Richard Hamilton [1922 – 2011]

27 novembre 2011
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Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?
[1956 collage con immagini e pubblicità di riviste popolari dell’epoca]

Un culturista muscoloso brandisce provocatoriamente un lecca lecca Tootsie Pop verso una ragazza molto ben fornita di attributi con cappello a paralume in testa. Intorno quei prodotti in voga che renderebbero [ e continuano implacabili fino a oggi a rendere] le case moderne così differenti e così affascinanti, come l’aspirapolvere Hoover “Constellation” a palla, il prosciutto in scatola HAM, la televisione Stromberg-Carlson e il magnetofono a nastro Boosey & Hawkes “Reporter”.

Il collage fu creato da ⇨ Richard Hamilton per il catalogo della mostra ⇨ This Is Tomorrow a Londra nel 1956.


 
E’ considerata la prima opera della Pop Art, così definita da Hamilton in una lettera del 1957 a Alison e Peter Smithson:
 

 

Pop Art is:
Popular (designed for a mass audience)
Transient (short term solution)
Expendable (easily forgotten)
Low Cost
Mass Produced

Young (aimed at Youth)
Witty
Sexy
Gimmicky
Glamorous
and Big Business

 


 
The Chordettes Lollipop [1958]

 

Lollipop lollipop
Oh lolli lolli lolli
Lollipop lollipop…..
 
Call my baby lollipop
Tell you why
His kiss is sweeter than an apple pie
And when he does his shaky rockin’ dance
Man, I haven’t got a chance
 
I call him
Lollipop lollipop
Oh lolli lolli lolli
Lollipop lollipop…..
 
Sweeter than candy on a stick
Huckleberry, chimry or lime
If you had a choice
He’d be your pick
But lollipop is mine
 
Lollipop lollipop
Oh lolli lolli lolli
Lollipop lollipop…..
 
Crazy way he thrills me
Tell you why
Just like a lightning from the sky
He loves to kiss me till I can’t see straight
GEE, MY LOLLIPOP IS GREAT
 
I call him
Lollipop lollipop
Oh lolli lolli lolli
Lollipop lollipop…

 
 

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2 Responses to Richard Hamilton [1922 – 2011]

  1. nc il 27 novembre 2011 alle 13:10

    Nel 1955, Leslie Fiedler e Reyner Banham coniarono il termine “Popular Art” che racchiudeva in sé l’insieme delle manifestazioni mediatiche in tutte le loro forme visive, ovvero dal cartellone pubblicitario, al cinema, alla musica, fino ad arrivare alla studiata ed “ammiccante” cofezione dei prodotti e beni di consumo.
    Il critico d’arte Alloway, nel 1960, adottò tale espressione nella forma contratta di “Pop Art” per definire il movimento d’avanguardia che, pur ritenendosi “intellettalmente colto”, andava ad esplorare le mediazioni e gli effetti visivi e mediatici delle produzioni dei mass-media, così come avevano già previsto ed intuito Fiedler e Banham.

    Era l’era della sperimentazione del “vuoto a perdere”, della scarnificazione del contenuto nell’iconizzazione formale del tempo in “expiring date”, l’ “Arte commerciale” che si trasforma in “Arte degli affari”, per dirla alla Warhol.

    “… Quello che è bello di questo paese è che i consumatori più ricchi comprano praticamente le stesse cose dei meno abbienti. […] Una Coca-cola è una Coca-cola e non ci sono soldi che valgano a farti avere una Coca-cola migliore di quella che si beve il barbone all’angolo”.

    “L’arte degli affari sta un gradino più sopra dell’Arte. Ho iniziato da artista commerciale e voglio finire da artista degli affari. Dopo aver fatto quella cosa che si chiama ‘ arte ‘ o con qualunque altro nome la si voglia indicare, mi do all’arte degli affari. …. Essere bravo negli affari è la forma d’arte più affascinante”

    Andy Warhol – “Tutto e nulla. La mia vita e mia filosofia” – da “Il gergo inquieto. Impressionismo americano”, Bonini ed., 1981

    L’uomo ha sempre aspirato a una crescita sociale, a migliorare il proprio status vivendi e – dunque – il suo status sociale, ed é proprio in virtù di questa – legittima – aspirazione, che negli Stati Uniti tra gli anni ’50 e gli anni ‘60 – è del ’59 il best seller “the status seekers” di Vance Packard – si iniziò a parlare di “status symbol”, ovvero di tutti quei generi e beni di consumo il cui possesso denotava l’appartenenza di un individuo ad una classe sociale piuttosto che ad un’altra.

    Ma può mai essere *status symbol* una bevanda dolciastra e frizzante dal costo “contenuto”? qui si annida l’imbroglio …

    La Coca-cola, innocua bevanda effervescente, diventa specchietto per le allodole: il grande sogno capitalista americano che liquidamente corrode lo stomaco del ricco e del povero, illudendo il consumatore dell’abbattimento delle differenze sociali in base alla sua stessa corsa al consumo che – nell’atto stesso del possesso di un dato oggetto – metterebbe sullo stesso piano imprenditore ed operaio o, addirittura, barbone (come ipocritamente/furbamente affermato da Warhol nel pezzo sopra riportato).

    E’ dunque arte commerciale, perchè sul “commerciale” si basa e da esso prende spunto ed origine. La stessa bottiglia in vetro della Coca-cola è “arte”, studiata per entrare nell’immaginario collettivo, carpendone l’attenzione e solleticando intermittenze cerebrali apparentemente impensate … tutto si basa su sinuosità e proporzioni “femminili”. Dall’elaborazione di questi continui messaggi ed imput che provengono dal mondo della pubblicità e dei media, nasce questa forma d’arte che va proprio a collegare cause ed effetti, denudandoli nella loro più cruda realtà formale.

    All’interno della Pop Art confluirono diverse correnti d’avanguardia, il “New Dada” (Rauschenberg, ne è uno dei massimi rappresentanti) che faceva ricorso a tecniche di collage ed assemblamento, utilizzando anche materiali di scarto che confluivano nella costruzione ironica e dissacrante di una “poetica del non-senso” al fine di mettere in scena un flusso continuo e fagocitante che fosse ricognizione vaneggiante del quotidiano. Questa corrente, ad esempio, in Europa venne definita “Nouveau Réalisme”, artisti come César, operavano veri e propri assemblaggi, “accumulazioni”, di oggetti in disuso o raccattati presso discariche, oppure “décollages”, come nel caso dei “manifesti strappati” dell’italiano Rotella. Il passaggio vero e proprio da queste diverse correnti d’avanguardia e di radice neo-dadaistica – che, in sintesi, incentravano la loro attenzione sull’oggetto e le possibili implicazioni-applicazioni artistiche dello stesso all’interno di un assemblaggio di tecniche, forme e colori – alla Pop Art, puramente intesa – avvenne quando una serie di artisti centrarono la loro attenzione più che sull’oggetto in sé, sulla sua riformulazione pittorica: sull’immagine “tridimensionalmente piatta”, così come già otticamente percepita e filtrata dal mondo dei mass-media.

    Pop Art è esasperante esasperazione delle caratteristiche più sfacciate del mondo e della cultura commericiale dei consumi, é rappresentazione delle cose che più odiamo e che pur ci affascinano rendendoci -addicted, in quanto noi stessi oggetto di costante e più o meno subliminale bersagliamento psicologico, sì da dover necessariamente ritenere indispensabili oggetti ammiccanti nella loro ovvia superfluità.

  2. sparz il 28 novembre 2011 alle 11:45

    Straordinarie le Chordettes, quasi meglio del Trio Lescano.



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