Importanza di un’opera

8 dicembre 2011
Pubblicato da

Andrea Inglese

L’importanza di un’opera poetica contemporanea non dovrebbe basarsi sulla popolarità (numero di copie vendute e/o notorietà del nome d’autore, per festival, premi, interviste) né sulla leggibilità della sua opera (una poesia “finalmente” accessibile a un lettore qualsiasi). Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio. Non pretendo che il genere poetico sia l’unica forma di scrittura letteraria in grado di fare questo, ma mi sembra che in ciò consista la sua caratteristica e l’eredità, quindi, che si assume chi perviene al genere e dentro vi lavori in modo sempre diverso. (Perché la lingua di cui si vuole sospendere l’uso non è la lingua di ieri, ma quella di oggi, dei parlanti, e bisogna agire attraverso di essa in una maniera che non ha precedenti.)

L’importanza dell’opera poetica di Giuliano Mesa si misura, dunque, sulla capacità che ogni suo verso esprime di ricondurci al linguaggio, che è storicamente il nostro, attraverso un itinerario inaspettato, enigmatico. Nel corso di questo smarrimento sono poi delle elementari figure dell’umano, straziate e strazianti, che emergono. Quelle figure che le narrazioni dell’attualità tendono per lo più a reificare, quando non le occultano o semplicemente dimenticano.

Conta poco, allora, che quest’opera importante, tra le pochissime che si collochino esemplarmente sul finire del novecento, pur aprendo al secolo successivo, non sia disponibile in quelle due o tre collane di poesia che ogni libreria italiana continua ad esporre sugli esigui scaffali dedicati al genere; conta poco se le pagine culturali dei quotidiani italiani, che generalmente disconoscono – a ragion veduta – un genere letterario che sospende l’ovvietà della comunicazione, non avranno dedicato a Mesa neppure un trafiletto necrologico – nonostante sia questo il genere pubblicistico che esse considerano più idoneo alla poesia; conta poco, infine, che tra quegli autorevoli critici che (ancora) scrivono di poesia, pochi fossero al corrente dell’esistenza di tale opera o ad essa abbiano dedicato un qualche lavoro consistente.

L’opera di Giuliano Mesa, infatti, nonostante la distrazione di alcuni, è da anni letta e commentata da altri, ha esercitato ed esercita, soprattutto sulle generazioni dei nati dai Sessanta in poi, un indubbio e prezioso magistero, come l’ha esercitata la figura libertaria, discreta e intransigente del suo autore. Che una tale opera abbia conquistato un tale spazio al di fuori delle marche più evidenti dell’ufficialità, è questo un problema che non la riguarda, ma su cui dovrà semmai interrogarsi quella generazione di addetti ai lavori che si pretendono in qualche modo responsabili di tale ufficialità.

*

[Questo pezzo è uscito sul n° 13 di “alfabeta2”, nel supplemente “alfalibri”]

Tag: , , ,

41 Responses to Importanza di un’opera

  1. Daniele Barbieri il 8 dicembre 2011 alle 09:22

    Caro Andrea
    Posso condividere il giudizio su Mesa, ma non il modo in cui ci arrivi.
    Non possiamo, io credo, ridurre l’importanza di un’opera poetica al suo rapporto con il linguaggio. È quello che voleva fare Alfredo Giuliani, quando presentava i Novissimi; e molta acqua, anche in campo semiotico, è passata sotto i ponti da allora.
    Tu dici “L’importanza dell’opera poetica di Giuliano Mesa si misura, dunque, sulla capacità che ogni suo verso esprime di ricondurci al linguaggio, che è storicamente il nostro, attraverso un itinerario inaspettato, enigmatico. Nel corso di questo smarrimento sono poi delle elementari figure dell’umano, straziate e strazianti, che emergono.” Sembra davvero che quello che conta sia la riflessione sul linguaggio e dentro il linguaggio nelle poesie di Mesa, mentre l’emergere delle figure dell’umano sarebbe solo un effetto collaterale, accessorio, non di particolare rilievo per l’importanza della sua poesia.
    Condivido pienamente che le narrazioni dell’attualità reificano, occultano e dimenticano queste figure; ma la mia sensazione è che il valore dell’opera di Mesa, come di ogni opera poetica, sia quello di saper rivelare in qualche modo queste figure, contro quelle reificazioni e occultamenti. Che Mesa lo faccia, in parte, attraverso un’operazione sul linguaggio, mi va bene (esistono altri modi, però; a meno che non si dia di “linguaggio” un’accezione così ampia da comprendere tutto) – ma non credo che se non ci fosse questa sua capacità di far emergere queste figure straziate e strazianti saremmo qui a discuterne.
    Né la poesia né noi siamo fatti solo di linguaggio, e nemmeno le narrazioni dell’attualità. Per quanto importante sia il linguaggio, se ci rinchiudiamo nel suo buco rischiamo di non vedere tutto il resto, o di considerarlo accessorio.
    db

  2. enrico dignani il 8 dicembre 2011 alle 10:15

    abitabilità per i fenomeni idiosincratici di pionieri ingegneri dello spirito. chissà se ho capito bene.

  3. dod il 8 dicembre 2011 alle 11:14

    per sospendere il rapporto ovvio e familiare che avete con il linguaggio niente di meglio di

    http://officinedipoesialin.wordpress.com/

    la poesia sperimentale ad un nuovo livello

  4. Federico Federici il 8 dicembre 2011 alle 12:42

    “Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio.” Trovo questa definizione meravigliosa e millimetricamente aderente al verso di Mesa.

  5. carlo cuppini il 8 dicembre 2011 alle 13:21

    In queste poche righe si condensa un’esemplare definizione della poesia, una segnalazione del suo potenziale eversivo, una spiegazione del perché la poesia è oggi un genere maledetto, ostracizzato e rigettato dal Mercato, un invito convincente a (ri)scoprire l’opera (suo malgrado segreta) di Mesa, e un saluto affettuoso a un poeta scomparso anzitempo. Grazie Andrea

  6. Francesco Terzago il 8 dicembre 2011 alle 14:59

    Be’, sono d’accordo solo in parte (una parte considerevole) con quanto dice Inglese: in un sistema arbitrario e pre-ordinato di segni dove la creatività linguistica, sino dalla più tenera età, viene subordinata a una concezione normativa e non regolativa del linguaggio dà vita, in potenza, solo a ragionamenti di natura filologica, come appunto lo è questo.

