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Maria De Filippi / Emanuele Kraushaar

Emanuele Kraushaar, Maria De Filippi, Alet 2011Mi chiamo Damiano. Ho 28 anni e non me ne frega una cazzo di niente.
Da quando sono stato tronista a Uomini e Donne ancora di più non me ne frega un cazzo di niente.
Tutti mi cercano adesso, vogliono uscire con me, mi aggiungono come amico su Facebook.
Ho grandi possibilità lavorative in televisione, tutte le ragazze in discoteca mi si buttano addosso, mi lasciano il loro numero di cellulare.
Tutti mi offrono il caffè, molti mi offrono una birra, qualcuno mi offre la cena.
Una signora una mattina a Cola di Rienzo mi ha fermato e mi ha lasciato il numero della figlia.
Un pomeriggio come gli altri che non ho niente da fare la chiamo.
“Preferisci che ti mando la foto o vuoi uscire lo stesso? Dove ci vediamo?” chiede.
“Vieni da me tra due ore” dico.
Un paio di ore dopo decido di uscire per farmi una passeggiata.
Quella non troverà nessuno a casa, ma non me ne frega un cazzo di niente.

***

Per me l’amore non esiste. Così una mattina vuota come le altre decido di partecipare al programma Uomini e donne di Maria De Filippi. Chiamo la redazione e, dopo un paio di settimane, eccomi a Cinecittà.
Prima della puntata, mentre faccio colazione al bar, incrocio il mio sguardo con quello della cameriera e provo un’improvvisa voglia di portarmela a letto. Tiro fuori un paio di stupidate, le lascio il mio numero di telefono, le dico di chiamarmi una sera quando avrà voglia di vedermi, vado a registrare la prima puntata dove devo corteggiare una ragazza che sta sul trono e mentre entro nello studio già mi sono dimenticato di lei.
Quando esco è già buio e mi sento come una bottiglia bevuta e poi rotta a terra. L’inverno è di quelli che tranciano ogni energia. Mentre attraverso la strada, vengo falciato da una macchina.
La prima persona a venire in ospedale è la cameriera.
Passa a trovarmi spesso anche adesso che la situazione è peggiorata e non riesco più neanche ad alzarmi dal letto.

***

A me tutti quelli che vanno al programma Uomini e Donne mi fanno schifo. E dato che non ho alcuna considerazione neppure di me, ci vado pure io al programma.
Ma io voglio fare colpo su qualcuna della redazione, perché quelle durano per sempre, mica sono come le troniste che vanno e vengono e poi nessuno se le ricorda, o magari gli scrivono troie su youtube. Io penso in grande, se ci scappa ci provo pure con Maria De Filippi.
Quando mi siedo di fronte alle ragazze della redazione, punto subito quella più brutta.
Non che sia poi da buttare via, penso.
Alla pausa pranzo la avvicino, ma quella non mi fila per niente.
Allora mi scappa una bestemmia. E la dico pure forte.
Così arriva un tipo che mi dice che è meglio che mi allontano.
Io gli punto il dito contro, ma poi torno sui miei passi, perché anche se sembro un armadio e faccio palestra da anni, ho sempre una fottuta paura di fare a botte.
Così, mentre sotto la pioggia imbocco la Tuscolana e Cinecittà diventa un puntino lontano, ripenso a quello che mi picchiò quando stavo al mare a Ladispoli.
Ci avevo provato con la sorella, per questo mi ruppe il polso e ancora adesso quando piove mi sento picchiare sull’osso.

 

(da Maria De Filippi, Emanuele Kraushaar, Alet 2011)

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8 Commenti

  1. Comprendo poco quest’astio “culturale” verso la Maria ed i suoi programmi, che personalmente ho visualizzato credo per una trentina di minuti complessivi. Programmi che mi annoiano, ma che fanno di nuovo e di male? Stimolano sentimenti e competizioni, e non mi par molto e certo non mi par nuovo. Lo si fa da sempre, soventissimamente per un compenso (come la Maria) meno sovente per una qualche forma d’impegno e/o di diletto.
    Sentimenti (tre o quattro in tutto) e competizioni (una sola) sono le sole cose cui gli umani sanno applicarsi, e li svolgono come possono e/o come gli conviene: diverse le forme, immutata la sostanza, impossibile (o ridicola?) una graduatoria “etica” sul come della forma. Poi, per quanto possa essere indigesta, la classifica, rigorosamente a-morale, la fanno i numeri, come di forza in ogni storia.
    Un evviva dunque, distaccatissimo, alla Maria, se ha i numeri. Di certo non fa “cultura”, ma chi davvero la faccia non è mai stato chiaro: troppi sarti abiti e irrinunciabili vanità, e facilmente ci si confonde, di certo io mi confondo…

    Buone feste, davvero.

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