Mà terials

8 gennaio 2012
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Nina ovvero Nel nome della madre
di
Marco Barbieri

Il libro inizia con un viaggio per mare, cioè nel topico e ancestrale luogo di movimento dell’umanità, a significare quanto la storia di genere sia incardinata nella storia del mondo, degli uomini e delle donne.
Il racconto nasce da una riflessione di Nina, una bambina di dieci anni. Nina lancia uno sguardo sulle cose, sul mondo, che improvvisamente le appare storto, strano, asimmetrico. Nota un’asimmetria palese quanto bizzarra: i nomi dei componenti della sua famiglia rivelano un’incongruenza. Lei, suo padre e suo fratello, hanno tutti lo stesso cognome ma non la mamma, proprio quello della mamma risulta diverso. La mamma un’estranea?

Di punto in bianco? Lo capisce mettendo in fila, uno dopo l’altro, i biglietti del traghetto sul quale è imbarcata con tutta la sua famiglia.
Si affronta da qui la colossale storia delle donne, partendo da un fragile indizio. Questo passaggio dal piccolo al grande, dal singolo al plurale, questo ondivago movimento tra le proporzioni delle cose con cui inizia il libro deriva in realtà dalla forza dello sguardo femminile sulla storia ed è anche un omaggio alla bambina narrata per antonomasia, Alice, alle sue “sproporzionate” meraviglie, all’infanzia e alla sua sterminata letteratura.

Non si sa mai da dove scaturiscano i ragionamenti dei bambini, eclettici quanto perentori. Così sono anche i ragionamenti di Nina. La sua riflessione inizia dal nome. Per un bambino, che dipende da tutto e da tutti, è la prima e sola cosa totalmente sua, che possiede veramente. Il senso del possesso è un buon punto di partenza per un ragionamento infantile. Carla, la mamma di Nina, astuta, lo sa e le tiene viva l’attenzione, su un argomento così complesso come la storia dei diritti delle donne, proprio mettendo in evidenza l’impossibilità di possesso per le donne. Tra tutte le ingiustizie si insiste inoltre sulla scuola, anche questo non a caso. La patria potestà impediva alla madre di partecipare per esempio alla scelta della scuola dei figli. Deve risultare veramente assurdo ad una bambina di oggi che ha visto mamma e babbo parlottare sul suo futuro di studentessa. Il libro parte quindi proponendo strategicamente spunti sensibili e comprensibili, diremmo sostenibili, per la fantasia di una bambina. Carla, la madre, parla in realtà del più vasto possesso di sé, ma sa andare per gradi, sa che è giusto così.

Per il resto il libro prosegue senza indugi. Nessun “vietato alle minori” o reductio sui passaggi più difficili. L’aborto, la violenza sessuale, la prostituzione e lo sfruttamento della prostituzione vengono inserite in un orizzonte morale e umano ampio che non teme autocensure. Parole come autodeterminazione o inviolabilità, anche se complesse, vengono comunque spiegate e affisse in una bacheca in bella mostra, come un piccolo quadro che sta lì da sempre sulla parete di una stanza tutta per sé. È una scelta forte ma fatta con delicatezza, particolarmente difficile in un paese in cui la sessualità e il corpo femminile sono in buona parte argomenti ancora tabuizzati, oggetto tuttora più di controllo che di confronto da parte delle istituzioni e banalizzati quando non “oscenizzati” nel discorso mediatico. La narrazione non si ferma davanti al paravento del “sono troppo piccoli per capire” che spesso copre la vista sulla navigazione solitaria dei bambini e delle bambine nel mare magnum tempestoso della loro crescita. Sembra che con la collana nomos della Sinnos editrice, di cui Nina i diritti delle donne fa parte, si sia aperto nella letteratura per l’infanzia un nuovo varco di riflessione o meglio di “rifrazione”: i ragionamenti e i saperi degli adulti attraversano strati di diversa densità prima di raggiungere la sensibilità dei più piccoli senza cambiarne sostanzialmente di intensità.

Nel libro l’epopea dei diritti femminili viene ripercorsa attraverso generazioni di donne-che-si-generano e generano opportunità le une per le altre. Il percorso delle conquiste non è progressivo e il libro si chiude “problematicamente” sul presente nonostante i tanti diritti acquisiti e descritti nelle pagine precedenti. Nina infatti racconta che sua zia è tornata indietro rispetto ai tanti diritti conquistati perché invalidati e resi subalterni dalla sua condizione di eterna precaria. Nina chiude il racconto dicendo che le piace essere femmina, dando conto di possedere un tesoro emotivo e cognitivo che darà i suoi frutti. Nina è anche una bambina ostinata e alla fine del racconto ripropone la domanda iniziale sul perché la mamma abbia un cognome diverso dal suo, anzi, va ben oltre e si chiede perché il suo cognome “non contenga” anche quello della mamma. Una consapevolezza che prelude a nuove conquiste e nuovi diritti e sembra racchiudere la eco delle parole di Carla Lonzi: “Il femminismo ha inizio quando la donna cerca la risonanza di se nell’autenticità di un’altra donna…”