    Un “apporto ovvio e familiare con il linguaggio” esiste solo nel momento in cui si ha una competenza filologica della poesia – perché di genere poesia stiamo parlando – dove, non a caso, ogni parola è denotata in un modo specifico, vive in uno stretto rapporto con i testi in cui essa stessa si è attestata in passato – ci si ostina ancora a non volersi interessare di tutto il resto (appunto all’aspetto funzionale di poeticità o poesia, un ‘evento’ è poetico?, è possibile una semiologia poetica?, io ad esempio credo di sì). Per dirla con franchezza, io credo che questa definizione di poesia sia parziale, riguardi solo uno degli aspetti che è necessario tenere conto quando si cerca di capire il valore di un componimento come del resto l’opera complessiva di un autore.

    P.s.: Saluti affettuosi dalla Cina.

  7. andrea inglese il 8 dicembre 2011 alle 16:16

    cari Daniele e Francesco,

    provo a rispondervi unitariamente.
    Primo punto. Voi state riducendo la mia posizione teorica e critica sulla poesia ad una posizione unilaterale che non è mai stata la mia. Mi permetto di dirvi questo, perché è ormai da un po’ di anni che sia sul web sia su riviste specializzate ho portato avanti un discorso critico abbastanza articolato. Non posso pretendere che esso sia conosciuto come quello di Guglielmi, ma questa inevitabile dispersione del campo critico intellettuale ci costringe tutti a un lavoro di Sisifo. Ogni volta ognuno deve giustificare ogni proprio enunciato, come se avesse il vuoto alle spalle. Io però questo vuoto non ce l’ho. Se volete farvi un’idea di come sia poco “panlinguistico” nel mio modo di affrontare la poesia, prendetevi la pazienza di leggervi questo: http://www.nazioneindiana.com/2008/05/05/per-una-critica-telescopica-genere-lirico-e-sfondi-antropologici-1/.

    Punto due. Fatta questa precisazione, sono d’accordo nel prendere per buone le vostre osservazioni, perché sono pertinenti se riferite a questo articolo. Vengo subito a un passaggio di Barbieri.

    “Tu dici “L’importanza dell’opera poetica di Giuliano Mesa si misura, dunque, sulla capacità che ogni suo verso esprime di ricondurci al linguaggio, che è storicamente il nostro, attraverso un itinerario inaspettato, enigmatico. Nel corso di questo smarrimento sono poi delle elementari figure dell’umano, straziate e strazianti, che emergono.” Sembra davvero che quello che conta sia la riflessione sul linguaggio e dentro il linguaggio nelle poesie di Mesa, mentre l’emergere delle figure dell’umano sarebbe solo un effetto collaterale, accessorio, non di particolare rilievo per l’importanza della sua poesia.”

    Ora tu percepisci una gerarchia che in me non è minimamente supposta. Il “poi” avverbio di tempo che io uso ha qui il valore di segnalare le fasi logiche di quella “apparizione” di cui tu parli e che, ovviamente, è simultanea dal punto di vista estetico. Perché vi sia quell’apparizione dell’umano, vi deve essere un determinato uso del linguaggio. Ma questo è il risultato di una scomposizione analitica. Dal punto di vista estetico, le due cose vanno assieme.

    Questo per ricalibrare la tua percezione del mio testo.

    Andiamo oltre. La concezione della poesia come modalità di distanziamento estetico rispetto all’uso quotidiano del linguaggio è ovviamente frutto sia della pratica che della teoria modernista. In questo c’è sì un partito preso. Ma: 1) Mesa – e Zublena sullo stesso numero di alfalibri l’ha ricordato – è un modernista (forse l’ultimo dei); 2) il paradigma modernista è, a mio parere, ancora il paradigma fondamentale e caratterizzante del genere lirico nato nella modernità. Potremmo discutere ciò storicamente. Qualche cenno in questo senso lo faccio nell’articolo linkato. Di certo, il discorso che faccio sul linguaggio va, per non essere ricondotto al panlinguismo di certo strutturalismo critico, esplicitato dal punto di vista teorico. Non l’ho potuto fare, ma la frase che Babieri ha incriminato è invece per me testimonianza del nesso forte tra linguistico e non linguistico nel componimento poetico.
    Ho scritto spesso di Ponge e di Beckett, che ben si pongono a distanza di ogni panlinguismo. E inoltre, il mio strumento filosofico di fondo è il secondo Wittgenstein, che corregge in modo radicale ogni eccesso strutturalista e panlinguistico.

  8. Daniele Barbieri il 8 dicembre 2011 alle 19:20

    Caro Andrea
    mi hai abbastanza convinto. In particolare mi ha molto convinto il saggio del 2008 a cui fai riferimento, con il quale mi ritrovo in particolare sintonia, devo dire. Certo, in quella prospettiva le mie accuse sono fuori luogo.
    Penso allora che il mio (e non solo mio) fraintendimento dipenda dalla struttura della tua argomentazione, perché quando nel tuo scritto entra in scena Mesa, rispetto al quale le tue affermazioni hanno senso, c’è già stato un paragrafo di testo in cui le stesse tesi sembrano avere (ed evidentemente non hanno) carattere assoluto – e questo è ciò che mi ha turbato.
    Hai ragione a dire che bisognerebbe sempre conoscere i precedenti di quello che un critico scrive; ma è davvero un lavoro da Sisifo.
    Ma i dibattiti, come questo, servono anche a rinsaldare la memoria, e a focalizzare l’attenzione sui punti giusti.
    Alla prossima
    db

  9. lucio il 8 dicembre 2011 alle 22:22

    Leggendo “Un muro” di Simic nella prima parte del saggio di Inglese del 2005, credo di aver capito come un’opera poetica “costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio” Mi piace molto la precisione e l’indeterminatezza di questa poesia. Credo che sia una poesia voluta per due motivi che collaborano da opposte posizioni .
    Mettere nelle parole sulla carta il ricordo di un attimo di eternità “intorno ad un semplice evento” per cercare di trovarci un senso, per tentare di capire, per tentare di riassaporarlo; e allo stesso tempo scriverne accettando l’impossibilità di trovarci un senso, ed immergersi nuovamente in una sospensione di deducibilità. Ricordare/raccontare/gustare ancora un attimo d’ eternità, “E nient’altro”. La lettura della sospensione del tempo in “Questa sola immagine che ne salta fuori” può coinvolgere il lettore come se si trovasse di fronte alle ali della mosca e non ci fosse nient’altro. Una poesia che costringe a sospendere il rapporto ovvio e familiare con il linguaggio senza utilizzare termini ricercati, anzi utilizzando un linguaggio molto simile al parlato “che è storicamente il nostro, attraverso un itinerario inaspettato, enigmatico” . Una poesia che mi ricorda molto l’infinito di Leopardi.
    lucio

