa del romanzo, aveva funzionato a un reading pubblico e quindi spero possa funzionare anche per iscritto, sia pure privato di tutto quanto avviene prima e tutto quanto avviene dopo.

  2. […] su Nazione Indiana, un estratto da Se fossi fuoco arderei Firenze. Like this:LikeBe the first to like this […]

  3. sarmizegetusa il 21 ottobre 2011 alle 11:53

    [e grazie anche a bgmole che ha aggiunto la fotina—no, direi che non è borgo pinti ^_^]

  4. matteo il 21 ottobre 2011 alle 16:26

    Bel brano, mi è piaciuto molto…essendo poi uno che dopo un viaggio racconta per mesi a chiunque tutto quello che gli è successo ho trovato la parte sul narratore di avventure molto interessante, devo dire anche divertente…il personaggio è molto ben caratterizzato (sarà che mi ci sono un po’ ritrovato)…
    E’ proprio vero che chi fa un viaggio “potrà tornare magari profondamente cambiato, ma per gli altri sarà tale e quale a prima”. Chissà se è un eccesso di narcisismo di chi racconta o una mancanza di voler ascoltare degli altri…o un po’ tutti e due…

  5. […] morti, una delle tante novità del nuovo TerraNullius. E poi, su Nazione Indiana potete leggere un estratto di Se fossi fuoco, arderei Firenze di Vanni Santoni, recensito da Simone Ghelli la scorsa […]

  6. jacopo galimberti il 22 ottobre 2011 alle 01:03

    “Cos’è il genio”? colui o colei che ha in se’ un che di igneo.

    In queste “nude singolarita'” intravedo le vampe, i lucori fissi, ma soprattutto i lumi di quello che si annuncia un gran libricino.

    Lo leggero’ a breve.

  7. srmzgts il 22 ottobre 2011 alle 16:10

    @matteo grazie

    @galimba ^^



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