messaggio alle genti per il 2012

6 gennaio 2012
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Ho cercato di impostare la mia vita lasciando che fosse la letteratura a dimostrare di essere all’altezza della mia giornata. Ho sempre trovato vuota l’idea di una “vita da artista”, costruita attorno al testo, attenta, tale da permettere all’arte il suo progresso, la sua maturazione. Per conto mio, il punto è sempre stato che se quello che scrivo non regge la vita che faccio (con i suoi tempi disfatti dall’impiego, i suoi orizzonti limitati dal salario, la sua giornata intessuta dalle merci, dai media, dalla falsa coscienza, la sua materia, infine, corrotta e ottusa) allora è la scrittura ad essere impropria, a non aver dato luogo ad una propria, adatta fattispecie.

E proprio ora, quando la crisi disfa giorno per giorno le prospettive che mi posso dare, quando le responsabilità e anche l’amarezza di una vita adulta e laica occupano ogni ora, svuotano gli entusiasmi che non siano basici, animali, familiari, quando lo scorcio del secolo di un’Italia prona alle conseguenze di una lunga catastrofe, di una bancarotta politica e sociale toglie davvero il fiato a chi si ferma a pensare; ecco, proprio ora, mi accorgo che la letteratura dimostra i suoi diritti, si vanta della sua resistenza alla miseria, alla consumazione della giornata, all’instupidimento dell’età, della stagione. Rivendica anche (perché no?) una ferocia specifica e maggiore, una sua ulteriore, più profonda persistenza, una razionalità e un’irrazionalità più complesse dell’ovvia insensatezza quotidiana, della semplice disperazione, una capacità ancora più ampia di spesa, di spreco, di scialo di tempo ed energia, di dissipazione della vita in calore.

Questo è quello che mi porto nel 2012. Questo è bene; questo è quanto.

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PS: Continua a tornarmi in mente l’immagine degli alberi di Ponge; continuo a pensare a quella foliazione massiva, disperata e ciclica, senza sbocco eppure così rigogliosa, così ineluttabile.

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18 Responses to messaggio alle genti per il 2012

  1. maria(v) il 6 gennaio 2012 alle 10:41

    che bella befana, Gherardo! Grazie davvero

  2. sparz il 6 gennaio 2012 alle 10:57

    condivido, la befana porta bene. Per gli alberi di Ponge (“Gli alberi si disfano all’interno di una sfera di nebbia”) vedi qui: https://www.nazioneindiana.com/2010/03/14/da-francis-ponge-il-partito-preso-delle-cose/.

  3. nc il 6 gennaio 2012 alle 11:09

    leggerti mi ha dato una forte emozione, una scossa di vita.
    grazie.

  4. Martin F. il 6 gennaio 2012 alle 12:58

    Mi hai tolto il fiato. La letteratura proprio al verificarsi di questa imminente sciagura tirerà fuori gli artigli per salvarmi e non farmi affogare nel mare di melma in cui ci stanno trascinando. E se ci sarà fame, povertà, barbarie io avrò sempre il mio rifugio nel beato mondo dei libri e della scrittura. E se chiuederranno le biblioteche e bruceranno i libri io mi toglierò il tozzo di pane per comprare una bic e due fogli su cui scrivere e fuck the world!

  5. jacopo galimberti il 6 gennaio 2012 alle 14:01

    buon anno gherardo!

  6. enrico dignani il 6 gennaio 2012 alle 14:08

    2010 correva l’anno
    Repubblica Italiana.

    La bestemmia.

    Il delinquere autorizzato
    (dal voto)
    non è delinquere.
    Per loro
    niente calcio in culo
    e sequestro dei beni,
    dice il manganello
    con lo stipendio,
    muti e rassegnati.
    Soffio sul fuoco.
    Silente ma non assente,
    complice,
    il signore delle mosche
    forse è al Quirinale.
    Dio abbia pietà
    delle nostre anime.

    S’è fatto sera,
    scusate me
    e il prof. Nietzsche,
    che si sia fatto sera.

  7. helena il 6 gennaio 2012 alle 14:41

    Grande, Gerry, la nostra merda d’artista, oggi, è quella dei pampers di sottomarca…

  8. Antonio Coda il 6 gennaio 2012 alle 16:00

    Domanda di quelle quotidiane, che vorresti superate, che temi retoriche, che tornano cicliche: ma questa letteratura…Alienazione o ingaggio? È lotta è o è fuga? È merito o ozio… Perché una pagina, per quanto bella, ben fatta, per quanto possa raccontare la storia di un giorno o di un anno, dura pur sempre cinque minuti cinque, quante che siano le settimane impiegate a metterla giù tra riscritture e riscritture, e al cospetto delle centinaia di minuti da veglia a veglia: di doveri, di abitudini, di improvvisate, di umori a fin di bene a fin di male, e lo spavento: la vanità è mia che scrivo, è di quel che scrivo io, o di chi non legge o di chi legge cercando vanità e non altro perché, perché suvvia c’è la vita, ed è già dura, e poi per fortuna c’è la letteratura, che è un’altra cosa… è un’altra cosa? Le domande si avvicinano, si schiacciano, s’inspinano una nell’altra e il “perché scrivo?” s’imbarbarisce in “perché vivo?”, ah, le domande seriose! Il contrario del piacere, il contrario dello scrivere.. Mentre rileggi i tuoi stessi dubbi non si sa mai se il tempo si sta recuperando per dopo o se si sta dissipando al solito con in più l’acidità di stomaco di un pensiero che rimastica. La letteratura, un vezzo borghese, no, un impegno civile popolare, macché: è arte! Diomio l’arte, solo a pronunciarla vien voglia di rispolverare la ghigliottina… L’arte non serve a niente, giusto beat of my hearth? Hai presente la libertà quando assomiglia alla presunzione dell’inedia? Andando avanti per chissà quanto, solo che a un punto – fortunato – uno si dice: tra me che vivo e me che scrivo o c’è un passaggio da Io a Altro, o ci si fa vecchi, consumando il proprio metro quadro in un ballo del mattone a tu per tu.
    Solo per caso chi scrive coincide con chi, quando non lo fa, vive nel tempo che resta, magari leggendo, durante questo tempo, quello che un Altro ha scritto, che abbia il suo stesso nome e indirizzo e dna oppure no.