Le illustrazioni di Rachele Lo Piano hanno qualcosa che ricorda, rielabora e anche omaggia i sussidiari, i libri di testo delle elementari degli anni sessanta-settanta. I personaggi, quasi sempre sorridenti, emergono fortemente contornati nel bianco della pagina attraverso un tratto deciso e netto ma che non rinuncia a farci dare un nome certo ad alcuni volti come quello della Iotti o dell’Anselmi o della Contri. Il disegnato fa pendant e si integra con inserti reali, alcune stoffe vere compongono i vestiti, alcune immagini di città fanno da sfondo, foto di pagine di giornale e di piante di mimosa sono strette nelle mani dei personaggi. C’è un sapiente equilibrio di gioco tra una realtà che non appiana e una fantasia che non sconfina. La sintonia con il testo è quindi forte e reciproca.

La piena e amorosa adesione dell’autrice alla storia e al movimento delle donne non si rivela mai ideologica ma si riserva semplicemente un posto di orgogliosa, intima e discreta presenza dietro la scelta di inserire le meravigliose parole della Iotti che, emozionantissime, arrivano ancora intatte al cuore di tutti.

Nina e i diritti delle donne, Sinnos editore 2011– Attraverso la storia di tre generazioni le conquiste delle donne dal 1946 ad oggi di Cecilia D’Elia con illustrazioni di Rachele Lo Piano

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4 Responses to Mà terials

  1. Elle il 8 gennaio 2012 alle 12:50

    Il libro di D’Elia è il racconto delle parole di Carla Lonzi: “Il femminismo ha inizio quando la donna cerca la risonanza di se nell’autenticità di un’altra donna…”
    ed è un narrare molto attento a non “monumentalizzarsi” ma a ritagliare le sagome perfette di una storia, quella dei diritti delle donne in Italia”, che ancora langue di memorie su molti episodi che ha visto donne protagoniste del cambiamento di costumi e leggi. Proprio quest’ultimo è il tasto dolente: le leggi. E se non sbaglio il movimento “Se non ora quando” si prefigge questo obiettivo: migliorare le leggi e modificare la mentalità a favore di uno spazio più organico delle donne nella società, che nei fatti già c’è ma nei diritti molto meno. Molto belle le illustrazioni, molti libri oggi, su tanti temi che sfuggono ai più, andrebbero scritti così.

  2. Mariateresa il 9 gennaio 2012 alle 23:59

    Mi piace questo libro, credo che “Dalla parte delle bambine” in poi si sia fatto ben poco per rimarcare quanto sia importante dare alla donna il giusto rilievo nella società a cominciare dal lessico. Quanta difficoltà per far entrare nell’uso comune ministra, sindaca…l’altro giorno su un giornale ho letto sia ministra sia ministro della Fornero, ovviamente chiamata ministra ricordando quando piangeva, come se i maschi non avessero questa funzione naturalissima…Ce n’è di strada da fare, ogni libro di questo tipo è più che utile, grazie della segnalazione. Inoltre mi piace che la zia, in quanto precaria, torni indietro: io stessa, lavoravo e ora non più, sono a casa, mia nonna era maestra, indipendente fiera aveva anche una famiglia numerosa, mia madre si è dedicata ai figli, io ho fatto un lavoro impegnativo che amavo ma ora che i giornali sono in crisi e poi a Bari…un lavoro non ce l’ho più! Tanti auguri a Nazione indiana e a Forlani e a Barbieri (il leader del Flacco, no?)

  3. andrea barbieri il 16 gennaio 2012 alle 08:41

    “Nina chiude il racconto dicendo che le piace essere femmina, dando conto di possedere un tesoro emotivo e cognitivo che darà i suoi frutti.”

    Purtroppo questo pensiero è alla base della discriminazione sessuale.

  4. maria il 16 gennaio 2012 alle 09:38

    @ mariateresa
    addirittura si arriva a non declinare al femminile parole che invece hanno piena cittadinanza nel vocabolario e nell’uso, si dice poeta al posto di poetessa, direttore al posto di direttrice, filosofo al posto di filosofa e questo lo fanno spesso proprio uomini e donne di sinistra.
    Evidentemente la dimensione maschile viene percepita anche lessicalmente più prestigiosa, al punto di rifiutare il termine femminile anche laddove esiste da secoli. Penoso.

    Maria M.



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