  10. andrea inglese il 8 dicembre 2011 alle 23:00

    a daniele

    hai perfettamente ragione, la mia affermazione iniziale ha questo carattere di assolutezza; può valere per Saba, Penna, Orelli, Patrizia Cavalli? Non lo so. Ma la sospensione dell’uso familiare del linguaggio penso che sia una delle idee direttrici fondamentali per cercare la specificità della parola poetica. E va intesa non esclusivamente nei termini sovversivi delle tradizioni dell’avanguardia. Come Lucio ha ben osservato, nel commento precedente, anche una lingua apparentemente piana, come l’inglese di Simic, può produrre questa sospensione, che è legata ai diversi fattori del linguaggio poetico. Ore, il punto fondamentale, che è importante esplicitare è però questo: quella sospensione dell’uso familiare del linguaggio non è semplicemente un azzeramento della dimensione semantica o iconica della lingua poetica, ma un diverso rapporto al significato e all’immagine, per me più intenso e globale di quello ordinario.
    Insomma la lingua poetica impone uno smarrimento linguistico, per fare un’esperienza più approfondita del mondo.
    Capisco, in ogni caso, la tua esigenza, e quella di Terzago, di interrogarmi su questo punto, che è in effetti decisivo.

    (Daniele Barbieri parla con cognizione di causa, essendo lui stesso, in quanto semiologo e poeta, autore di un libro “Il linguaggio della poesia”. E’ un libro con un forte intento didattico, ma che riprende tutta una serie di questioni teoriche inaggirabili e che pone come categoria centrale del genere non il metro ma il ritmo. Io l’ho in mano da qualche giorno, e non posso dirne ancora nulla. Ma già una tale impostazione mi sembra molto promettente e per nulla scontata in Italia.)

  11. elio_c il 9 dicembre 2011 alle 06:39

    L’intervento di Inglese a me pare un’affermazione di etica del campo (poetico) che ottiene l’effetto di preservare una figura affettivamente e intellettualmente cara da quella specie di onta che è implicita nel mancato riconoscimento a livello di “massa”. In altre parole, lo si dichiara “grande” nel contesto dei creatori e degli intenditori, lasciando agli esclusi il fardello di adeguarsi, pungolati da quella mancanza ontologica che viene sempre lasciata aleggiare da questo genere di discorsi. Io sento che un tale discorso è sincero ed adeguato al caso: si intuiscono i presupposti in termini di poste in gioco e relativi investimenti che lo rendono “conseguente”. Ma sento anche che una configurazione degli stessi appena differente può rendere l’offerta dispensabile: in effetti rimuovendo l’illusione di una immediata accessibilità in modalità “contemplativa” si prefigura il fastidio dell’adeguarsi, di un lento ed arduo “connect the dots”, di un noioso ritorno a scuola insomma.

  12. Daniele Barbieri il 9 dicembre 2011 alle 10:42

    Brevissimamente, aggiungo due righe solo per scrupolo, per timore di poter essere stato frainteso.
    Sono perfettamente d’accordo con quello dice Inglese nel suo ultimo commento qui sopra (e grazie ad Andrea per la segnalazione del mio libro). La ragione iniziale del mio intervento non era mirata a sminuire l’importanza della “sospensione dell’uso familiare del linguaggio”, che, in un modo o nell’altro, è inevitabilmente presente in poesia; e sicuramente la qualità di questa sospensione è un forte indice della qualità della poesia stessa.
    È che credevo di aver visto un tentativo di riduzione della qualità della poesia soltanto a questo (come già fu per la neoavanguardia). Sono contento di essermi sbagliato e che il dibattito che è seguito abbia chiarito meglio la posizione di Inglese, che condivido.
    db

  13. andrea inglese il 9 dicembre 2011 alle 10:46

    a elio c,

    puoi esplicitare meglio, per favore? Il tuo discorso mi sembra interessante, ma non l’ho ben capito. Seneto però che tocca uno dei punti centrali del mio pezzo. Per questo ti esorto a renderlo più chiaro.

  14. lorenzo c. il 9 dicembre 2011 alle 11:33

    non si tratta di avere il vuoto alle spalle o meno. se uno scrive apoditticamente “Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio.” si sta prendendo la briga di indicare una condizione necessaria affinché di un’opera poetica si possa predicare il predicato “importante”. è lecito dunque ragionarne non a vuoto, ma nel vuoto, i.e., filosoficamente. almeno credo. forse il problema è che un breve testo scritto per una sezione di una rivista si presta poco ad essere riproposto sul web, dove c’è spazio e tempo per elaborare i propri argomenti. non tutti gli stili vanno bene in tutte le sedi. almeno credo.

    lorenzo

  15. elio_c il 9 dicembre 2011 alle 15:59

    Ok, ci provo stasera. Ciao

  16. andrea inglese il 9 dicembre 2011 alle 18:10

    a lorenzo c
    “forse il problema è che un breve testo scritto per una sezione di una rivista si presta poco ad essere riproposto sul web, dove c’è spazio e tempo per elaborare i propri argomenti.”
    Al contrario. Io mi sono appunto preso la briga di rispondere, segnalare, e gli altri di sollevare questioni.
    Io continuo a rivendicare il valore della mia frase, e dell’idea direttrice che difende, anche se essa va compresa nel contesto dell’articolo, dove la dimensione linguistica, figurativa e semantica sono richiamate assieme. L’ho già chiarito a Barbieri, non ci ritorno su.
    Il problema di quella frase non è a mio parere la perentorietà, ma la sua ambiguità. Essa può dare adito a diverse letture, tra le quali quella panlinguistica di certo strutturalismo. Chi la legge, però, nel contesto delle altre frasi dell’articolo, e delle mie posizioni teorico-critiche dovrebbe evitare malintesi. E se malintesi sorgono, la discussione sul web può almeno corregerli.

