Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage

23 ottobre 2011
Pubblicato da

di Giuseppe Zucco

Uscendo dal cinema – prima bisbigliandolo nel buio della sala, poi balbettandolo nel mite frizzare dell’aria ottobrina su viale Giulio Cesare, quindi sfiatandolo convinta mentre fa retromarcia per disincagliarsi dal parcheggio a lisca di pesce, semmai i pesci potessero contenere una lisca lunga un centinaio di metri – Valentina dice che Roman Polanski deve aver ideato il suo ultimo film, Carnage, tra lo stridore materiale e psichico del carcere dove fu rinchiuso in seguito alla vecchia triste storia che lo rincorre da tempo: l’accusa di violenza sessuale con l’ausilio di sostanze stupefacenti ai danni di una tredicenne.

Potrebbe essere del tutto verosimile. E il film, scena per scena, inquadratura dopo inquadratura, sembra non solo incoraggiare tale dietrologia, ma perfino confermarla e accenderla, come se Roman Polanski fosse la reincarnazione polacca naturalizzata francese e intelligente di Gerry Scotti, il quale, al culmine di un tesissimo episodio di Chi vuol essere Milionario, consegnasse al concorrente di turno, cioè gli spettatori presi uno a uno, l’ultima domanda e un bigliettino vergato di proprio pugno contente la risposta esatta e l’assegno controfirmato da un milione di euro. Per di più, le quattro pedine del cast internazionale mosse da Roman Polanski si muovono parlano mangiano vomitano bevono sbraitano solo e rigorosamente tra le pareti di un appartamento – una cella arredata, in verità, con il piccolo sfogo di un pianerottolo da cui chiamare un ascensore che non accoglierà nessuno. Da cui tutta una serie di sottintesi: l’Occidente è un appartamento chiuso, niente e nessuno sfonderà la porta dell’appartamento occidentale con l’accortezza di smorzare tanta asfissia, la sua storia non spalancherà le finestre, il suo galateo non immetterà nuovo ossigeno nella diramata estensione delle sue stanze, il suo romanticissimo abbandonarsi all’isteria non soffierà via la polvere e la decadenza – l’Occidente è il circolo vizioso di anidride carbonica da inalare con tremore e stupore delicatamente adagiati nel salotto saturo di argenteria e libri d’arte e souvenir etnici.

Ma non è esattamente questo che fa dell’ultimo film di Roman Polanski la sua opera più conservatrice e nichilista. Se i signori Longstreet accolgono nell’intimità del loro appartamento i signori Cowan un motivo ci sarà – anche se sarebbe troppo facile ricondurlo al claustrofobico conflitto tra due famiglie. È vero: il figlio dei signori Cowan, nel chiarore autunnale di un parco pubblico, ha allegramente incrinato con un bastone i due incisivi del figlio dei Longstreet. Ed è altrettanto vero: i signori Longstreet e i signori Cowan, prima di darsi addosso, modulano sorrisi parole cortesie per venirsi incontro e dare un taglio alla faccenda, un taglio da veri adulti, stringersi la mano per ricucire con un gesto illuminista lo squarcio barbarico che i loro piccoli discendenti hanno inferto al tessuto altamente civilizzato di Brooklyn. Eppure, proprio perché il film ripercorre a modo suo le ultime tappe della storia occidentale, le figure dei Cowan e dei Longstreet sfuggono il misero perimetro di un conflitto extrafamiliare.

