Prose brevi

28 novembre 2011
Pubblicato da

di Jacopo Ramonda

CARICHI SPORGENTI (cut up n. 24)

A piedi, sotto una pioggia fine, cercavamo di camminare controcorrente nel fiume in piena di parole non dette. Per esplicitare tutti i significati di quel silenzio avremmo dovuto parlarne per un giorno intero. Eppure entrambi conoscevamo il senso dei cortei di protesta taciturna che ci attraversavano il cranio in marcia, indossando le loro museruole. I pensieri sbucavano disordinatamente dalle nostre teste; erano così reali e tangibili che avremmo dovuto appenderci un cartello carichi sporgenti, prima che qualcuno inciampasse e ci denunciasse.

 

RIPOSARSI (cut up n. 11)

Finalmente si era fatta ora di cena. La giornata era finita e avrei potuto riposarmi. Da che cosa, non si sa. Quando sei a terra da troppo tempo non fai niente tutto il giorno, eppure stai sempre lì a ripetere che non vedi l’ora di andare a casa, a riposarti. Quando sei a terra da così tanto tempo che hai lasciato un segno sul pavimento, l’immobilità del tuo corpo ha comunque portato a qualcosa: il tuo finire sottoterra. Il tuo impercettibile affondare, lentissimo come la deriva dei continenti. Ed ecco che realizzi a cosa assomiglia la tua vita: sabbie mobili al rallentatore.

 

CLOE (cut up n. 43)

Noi siamo sempre stati quelli apparentemente sani. Quando avevo quindici o sedici anni gli scaffali della libreria di casa nostra si erano incurvati sotto il peso dei saggi di pedagogia di mia madre, volumi in edizione economica con titoli come Lettera ad un adolescente, Perché ti dice di no, L’età incerta. Poco lontano, appese su chiodi malfermi, le foto inquadrate della nostra famiglia implosa. Noi non siamo mai stati quelli che esplodono. Non eravamo pugili domestici, molestatori casalinghi, piccoli ricettatori di periferia. Non finivamo al telegiornale. A parte qualche urlo sporadico, le nostre trascurabili storie non hanno mai oltrepassato i muri di casa, come sempre imbiancati di fresco. Noi non facevamo notizia, noi siamo sempre stati quelli di buona famiglia. Noi implodevamo. Andavamo in pezzi, ma senza far rumore. Non eravamo la televisione che viene lanciata dalla finestra del quarto piano, le litigate che si sentono a isolati di distanza. Noi cadevamo a pezzi, precipitavamo con distacco come la neve, eravamo una bomba in fondo al mare e i pesci morti che vengono a galla senza far rumore.

 

LA NOTIZIA DEL TUO ARRIVO (cut up n. 7)

La notizia del tuo arrivo mi ha preso alla sprovvista. Appena ho messo giù il telefono ho spalancato la porta e ho sorpreso un’intera città intenta a festeggiare Capodanno in camera mia. Per un attimo tutti si sono bloccati in un fermo immagine, poi, quasi all’unisono, si sono voltati verso di me e mi hanno fissato in silenzio con aria stupita, finché un idrante è scoppiato a ridere, bagnando tutti, la musica è ripartita più forte di prima e la città è tornata ai suoi festeggiamenti con un boato. A giudicare dal casino, nessuno sembra avere la minima intenzione di andare a dormire prima del prossimo Natale.

 

UN INFILTRATO (cut up n. 57)

Non appena mi sono accorto di quello strano rigonfiamento in prossimità del centro mi sono avvicinato e ho notato che Steve Shelley aveva un’aria ancora più sbattuta del solito: era pallido, vagamente verdognolo, come se si fosse ubriacato e non avesse chiuso occhio per tutta la notte. Non mi sarei sorpreso di vederlo vomitare addosso a Kim Gordon, seduta accanto a lui. Per un attimo ho immaginato di tendergli un’imboscata, mettermi a letto fingendo di dormire e spiarlo, aspettando che si sporgesse dalla fotografia per controllare che nessuno sopraggiungesse, prima di saltare fuori. Ma le figure dei poster non escono di casa per andare a bere. Non escono di casa per nessun motivo, punto e basta. Così ho staccato il manifesto e mi sono trovato di fronte ad un muro in decomposizione. Doveva esserci stata un’infiltrazione. La parete sembrava un malato terminale: era gonfia, livida e sudata, stava marcendo. Non avrei mai detto che le pareti potessero ammalarsi.