  17. elio_c il 9 dicembre 2011 alle 19:06

    Eccomi. Mi è difficile spiegarmi meglio senza sapere esattamente cosa, di quanto scritto, risulti comprensibile o meno. Invece di parafrasarmi, provo a spiegare il punto di vista secondo il quale ho osservato questo discorso di legittimazione, ovvero quello di un paradosso che trovo ineludibile: lo stesso approfondirsi di una ricerca (estetica e intellettuale) capace di consolidarsi in una “disciplina”, dissemina il campo cognitivo (dei partecipanti alla stessa) di presupposti impliciti (e qui mi riferisco più che alle nozioni “positive”, soprattutto a modi di sentire, a valori) che oggettivamente tendono ad allontanarli da coloro che non ne fanno parte, e si formano in direzioni differenti ed ignote. Diventa allora necessario postulare, ai fini della condivisione e del riconoscimento, la possibilità di una qualche scorciatoia, ovvero che l’emozione estetica (qualunque cosa sia) possa catalizzare un’accelerazione dell’apprendimento tale da rendere appetibile la ricompensa spirituale promessa dall’opera (tipicamente immaginando che una ricerca individualissima possa andare a rivelare qualche archetipo universale rimasto in precedenza oscuro). In quest’ottica, il discorso di legittimazione deve trovare un difficile equilibrio tra l’affermazione di una differenza ontologica (nel senso che ne dà Girard in “Menzogna romantica ecc.” – insomma “far colpo”, inducendo un bisogno) e la promessa di una redenzione dalla carenza che sia di costo ragionevole, in termini di studio: tutti vogliono andare in Cielo ma nessuno vuol morire, ovvero “riprogrammarsi” troppo profondamente. Da qui la difficile scelta fra un malinteso utile ma banalizzante ed esposto al capitombolo (penso agli astanti pieni di riverenza culturale che trovano “belli” i fiori a colorazione tipografica di Warhol, supponendo che si tratti della sensazione corretta da avere) ed una onesta rivelazione della complessità retrostante, che rischia un’altrettanto onesta rinuncia e fuga da parte dell’interlocutore. Mhm.. spero si capisca qualcosa. Ciao :-)

  18. paola lovisolo (cara polvere)d il 9 dicembre 2011 alle 20:43

    non mi addentro molto ma mi piace lasciare una riflessione personale:
    Mesa con i suoi limiti dove arriva arriva senza mezzi termini e senza prefazioni al suo lettore (non ad ogni lettore ovviamente) così come deve arrivare ogni linguaggio poetico che sarà diverso da quello di Mesa e da tutti gli altri prima e dopo di lui in una partitura di rottura dalla propagazione comunicativa sconvolgente tanto che chi la legge senta il bisogno di leggerne ancora e ne “reclami” ancora: non acclami ma “reclami” in tutti i sensi anche professando di non capirci niente ma che in quel non capirci niente sente – e lo dice – che c’è qualcosa da ascoltare: allora forse si sta scrivendo qualcosa di portante da mettere a servizio. secondo me la rottura è quel bypassare l’ immaginario collettivo corrotto da tartassamenti genitoriali e socialmente omologanti in evocazione invece di una seduzione attrattiva mai esercitata e che mette mano all’ idea dell’ ignoto universale di cui in parte siamo fatti parte individuale che scuota a rispondere la natura dell’ essere attraverso riproposizioni caleidoscopiche degli archetipi da cui siamo indelebilmente marchiati… resta il fatto che sono comunque sempre e “solo” riproposizioni del sacro: cambia la mira cambia il potere attrattore cambia il modo di accarezzare la nostra particella divina con un genio nuovo e aggiungo ma solo come una delle opzioni: linguaggio poestico che si approssimi il più possibile all’ archiscrittura (Darrida) e come tale venga mossa dai fossili e riconosciuto dal lettore e si riconosca nel lettore. non parlo di specchi.
    (… in tutto questo salire placcare il linguaggio-preda vedo un po’ una fatica di Sisifo alla fine…)
    un saluto
    paola

  19. paola lovisolo (cara polvere)d il 9 dicembre 2011 alle 21:11

    aggiungo: che poi la poesia non si venda è un altro tasto dolente non saprei per chi ma se ne è creata la dolentità. Dante si vende Sanguineti si vende la Merini si vende Manganelli (forse un po’ dimenticato come poeta ahimé)si vende Pasolini si vende e altri che meglio di me potrete suggerire… e perché accade questo? che nulla sfiori di nuovo le umane particelle divine? beh potrebbe. nulla di così nuovo nel vecchio solo tritume del vecchio con una mano di “sbiancante novità”.chi lo sa. e non credo sia davvero colpa della rete che fa fruire tutto e subito anzi la rete è una risorsa utilizzata male semmai e troppi poetanti che vogliono campare del loro poetare. almeno è una mia opinione

    paola

  20. andrea inglese il 10 dicembre 2011 alle 02:47

    caro elio, non ho ancora capito tutto, ma alcune cose sì. Ad esempio il fatto che ci sono testi che mettono in fuga, che allontanano, che forse fanno percepire nel lettore una sua inadeguatezza. E questo è uno spunto importante. Davvero. Perché tu dici: non è che c’è un prodotto per tanti e un prodotto per pochi, come se esistessero due categorie definite una volta per sempre di lettori. Ma tutte le opere si vogliono per tutti, ma alcune nell’ottca di una conversione, di un percorso da fare, di un certo lavoro su di sé, di un certo studio, ecc. Tutto è leggibile, ma non tutto è leggibile subito. E non tutto è leggibile fino in fondo.

    Dovrebbero tutti essere dei lettori capaci di accettare la sfida del testo “unfriendly”?
    No. Ma è chiaro che molto spesso si tratta di questo. Di un gioco troppo impegnativo, che un lettore decide di non giocare, deliberatamente.
    Che però ci siano alcune persone disposte a giocare, questo è davvero importante, perché significa che il gioco comunque sia funziona, è antropologicamente fondato.

  21. Francesco Terzago il 10 dicembre 2011 alle 04:45

    Sì, Andrea, il gioco è ‘antropologicamente fondato’ ma qualsiasi gruppo sociale si riconosce in certi specifici elementi identitari: nel caso della ‘Repubblica delle Lettere (o dei poeti)’ nella produzione e nella condivisione di testi scritti secondo certi parametri che, e su questo siamo entrambi d’accordo, non sono più nemmeno letterari ma di teoria della letteratura, dunque meramente filosofici (e potremmo parlare per giorni del limite tra filosofia e letteratura); tu chiamali modernisti, post-modernisti, post-strutturalisti o post-modernisti, sono e restano ciò che è ‘in voga’ ora nel Paese dei Balocchi degli intellettuali; alla fine siamo sempre a discutere di ‘maniera’. Io vorrei che, a livello teorico, si ristabilisse un certo contatto con la necessità di diffusione, di efficiacia, di espressione di contenuti e narrazioni e meta-narrazioni (la poesia è una meta-narrazione, con buona pace di Lyotard. Vorrei spiegarmi, per evitare fraintendimenti – io non dico che non debba esistere una letteratura o una poesia che si determini entro i confini di cui in questa discussione abbiamo parlato, una poesia dei letterati per i letterati, reputo però fondamentale, per la sopravvivenza stessa di questa prima, che ne esista anche un’altra, sempre di valore, che abbia come scopo non tanto quello di proporsi come exemplum di una ‘tradizione’ dei ‘letterati’ ma come oggetto di un immaginario comunenarrazione per antonomasia (non quella del ristretto gruppo sociale di cui, per nostra colpa o fortuna facciamo parte), per questo ritengo sia necessario interrogarci a riguardo della popolarità della poesia e della letteratura, e di quali vie si possano percorrere per cortocircuitare certi elementi caratteristici della società di massa per agire contro la società di massa in quanto tale (penso alla Street-art). Non credi che possano esistere libri scritti bene, benissimo, capaci di riscuotere un buon successo di pubblico e che il fatto di negare a priori questa cosa non sia altro che un alibi, qualcosa dietro cui nascondere la mediocrità.

