c’era una volta

5 dicembre 2011
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di Chiara Valerio

Queste cose dette da nonna, che le ripeteva continuamente, avevano il sapore della maldicenza: per il bene, non per il male. Lei calunniava il bene, la grazia che aveva ricevuto, perché era il bene a essere latente, non il male. Qualcosa di enorme, la cui perdita era nientemeno che atroce, le era sfuggito nel tragitto dell’esilio. Il suono dei nostri passi di Ronit Matalon (Atmosphere 2011, trad. di E. Loewenthal) racconta di una famiglia ebrea egiziana con nonna sempre presente e padre ogni tanto, che, in seguito all’ascesa di Nasser e alla nazionalizzazione del canale di Suez, da un giorno all’altro deve lasciare il Cairo, insieme a una comunità di circa ottantamila persone, perché in Egitto non è più possibile lavorare, studiare e dunque vivere. È il millenovecentocinquantasei e la famiglia della voce narrante si trasferisce in un container in qualche Erez Israel tutt’altro che mitica, un prefabbricato anzi, senza fondamenta, appena appoggiato sulla sabbia. Paul Celan osservava Non si può scrivere fuori dall’Egitto e Ronit Matalon, ne Il suono dei nostri passi, aggira la questione mimando, con una scrittura in forma di nastro, il racconto orale. Sì, si può raccontare fuori dall’Egitto.

Aneddoti, situazioni, ricordi di un altro giorno, considerazioni, la lettura ininterrotta de La Signora delle Camelie, gesti tesi a ridefinire la patria perché se le cose non sono più patria, perché disperse e irriconoscibili, allora il rischio è che le persone diventino cose. Ma tutto questo non era nulla al confronto con la cosa più inafferrabile e ingovernabile in assoluto: il malocchio che uno si procura da sé. Lei, la nonna pensava che il malocchio più devastante fosse quello che uno si procura da sé: lo sguardo invidioso, distruttivo che una faccia dell’anima rivolge all’altra. E la bambina era lei stessa, quasi lei stessa. Chi racconta è “la bambina”, Toni, una eterna terza persona, non solo per grammatica. Parla di Levanah, una madre frenetica e lettrice, di un fratello maggiore adorato, Sami, di una sorella, Corinne, bella e appassionata di capelli e cuscini, del padre Maurice, che è segaligno, che fuma, che è stato un punto di riferimento dell’organizzazione degli ebrei sefarditi e vive separato e un poco sperduto, ma Toni del padre vede solo questo, il resto sono parole come “Sokhbah”, “emarginazione”, “comunità orientali” che non capisce ancora. Ogni tanto urlava: “Al fuoco! Al fuoco!” La via deserta. La strada deserta. Io mi tappavo le orecchie con le dita dentro il prefabbricato, per non sentirla. Il vicino falegname usciva dalla segheria, la calmava. Veniva fuori la moglie del vicino falegname, la calmava. Veniva fuori la vicina del vicino falegname, Frida, infilava la faccia fra le grate del cancello, aguzzando gli occhi che tanto ricordavano la sua espressione al punto che se la dimenticavano. Lei non la calmava mica, lei era reduce della Shoah.

La scrittura di Ronit Matalon è pastosa, evocativa e costruita tanto da riuscire assai bene a sembrare racconto orale, è colta senza essere incomprensibile, è avvincente. Perché descrive la necessità di separare e di definire lo spazio, l’eventualità di essere estranei anche in mezzo alla propria famiglia e improvvisamente, solo perché la geografia intorno è cambiata, la festa della vittoria di un popolo contro un altro che è sempre eccessiva e spesso disgustosa, come per appropriarsi di un posto, per ricominciare a utilizzare i possessivi, sia necessario conoscere l’aria e il vento che stanno tra le parole, le persone e le cose. Per questa perenne preghiera di esistenza dell’altro, che ascolta e risponde, Il suono dei nostri passi è un romanzo di possibilità, di sopravvivenza e di sorpresa nonostante, il cui basso continuo, o forse il flauto, è che non solo il dolore è un trauma, ma pure la bellezza, anzi, soprattutto la bellezza. (…) non da gente che scappa da qualcosa verso qualcosa, sbattuta dal moto a scossoni fra passato e futuro, fra quel che è stato e quel che sarà, ma di chi ha la grazia del momento, d’essere sommerso da capo a piedi dalla cascata dorata del presente, rinfrancato dal misero suo arredo: la pioggia, la strada, la notte, il gatto, il marciapiede non asfaltato, una frase casuale detta o no, un ramo storto dalla malia, il prefabbricato davanti al quale siamo passati, come se niente fosse, proseguendo.

Ronit Matalon, Il suono dei nostri passi, atmosphere (2011), trad. di Elena Loewenthal, pp. 352, 18,50 eu.

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3 Responses to c’era una volta

  1. véronique vergé il 6 dicembre 2011 alle 08:20

    I passi – il suono- forse nella piccola impronta sulla sabbia- l’attraversata per toccare un altro paese- è un suono quasi mescolato al vento, al ramo, alla terra. Chi racconta – in particolare la nonna- crea una radice, un’origine.
    Crea un lessico. In questa storia si legge un lessico della sopravvivenza, una scrittura sacra del quotidiano, del passato. Spero che il romanzo è tradotto in francese, perché mi sembra una meraviglia di sensibilità.

  2. francesco pecoraro il 10 dicembre 2011 alle 14:18

    resterebbe da capire la fissazione delle scrittrici contemporanee per le loro nonne

  3. alcor il 10 dicembre 2011 alle 16:09

    Difficoltà di ricordare le bisnonne.



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