 

IN CORO (cut up n. 66)

Metto la vita al guinzaglio per portarla fuori a pisciare ed esco di casa con una delle mie mattinate tutte uguali. Ogni giorno innaffio i miei fiori di plastica, mi godo i miei sogni a misura d’uomo, le mie battute scadenti con le risate di sottofondo pre-registrate, come nei telefilm degli anni ’80. Ho solo ventisette anni, ma mi sono già costruito un buon numero di gabbie: in fatto di gabbie sono un imprenditore edile di successo. In ufficio tutti si complimentano con me perché, ancora una volta, ho fatto quello che andava fatto senza fare domande, ho fatto quello che potrebbe fare chiunque, mostrandomi soddisfatto di me. Mi sento così vuoto che potrei essere spazzato via dal prossimo colpo di vento. Dovrei imparare a sfruttare le correnti d’aria per guidare la mia deriva, come fanno le mongolfiere. Quest’anno voglio andare in ferie in una fossa comune. Mentre torno a casa, ripenso alla tua collezione di farfalle rare e alla mia collezione di farfalle molto comuni. Per descrivere le mie giornate tutte uguali si potrebbero usare quelle immagini di repertorio con cui montano i servizi dei telegiornali a Natale e a Ferragosto, quando non c’è niente da dire. Mi guardo allo specchio mentre mi lavo i denti, la mia faccia è una di quelle immagini di repertorio che mi sembra di aver già visto, ma non ricordo dove.

 

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11 Responses to Prose brevi

  1. lorenzo il 28 novembre 2011 alle 09:47

    buone prove, per quanto ormai non esattamente innovative. interessante però come si trovino inserite in un contesto ben preciso, e però non all’interno di una scuola. per esempio non sono certamente ascrivibili alla linea esemplificata in “prosa in prosa”, bensì sembrano prendere spunto e percorrere vie trascelte da un ben più ampio repertorio di modi contemporanei di scrivere di poeti in prosa. tanto che mi chiedo se l’etichetta “cut up” non sia qui in funzione ironica, o comunque traslata.

    lorenzo

  2. Jacopo Ramonda il 28 novembre 2011 alle 14:00

    Ti ringrazio per il commento.

    Io credo che queste mie prose brevi siano almeno in parte riconducibili a Prosa in prosa, per lo meno sul piano della forma, mentre ritengo che le differenze più evidenti siano soprattutto riscontrabili sul piano dei contenuti.
    La ricerca di parallelismi e punti di contatto può comunque portare a risultati molto differenti, a seconda dei punti di vista e di quanto si vuole scendere nel dettaglio.
    Se non ricordo male, Giovannetti, parlando dei Prati di Andrea nelle prefazione a Prosa in prosa, ha addirittura fatto riferimento ai Sillabari di Parise.
    Sicuramente i testi di Inglese e Bortolotti hanno avuto un’influenza su di me.
    Rileggendo la primissima risposta di questa bella intervista, potrai notare come alcune delle “definizioni” di Inglese, Bortolotti e Broggi si adattino (in parte) anche ai miei testi:

    http://www.pordenonelegge.it/COMMON
    /news.php?session=0S3024381423QGIMG8580N&syslng=ita&sysmen=2&sysind=11&syssub=0&sysfnt=&syslay=109&sysart=526&defextra=0

    In generale non amo le etichette e ho scelto la definizione di prose brevi proprio perché mi sembrava essere la più ampia, la meno limitante e la più corretta.

    La scelta del termine cut up è motivata dal fatto che, nella scrittura di questi testi, ho utilizzato una versione personale (profondamente rivisitata) della tecnica di Burroughs.
    Definirei il mio un cut up “mediato” dato che è un processo molto meno anarchico e istintivo di quello di B.
    In sostanza ho sviluppato la prima versione grezza di ogni prosa accostando frasi estrapolate da contesti diversi, da testi e annotazioni che avevo scritto in precedenza.
    Queste libere associazioni mi hanno fornito le idee base di ogni prosa: invece di scrivere per raccontare, mi sono fatto narrare la (non) storia che sta alla base di ogni testo dall’accostamento caotico di appunti e annotazioni diaristiche che raccolgo ormai da anni.
    Successivamente ho lavorato sui testi-scheletro tentando di rendere i “punti di sutura” quasi invisibili, facendo in modo che le frasi importate interagissero tra loro, fino ad ottenere prose compiute, per quanto volutamente frammentarie.