  22. Il Maggiordomo di L.M. il 10 dicembre 2011 alle 10:01

    dice di riferire che secondo lui ha ragione paola lovisolo, per esempio quando scrive ” Mesa (chiunque, dico io LM) con i suoi limiti dove arriva arriva senza mezzi termini e senza prefazioni al suo lettore ”

    Francesco Terzago, conclude alamadirasoiovolteggiante: ” Non credi che possano esistere libri scritti bene, benissimo, capaci di riscuotere un buon successo di pubblico e che il fatto di negare a priori questa cosa non sia altro che un alibi, qualcosa dietro cui nascondere la mediocrità (qui ci starebbe il punto interrogativo che Terzago si è dimenticato) “. STICAZZI!

  23. fabio teti il 10 dicembre 2011 alle 12:43

    @ Francesco (Terzago):

    1) la poesia di Mesa non è poesia di un letterato per i letterati.
    2) la poesia di Mesa non è a s s o l u t a m e n t e una poesia manierista.
    3) Giuliano Mesa non è mai stato un pacifico ingrassatore dell’apparato di produzione della “repubblica delle lettere”, e ai pacifici ingrassatori pertanto non è mai andato a genio. (in caso contrario, Inglese non avrebbe dovuto scrivere il pezzo che ha scritto, dove la “repubblica delle lettere”, non per niente sempre pronta a scaldarsi dietro “libri capaci di riscuotere un buon successo di pubblico”, certo non ne esce facendo una bella figura).

    lascio qui queste asserzioni senz’altra spiegazione perché credo basti (basterebbe…) leggere i libri di Mesa per rendersi conto della plausibilità di ciò che affermo. sono poi assolutamente d’accordo con le idee espresse dall’articolo di Andrea. (soprattutto, scrivo rubando una wireless dal davanzale, e non è postazione comoda per i concioni interattivi).

    spero di riuscire a intervenire di nuovo. in caso contrario, un saluto a te e a tutti

    f.t.

  24. andrea inglese il 10 dicembre 2011 alle 13:01

    a paola,

    di quel che scrivi, ho capito solo questo pezzo:
    “Mesa con i suoi limiti dove arriva arriva senza mezzi termini e senza prefazioni al suo lettore (non ad ogni lettore ovviamente) così come deve arrivare ogni linguaggio poetico che sarà diverso da quello di Mesa e da tutti gli altri prima e dopo di lui in una partitura di rottura dalla propagazione comunicativa sconvolgente tanto che chi la legge senta il bisogno di leggerne ancora e ne “reclami” ancora: non acclami ma “reclami” in tutti i sensi anche professando di non capirci niente ma che in quel non capirci niente sente – e lo dice – che c’è qualcosa da ascoltare:”

    e ovviamente mi trova d’accordo, tanto che ho concluso il mio pezzo così:
    “L’opera di Giuliano Mesa, infatti, nonostante la distrazione di alcuni, è da anni letta e commentata da altri, ha esercitato ed esercita, soprattutto sulle generazioni dei nati dai Sessanta in poi, un indubbio e prezioso magistero, come l’ha esercitata la figura libertaria, discreta e intransigente del suo autore.”

    Se invece il tuo discorso vuole dire che non si può, né deve, fare critica letteraria, bé non sono d’accordo, ovviamente. E sarebbe per altro contraddittorio, perché anche tu a tuo modo la fai.

  25. andrea inglese il 10 dicembre 2011 alle 13:24

    a francesco T.

    “Non credi che possano esistere libri scritti bene, benissimo, capaci di riscuotere un buon successo di pubblico e che il fatto di negare a priori questa cosa non sia altro che un alibi, qualcosa dietro cui nascondere la mediocrità.”

    Sinceramente non capisco in che modo questa tua frase c’entri con quello di cui parla il mio pezzo.

    Quanto al programma di scrivere un libro benissimo di poesia e di venderne un sacco di copie, conquistando una grande popolarità, mi sembra che ognuno sia libero di farlo. E credo che gli editori se tu vendi 50000 copie con la poesia sono contenti allo stesso modo che se le vendi con il romanzo. Insomma, non posso che augurarti buona fortuna per questo programma.

  26. andrea inglese il 10 dicembre 2011 alle 13:47

    ancora a francesco

    (dò per buone intanto le repliche di Fabio, che condivido)

    mi sembra di vedere dietro il tuo discorso, se mi permetti, un’idea ingenua: ossia l’idea che si possa saltare fuori a pié pari da una tradizione letteraria, da un’eredità di forme, da una serie di codici storici sempre in evoluzione, verso un qualche contatto diretto con il pubblico, con il suo immaginario, di cui ci si potrebbe magicamente impadronire. Naturalmente passare attraverso la società letteraria, per quello che ciò oggi voglia dire, è una grossa rottura di palle: riviste, redazioni, critici, concorrenti, letture, festival, poterini, poteretti, ecc. ma ognuno può scegliere come starci, come passarci attraverso, come aggirarla, ma tutti i poeti che stimiamo ci sono pure loro passati attraverso. Pure Mesa, a suo modo, nel suo intransigente modo. Gente come Dante Sanguinetti Pasolini, poi, si aggiravano come leoni dentro questa società, la foggiavano per quanto possibile a loro immagine e somiglianza.

    Capisco poi che i poeti abbiano nostalgia della popolarità di altre forme di scrittura. I comici, Bruno Vespa, un sacco di gente scrive libri che rendono più popolari e amati, oltre ovviamente a degnissimi romanzieri. Ma in quel caso la soluzione è semplice: basta cambiare genere, oppure, come dicevo prima, fare le 50000 copie o le 10000 con la poesia. Nessuno lo vieta, e ne sarebbero tutti contenti.

