Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)

10 novembre 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese

La monotonia delle mie riflessioni è provocata dalla monotonia del mondo che mi circonda. Per questo mi ritrovo ancora incredulo a pensare al “passaggio che non passa”, quasi fossi di fronte a una di quelle stralunate figure beckettiane che non riescono né a morire né a nascere, né a finire né a iniziare. Prendiamo solo due punti: uno relativo al funzionamento democratico, e uno relativo alla politica economica. Elezioni e referendum, da un lato, e Tobin tax, dall’altro.

Per potere passare ad altro, uscire da quest’incubo della coazione a ripetere gli stessi errori, mobilitando gli stessi argomenti, in una lotta sempre più aspra e ridicola con le mille contraddizioni e assurdità che emergono ad ogni frase, bisogna spostare il baricentro dell’azione dai rappresentanti ai rappresentati. La democrazia, come regime non solo politico, ma come modello epistemologico, lo richiede. Se il punto di vista di chi dirige conduce all’impasse, alla crisi, alla sofferenza generalizzata, bisogna lasciare spazio a un mutamento di punto di vista. Bisogna elaborare un’altra condotta di medio e lungo termine. Non ci sono garanzie che il passaggio elettorale promuova una svolta significativa, ma non ci sono altri modi che l’attuale democrazia conosca per rendere possibile un’alternativa. Qualcuno dirà che oggi ci può salvare solo una rivoluzione violenta. Non si può escludere nulla. In ogni caso, se passassimo a una fase rivoluzionaria, vorrebbe dire uscire dal quadro democratico che ha valso dal dopoguerra in poi e aprirsi a orizzonti imprevedibili, in cui soluzioni fasciste e autoritarie sono da mettere in conto assieme a soluzioni progressiste. La “pacifica Europa degli affari” potrebbe non solamente ritornare all’originaria pluralità irriducibile degli Stati-nazione, ma questi Stati-nazione potrebbero scegliere il proprio nemico nei vicini di casa e non in una struttura oligarchica internazionale.

In ogni caso, la volontà popolare è proprio ciò che gli attuali governi democratici in Europa non si possono permettere. La possibilità di un passaggio ad altro, a qualcosa che non sia la ripetizione del Medesimo, è loro preclusa. Cade Berlusconi, e l’unica cosa in cui l’opposizione può sperare è un governo tecnico, inclusivo, dove sia differito il più possibile il momento di porre la questione di una alternativa politica. Si erano dette due cose, da tempo: 1) l’Europa dei mercati e della Banca Centrale limita la sovranità nazionale, e quindi la democrazia; 2) non vi è più differenza tra destra e sinistra parlamentari; non esistono alternative alle politiche neoliberiste e al loro discorso legittimante. Queste cose si dicevano nell’ottica di smascherare l’ipocrisia del discorso ufficiale. Ora, invece, il discorso ufficiale le dice in prima persona, a chiare lettere, senza ambiguità alcuna.

Ci siamo nutriti dal 1989 della retorica dell’Occidente campione di democrazia e diritti umani, per arrivare nel 2011 a considerare come irresponsabile la proposta di un referendum al popolo greco, nel momento in cui dovrà accettare una serie di provvedimenti legislativi decisi a tavolino non dai suoi rappresentanti eletti, non dalle sue forze di governo, ma da uomini politici di altri paesi e da tecnici apolitici e anazionali. Il popolo è dichiarato irresponsabile, almeno durante la fase della crisi economica. Le democrazie occidentali hanno già conosciuto tutta la vergogna dello “stato d’eccezione” per ragioni di ordine pubblico e sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo è stata per un decennio un alibi alla violazione “democratica” dei diritti umani. Ora, stiamo entrando in una nuova fase dello “stato d’eccezione”: si potranno revocare le norme della democrazia ordinaria durante le lunghe e tortuose fasi della “crisi economica”. In altre parole, chi proporrà alternative di politica economica verrà considerato un irresponsabile e, nel caso il suo discorso avesse seguito, una vera e propria minaccia alla sicurezza del paese.

Governo greco moribondo, governo italiano moribondo: tutto ma non le elezioni. Ciò vuol dire semplicemente: quali che fossero gli esiti della consultazione elettorale, non sono previste politiche economiche alternative rispetto a quelle proposte da Francia e Germania.

Passiamo alla questione della Tobin Tax. Proposta per la prima volta all’inizio degli anni Settanta. Alla fine degli anni Novanta, viene riproposta da “Le Monde diplomatique” e dall’associazione ATTAC, che avrà un ruolo importante nel movimento altermondialista. A fine secolo, la Tobin Tax è una proposta che nasce all’interno di un movimento popolare, ispirato ai principi della democrazia diretta. Alcuni specialisti e molti cittadini comuni vedono qualcosa che gli specialisti più accreditati e la classe politica non vogliono vedere.