I Cowan – lui (Christoph Waltz) un legale in fissa per il Blackbarry, lei (Kate Winslet) una broker con lo stomaco debole – sono stronzi patentati, cinici da morire, eticamente disinvolti, sinistramente simpatici, nudi e crudi nei tic quanto nelle verità che dispensano. I Longstreet – lei (Jodie Foster) una mezza scrittrice votate alle cause perse, lui (John C. Reilly) un grossista di maniglie e sciacquoni – sono politicamente corretti, impettiti e malinconici, innaturalmente rigidi, sottotono come i santini e le passioni tristi. Roman Polanski li agita sulla scacchiera trasparente del copione teatrale di Yasmina Reza, Il dio del massacro, e poi si ferma a guardarli. Ovviamente, non osserva le coppie che si fronteggiano e incrociano il fioretto e denudano i canini, ma le loro ombre riflesse sulle pareti dell’appartamento. Ecco che allora nella stilizzazione del mondo occidentale – l’appartamento chiuso – saltano fuori la ombre cinesi del conflitto principe del mondo occidentale. Cowan contro Longstreet. Cioè: repubblicani contro democratici, in America. Centro-destra contro Centro-sinistra, in Italia. Conservatori contro progressisti, in generale. Il vecchio Thomas Hobbes (homo homini lupus) contro il vecchio Jean-Jacques Rousseau (il buon selvaggio), dissotterrando le radici.

Roman Polanski per tutto il film sembra parlare di ragazzini, Blackberry, torta di mele e pere, incisivi rotti, multinazionali farmaceutiche, terzomondismo e roditori, invece confeziona un trattato sulla natura umana. Se nasciamo buoni prima di essere corrotti dalla società o se veniamo al mondo con gli artigli già affilati, questo il film lo chiarisce solo al termine di uno scoppiettante braccio di ferro tra i redivivi Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau. Alla lunga, il braccio di ferro stanca, la sfida vira verso le urla e la monotonia, ma Hobbes vince ai punti. Con un trucco, però. Se lungo la pellicola i Longstreet vengono ritratti come una postura intellettuale in maglioncino a collo alto del tutto priva di mordente e in fin dei conti innaturale, una sorta di falsa coscienza per anime belle, le stesse che marciano lungo qualsiasi manifestazione per i diritti civili e piangono calde lacrime per i massacri compiuti nel Sudan senza muovere un dito, i Cowan sono il motore del film: nei loro gesti sgraziati, nelle loro risate con il risucchio, nei loro occhioni compiacenti, nella loro squallida contemplazione e riproposizione delle miserie umane, non ultima la sarcastica certezza dei propri limiti, Roman Polanski trova il filo conduttore che lega gli ominidi preistorici di Stanley Kubrick agli inventori della sedia elettrica e degli hedge funds. Non è un caso se dopo le primissime resistenze, i Longstreet finiscono per appiattirsi su i Cowan – e specchiarsi nei Cowan, riconoscersi nei Cowan, percepire i Cowan come la parte viva pulsante, e perciò ancestrale e archetipica, della natura umana. In fondo, Roman Polanski gioca sporco. Sembra allestire sotto i riflettori della nostra fiducia un equilibratissimo braccio di ferro tra superpotenze, e invece Jean-Jacques Rousseau ha i muscoli stirati in partenza, e buonanotte a qualsiasi fair play.

Per altro, qui non c’è un percorso da seguire, non c’è neanche niente da conquistare: fin dalle prime battute, Carnage si presenta come un dato di fatto, una verità assoluta, un principio granitico: siamo brutti sporchi cattivi, il resto è inutile sovrastruttura, per non parlare dell’infinita complessità della psicologia umana – Steve Jobs, l’eroe del momento, qui non è contemplato, tantomeno Moses E. Erzog, uno dei più contraddittori e realistici personaggi letterari. E guardando i titoli filare via mentre abbandono la sala – annoiato, in realtà: indispettito come da tempo non succedeva – sale la nostalgia per Joseph Conrad, e Cuore di tenebra, e il battello che risale il fiume tra la foresta, e le teste mozze infilzate nei pali, e Willard e Kurtz. L’orrore, tutto l’orrore della natura umana, bisogna prima intuirlo, e poi frequentarlo, e poi conoscerlo, e poi rimirarlo prima di distogliere lo sguardo e immaginare una forma di affrancamento dai peggiori istinti, non ultimo l’istinto di adattamento della specie allo stato generale delle cose.

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15 Responses to Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage

  1. lorenzo galbiati il 23 ottobre 2011 alle 16:43

    E’ un’interpretazione interessante, e sicuramente contiene molto di vero, a partire dal presupposto iniziale che guida il film e che l’autore mette in luce: “se nasciamo buoni prima di essere corrotti dalla società o se veniamo al mondo con gli artigli già affilati”. Tutto molto azzeccato. Anche la sua conclusione: la risposta alla domanda il film la dà “solo al termine di uno scoppiettante braccio di ferro tra i redivivi Thomas Hobbes e Jean-Jacques Rousseau.” ed è che vince Hobbes.