    Però bisogna venire a dare lezione a successo fatto, a best-seller poetico realizzato. Altrimenti sono pie aspirazioni.

  27. elio_c il 10 dicembre 2011 alle 14:55

    .. si aggiravano come leoni dentro questa società..

    Che bella quest’ultima immagine, Andrea. Ma perché certi generi sì e la poesia no? Ho una confusa teoria in merito. Credo sia perché la poesia si evolve, o si calibra, in funzione di feedback ristrettissimi, e lascia quindi sempre troppo di essenziale dietro di sé, nei propri contesti d’origine. Si avverte infatti una fortissima differenza di apprezzamento fra coloro che hanno rapporti di amicizia o militanza con l’autore e gli altri. Lo sguardo degli appartenenti al campo sembra distribuirsi strabicamente fra i “canonici” indiscutibili (che fanno identità ed appartenenza) e i compagni/amici del contesto ristretto. Fra questi due differenti poli dell’ “interesse” regna, darwinianamente, fretta e indifferenza. E’ così per la poesia, è così per la pittura, mentre non sembra essere ancora così per la musica, il cinema, o al limite il fumetto. Forse il problema è costituito da certi sviluppi storici che, privilegiando un’inafferrabile concettualità, hanno reso inesistente la “tassa d’ingresso”, saturando il campo di artefatti poco differenziati da un punto di vista estetico (o meglio, differenziati secondo logiche idiosincrasiche di brevissimo respiro) e quindi non sanzionabili che da un’indifferenza difensiva, a sfondo cinico, che sembra essere diventata parte del paesaggio, a malapena camuffata dalla pompa sentimentale delle retoriche più dozzinali.

  28. Francesco Terzago il 10 dicembre 2011 alle 16:49

    @Fabio (caro), io nella mia ultima risposta non mi riferivo certo a Mesa… Mi spiace che si sia potuto capire ciò.

    @Maggiordomo, grazie per il punto interrogativo.

    @Andrea, stai cambiando argomento, entri solo in parte nel merito delle mie affermazioni (senza contare la sparata finale che proprio non ho inteso, se non sei autore di best-seller non puoi parlare di best-seller? – allora la sociologia della letteratura è una disciplina a cui vi si affacciano solo i DeLillo, i McCarthy e i Carver), è in buona sostanza una paura della morte, io credo, quella che conduce a questo attaccamento morboso alla tradizione: gli antichi egizi erano in grado di risalire per centinaia d’anni il loro alberi genealogici, era la memoria delle tombe, era, come ricorda Assman, tema culturale proprio di quella civiltà, una forma di immortalità: esistono strettissime analogie tra la cultura dei costruttori delle piramidi e quella della militanza letteraria italiana (e francese) con la differenza che i primi ci hanno lasciato i più straordinari monumenti funebri della storia dell’umanità. Anziché cambiare genere forse sarebbe giunto il momento di cambiare ‘maniera’ visto che la poeticità è propria dell’esistenza di ogni essere umano, o anche questo non è vero?

  29. Francesco Terzago il 10 dicembre 2011 alle 17:06

    Senza poi contare Andrea che non tieni conto dell’esistenza di una “cultura di riflessione”, qualcosa che, in un certo modo, è capace di filtrare ovunque. Ad ogni modo non ho mai parlato di saltare fuori da qualcosa, né di negare l’importanza di quel qualcosa stesso, di considerarlo per quello che è, questo sì…

  30. andrea inglese il 10 dicembre 2011 alle 20:13

    caro Francesco,

    non ci intendiamo. Mi parli di un “attacamento morboso alla tradizione”. Ma questo non è né un problema mio, né di Mesa. Quindi non so che dirti. Se invece mi dici che si può fare poesia senza entrare in contatto con le pratiche letterarie determinate di una certa epoca e società, ti rispondo che non mi pare possibile.

    “La poeticità è propria di ogni essere umano”? Non ti saprei rispondere. La pittoricità è propria di ogni essere umano? La musicalità? Magari si. Ma se vogliamo parlare non di poeticità ma di opere poetiche come quella di Mesa abbiamo bisogno di categorie un po’ più specifiche.

    Sulla questione poesia-vendite, io non ho granché da dire. Ma sull’argomento, parli chi ha delle novità. Quando un’opera importante di poesia venderà 10000 copie, m’interesserò senz’altro al fenomeno imprevisto.

  31. Francesco Terzago il 11 dicembre 2011 alle 01:49

    Credo, Andrea, che dovremmo uno di questi giorni sentirci su skype, sarebbe una cosa interessante. Alla prossima.

  32. paola lovisolo (nevedicarne) il 11 dicembre 2011 alle 11:16

    @Il Maggiordomo di L.M
    ci sta bene il “chiunque”. grazie.

    @ Andrea
    non ho parlato contro il genere “critica letteraria” che verso la poesia ha il suo da fare anche a far danni talvolta al talento per via di certe ingessature radicate di cui soffre ma questo “vizio” si esercita un po’ dappertutto… ma dato che la evochi, personalmente ritengo che si senta la mancanza – scrivo dalla mia esperienza in rete che certo non fa testo fondante – di una critica poetica importante di rottura severa che renda il sentire soggettivo una miniera da condividere “nel bene e nel male” e getti ponti senza ammaestrare. se vuoi come geniale. come arte. non mi sembra oggi che ve ne siano molti portatori sani. poi sì qualcosa eppur si muove dopo tanti anni. discorso che si sa sempre solleva un meraviglioso rumor di termitaio. mi fa piacere che stavolta tu mi abbia capito anche se non al cento per cento e quindi essermi riuscita in parte a spiegare.:-)
    un saluto a Voi.
    paola

  33. renatamorresi il 11 dicembre 2011 alle 12:35

    “Un’opera poetica importante è un’opera che costringe coloro che le sono contemporanei a sospendere il loro rapporto ovvio e familiare con il linguaggio”