Più di dieci anni dopo, strangolati dalla crisi del debito, la Commissione Europea propone che venga discussa l’introduzione nel 2014 di una tassa sulle transazioni finanziarie. L’Ecofin, ossia l’assemblea europea dei ministri dell’economia e delle finanze non trova un accordo, dal momento che alcuni considerano dannosa l’applicazione di tale tassa nella sola Unione Europea. Si teme, come al solito, la fuga di capitali. (Tutto ciò è accaduto martedì 8 novembre.)

Come tradurre in parole povere questa vicenda? Ci sarebbe una soluzione non rivoluzionaria, ma di riformismo moderato, per evitare la crisi del debito e per non impoverire la maggioranza della popolazione europea che appartiene alla classe media e ai ceti popolari. Si andrebbero a prendere i soldi là dove ve ne sono in abbondanza, in mano a una cerchia ristretta della popolazione super-avvantaggiata, senza per altro rimettere radicalmente in questione l’ordine sociale esistente. Insomma, per anni hanno pagato soprattutto i meno ricchi e i decisamente poveri, ora paghino i molto ricchi. Questa opzione, secondo la nostra classe politica, non è realizzabile. Ma non lo è – ci avvertono – non per ragioni ideologiche. Dopo dieci anni, anche gli specialisti accreditati hanno capito che l’ingenuo popolo altermondialista aveva ragione. Il problema è che, realisticamente, questo piano non può essere realizzato. Ma perché? Perché i molto ricchi non vogliono pagare, e nel mondo attuale hanno tutti gli strumenti per non pagare.

Questo è il problema politico che dovrebbe essere all’ordine del giorno di un riformismo moderato, ossia delle sinistre istituzionali europee anche più timide.

Nel frattempo godiamoci la responsabilità dal gesticolìo sempre più surreale, stravagante, sconsiderato dei nostri tutori politici, nazionali e sovranazionali.

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17 Responses to Il passaggio che non passa (su elezioni e Tobin Tax)

  1. giorgio mascitelli il 10 novembre 2011 alle 16:30

    Tutto giusto, Andrea, ma aggiungerei che non è un segnale di salute per quel sistema di potere il fatto che emerga in una forma comprensibile a tutti e non solo a pochi intellettuali e militanti l’omologazione dei partiti. Del resto ieri l’edizione on line di lemonde scriveva che sono stati mercati e non la sinistra a sconfiggere Berlusconi,ma forse è interessante notare che il grande attacco speculativo all’Italia è partito dopo che i referendum avevano decretato la prossima fine politica della destra. Forse il vero oggetto dell’attacco speculativo è quel movimento e la sua rapida spinta alla politicizzazione e alla ripresa della democrazia, che non è solo un sistema di regole, ma una pratica della polis, cioè una pratica politica.

  2. marco rovelli il 10 novembre 2011 alle 17:06

    Il nostro nuovo presidente del consiglio all’università fu allievo di Tobin, ma temo che non se ne ricorderà. Così come in Grecia, stiamo dando le chiavi di casa a quei poteri che la casa l’hanno devastata.

  3. andrea inglese il 10 novembre 2011 alle 17:23

    a marco,
    … sicuro non se ne ricorderà, d’altra parte lo stesso Tobin abiurò se stesso…

    a giorgio,
    apri una prospettiva ancora più inquietante, ma verosimile

    in ogni caso, quanto si annuncia all’orizzonte non mi permette di stappare nessuna bottiglia, e questo la dice lunga; su Repubblica sono riusciti a realizzare l’equazione più improbabile: crisi (mondiale) del debito = colpa di Berlusconi; via berlusconi = Italia (Europa) ((Mondo)) fuori dalla crisi.

    Da oggi abbiamo tutti un nuovo idolo. Preghiamolo a dovere il signor Monti. Che faccia il miracolo di risanare il paese senza ridurre lo Stato in pezzi, e i tanti lavoratori in pezzenti.

  4. jacopo galimberti il 10 novembre 2011 alle 17:31

    se la BCE ritiene il popolo greco irresponsabile, potrebbe sempre scioglierlo ed eleggerne un altro.