    Più complicato, invece, mi sembra il giudizio da dare al film e a Polanski sul piano etico-politico. Se è di nuovo azzeccato che lo scontro tra le due famiglie somiglia allo scontro destra-sinistra, non per questo è così scontato giudicare il film come “conservatore e nichilista”. Molto facile dire: “L’orrore, tutto l’orrore della natura umana, bisogna prima intuirlo, e poi frequentarlo, e poi conoscerlo, e poi rimirarlo prima di distogliere lo sguardo e immaginare una forma di affrancamento dai peggiori istinti, non ultimo l’istinto di adattamento della specie allo stato generale delle cose.” Ma come rappresentarlo scenicamente? A un Polanski nichilista che sembra di destra perché usa i colpi bassi del politicamente scorretto forse si sarebbe sostituito un Polanski edificante e predicatorio – oggetto difficile da immaginare – che correva il rischio di essere giudicato vecchio e conservatore, insomma ancora di destra. Non è facile cioè immaginarsi uno svolgimento e un finale “progressisti”, in questo film. O no?

  2. maurizio il 23 ottobre 2011 alle 17:28

    Evidentemente il film obbligava questo il recensore a guardarsi allo specchio, trapela dal suo disagio, che lui definisce noia, e dall’insieme delle sue opinioni prive di rispetto per un maesto e per un grande testo, un grande teatro e un ottimo cinema. La recitazione degli attori, il montaggio, il ritmo psicologico, i dialoghi, la perfetta coerenza di tutti gli elementi.
    Uno come Polanski non credo potrebbe soffrire di claustrofia se non in una cella occupata da sciocchi.

  3. giuseppe zucco il 23 ottobre 2011 alle 18:11

    ciao lorenzo,

    il problema è che ormai i film politicamente scorretti, almeno la grandissima parte, hanno fatto il loro tempo, non credi?

    non solo: anche usare l’ironia e il sarcasmo come le sole lenti d’ingrandimento per fare luce nella scatola nera del comportamento umano, è una cosa abbastanza trita.

    e in più: io in quanto spettatore mi sento defraudato se un film rinnega le sue premesse – in questo caso, il duello spietato tra due visioni del mondo – spingendo in tutti i modi lo spettatore verso una sola interpretazione, tra l’altro un’interpretazione così semplicistica da sfiorare il luogo comune (e infatti, non avendo molto da argomentare, per tutta la parte finale del film gli attori sbraitano in preda al parossismo, al punto che jodie foster ha i tratti del viso talmente alterati da assomigliare a popeye).

    forse, per un ecologia del campo culturale in cui viviamo, avremmo bisogno di opere che non riducano la portata e la complessità degli argomenti e delle storie. stilizzare la complessità è un conto, oscurarla a proprio vantaggio è un delitto.

    così arrivo alla tua domanda: in che modo si può rappresentare l’orrore del comportamento umano in modo da riconoscerlo e tentare di discostarsene il più possibile? un titolo su tutti, e neanche datato, di due anni fa, in modo da dimostrare che questo racconto non è appannagio dei vecchi maestri, uscendo una volta per tutte dal buco nero della metafora che ci vuole nani seduti sulle spalle dei giganti:

    il nastro bianco, di michele haneke, vincitore della della palma d’oro come miglior film al 62° festival di cannes.

  4. Rodolfo Saltalifossi il 23 ottobre 2011 alle 23:02

    che palle. cuore di tenebra? ancora? ma non vi siete stufati? cuore di tenebra e la sua trasposizione sullo schermo, apolalypse now?

    non sarà un gran film carnage, ma a dedicarci una pagina di recensione per un film che non ti è piaciuto… beh, che dire.