    Per evitare di ricominciare ogni volta da capo dal piè della collina a rotolar su il masso suggerisco di ampliare una volta per tutte l’idea di linguaggio cui ci riferiamo parlando di poesia. Mi pare che non possa più bastare una definizione tradizionale di sistema di segni. Che la ‘funzione poetica’ non sia altro che un gioco di significanti, una diversa selezione sull’asse paradigmatico, credo sia ormai una visione insufficiente, tanto più per un poeta: forse a mettere a disagio è l’evocazione di quel fantasma del linguaggio come struttura ‘dura’ e completamente manifesta sulla superficie testuale, come scelta lessicale, per esempio. Non di questo qui si tratta, mi pare.
    Il “rapporto ovvio e familiare con il linguaggio” di per sé dice una serie di cose interessanti. Che si è articolati CON il linguaggio, non in esso esauriti. Siamo dunque, noi umani, anche fenomeni extralinguistici, deo gratia. Che vi è, tendenzialmente, un rapporto economico, “ovvio” con il linguaggio: tendiamo a usarlo per spiegarci, per comunicare, per esprimerci, per impressionare, per deliberare… a seconda del fine saranno mixate diverse parti dei principi di efficacia, efficienza e appropriatezza (sì, sto facendo riferimento al classico Beaugrande-Dressler). Tendiamo a usarlo in modi ‘utili’, modi in cui non useremmo mai la musica o la pittura (da cui: la poesia è visceralmente imbricata nella vita anche per via della promiscuità del suo materiale – noi non facciamo le telefonate, le leggi o le istruzioni per l’uso suonando o dipingendo). Ci dice infine che il linguaggio poetico sembra sempre sfidare quel principio economico, cioé è per definizione anti-utilitaristico, andando ad agire simultaneamente su diversi piani (è questa la famigerata polisemia?), e ad alterare i regimi usuali di verità, di chiarezza, di rilevanza, di appropriatezza, persino di formato. Sì, anche un Penna, io credo, sospende il nostro “rapporto ovvio e familiare con il linguaggio”, lavorando non sul lato dell’oscurità ma su quello della chiarità, lavorando in un ordine apparentemente descrittivo-realistico ma inaspettatamente breve, troppo breve per essere ‘tipicamente’ descrittivo-realistico infatti.
    Mesa scuote quel rapporto in modo assai diverso, venendoci addosso con una forza semantica scardinante. Lui è contemporaneo a noi, ma noi a lui? Siamo chiamati a scomodarci dalle nostre imbottite poltroncine di spettatori da divertire o da istruire e a riordinare la nostra esperienza “ovvia e familiare” del mondo perché, molto pragmaticamente, quella lingua poetica avvenga. Forse è questa l’avanguardia?

    Scusate la sintesi, forse troppo densa ed ellittica, è che la vita preme…

    grazie ad Andrea per l’occasione di queste splendide conversazioni (e, permettetemi, grazie Barbieri per il tuo bel libro sul fumetto)

    renata

  34. elio_c il 11 dicembre 2011 alle 16:40

    “venendoci addosso con una forza semantica scardinante”

    se questo potesse venir assodato (intersoggettivato) in via definitiva, non ci sarebbe alcun bisogno di chiacchiere di contorno. Ma non siamo a questo stadio, mi pare.

  35. Daniele Barbieri il 11 dicembre 2011 alle 20:26

    A Renata (che ringrazio per l’apprezzamento) ma anche ad Andrea e a tutti coloro che sentono la questione del linguaggio, mi permetto di segnalare, a mo’ di risposta e perché mi sembra molto pertinente, una cosa breve che ho scritto nel 2005 e sta sul sito di Poiein, esattamente su questo tema. Non saprei spiegarmi meglio oggi, anche rispetto alla (Neo)avanguardia.
    db

  36. elio_c il 11 dicembre 2011 alle 21:44

    Condivisibile.. un po’ ovvio magari, ma forse per effetto dell’efficacia dell’esposizione.

  37. paola lovisolo (nevedicarne) il 11 dicembre 2011 alle 22:26

    @(di Daniele)
    “Perché ciò che importa davvero non è di che cosa la poesia parli, ma dell’immagine delle cose e della nostra relazione con loro che essa ci rim
    anda. Più questa immagine ci rivela aspetti nuovi, correlazioni impensate, nuovi sensi del mondo, e più la poesia adempie al suo scopo. Ci vuole, per la poesia, un linguaggio esatto e spietato come lo sono le cose quando si rivelano a noi per la prima volta, nella loro magica e inesausta brutalità.”
    .
    ecco. appunto. direi che potrebbe essere un elemento del succo di come approcciarsi al linguaggio da conoscere profondamente. vero come scrive Elio che è “ovvio” cioè già da anni postulato da pochi in rete e un “ovvio”non sempre ben accetto o compreso come spesso sono le cose semplici. aggiungerei “inesaustibilità bruta delle rivelazioni” con la quale è difficile stare al passo che la poesia passa e non resta di lei che un riflesso da camera privato e circoscritto al medium da fa trasmigrare al lettore di passaggio: alchemicamente importante è la scelta di come rendere quel riflesso un reale vero così come pare a chi si fa scrivere dalla poesia di averlo percepito per primo renderlo tale a se stesso.
    paola

  38. elio_c il 12 dicembre 2011 alle 09:03

    Credo di aver letto 4 o 5 presentazioni di Mesa in rete, con relativi esempi. Gli esempi non sono stati tali da fulminarmi sulla via di Damasco. Artefatti interessanti certo, da poeta raffinato certo, e le presentazioni fornivano tracce utili per approfondimenti che sembravano richiedere parecchio tempo, molta preparazione di contesto prima che quegli stessi artefatti avessero potuto sprigionare le straordinarie fragranze di senso che altri davano segno di poter cogliere. Ma segno soltanto, più che altro mugolii d’orgasmo intellettuale, largamente inarticolato. Lo sappiamo bene che non si può tradurre, traslare, ridurre, sezionare, incasellare, ordinare senza con questo “uccidere”. Eppure certe volte la bizzarra operazione (ricordo delle divertenti parole di Borges al proposito) riesce, ed un po’ della bruma di quei sensi deborda, senza profanazione eccessiva. In queste presentazioni invece, finora è debordato ben poco: ho intuito di una persona gentile, colta, intelligente, operante con successo differenziato (fortissimo nel breve raggio, ma rapidamente calante) entro il mondo letterario. Ho intuito malinconia, disperazione, e il tormentoso “riscatto” attraverso la manipolazione del linguaggio. Non ho capito a cosa tutto ciò mi possa servire, ovvero le indicazioni del farmaco (non credo alla poesia come panacea). Non ho capito cosa possa mai dirompere in me.. qualche concetto? Qualche “visione del mondo”? Ma quella cristalleria è già rotta da tempo, perché siamo tutti postmoderni ora.