  5. Diego Paltrinieri il 10 novembre 2011 alle 21:23

    Volevo andare un po’ oltre le condivisibili affermazioni di Andrea Inglese, nel senso di provare ad usarle come una rampa di lancio. Mi spiego. Allontaniamoci – solleviamoci – per un attimo dalla pesante quotidianità che ci schiaccia e che ci pone in effetti davanti al dilemma di ripensare (con paura) il concetto di democrazia rappresentativa. Immaginiamo di vedere dall’alto, in un insieme organico la grande rete sociale-economico-politica che turbinosamente si agita in un intreccio inestricabile, ma che mantiene pero’ ancora chiaramente distinti dei grossi nodi qua e la’ ( i molto ricchi ed i loro strumenti per non pagare ) da tutto il resto della rete ( il 99% di Occupy Wall Street ). Bene, la visione che si ha e’ : gli Stati-Nazione sono gia’ morti da un pezzo, ma nessuno si vuole occupare del loro funerale, perché c’e ancora una piu’ grande ipocrisia che ci informa ed e’ che parliamo ancora di politica, quando a mio avviso la politica che conosciamo e’ evaporata al calore del determinismo economico, che tutto regge. Esempio : se la Grecia, come spero, non fallirà non sara’ grazie ad un capolavoro politico, ma per la semplice risultante del fatto che la bundesbank non se lo puo’ permettere, avendo “in pancia” quasi il 60% del debito greco. Bisogna davvero ripensare i fondamenti di una politica che abbia come primo obiettivo quello di scardinare dalla testa della gente l’idea che il determinismo economico sia il centro di tutto. Vaste programme!

  6. Thailandia il 10 novembre 2011 alle 22:07

    A volte penso ci siano paesi che non siano pronti per la democrazia. Ultimamente mi sorge che con la classe politica che ci ritroviamo ormai da vent’anni, anche l’Italia non sia poi tanto pronta !

  7. lorenzo galbiati il 11 novembre 2011 alle 00:20

    Propongo una serie di idee e domande alternative ad alcuni punti scritti da Andrea:

    1. “Non ci sono garanzie che il passaggio elettorale promuova una svolta significativa, ma non ci sono altri modi che l’attuale democrazia conosca per rendere possibile un’alternativa. Qualcuno dirà che oggi ci può salvare solo una rivoluzione violenta. Non si può escludere nulla.”
    1. La democrazia che conosciamo è solo un tipo di democrazia possibile, quello sviluppato nell’ambito dello stato liberale e del sistema economico capitalistico. La riforma di questo tipo di democrazia può passare solo dalla critica radicale allo stato liberale e al sistema capitalistico. La rivoluzione violenta è inclusa nel sistema, dato che lo stato liberale, il capitalismo, il comunismo (ideologia che, fallendo ha portato alla presente situazione di mancanza di alternativa) nascono da rivoluzioni violente. La rivoluzione che tocca alla radice il concetto di democrazia che stiamo assolutizzando può essere solo nonviolenta. Ma noi colleghiamo il concetto stesso di rivoluzione a qualcosa di veloce e traumatico, e quindi di violento e pertanto non riusciamo ad immaginarci una rivoluzione nonviolenta.

    2. “Cade Berlusconi, e l’unica cosa in cui l’opposizione può sperare è un governo tecnico, inclusivo, dove sia differito il più possibile il momento di porre la questione di una alternativa politica.”
    Il governo tecnico non è l’unica cosa che può sperare l’opposizione, il sostenerlo dipende dalla totale incapacità e direi anche pochezza, impresentabilità, ottusità politica, e me ne verrebbero tantissime, della dirigenza del PD, la quale è talmente deficiente nel proporre un programma, una coalizione e un leader che abbiano una loro identità di pensiero, che spera che il governo tecnico sia il prologo a una coalizione da Fini a Vendola. Lo stesso Andrea scrive sotto che anche con le elezioni e un cambio di maggioranza non cambierebbe nulla, il nuovo governo seguirebbe i diktat delle banche.

    3. “Negli Stati Uniti, la lotta al terrorismo è stata per un decennio un alibi alla violazione “democratica” dei diritti umani. Ora, stiamo entrando in una nuova fase dello “stato d’eccezione”: si potranno revocare le norme della democrazia ordinaria durante le lunghe e tortuose fasi della “crisi economica”.
    La presa del potere politico da parte dell’establishment militare americano la denunciava già Eisenhower. La guerra preventiva all’URSS la discuteva già la CIA con Kennedy. Insieme alla guerra fredda, la guerra al terrorismo è un concetto che è sempre stato presente negli USA ma che è diventato importante già negli anni Settanta. Carter è caduto per la questione terroristica legata all’Iran, Reagan, che ha contribuito ad alimentare la crisi degli ostaggi sottobanco, ha esordito alla sua presidenza dicendo che la guerra al terrorismo era la priorità (che ogni tanto affiancava a quella all’impero del male, l’URSS) ed è passato dall’Iran, cui ha scatenato contro l’Iraq, alla Libia, e infatti ha tentato di uccidere Gheddafi. Finita la guerra fredda nel 1989 è partita alla grande la guerra al terrorismo (Iraq, gennaio 1991). Contemporaneamente a tutto questo gli stati arabi facevano la loro parte attaccando Israele, che reagiva con gli interessi, e intanto distruggeva la nazione palestinese. Non c’è bisogno che vi parli delle guerre sostenute poi da Francia e GB. Ora si sta per concretizzare la prossima guerra, all’Iran o altrove.
    Lo stato di eccezione di cui parla Andrea, è la normalità per le democrazie cosiddette avanzate.
    La democrazia è incompatibile con uno stato di guerra perenne, e sarebbe ora di riflettere sul fatto che lo stato liberale, ossia l’attuale “democrazia” in cui viviamo, e il sistema capitalistico che l’ha creato prevedono uno stato di guerra perenne, e perciò non sono realmente democratici, non potranno mai risolvere la questione dei diritti.