  5. mb il 24 ottobre 2011 alle 00:50

    A me pare però che il “duello spietato tra due visioni del mondo” sia solo una falsa premessa. Il congegno vuole che i quattro punti di vista – io non vedo uno scontro due a due, ma piuttosto uno, uno, uno, e ancora uno- si avvicinino sino a sovrapporsi perfettamente. Anch’io uscendo dalla sala ho avuto la sensazione d’aver guardato attraverso uno sguardo cinico (e clinico). E mi son chiesto, perchè Polanski non introduce un reale elemento di rottura ad un certo punto? Ma è lo spazio ad esser condannato: se un discorso deve evolvere, lo può fare solo fuori dall’appartamento. E le due coppie newyorkesi, entrambe integrate seppur partano da ideologie supposte diverse, hanno veramente difficoltà ad abbandonare lo spazio degli interni. Il progressismo d’un tempo, sembra forse suggerire, è difficilmente applicabile alla realtà di oggi: Jodie Foster è solo un volto stanco, e la sua visione politica -non distante a mio giudizio da un certo approccio umanitario e apolitico- non ha alcuna forza dialettica. L’unico atto -e non vana parola- del film è la violenza della nuova generazione (forzato? forse no). E si verifica fuori, all’esterno. Non mi pare inutile applicare gli elementi del film -che a me appare comunque un preciso esercizio- alla realtà ancora immobile del presente politico: parole/atto di violenza, internidomestici/esterno, generazione1/generazione2. Qui, a differenza che nel nastro bianco, i bambini sono ancora fuori campo, se non per qualche secondo: all’inizio, e alla fine.

  6. lorenzo galbiati il 24 ottobre 2011 alle 00:56

    Grazie a Giuseppe Zucco per la risposta, fa sempre piacere vedere l’autore non sottrarsi al confronto e alle eventuali critiche di persone che non conosce. In questo caso, comunque, siamo vicini come interpretazione, anzi, la sua ha illuminato la mia, il perché il film non mi abbia entusiasmato a livello intellettuale benché mi abbia, a differenza sua, tutto sommato divertito e soddisfatto. Concordo molto sul finale parossistico in sostanza senza argomenti. Concordo anche con l’ultimo commentatore, sembra un esercizio di stile questo film e io l’ho apprezzato più per la scrittura e la recitazione che altro, e al termine il mio pensiero è stato che sarebbe stato meglio vederlo come uno spettacolo teatrale. Non ho visto il Nastro bianco, rimedierò.

  7. francesco forlani il 24 ottobre 2011 alle 09:09

    Francamente credo che questa lettura non sia all’altezza del film. Del resto se capita a dei grandi registi di sbagliare un’opera trovo naturale che un “osservatore” possa aver sbagliato la prospettiva della propria visione. C’è più mondo “esterno” in quel salone, tinello, salotto, che in tanti mondi raccontati da fuori dal nuovo cinema. Insomma, questa volta Zucco non ci ha preso. E Valentina nemmeno
    effeffe

  8. Pisacane il 24 ottobre 2011 alle 18:49

    Carnage è uno dei film più prevedibili che abbia mai visto. La carne del lupo dietro la pelle dell’uomo educato, il bandito e la bestia dietro il borghese educato e fintamente evoluto. Questo è quello che ti aspetti di vedere già all’inizio del film, poco altro riesci a scorgere alla fine. Che sia un braccio di ferro tra progressisti e destrorsi, tra ottimisti benintenzionati e realisti disincantati, cristiani di buon cuore e cinici machiavellici, si sa come andrà a finire: con la consueta vittoria “dio del massacro”, del demone che svela la prevalenza della forza e la tollera, che vede il trionfo del lupo e l’accetta, in certi casi lo imita.

    Chi gioca sporco ha la meglio, nella storia è sempre andata così, la guerra è l’archè, che scoperta. Se il mondo è retto dagli squilibri della forza è meglio prevalere che soccombere, è meglio vincere che essere schiacciati; con buona pace di chi vagheggia estensioni della giustizia (o non confessa la natura coloniale di queste presunte estensioni). La specie umana si adatta in fretta a questa condizione generale, apprende le istruzioni del gioco e le applica, diventando lupo laddove trova agnelli. Come se il mondo non potesse mai virare drasticamente il suo movimento verso la giustizia (altro che approssimazione lenta verso i valori noumenici, vecchio Kant!), perchè il mondo non può che andare così, lo sanno tutti, Reza, Polansky e le signore sull’autobus. E la stessa natura della sinistra (certo è facile se la dipingono così) sarebbe la destra. Addio all’eticamente corretto, forse anche alla cultura (ennesimo riso del politicamente corrotto).