    Che uno sia ancora vivo, ce ne si accorge se le domande se le pone ancora, e Bortolotti allora è vivo eccome, e Ponge, non sapevo chi fosse Ponge, ora che ne ho letto qualche estratto, ora so che Ponge è una forza.

    Un saluto!,
    Antonio Coda

  9. Ugo Coppari il 6 gennaio 2012 alle 18:36

    E se fosse invece la vita che ci appare sempre così scarsamente all’altezza di ciò che abbiamo letto? E se fossero invece questi benedetti libri i filtri che ci spingono a guardare il sole della vita senza bruciarci gli occhi? E se fosse invece opportuno prendere le ore i giorni i pranzi gli amici gli acquisti i passi le gite le partite le sigarette il sesso gli alberi le ombre le stelle e tutto il resto per quello che sono e non per quello che abbiamo creduto dovessero essere?
    Proprio ieri il gatto che un paio di amici mi ha lasciato in casa per un paio di giorni stava ronfando sopra di me. Il suo sguardo così dolce ricordava la postura contemplativa e trasognata di noi umani che ce ne stiamo per gran parte del tempo chiusi in casa o nei luoghi di lavoro.
    E se fossero tutte queste ore passate a chiederci cosa dovesse essere all’altezza di essere vissuto a farci impallidire di fronte a questa presunta tristezza della quotidianità?

    Il mio augurio è di vivere questo 2012 come se non avessimo mai letto alcun romanzo o racconto, come se ancora tutto dovesse essere ancora scritto per la prima volta.

    Bravo Gherardo, comunque, a incidere bene tutte le parole.

  10. elle il 6 gennaio 2012 alle 19:46

    Mi sa che è proprio così. Quello che provo. Grazie.
    Anche per gli alberi di POnge che s’infogliano perchè devono.

  11. gherardo bortolotti il 6 gennaio 2012 alle 22:34

    per conto mio la letteratura è sempre inessenziale. sicuramente perché non trova le “essenze”, cioè non dice le cose per come sono. ma soprattutto perché la letteratura è uno spazio di libertà e meraviglia. e anche di arbitrio. se fosse essenziale, sarebbe necessaria, sarebbe obbligata: né libera, né arbitraria.
    quello che ora, più che in altri momenti, mi sembra evidente è che il suo arbitrio, la sua libertà è inestinguibile e quindi ha un suo tratto necessario. e questo paradosso, probabilmente, è la fonte della sua meraviglia continuamente rinnovata.

    l’augurio di ugo mi piace ma mi piace di più augurare a tutti di scrivere come se niente di quello che è stato scritto fosse ancora abbastanza.

    @helena: ho passato il pomeriggio a spostare mobili nella camera di giacomo, in vista del gattonamento… (portrait of the artist as a new father)

  12. luigisocci il 7 gennaio 2012 alle 03:30

    messaggio ricevuto

  13. Fede il 9 gennaio 2012 alle 14:10

    Quanto mi ci sono rivista in queste parole! grazie.

  14. giampaolo de p il 10 gennaio 2012 alle 17:07

    Ben letto.

    saluti del nuovo anno,

    giampaolo

  15. Alessandro Ghignoli il 10 gennaio 2012 alle 17:44

    dici “per conto mio la letteratura è sempre inessenziale. sicuramente perché non trova le “essenze”, cioè non dice le cose per come sono. ma soprattutto perché la letteratura è uno spazio di libertà e meraviglia. e anche di arbitrio”; ma forse è anche un modo di ricostruire /-rsi il mondo intorno. chi scrive, scrive perché la realtà che lo circonda gli fa schifo. così negozia anche l’innegoziabile.
    auguri sereni
    un abbraccio

  16. gherardo bortolotti il 10 gennaio 2012 alle 20:47

    @alessandro: sono d’accordo sulla scrittura come costruzione ma il negoziare comporta una sintesi che secondo me non è della letteratura, che se mai funziona per aggiunte. cioè agisce sul mondo, concorre a costruirlo, aggiungendo dei pezzi, non sublimandone alcuni in altri.

  17. Alessandro Ghignoli il 11 gennaio 2012 alle 15:31

    caro Gherardo, nella letteratura o nel fare letteratura si includono molti aspetti; ne dico uno: la casa editrice. come non ‘dover’ negoziare con chi rende pubblico il tuo lavoro. scrivo di salvare gli alberi, per esempio, in un buon libro di carta. o la casa editrice è quotata in borsa, o chi fondò la suddetta non era proprio un partigiano comunista. insomma, la *negoziazione* è parte integrante della letteratura. certo, Roversi, Mariella Bettarini con le sue edizioni Gazebo, ma pochi, pochissimi casi -davvero- isolati. questo intendevo.
    ma poi anche nella scelta delle parole, in realtà negozio. scelgo, quindi negozio.
    un abbraccio

  18. gherardo bortolotti il 11 gennaio 2012 alle 21:15

    no scusa, devo ammettere che ho preso il tuo negoziare come una metafora della procedura che la letteratura applica alla realtà. in questo senso intendevo la mia risposta. quello che dici è giusto (tranne, secondo me, la questione della scelta delle parole) ma è anche ovvio.



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