    4. “Si andrebbero a prendere i soldi là dove ve ne sono in abbondanza, in mano a una cerchia ristretta della popolazione super-avvantaggiata, senza per altro rimettere radicalmente in questione l’ordine sociale esistente. Insomma, per anni hanno pagato soprattutto i meno ricchi e i decisamente poveri, ora paghino i molto ricchi.”
    Perché non si dovrebbe tagliare gli armamenti invece, usati sempre per missioni di guerre all’estero? Sapete quanto ci costano i cacciabombardieri F35, caccia con scopi prettamente offensivi e in grado di trasportare ordigni nucleari? Basterebbe tagliare sulle armi per risanare il debito. Invece partecipiamo a guerre all’estero con la Nato che compie inesorabilmente crimini di guerra come quelli compiuti a Sirte in Libia (e non solo in quella città).
    Questo è il problema della sinistra! Non accorgersi delle cause, delle conseguenze e dei costi della guerra, di come questa sia connaturata all’attuale sistema non solo economico ma anche democratico che finora conosciamo.

  8. andrea inglese il 11 novembre 2011 alle 00:53

    L’attuale sistema politico europeo, sinistre incluse, è incapace di proporre in modo serio e risoluto un programma di minima giustizia sociale, un programma riformista moderato, come la Tobin Tax. In un editoriale apparso su Le Monde del 25 ottobre, Pierre Larrouturou membro del Consiglio politico di Europa-Ecologia ha ricordato che se la Tobin Tax fosse stata introdotta all’inizio della crisi, nel 2008, avrebbe potuto fruttare dai 200 ai 600 miliardi di euro. Con tali fondi si sarebbe potuti intervenire nella crisi greca, senza dover varare politiche inefficaci di austerità.

    Ora, Lorenzo quali sono le cifre attuali della spesa militare italiana ed europea? Di quanto bisognerebbe ridurla per ottenere fondi equivalenti alla Tobin Tax?

    Che tu mi dica che si potrebbero ridurre completamente le spese militari, e così risanare definitivamente le diseguaglianze sociali non è l’argomento in questione. Una tale programma non sarebbe riforimista, ma rivoluzionario. Come tale di ardua se non impossibile attuazione a medio termine, laddove la Tobin Tax potrebbe essere un programma difendibile dalle sinistra istituzionali e realizzabile da subito.

    Infine, che una rivoluzione possa essere anche non violenta è verissimo. Ma perché ciò avvenga deve diventare egemone nei movimenti di contestazione una cultura della lotta non-violenta. Ora per ora nei movimenti non c’è grande cultura sui metodi di lotta. E quel poco che ce n’è è piuttosto rivolta a forme violente. Naturalmente anche questo potrebbe cambiare, ma per ora non se ne vedono grandi avvisaglie.

  9. andrea inglese il 11 novembre 2011 alle 01:03

    a diego,

    nonostante la propaganda voglia farcelo credere gli Stati-Nazione sono ancora ben reali, perché ben reali sono le culture nazionali, o lo zoccolo antropologico sulle quali queste culture poggiano; ma per le logiche del capitale gli stati-nazione sono effettivamente un intralcio.

    per il determinismo economico: quando tu parli degli interessi economici tedeschi nel tenere in vita la Grecia hai senz’altro ragione, ma il determinismo economico che regna da trent’anni è il frutto di un progressivo ripiegamento del politico.