    Troppo facile, un tale pessimismo è una scorciatoia di chi non sa come uscire da un’immaginaria aporia. Il finale poi mi ha lasciato un’amarezza intollerabile. Sia quello interno, indicato solo dalla dichiarazione d’infelicità delle due donne, sia quello, estremo finale, esterno, che vede il criceto ancora vivo e i due ragazzini che giocano insieme. Giocano insieme? Dopo tutto quello che è successo mi metti quell’happy end assurdo? Si sono scannati per niente, tanto il ragazzino sfigurato perdona l’altro senza tanti problemi? E dove finisce la satira graffiante della borghesia, di cui tutte le recensioni entusiastiche parlano? Ai bambini, alla natura animale (il criceto ancora vivo), all’infanzia ancora non civilizzata e borghesizzata, la responsabilità di cambiare il corso delle cose?

  9. giuseppe zucco il 24 ottobre 2011 alle 23:46

    @ lorenzo galbiati

    mi sembra il minimo sindacale per chi partecipa a questo blog.

    @ a francesco forlani

    se hai tempo e voglia, mi piacerebbe proprio leggere una tua interpretazione/recensione del film: come ogni testo, anche questo non sfugge alla polisemia, ed è cosa buona e giusta che ad una visione delle cose se ne affianchi una opposta e contraria, o diversa e tangente. anche se il bello risiede nell’argomentazione, non nel puro e semplice “niet”.

    intanto ti lascio qui un altro commento al film che ho trovato nel blog di beppe sebaste:

    http://beppesebaste.blogspot.com/2011/10/terraferma-carnage.html

  10. maurizio il 25 ottobre 2011 alle 19:55

    A distanza di oltre un secolo dalla morte di Ibsen, non sembra proprio possibile che in Carnage si intendesse rappresentare il trilionesimo interno borghese con annesse implicazioni sociologiche e psicologiche. Anche la faccenda del confronto destra/sinistra mi pare incidentale. Potrebbe Polanski aver scelto N.York solo perché ha visto nell’immagine di quella città un Reale più puro di girone definitivamente approdato a una forma in qualche modo perfetta. I quattro protagonisti hanno tutto in comune: tengono famiglia, moglie, marito, un figlio, un telefono. Sono barricati e cementati all’interno, privi di qualsiasi prospettiva, intarsiati ognuno al posto suo, al grado suo, nella più mirabile e, a quanto pare, imperfettibile delle società umane. Soggetti senza gerarchie dichiarate che lottano tuttavia per prevalere. Lo scontro dialettico (Ma che dialettica mai sarebbe questa? E’ piuttosto un’esasperazione della chiacchiera, una lagolalia di scolarizzati a forza) non deriva dalle differenze, ma dall’identitità. Scontri tra uguali, tra aventi diritto, scontri del tutto intraspecifici. Anche se partivano da presupposti diversi (poco diversi… ed è qui il punto), millantando un atteggiamento più cosciente, oppure affidandosi alle circostanze, alle convenzioni, sono entrati tutti e quattro nella Fabbrica a spron battuto, hanno procreato, e si ritrovano in compagnia di una donna orrida, di un uomo orrido, di un lavoro corrotto. Si direbbe dunque che ogni cosa dovrebbe filare a meraviglia, il castello di menzogne dovrebbe tenere, invece non tiene, perché fanno così fatica a sopportare le proprie di imposture che accettare per buone anche quelle degli altri sarebbe davvero superiore alle forze di chicchessìa. Sono esemplari scelti, anche se non proprio a caso, nella Massa; procedono a casaccio nella vita operando inconsistenti aggiustamenti in corso d’opera, ma il loro carattettere è fissato, la loro palla è sparata senza una visione delle cose affidabile e recano ormai anche l’impronta somatica della loro disciplina distorta. Mi pare che l’operazione di Polanski sia del tipo di quelle di Hieronymus Bosch. Infatti è cinema. E andrebbe analizzata forse con gli strumenti della critica di quell’arte, o meglio ancora a mani nude. I diavoli non si dividono in liberal o radical. Al suo tempo il messaggio di Bosch intimava di ravvedersi. Ma ravvedersi oggi significherebbe essere fatti in tutt’altro modo: ravvedersi forse non è più possibile. I bambini e il criceto immagino che vogliano costituire una cornice di ossigeno. Infondo l’umano non è tutto nell’Universo.

