Ingranaggi – Rosaria Capacchione

6 novembre 2011
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Immagine di Salvatore Di Vilio

Il silenzio delle armi
di
Rosaria Capacchione
Il corto circuito coincide con il processo Spartacus e le battute conclusive del dibattimento rinnovato in appello. Porta la data del 13 marzo del 2008, la stessa della lettura in aula di una stranissima istanza di ricusazione, apparentemente motivata dal legittimo sospetto di influenze esterne (della stampa, della letteratura d’impegno, della magistratura inquirente) sulla Corte di assise di appello. Neppure un mese dopo, nella prima settimana di aprile, Giuseppe Setola, fresco di condanna all’ergastolo, lascia la comoda detenzione domiciliare a Pavia e si avventura lungo la strada delle stragi.

Racconteranno poi i collaboratori di giustizia che a chiamare la battuta, ad accompagnarlo a Casal di Principe, a presiedere le prime riunione organizzative, era stato Massimo Alfiero, referente bidognettiano dell’area del litorale. Ciò che il dibattimento ha raccontato è la dicotomica gestione del gabinetto di crisi del cartello casalese, bisognoso come mai prima – in quella primavera di tre anni fa – di affermare il suo dominio, la sua forza, la sua autorevolezza mafiosa: nei confronti degli affiliati, ai quali bisognava pur spiegare perché gli ergastoli sarebbero stati confermati, indicando i responsabili del fallito aggiustamento (promesso e vantato negli anni precedenti) del processo; e del mondo intero, che senza risposte visibili avrebbe letto la sentenza come una sconfitta del clan, che con i capi detenuti avrebbe perso buona parte del suo appeal e del suo prestigio.

Dunque, nella prima fase dell’offensiva le quattro famiglie casalesi – Schiavone, Bidognetti, Iovine, Zagaria – affidano a Giuseppe Setola e ai suoi uomini più fidati la prova di forza e il regolamento di conti. È la fazione bidognettiana quella più esposta perché è quel gruppo ad aver più peccati da farsi perdonare: per esempio, i pentimenti di Anna Carrino, compagna di vita per un quarto di secolo di Francesco Bidognetti, e del cugino Domenico Bidognetti. L’offensiva procede fino alla morte di Michele Orsi, ucciso a Casal di Principe una domenica mattina, in strada. Orsi era l’uomo che rappresentava, nella lettura della Procura, le tre gambe del tavolino: era un imprenditore, era vicino alla politica, era vicino alla camorra. Bruciato dall’arresto per lo scandalo del consorzio dei rifiuti Ce4, stava timidamente dialogando con la Procura, ed era diventato inaffidabile, per tutti ma soprattutto per la famiglia Schiavone. La sua esistenza in vita, con il bagaglio di conoscenze acquisite negli anni della gestione di Ecoquattro, era un pericolo per tutte le gambe del tavolino degli affari. Quell’omicidio, commesso il primo di giugno del 2008, è l’ultimo a rispondere a una strategia e a un interesse dei vertici del cartello casalese.

Strategia ben più alta e sofisticata di quella del manipolo setoliano che quaranta giorni dopo decide di ricorrere alla violenza indiscriminata e alle estorsioni massicce. Tanto per rimarcare la sua politica, Setola minaccia e chiede la tangente anche al titolare della concessionaria Honda di Parete, Tamburrino, parente stretto di Francesco Bidognetti. Non un affronto ma una deliberata presa di distanza che gli costerà la marginalizzazione da parte dei vertici del clan e il successivo arresto. Ciò che il processo che si è chiuso ieri sera ha documentato attraverso le testimonianze, i racconti dei pentiti, le ricostruzioni investigative, è soprattutto la parte autonomista della strategia del terrore, cioè il periodo che va da luglio del 2008 (estorsione a Tamburrino) alla cattura a Mignano Montelungo, dove comunque aveva trovato rifugio grazie a Riccardo Iovine e Michele Iovine, cugini del «Ninno», capo del cartello arrestato un anno fa dopo quindici di latitanza.

Quindi, la tentata strage dei nigeriani e la strage di Castelvolturno (fatti per i quali si è proceduto in Corte di Assise e per i quali Setola e i suoi fedelissimi Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia sono stati condannati all’ergastolo); la minaccia di ricorrere al tritolo contro forze dell’ordine, magistrati, avversari di ogni genere; gli attentati a decine di negozi e piccole imprese; il taglieggiamento sistematico di chiunque incassasse denaro, sia pure poche centinaia di euro, senza fare sconti neppure agli abusivi raccoglitori di pigne. Fino alla sparatoria a Trentola documentata dalle intercettazioni ambientali. Fino alla fuga rocambolesca attraverso le fogne. Fino alla cattura, nove mesi dopo l’evasione, quando ormai era diventato ingombrante e pericoloso per i suoi stessi capi, che pure lo avevano utilizzato come paravento alle operazioni di riposizionamento al vertice dell’organizzazione. Ingombrante soprattutto per Michele Zagaria, colui che si è aggiudicato il pacchetto di maggioranza, che invece chiedeva il silenzio delle armi per riprendere i suoi affari.

Pubblicato su Il Mattino il 27/10/2011

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One Response to Ingranaggi – Rosaria Capacchione

  1. véronique vergé il 7 novembre 2011 alle 08:33

    L’articolo accompagnato della fotografia di Salvatore di Vilio racconta come il clan dei Casalesi ha distrutto il tessuto economico di una regione, come ha distrutto la vita di chi era vicino o no del clan: vita fatta di paura, di fango (fuga attraverso le fogne), di sangue, di tradimento, di minaccia. Una vita sempre nel buio, chiusa senza la possibilità di inventare un altro destino: una vita senza musica, senza libri, senza amore per la sua propia terra, senza pace: è quello l’ingranaggio- essere senza libertà; forse l’ergastolo non è il peggio delle prigioni… La prigione era già nella scelta
    di appartenere a un clan mafioso.



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