  10. lorenzo galbiati il 11 novembre 2011 alle 14:31

    Andrea,
    il tuo discorso tocca due punti:, la crisi della democrazia occidentale, ossia la mancanza di una alternativa alla rappresentanza, e poi le soluzioni alla crisi economica.
    Tutto viene messo in relazione al sistema finanziario mondiale. Io ho proposto un punto di vista che ho chiamato alternativo, ma che in verità è complementare, ed è quello di considerare le politiche di guerra.
    Dal mio punto di vista, non si può relegare la guerra a semplice effetto del sistema economico imperante, che sarebbe quello che causa tutta la crisi democratica/politica/finanziaria occidentale. La guerra è il principale strumento con cui si attua questo sistema, la guerra è causa ed effetto della crisi di rappresentanza occidentale, della crisi finanziaria, e della mancanza di una alternativa politica.
    Perché se uno stato è in guerra perenne, l’opinione pubblica, i partiti sono sempre più uniti a sostenere i loro leader, e l’opposizione è ridotta al minimo, e con essa ogni possibile alternativa. Nel 1991 Occhetto fece astenere il nuovo PCI dal voto sulla guerra all’Iraq per dimostrare di non essere più antiamericano. Per la prima volta il PCI, la sinistra, sostiene di fatto una guerra. Da lì si passa a D’Alema che fa le scarpe a Prodi per lanciare la guerra al Kossovo e vantarsene. Nel 2011 l’ex comunista Napolitano, presidente della Repubblica, praticamente impone a tutto il Parlamento di essere uniti nel votare la partecipazione alla guerra alla Libia. Intanto prima di lui Ciampi ha inaugurato la retorica patriottarda con la festa della Repubblica con relativa sfilata militare, con i baci alla bandiera sulle tomba dei caduti (“martiri”) di guerra, con la medaglia al valore civile per mercenari come Quattrocchi. Non si può non vedere come la mancanza di alternativa politica vada di pari passo con la retorica nazionalista e la politica bellicista, sulle orme degli USA.
    Possiamo valutare in modo differente questo parallelismo, ma poiché questo aspetto mancava nel tuo articolo, a parte il riferimento fugace alla lotta al terrorismo, io l’ho sottoposto alla discussione perché secondo me non è un semplice effetto marginale bensì una causa/effetto di primaria importanza della crisi democratica e di alternativa politica discutendo la quale hai aperto il tuo articolo.

    Venendo ora alla crisi finanziaria.
    Auspichi un passaggio a politiche riformiste che non si verifica, e prendi come esempio la Tobin Fax.
    Ora, io non mi intendo di economia né tanto meno di finanza. Con tutti i dubbi del caso, quindi, per quel che ho letto e capito, provo a dire la mia.
    La Tobin Tax non è stata approvata perché già all’interno dell’Europa molti si oppongono. Inoltre la GB non la vuole, sulla scia di quanto fanno gli USA. Applicare la Tobin Tax solo per certi stati viene visto come rischio da tutti, tant’è vero che il Belgio da anni è disponibile solo se la Tobin viene estesa a tutti. Tutto questo senza contare che la Tobin Tax non è mai stata applicata e le variabili nel medio e lungo termine di una sua applicazione sono difficili da calcolare ovvero non è detto che indirettamente non vada a colpire anche i semplici consumatori.
    Ciò che tu chiami una proposta riformista moderata potrebbe essere una semplice misura di correzione del mercato ad esso funzionale: una riforma conservatrice, con la quale non si misura il riformismo della sinistra. Non a caso la propongono due governi di centrodestra in Europa: Francia e Germania. Pongo questo dubbio, che mi sembra un forte dubbio. Posso anche sbagliarmi, ma anche nel caso la Tobin Tax sia una proposta riformista, non mi pare possa essere considerata il “passaggio che non passa”, il prologo a una politica riformista.

    Io penso siano altri i passaggi che caratterizzano una politica riformista, ossia che riesca a proporsi come alternativa, e uno di questi non può non essere la revisione della politica di guerra. Su cui devo tornare più tardi per risponderti con delle cifre, ma dico subito che non sto proponendo una riforma rivoluzionaria, il taglio totale delle spese militari, bensì il taglio di parte delle spese militari, spese che peraltro non sono per nulla necessarie alla popolazione.

  11. andrea inglese il 11 novembre 2011 alle 15:35

    a lorenzo:

    qui non fai altro che ripetere paro paro quanto scrivono i giornalisti: “La Tobin Tax non è stata approvata perché già all’interno dell’Europa molti si oppongono. Inoltre la GB non la vuole, sulla scia di quanto fanno gli USA. Applicare la Tobin Tax solo per certi stati viene visto come rischio da tutti, tant’è vero che il Belgio da anni è disponibile solo se la Tobin viene estesa a tutti. Tutto questo senza contare che la Tobin Tax non è mai stata applicata e le variabili nel medio e lungo termine di una sua applicazione sono difficili da calcolare ovvero non è detto che indirettamente non vada a colpire anche i semplici consumatori.”
    Spiegami in che modo la Tobin Tax, che è un tassa sulle transazioni finanziare, colpirebbe il “semplice consumatore”. (E che cos’è mai questo semplice consumatore? E che c’entra qui? Qui si vede che i giornalisti devono scrivere un tanto all’ora.) Il ragionamento del: o si applica dappertutto o non si applica mai, vale ovviamente per tutto. Ti sembra un argomento stringente. Smettiamo di far applicare i diritti umani anche in Italia, visto che altrove nel mondo non li applicano. Quanto alle valutazioni dei rendimenti della Tobin Tax, sono state fatte; ovviamente non credo ci sia perfetta unanimità sulle cifre, ma delle stime esistono. Te ne ho ricordate alcune (fonte Le Monde). La Tobin Tax dici tu è una proposta di politica economica conservatrice. Bene. Significa che gli altermondialisti sono stati infiltrati così come Le monde Diplomatique, ATTAC, ecc.
    Sinceramente non capisco il tuo punto di polemica, ma mi fermo qui. Credo che tu abbia scambiato quello che per me è un sintomo (la non applicazione della Tobin Tax) in un obiettivo per me imprescindibile e risolutivo.