  11. maurizio il 25 ottobre 2011 alle 20:54

    ops, ultima frase: Nell’Universo, in fondo, l’umano non è tutto.

  12. magda il 26 ottobre 2011 alle 09:43

    Io ho fatto l’errore di vederlo dopo aver visto la versione teatrale con Silvio Orlando:” il Dio della carneficina” E’ incredibile come un testo possa essere trasmesso in modo tanto diverso e interpretato così differentemente. La versione teatrale mi è piaciuta molto, perchè gli attori, con un Orlando strepitoso, sono riusciti proprio a rendere in maniera efficace e personale la schizofrenia, la paranoia, l’isteria collettiva nella gestione della quotidianità, della familiarità forzata, della borghesia in piena crisi di nervi. L’espressività, la caratterizzazione dei personaggi, la freschezza delle battute e la vivacità dei toni hanno davvero reso vivo un testo che Polasky uccide. Non si puo’ pretendere che il regista sia altro da se, e quindi si vede il film con rispetto ma senza compiacimento o esaltazione. Forse, per la mentalità necessaria, sarebbe andato meglio Woody Allen….più sarcastico e meno distaccatamente cinico. Non mi è piaciuto per niente.

  13. mariasole il 26 ottobre 2011 alle 13:22

    Grazie per questo pezzo, Giuseppe. A me francamente questo film ha lasciato solo una parola in bocca, alla fine, e quella parola è: brutto. Brutto, scontato, semplificazioni alla Muccino. Certo molto pop. Molto “amici di maria de filippi che pretendono di parlare di drammi umani”, non riuscendoci.
    Come suggerisce Giuseppe: chi non l’ha già fatto guardi Il nastro bianco. Quello sì, un film necessario.