  39. renatamorresi il 14 dicembre 2011 alle 11:00

    No, scusate, arrivo tardi ma devo dirlo, qua c’è un malinteso. Non credo che qui si stia discettando attorno ad una eventualità, l’asserzione è più definitiva: l’opera di Mesa è importante, è assolutamente rilevante. Non entro nel merito dell’annosa sfida “popolare” vs letterario-ossia-(o così pare)-elitario, una questione che mi annoia moltissimo (ma chi è “popolare”? Licini è popolare? Edda Rampoldi è popolare? Patrizia Vicinelli?? o confondiamo “popolare” con “di massa” o con “orecchiabile” o con “antologizzato”? Lasciando stare il “successo”, di certo stabilire un canone spetta ai mediatori, ai mediatori – in Italia, infatti, istituzionalmente abbandonati; non avete visto Il Diavolo veste Prada? non è che si vende la cintina turchese da duemila dollari, è che la cintina tuchese in copertina modulerà il gusto generale). Per il resto, vi prego, lasciamo che sia il marketing a scovare i target groups che gli ‘servono’.

    Mesa è rilevante per chi ama la poesia, o meglio, la sua opera te la fa amare. Ammetto che per un poeta che lavora sulla sequenza il web non sia un posto adeguato: leggere “una” poesia di Mesa su Internet è un po’ come ascoltare “un” minuto di una sinfonia – per usare la vacua espressione x-factoriana “non arriva”. Ammetto anche che certi commenti rapidi, impressionistici, non rendano giustizia: io stessa qua sopra ho parlato di “semantica scardinante”, forse avrei dovuto ragionare di più e dire “semantica scardinata”, poiché in questa poesia sembriamo perderci, perdere il referente, e in questo svuotamento ritornare verticalmente in una purezza indifesa, in una negazione della retorica della visione, della spiegazione del mondo, che ci riporta visceralmente, con un drammatico detour grammaticale, alla presenza palpitante:

    *Quarto passaggio (e dopo)*

    e dopo questo suono, dopo,
    dopo torna

    come se nulla fosse, suona,
    suona ancora

    (e fa le bizze, scalcia,
    muove l’aria)

    [non siamo nati ieri –
    imparando, abbiamo imparato a trattenere
    poiché tutto muta e muterà: tatà]

    e dentro queste tempo, dentro,
    dentro trema

    come se nulla fosse, trema,
    trema ancora

    (e perde tempo, trema,
    per tremare)

    [domani moriremo, amore mio –
    avremo ancora caldo e sete
    e freddo e fame e tutto il resto: resta]

    Vi cito la postfazione di Caserza, che lo dice meglio di me: “Io credo che Mesa abbia tentato e sia riuscito a riformalizzare l’antica questione della nominazione poetica del mondo, con la velleità adamitica di dare un nome alle cose. Ha fatto silenzio intorno agli oggetti, ne ha fatto precipitare la virtuale presenza nella grammatica delle parole vuote, in un naufragio dello stile. E quando è tornato su dal vuoto semantico ha mostrato oggetti concreti e puri, sporchi di sangue ma adamantini.” (Quattro quaderni, 92-3)

    Si tratta di un linguaggio, insomma, che non descrive la verità, ma si fa procedura di verità. Che non c’entra nulla col post-moderno. Questo, invece, lo dice bene Florinda Fusco: «In un periodo storico, gli ultimi decenni del Novecento e il primo decennio del XXI secolo, in cui il predominare delle teorie postmoderniste, come quelle della fine delle ideologie e della fine della storia, ha relegato il rapporto tra etica ed estetica a reperto del moderno, Mesa ha voluto conservare il rapporto con le grandi tensioni etiche della modernità e con la drammaticità della storia. Potremmo definire Mesa ‘ossessionato’ dal “carattere etico, di responsabilità nominante” del linguaggio poetico. L’autore ribadisce più volte che la ricerca poetica non può che coincidere con una ricerca etica, con “un linguaggio dove le parole […] cercano la precisione, la sincerità: verità etica”» (Atelier, Marzo 2011, 78). Una responsabilità che in Mesa sta fin dentro la virgola, la congiunzione. Responsabilità che è canto, è pianto, e testimonia. É evidente in Tiresia, dove la violenza del mondo chiama e accusa, piega alla pietà e pulsa come una luce nana dentro al nostro cranio. Non è evitabile. È così, non è con sforzo anestetizzante che la guardiamo ogni giorno?

    Concedetemi un’ultima citazione, stavolta da Marco Giovenale: “è in gioco nella scrittura un coinvolgimento materiale/materico con l’oggetto narrato, con la vicenda che la parola attraversa. Questo comporta anche pudore ed esitazione. Un rifuto del realismo ha pure questo senso: la dimensione allegorica, il lavoro sugli echi interni, la conoscenza poetica attraverso i risultati formali di rima, assonanza, iterazione, ecc., non è strategia ma precisamente incarnazione in stile di quello che sarebbe impossibile avvicinare per via (daccapo) banalmente ‘retinica’, assertiva, fotografica.” (in Per una critica futura, Feb.2010, sta in http://www.cepollaro.it)

    Scusate se ho citato tanto, non sono una studiosa di Mesa, ma amo molto il suo lavoro.

    Un caro saluto a tutti,
    Renata

    ps: grazie Barbieri del link all’articolo: qualcosa mi manca, ma ci devo pensare su (credo che sia qualcosa che riguarda la magistrale assenza di scopo della poesia:)

  40. paola lovisolo (nevedicarne) il 14 dicembre 2011 alle 11:41

    non vedo come il web possa disimpreziosire un lavoro poetico in sequenza.
    la ressa del web è facilmente scantonabile e tutte le negazioni a questo fatto sono delle scuse a mio parere personale.
    il disimpreziosire lo può fare o non lo può fare solo il lettore di Mesa e di chiunque altro autore se se al lettore l’ autore in questione – i n t e r e s s a – voglio studiare la ricerca poetica in divenire di Mesa? clicco raccolgo formo un’ impressione. amen. o altrimenti se non mi va la rete e se l’ autore so che ha scritto un libro compro il libro. o consulto la rete e compro il libro contemporaneamente… insomma… ecco. non vedo la difficoltà.

    la rete non è – e certo dirò una ritrita ovvietà inspurgabile – che un mero prezioso efficace strumento di collegamento condivisione confronto tempestivo tra cervelli sulle varie scienze. se non lo si sa usare per quello che è è un problema individuale di ciascun utente.
    un saluto
    paola

  41. fabio teti il 14 dicembre 2011 alle 14:40

    @ Renata: “procedura di verità”. accidenti se è calzante!



indiani