  3. Giacomo il 28 novembre 2011 alle 14:36

    “Noi cadevamo a pezzi, precipitavamo con distacco come la neve, eravamo una bomba in fondo al mare e i pesci morti che vengono a galla senza far rumore.”

    immagina che ti stringa, sorridente, la mano

    G.

  4. lorenzo il 28 novembre 2011 alle 15:34

    ciao, grazie per l’interessante risposta. scrivendo “non sono certamente ascrivibili alla linea esemplificata in prosa in prosa”, intendevo dire “non sono esclusivamente ascrivibili alla linea esemplificata in prosa in prosa”, mi dispiace per l’errore. ovviamente possono essere avvicinate a esempi di quella linea, per certi aspetti. tu dici per la “forma” e non per il “contenuto”. credo di capire cosa intendi, e la tua risposta illumina in modo chiaro un lato del problema. il “senso” (se non il “contenuto”) delle prose di “prosa in prosa” è fortemente dipendente dalle scelte formali degli autori, e ad esse inscindibilmente vincolato. l’operazione là è eminentemente sulla forma, e l’intenzione là è eminentemente quella di (di)mostrare una tesi sulla forma (e sui suoi limiti). risulta quindi insieme chiaro e insensato dire che le tue prose sono prossime a quelle degli autori di prosa in prosa nella forma ma non nel contenuto. le tue prose sono frammentarie ma non opache nel referente. la non storia è – forse tuo malgrado? – sostituita da un contenuto logico (non linguistico, non metalogico). in esse tu svolgi delle argomentazioni. dai dei giudizi sul mondo. non (di)mostri un giudizio sul linguaggio attraverso l’esibizione di una forma (non referenziale) del linguaggio (come accade per lo più in “prosa in prosa”). in buona sostanza sembra che la “forma” che fa le tue prose parenti delle “prose in prosa” siano una certa uniformità lessicale e di tono. tutti gli altri aspetti (anche quelli formali) sembrano scivolare significativamente nel “contenuto”. questo esempio del tuo lavoro sembra essere il frutto di un inevitabile processo di naturalizzazione delle forme letterarie d’avanguardia. è esemplare il modo in cui tu giustifichi l’uso del termine “cut up”, descrivendo il processo di scrittura. è già significativo che il richiamo sia a burroughs, con tutto il portato “vitalistico” o “esistenzialistico” che ciò comporta, e non ad avanguardie più formalistiche europee. mi colpisce poi molto il fatto che il processo che tu descrivi possa essere descritto, con minime variazioni d’enfasi nel resoconto, come una istanza del “naturale” processo di composizione letteraria e di creazione artistica, i.e., di quel processo che ci porta a trascegliere (e qui il fatto di descrivere il processo come frutto di “libere associazioni” o di associazioni coatte ovviamente begs the question del problema filosofico) da un insieme (materia) di dati (percettivi, culturali, linguistici, etc.: “accostando frasi estrapolate da contesti diversi, da testi e annotazioni che avevo scritto in precedenza”) una data struttura (forma), che componiamo formando un tutto significante, lavorando il tutto, come tu scrivi, “tentando di rendere i “punti di sutura” quasi invisibili”. resta un dato importante del tuo resoconto, che è probabilmente quello che fa la differenza: quando dici che “invece di scrivere per raccontare, mi sono fatto narrare la (non) storia”. è questa intenzione che fa la differenza. ma ancora questa tensione alla non-narrazione è cosa che accomuna il tuo lavoro a una parte della produzione poetica contemporanea assai più ampia di quella esemplificata in “prosa in prosa”. quindi i conti sembrano tornare.

    lorenzo

  5. maria il 28 novembre 2011 alle 15:54

    belli, comunque, esperimenti interessanti e intensi.