  14. Domenico il 26 ottobre 2011 alle 19:55

    Abbiamo visto Carnage regia di Roman Polanski.
    Quale “carneficina” si può oramai fare in un interno borghese del nostro Occidente? E se ci si prova, si può usare un linguaggio ‘borghese’ e un meccanismo perfetto altrettanto borghese? Roman Polanski sembra crederci o forse i critici e gli amanti del Cinema sembrano crederci ancora di più. Se volessimo essere pigri o un po’ banali scriveremmo: è una commedia vivace e intelligente in un interno borghese claustrofobico; oppure: una commedia dura e arrabbiata che affonda il coltello nel perbenismo borghese; o ancora: uno splendido gioco al massacro tra quattro borghesi forti e sicuri solo all’apparenza. Non sbaglieremmo in fondo a scriverlo ma ci metteremmo un po’ nei panni stessi dei protagonisti e parteciperemmo al ballo mascherato di questa società.
    Roman Polanski è indiscutibilmente un grandissimo regista, un ragazzo sveglio e intelligente di settantotto anni, forse non possiamo chiamarlo un maestro solo perché non ha realizzato un capolavoro tra i tantissimi e spesso grandi film che ha fatto (tra i quasi trenta film della sua filmografia ricordiamo: Il coltello nell’Acqua (1962), del periodo polacco; Cul-De-Sac (1966), del primo periodo francese; Rosemary’s Baby (1968) e Chinatown (1974) del periodo americano. Un regista iconoclasta, di genere, colto e alto, provocatorio e – perché no – antiborghese più per motivi esistenziali che non ‘politici’ (la madre morta in un campo di concentramento; lui, a otto anni, scappato dal ghetto di Cracovia; nel 1969, la banda Manson uccide la moglie all’ottavo mese di gravidanza e altri cinque amici nella sua villa ad Hollywood, nel 1977 è accusato di aver avuto un rapporto sessuale con una minorenne, subisce un processo e scappa in Francia e negli ultimi anni trascorre in Svizzera un anno tra carcere e arresti domiciliari per quell’antico fattaccio. Polanski ama e conserva dei debiti narrativi con un certo cinema americano, anni Cinquanta e Sessanta e in quanto ai suoi punti di riferimento potremmo citare l’anarchico Bunuel, il cupo Fritz Lang, il fantasmagorico Wilder; di ognuno di loro – ma trovando un suo spessore e una sua strada – ha preso qualcosa o ha qualcosa in comune: crede nella dissacrazione, nel pugno in faccia allo spettatore, nella rivolta ma più in chiave filosofica che non economica. Ha spesso infranto le convenzioni tentando di non farlo apparire troppo, e tutto questo lo possiamo trovare anche in questo suo ultimo film. Purtroppo è la società, e la realtà che produce, che ha dissacrato talmente tutto che un qualsiasi film sembra inadeguato a scalfire quel muro di indifferenza, di cinismo e di disillusione che ci continua a far vivere e ci difende dalle delusioni incredibili.
    Carnage parte da una fortunata piece teatrale di Yasmina Reza ( pubblicata con il titolo Il dio del massacro da Piccola Biblioteca Adelphi), che è anche cosceneggiatrice del film; una trama semplice, da camera, con quattro personaggi – due coppie di quarantenni – che rappresentano gli stereotipi dei comportamenti politicamente corretti: l’idealista, il disilluso, il cinico, l’insoddisfatta. Un quadro sui borghesi di oggi e sul loro essere e apparire, dove la facciata è rigorosamente corretta e convenzionale, rispettosi delle regole sociali, tolleranti e civili fino a quando qualche bicchiere di whisky e qualche attrito personale non li fa esplodere e li mostra nel loro vero essere, individui soli, insoddisfatti, quasi selvaggi. La storia si svolge in un appartamento di New York e dura un mezzo pomeriggio, inizia con un accordo formale tra due coppie di borghesi che non si conoscevano prima e che sono venuti in contatto perché i loro due figli di dieci anni si sono picchiati al parco e uno dei due ci ha rimesso un paio di denti. La madre della vittima – Penelope (Jodie Foster), impegnata nello scrivere un libro sul Darfur, quasi in devozione con le sofferenze dell’Africa, convinta che la cultura sia il mezzo necessario per la pace sinonimo di felicità – vorrebbe risolvere il problema in maniera civile ma è anche quella più rigida , più formale, più infelice. C’è suo marito, Michael (John C. Reilly), venditore di maniglie e pentole; sembra quello più semplice e bonaccione, un po’ succube della moglie, ma è anche quello più cinico e naif. L’altra coppia è formata dalla broker finanziaria Nancy (Kate Winslet) formale, paziente e a sua volta un po’ succube di suo marito l’avvocato Alan (Christoph Waltz), ossessionato dal lavoro e dal suo cellulare che squilla in continuazione. Da due coppie civili e controllate si trasformano in quattro persone incivili, aggressive e frustrate. Dove saltano rapporti e affetti consolidati fino al silenzio distruttivo finale. Prima coppia contro coppia, poi donne contro gli uomini e nella parte finale ognuno da solo e per suo conto. E’ un racconto cinico e costruito con buona maestria, forse un po’ troppo ‘costruito’ e stilizzato, con un cast di grandi attori ben diretti ma senza picchi o ‘improvvisazioni’ coinvolgenti e con un montaggio sicuro e veloce nonostante la partenza un po’ lenta e niente sia davvero imprevedibile o sconvolgente.

  15. magda il 27 ottobre 2011 alle 10:43

    Oh ma quanti esperti di arti che abbiamo qui…..Bene, è sempre un piacere condividere idee e pareri su qualcosa di apparentemente aleatorio come l’arte… apparentemente non si fa del male a nessuno.



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