    Quanto al riformismo che tu proponi: ridurre le spese militari. Credo che faccia certamente parte di una politica riformista che la sinistra istituzionale potrebbe senz’altro sostenere. Bisogna capire in che percentuale e con quali ricavi per la collettività. E come tu dici potrebbe essere complementare ad altre misure, come la Tobin Tax. Se poi provi anche a dare dei dati indicativi in proposito, tanto meglio.

  12. lorenzo galbiati il 11 novembre 2011 alle 17:18

    Sulla Tobin Tax io mi sono limitato a riferire i fatti che ho letto, prima di dire la mia. Non mi pare che ci siano paesi che vogliano applicarla solo a se stessi, né che ci sia consenso unanime sull’applicarla solo in Europa. Scrivo il pezzo cui anche tu fai riferimento.

    (ANSA) – BRUXELLES, 9 NOV – L’Europa vorrebbe far pagare i costi della crisi anche alle banche e alla finanza, ma l’idea di una Tobin Tax europea che potrebbe dare un gettito da 57 miliardi di euro all’anno non partira’ mai. E’ quanto emerge in una riunione dell’Ecofin che certifica una volta di piu’ le divisioni della Ue, non solo tra i 27 ma anche tra i 17 di Eurolandia. I ministri finanziari che si riuniscono a Bruxelles in piena crisi, con un orecchio a Roma e l’altro ad Atene, riescono a compiere l’atto dovuto del via libera formale alla nuova governance economica (il ‘cosiddetto six pack’) che entrera’ in vigore a meta’ dicembre e del quale l’Italia sotto sorveglianza, come conferma Rehn, e’ il primo test. Ma dopo gli scarsi progressi in sede di Eurogruppo sul potenziamento del fondo salva-stati Efsf, se ne fanno pochi anche per la ricapitalizzazione delle banche.

    TOBIN TAX, LONDRA ALL’ATTACCO – La tassa sulle transazioni finanziarie (0,1% su quelle di azioni e obbligazioni, 0,01% per derivati e prodotti strutturati) la chiedono Merkel e Sarkozy, la propone con forza la Commissione europea, la invoca il Parlamento europeo ma Londra, la maggiore piazza finanziaria europea, e’ ferocemente contraria. Teme che si dissolva la sua maggiore industria. Andrebbe bene se fosse globale, convengono tutti. Ma siccome cosi’ non sara’, perche’ al G20 Usa e Cina hanno gia’ detto no, la Gran Bretagna pone di fatto il veto in un Ecofin dove si scatena la polemica. Il Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, ha toni sprezzanti: ”Inutile perdere tempo su qualcosa che non otterra’ mai l’unanimita’ nella Ue”. Il tedesco Schauble la vorrebbe invece al piu’ presto magari solo nell’Eurozona, visto che secondo le stime di Bruxelles potrebbe dare un gettito da 57 miliardi di euro. Ma anche tra i 17 sono poche le voci che si schierano al fianco di Parigi e Berlino: Belgio, Grecia, Finlandia, Slovenia e Spagna.

    Non capisco quindi cosa imputi a me o ai giornalisti.
    Per quanto mi riguarda ho espresso il dubbio su quanto sia riformista la Tobin Tax, nell’ottica di una sinistra riformista che sappia proporre una alternativa. Forse dovremmo intenderci su cosa significhi “riformista” e “alternativa politica”. Io credo che la Tobin Tax possa servire a risanare l’economia facendo pagare anche i più ricchi ma non credo, per quel che capisco al momento, come possa essere indicata come via maestra per una politica alternativa riformista di sinistra. Mi sembra al massimo una riforma all’insegna del rendere più umano il capitalismo, del regolarizzarlo un po’, ma questo non fa parte del pensiero unico che anche tu hai denunciato in questo e in altri vari tuoi post?
    Cosa ci sarebbe di alternativo e di sinistra in una misura presa in tempo di crisi da organismi internazionali e da stati con governi sia di destra che di sinistra? Come può un’iniziativa del genere essere il prologo a una sinistra con una alternativa politica?