  6. viola il 28 novembre 2011 alle 16:26

    Sangue e inchiostro. Bene.

  7. Antonio Coda il 28 novembre 2011 alle 17:28

    Mi piace lo stile, mi piace l’intuizione alla base ( qualsiasi cosa avvenga nella mia testa – qualsiasi cosa avvenga nella testa di chiunque – è un inedito che esige di vagire lettere nero su bianco), e mi piace anche il lavoro che c’è sopra e che trasforma eventi insignificanti in significati tramite l’operazione della riflessione ovvero del pensiero che tocca le cose e le sposta.

    Però, oltre questo, c’è il senso slabbrato dell’anonimato che prova a rinnegarsi dicendo qualcosa però che, oltre la qualità raggiunta dall’espressione, resta anonimo lo stesso.

    Se si vuole far a meno dell’ordine pretenzioso di una logica narrativa ferrea, si deve comunque restare all’interno di una atmosfera emotiva che tenga-assieme gli scleri, le visioni, le impressioni (metti Burroughs, appunto). Meglio, non è che si-deve e se non lo si fa pazienza, ma se si vuole raggiungere un risultato estetico distaccato andare oltre il proprio dettato diaristico: noblesse oblige; e per nobiltà intendo l’unica che valga qualcosa: quella di spirito, critico però.

    Qui c’è troppo io-qui e io-qui e la scrittura, in questo tentativo di disordine fabulistico, comunque non si allontana più di cinque metri dal cortile di casa: lo sforzo di chi scrive non riusce a gettare le parole oltre il recinto.

    Un saluto incuriosito!
    Antonio Coda

  8. andrea inglese il 28 novembre 2011 alle 22:10

    a jacopo
    ti è andata bene, che sei “proso-in-proso”, ma di striscio, e con il “contenuto” (arrosto)
    noi invece si è prosi-in-prosi in pieno e tutto “forma” (fumo) :)

    battute a parte, quello che mi sembra importante è portare attenzione su un territorio poco frequentato da editoria e critica: le forme brevi, che si articolano attraverso una gamma che può essere oggi molto ampia: dalla novella alle forme di prosa letterale o della letteralità – vedi alcuni autori di “Prosa in prosa” – passando per opzioni che si distanziano più o meno dall’impianto narrativo del racconto breve.

    Se n’è parlato un po’ anche qua.

  9. carmine vitale il 28 novembre 2011 alle 22:32

    io di tutte ste cose tagli tecnich e cu etc non ci capisco molto
    mi piacciono molto
    e ne scrivevo da tempo senza saperlo
    c.

  10. Jacopo Ramonda il 29 novembre 2011 alle 21:26

    Grazie a Giacomo, Maria, Viola e Carmine.

    @ Lorenzo
    Io sono una di quelle persone che trova da ridire praticamente su tutto, ma la tua analisi mi sembra davvero accurata e pienamente condivisibile.
    Nello stesso tempo, dato che stiamo parlando dei miei testi, ho il diritto/dovere di farti notare che, come tutte le analisi specifiche, essa si concentra su un aspetto per tralasciarne altri, che per me sono altrettanto importanti.
    Lo dico senza intenzioni polemiche.

    Quando ho letto Prosa in prosa, sono rimasto colpito da alcune similitudini tra i miei testi e quelli di Inglese e Bortolotti. Pur partendo da intenzioni diverse, finiamo secondo me per arrivare a risultati non così dissimili.
    Al di là della sperimentazione formale, ogni testo artistico porta con sé un certo mood, crea un’atmosfera che coinvolge (che deve coinvolgere) l’emotività del lettore. Quando leggo un testo voglio essere coinvolto, sia sul piano intellettuale che su quello emotivo.
    Al di là della battuta di Andrea (e perfino al di là delle intenzioni di Prosa in prosa) quando leggo Prati e Tecniche di basso livello, il mio interesse viene catturato completamente, sia sul piano intellettuale (attraverso la ricerca formale) che su quello emotivo (attraverso il mood creato dai temi, dal tono, dallo stile e dal lessico dei testi). Questo accade perché Prosa in prosa racchiude testi di valore sia sul piano dei contenuti che su quello formale.
    Io sono un lettore, non un letterato: quando leggo testi di avanguardia pura, fondati principalmente sulla ricercatezza formale, il mio interesse viene catturato soltanto parzialmente. Certamente mi danno una soddisfazione a livello cerebrale, ma non “di stomaco”. Ho bisogno di entrambe le cose.
    In questo senso hai pienamente ragione quando scrivi: “in buona sostanza sembra che la “forma” che fa le tue prose parenti delle “prose in prosa” siano una certa uniformità lessicale e di tono. tutti gli altri aspetti (anche quelli formali) sembrano scivolare significativamente nel “contenuto”. questo esempio del tuo lavoro sembra essere il frutto di un inevitabile processo di naturalizzazione delle forme letterarie d’avanguardia.”

