Laconia senza làconi

4 novembre 2011
Pubblicato da

di Antonio Pane

si smerigliano mele ai ritornelli del picchio

A otto anni dal magnifico azzardo di Lo scricciolo penitente (Scheiwiller 2002) Marco Ceriani sostiene un’altra prova estrema. Se si guarda a quell’antefatto, sequenza di 87 componimenti in quartine, Memoriré contempla due evidenti novità strutturali: la suddivisione in tre parti (Apici dei laconici, Sonetti, Ancora gli apici) e l’epentesi dei sonetti: i due che aprono e chiudono le ante laterali (rispettivamente di 44 e 36 quartine) e i diciotto che, a loro volta recinti dalle quartine, costituiscono il corpo centrale. La imperfetta simmetria di questa dantesca centuria è ulteriormente insidiata da tre ‘fuori tavola’ (due quartine e un sonetto) segnalati come tali da una diversa impaginazione e quindi relegati alla periferia dell’indice. L’architettura rende il nuovo edificio più coeso e se possibile più refrattario del precedente, di cui i numerati visitatori registrarono in vario modo la gemmea quanto inviolabile compattezza, il prestigioso idioletto che misurava un nichilismo appreso da Kafka e Beckett.

Il titolo del libro – univerbazione dell’incipit di un celebre sonetto di César Vallejo («Me moriré en Parìs con aguacero») ancora evocato nel programmatico «Morire – per me – sarà un trionfo | se quel giorno con aguacero nella steppa» (p. 38) – ne enuncia fellinianamente il gran tema (Domenico Pinto vi intravede, a farne un mot-valise, anche una suggestione dal «mememormee» che sigilla Finnegans Wake). Ma il pronome non inganni. In tutto il testo è impiegato assai parcamente, e anche allora evitando di assumere un qualche colore individuale o, peggio, biografico. Scorporata dalla persona del poeta, sottratta al dominio dell’io lirico, la morte si presenta qui nel suo ‘dappertutto’, che non riguarda tanto il mero fatto biologico quanto l’opera nullificante, il preventivo svuotamento di ogni creatura. Il suo linguaggio sarà una breviloquenza che, come vuole Federico Francucci, rinuncia alle pretese del soggetto intenzionante per rendersi insieme «anonima e rigorosamente formata», per attingere la «condizione di cosa», farsi «elemento della storia naturale». Ma questa pietrificazione, lo stato minerale richiesto dal ‘pensiero dominante’, è di una specie affatto particolare. Il regime atematico e antieuclideo (stretto sulla elusione del senso, sul rifiuto di ogni referente, sul tradimento dell’orizzonte di attesa), la dovizia ‘fiamminga’ delle immagini, l’oltranza ipotattica (prolungata all’infinito dalle frequenti aposiopesi), la stessa prosodia ‘arritmica’, tutto ciò conferisce alle ‘lapidi’ di Ceriani una mercuriale irrequietezza, un dinamismo, una profusione che sembra a ogni passo smentirne l’assunto. Il paradosso di questi versi è quello di fornire molteplici risposte a una domanda inconcepibile, stipare di illustrazioni un libro senza pagine, redigere una sontuosa tassonomia del vuoto, evocare una «Laconia senza làconi» (p. 62).

Presentando su «Poesia» un cospicuo anticipo del libro, Rodolfo Zucco parla di «congegni verbali, esatti, tetragoni, definitivi». Il condivisibile referto si può integrare aggiungendo che sono ordigni a orologeria, pronti a esplodere, a disseminarsi in una miriade di schegge. La vocazione epigrafica di Ceriani, la sua forza centripeta e conservativa, collide con un altrettanto congenito anarchismo, portato a sperdere ogni cosa che incontra. I suoi logoprismi (in cui splendono straniate faccette plurilingui: di latino, francese, spagnolo, polacco) sono allora veri amuleti sonori, singolari strumenti di uno sciamano che sputi via quel che cerca di preservare.

Questa dinamica, già tutta dispiegata nello Scricciolo (e, in nuce, nel precedente Sèver, 1995), trova nel libro di oggi si può dire il suo compimento: oltre non si può andare (l’ultima frontiera è l’impenetrabile quanto centrifuga serie dei sonetti). L’esito è tale da suscitare insieme ammirazione e sgomento. Ma il continuo rimbalzo dei nuclei emblematici (il frutteto, la serpe, la brughiera, la rondine, Alessandro, Clitemnestra), l’affollarsi di anafore, sinonimie, paronomasie, germinazioni etimologiche, l’acrobatismo dei rimandi sonori (una festa di assonanze, allitterazioni, rimalmezzo) non ci conduce sul terreno della manieristica serialità, dell’esercizio combinatorio, di un mondo intercambiabile e disumanato. La scrittura di Ceriani, lo ha detto Giovanni Raboni, è sempre «una questione di vita o di morte». Sorprende quindi, e persuade, come un accento rubato al pudore, lo spiraglio da cui, con il lasciapassare di Emily Dickinson, la voce del poeta si sporge nell’unico possibile saluto: «Cerniere-feritoie in noce od in mogano | dalle cui fessure io morto potrò traguardare | violacciocche che da prode sospirose non colgano | che la primavera al grembo loro più da ammirare? || Ma no! Passerò, passerò da i bottondoro | ai sudarii in acquivento e in federa neve | con, per rancume, a mio solo disdoro | il passaparola d’un’orazione celibe e lieve» (p. 35).

Marco Ceriani, Memoriré, pp. 128, € 15,00, Lavieri edizioni, S. Angelo in Formis – Villa d’Agri, 2010.

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