    Le cifre della Tobin Tax sono 57 miliardi l’anno per l’Europa, partendo ora.
    Vediamo il caso degli armamenti solo italiano.
    Se si tagliassero i due terzi degli investimenti della difesa, si otterrebbero per l’Italia 18 miliardi di euro.
    Ecco da un articolo dell’Espresso:

    “I tecnici militari possono sviluppare i calcoli che vogliono, ma a occhio e croce non servono certo due portaerei, 131 caccia F-35, otto linee diverse di aerei, 400 carri armati e oltre mille veicoli da combattimento cingolati e blindati e varie centinaia di pezzi di artiglieria che da settant’anni non vedono un impiego e vengono radiati dal servizio senza neppure aver sparato un colpo.
    Con una forza calibrata su tali esigenze ed equilibrata nelle diverse componenti la struttura di comando e controllo e quella logistica sono importanti ma possono essere limitate con le sinergie e l’integrazione. I tecnici contabili possono quantificare le esigenze finanziarie come vogliono o possono ma per uno strumento moderno a regime in grado di soddisfare le esigenze operative individuate è necessario appena un terzo dei 27 miliardi di euro che oggi vanno alla Difesa, includendo nel calcolo i fondi destinati da altri ministeri all’acquisto di mezzi e alle attività.”
    Da qui
    http://www.disarmo.org/rete/a/34905.html

    Invece, oltre a non tagliare, l’Italia in tempo di crisi si è lanciata nell’acquisto di cacciabombardieri F-35, l’investimento militare più costoso dal dopoguerra a oggi. Già il governo Prodi mentre lanciava una finanziaria che colpiva sanità e scuola con Padoa Schioppa si cimentava nell’acquisto di cacciabombardieri, ora il governo Berlusconi, dal 2009, in tempo di piena crisi si è impegnato in un programma di acquisto di caccia F35 che ci costerà circa 20 miliardi di euro nei prossimi anni.

    “Anche se il Governo tiene bloccata da tempo (almeno dalla fine 2009) la decisione definitiva, l’Italia a breve potrebbe perfezionare l’acquisto di oltre 130 cacciabombardieri d’attacco Joint Strike Fighter F-35: un programma che ad oggi ci è costato già 1,5 miliardi di euro ne costerà almeno altri 15, solo per l’acquisto dei velivoli, arrivando ad un impatto di 20 miliardi nei prossimi anni. Senza contare il mantenimento successivo di tali velivoli.”

    Da qui:
    http://www.disarmo.org/rete/a/34753.html

    Contro l’acquisto di questi caccia è partita una campagna, da due anni, delle associazioni della società civile, che trovi appunto sulla Rete Disarmo che le coordina, con raccolta di quasi 10 000 firme nel quasi completo silenzio di media, politici, e intellettuali di sinistra, gli stessi (noi stessi) che dovrebbero indicare una alternativa politica (e in questo caso economica) di sinistra e che chissà perché non parlano mai del taglio al bilancio militare.

    Perché?

  13. andrea inglese il 11 novembre 2011 alle 17:59

    a lorenzo,

    “Mi sembra al massimo una riforma all’insegna del rendere più umano il capitalismo, del regolarizzarlo un po’, ma questo non fa parte del pensiero unico che anche tu hai denunciato in questo e in altri vari tuoi post?”

    Caro non ci capiamo. Pazienza. Per te è ininfluente se in Italia fanno a pezzi quel che resta dello stato sociale, se in Grecia riducono drasticamente i già bassi stipendi degli statali, se si generalizzerà il precariato in ogni settore della vita lavorativa. Per me non è ininfluente. Oggi una politica che proponesse un’alternativa alle politiche di austerità è una politica di riformismo moderato. Ma chiamala pure Lanzo Buzzanca se ti pare. Il risultato è uguale: ciò impedirebbe di colpire ulteriormente le persone che stanno peggio, e potrebbe addirittura migliorare il loro livello di vita materiale. Non è il paradiso in terra, ma è un po’ meno d’inferno per i dannati. E non ci sputo sopra. Vivo in un paese dove esiste ancora uno stato sociale, e la vita delle persone è meno infelice che in Italia, dove un sacco di garanzie sociali sono saltate da un pezzo.

  14. andrea inglese il 11 novembre 2011 alle 18:12

    sempre a lorenzo
    Ti ringrazio comunque per le cifre relative al disarmo.

  15. lorenzo galbiati il 11 novembre 2011 alle 18:34

    Andrea, ti stai fissando sul mio opinabile giudizio (da me stesso espresso come dubbioso) su quanto sia riformista o meno la tobin tax, quanto rappresentativa di una alternativa di sinistra. Come sai, Mr. Tobin è un conservatore, propugnatore del neoliberismo.

    Lo scopo principale della tassa resta comunque quello di gettare sabbia nel meccanismo della speculazione e del “dominio dei mercati finanziari”, come recita Tobin. La Tobin tax può essere certamente solo un primo passo e servono ulteriori passi.

    Ad esempio, l’abolizione dei paradisi fiscali, la stabilizzazione delle valute deboli, il controllo del mercato dei Capitali o un rafforzamento del controllo sulle banche e sulle Borse Valori.

    Il rimprovero che Attac rifiuterebbe le istituzioni internazionali, semplicemente non ha ragione di esistere. Una struttura globale che portasse nuovamente l’onnipotenza dei mercati sotto controllo democratico farebbe da contrappeso a mercati sempre più globalizzati.