    Mi rendo conto che quello che sto facendo è un discorso banale e scontato, ma è anche profondamente vero e mi sembrava doveroso parlarne.
    A questo proposito, mi torna alla mente questo commento di Cortellessa ai testi di Bortolotti:

    https://www.nazioneindiana.com/2007/09/29/da-tecniche-di-basso-livello/

    Dal mio punto di vista, C. centra perfettamente il punto in questo passaggio:

    “Qualche tempo fa su Absolute Poetry era stata postata una parte dei materiali letti da Bortolotti a Romapoesia. I commenti insistevano sul cut-up della tradizione del moderno, sulla loro algida noncomunicatività ecc. Già allora mi pareva che si fosse fuori strada. Più ancora di quelli, questi nuovi testi mi colpiscono, al contrario, per una loro abbandonata (e abbandonata proprio perché con tanto rigore irreggimentata) inconsolabilità. Per la pacata, quieta e appunto inconsolabile disperazione che esprimono, specie quando usano la prima persona plurale.”

    Fondamentalmente C. sta parlando di empatia, che per me è un requisito fondamentale.
    Un testo artistico deve essere in grado di comunicare sia sul piano letterario che su quello emotivo e le similitudini a cui ho fatto riferimento coinvolgono per lo più l’aspetto emotivo.

    @ Antonio
    Per lo stesso discorso di cui sopra, ti rispondo dicendo che il mio interesse per Burroughs è esclusivamente intellettuale. La sperimentazione formale di B. mi interessa a livello letterario, cerebrale, ma non mi coinvolge emotivamente. Il coinvolgimento emotivo è personale e quindi relativo. Questo vale tanto per B. quanto per me.
    Io cerco di scrivere quello che vorrei trovare in un libro, quello che vorrei leggere: mi dispiace che le mie prose brevi non ti abbiano convinto, ma rispetto il tuo punto di vista, pur non condividendolo (“Però, oltre questo, c’è il senso slabbrato dell’anonimato che prova a rinnegarsi dicendo qualcosa però che, oltre la qualità raggiunta dall’espressione, resta anonimo lo stesso”).

    @ Andrea
    Condivido pienamente e rimando all’articolo di Nadiani su L’Ulisse n. 13, che può essere scaricato da qui:

    http://www.lietocolle.info/it/l_ulisse_n_13_dopo_la_prosa_poesia_e_prosa_nelle_scritture_contemporanee.html

    L’articolo rivendica l’importanza delle forme letterarie brevi, che vengono ingiustamente considerate borderline dall’editoria, cronicamente concentrata sul romanzo e sul racconto.

  11. lorenzo il 2 dicembre 2011 alle 20:02

    senz’altro simpatica la battuta di inglese. ciò detto non mi sembra di aver espresso qui sopra giudizi di valore o una preferenza tra “fumo” e “arrosto”. soltanto ho cercato di indicare una differenza tra l’autore presentato e gli autori di “prosa in prosa” e di sottolineare come il lavoro di ramonda sembri inscriversi in e dialogare con un insieme più ampio di prose contemporanee di poeti. a tale proposito mi fa piacere la conferma da parte dell’autore. tra l’altro è significativo che tra gli autori di “prosa in prosa” ramonda si senta più vicino a inglese e bortolotti che non ad altri. infine, credo che alcuni autori di “prosa in prosa” siano migliori della propria poetica o della poetica che nella maggior parte dei casi si applica loro.

    lorenzo



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