    WTO, FMI e Banca Mondiale potrebbero essere teoricamente istituzioni del tutto appropriate a questo scopo. Ma finché sono sotto il controllo dei paesi industrializzati e servono al rafforzamento dell’ideologia di mercato neoliberale, essi giovano principalmente ai paesi ricchi e devono essere perciò profondamente riformati.

    Per esempio, i programmi di adattamento strutturale del FMI non hanno in nessun modo migliorato la situazione del sud. Piuttosto, le ricette patentemente neoliberali, come la liberalizzazione indiscriminata del commercio estero e del capitale, l’abbassamento delle aliquota d’imposta, la denazionalizzazione, ed una disciplina rigida di budget, hanno intensificato ulteriormente i problemi durante le crisi. Attac è totalmente per la globalizzazione, ma per la globalizzazione della giustizia sociale, dell’ambientalismo e della democrazia.”

    Dalla risposta di Attac alle critiche di Tobin.

    Come hai letto, ho detto che per quel che capisco la Tobin Tax potrebbe essere utile (benché continuerei a restare scettico sui suoi possibili sviluppi indiretti futuri ma questo perché ci immergiamo nel sistema complesso dell’economia, con tutte le regole dei sistemi complessi) ma non capisco perché debba essere preso come modello di alternativa di sinistra.
    Da sola serve ad arginare la speculazione e a incassare soldi. Questo non garantisce che l’inserimento della Tobin Tax porti a un maggiore stato sociale.
    Cosa ha impedito l’inserimento della Tobin Tax lo sappiamo: richiede una scelta collettiva a livello di mercati internazionali.
    Cosa impedisce invece di tagliare le spese militari (o altrove, o di mettere imposte ai redditi patrimoni o alle rendite dei ricchi?)
    o e di indirizzare i soldi a contratti e servizi pubblici?
    Le scelte di sinistra in ambito della finanza, dovrebbero essere quelle conseguenti alla Tobin Tax, quelle che per esempio vorrebbe Attac e che critica Tobin. E questo se ci concentriamo sulla finanza. E non capisco perché dovremmo fermarci lì quando abbiamo già a disposizione ampi settori di spesa pubblica che potremmo tagliare.

  16. lorenzo galbiati il 11 novembre 2011 alle 18:53

    In conclusione (per quanto mi riguarda), Andrea,

    sei partito nell’articolo con dei giudizi netti sullo stato della democrazia occidentale e con una invocazione “alta” sull’esigenza di una alternativa politica – cose che condivido, integrandone l’analisi della causa con le politiche di guerra.

    E hai finito proponendo la Tobin Tax, da te definita scelta moderatamente riformista. Io la considero appunto molto, molto moderata, e forse troppo poco per indicare la strada a una alternativa politica. La nonscelta della Tobin Tax può essere un sintomo, come hai scritto in un commento, della mancanza di una alternativa, ma dubito che l’eventuale scelta europea della Tobin Tax possa essere qualificata come sintomo della nascita di una alternativa politica – credo sia su questo che dissentiamo.

  17. lorenzo galbiati il 15 novembre 2011 alle 12:48

    “Costano 16 miliardi, spendiamoli altrove”

    Novara, protesta contro i caccia F-35

    Un migliaio di persone al corteo contro i capannoni Lockheed-Alenia, in costruzione a Cameri, che produrranno i 131 velivoli da guerra. Presenti anche i No Tav e i No Dal Molin. “Uno spreco di soldi pubblici, si potrebbero creare più posti di lavoro e benefici sociali”Un migliaio di manifestanti si sono dati appuntamento questo pomeriggio a Novara per ribadire il loro “no” al programma militare F-35: “Una costosissima e inutile macchina di morte”. Armati di ironia e determinazione hanno preso di mira il nuovo supercacciabombardiere a decollo verticale con slogan e cartelli informativi. Il nuovo aereo militare, che ha già mostrato tutti i propri limiti sia in termini tecnici che di costi, dovrebbe essere assemblato in uno stabilimento in corso di realizzazione nell’aeroporto militare di Cameri, in provincia di Novara.

    “L’acquisto e l’assemblaggio di cacciabombardieri F-35 nello stabilimento che Lockheed Martin ed Alenia stanno facendo costruire all’interno dell’aeroporto militare di Cameri, a pochi chilometri da Novara, costituiscono l’ennesimo spreco di soldi pubblici – hanno detto gli organizzatori della manifestazione -. La ditta vicentina Maltauro, che ha vinto l’appalto per la costruzione dei capannoni dall’inizio del 2011, ha cominciato i lavori. Mentre si tagliano spese sociali, sanità, pensioni e scuola, si spendono venti miliardi di euro per produrre strumenti di morte e distruzione”.

    Continua qui
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/12/novara-protesta-contro-caccia-costano-miliardi-spendiamoli-altrove/170347/



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