Scarpe rosse

19 gennaio 2012
Pubblicato da

di Marilena Renda

Il mio lavoro di insegnante ha pochi piaceri. Uno di questi, lo ammetto, è dare vita alla scena che segue. Arriva sempre un giorno, di solito alla fine dell’anno scolastico, in cui decido di leggere alla classe Scarpette rosse, la mia fiaba preferita di Andersen. La prima volta che decisi di raccontarla le portavo proprio, le ballerine rosse (forse volevo inconsapevolmente incrementare l’effetto cruento). Dunque, quel giorno lessi la fiaba, e una bambina dal volto perfettamente innocente guardò il libro, poi guardò le mie scarpe ed esclamò, con aria di vero spavento: “Stai attenta, professoressa!”.

Questo per dire che da qualche anno a questa parte Scarpette rosse è la mia favola identitaria: mi identifico perfettamente in questa fiaba, e quasi solo in questa. La mia passione per questa storia ha un carattere maniaco ed esclusivo che per un certo periodo ha pressoché escluso che io potessi provare un interesse dello stesso genere per qualsiasi altra storia. Questa mia identificazione assomiglia alle convinzioni che ho formulato nel corso degli anni sulla mia natura e sul mio destino: incontrovertibili, a prova di esperienza, a volte incrollabili senza alcuna giustificazione. D’altra parte, non è così anche nelle fiabe? Per quale ragione una storia in cui una fanciulla si incapriccia di un paio di scarpe rosse e le indossa deve finire con un boia che le taglia i piedi? Non ha logica, eppure va bene così.

La fiaba inizia con una situazione di perfetta povertà in cui la fanciulla si sostenta a malapena ma c’è un principio femminile buono (la vecchia calzolaia) a darle il poco che le serve (le scarpe rosse goffe ma fatte a mano con i materiali a disposizione della vecchia). Una situazione di autarchia emotiva in cui il bisogno è sempre naturale, il corpo soffre per l’azione del vento e della pioggia, lo stomaco soffre la fame, ma esistono solo bisogni primari, che vengono soddisfatti in modo semplice e naturale, il desiderio è misura di se stesso e non si perde mai.

Tutto si ribalta (in questa fiaba di doppi opposti, o di personaggi che appaiono e ricompaiono all’improvviso, vagamente minacciosi, nella foresta o di fronte a una chiesa) allorché entra in scena la vecchia signora imponente e ricca; al desiderio-in sé subentra il desiderio fuori-di-sé, soddisfatto dall’esterno, dettato dal denaro. Non un  vero desiderio, piuttosto una sua contraffazione commerciale. La situazione cambia di segno: alla povertà si sostituisce la ricchezza, e la fanciulla, abbacinata dal nuovo, dimentica ciò che le era proprio e trascura il desiderio che le somigliava tanto. Attratta dall’idea di una vita facile in cui siano gli altri a provvedere alle sue necessità accetta di seppellire le scarpe vecchie e di lasciare agli altri la cura di sé.

Ma gli altri conoscono i suoi desideri? La fanciulla, che vede il luccichio della bellezza nello specchio che riflette la sua immagine, si illude di sì, crede a chi promette cibi sopraffini, si affida al baluginio della ricchezza. Il desiderio delle scarpette rosse, che le si accende nel cuore fino a sopraffarla, la porta fuori di sé e la spinge alla coazione del movimento. Se non puoi fermarlo, però, non può essere un movimento buono. Da un lato all’altro del piccolo mondo della fanciulla rimbalzano figure maschili vagamente demoniache: il boia, il vecchio soldato con le stampelle e la barba rossa che le fa i complimenti cercando una complicità fuori dall’umano (non è sano, non ti fidare, direbbe la vocina interiore, se la fanciulla la potesse sentire); in un’altra versione c’è addirittura un vecchio calzolaio zoppo (anche qui, la vocina dovrebbe suggerirle: come può un calzolaio zoppo fare scarpe in cui si cammina senza farsi del male?).

Per il tormentato Andersen la dismisura era peccato, dannazione, promessa di morte. Avrà pensato, il rosso può portarmi fuori di me e dalla grazia e farmi perdere per sempre la strada e la ragione, tanto che alla fine del viaggio non troverò più niente di familiare. Eppure, cos’è familiare? Cosa posso sopportare? Fin dove mi posso spingere? Cosa mi può realmente uccidere? Il tintinnio delle scarpette diaboliche riporta per un attimo sulla tomba della vecchia signora, che nel frattempo è morta. E in effetti come non danzare sulla testa dei morti? Come non festeggiare l’esultanza di essere vivi? E chi non ha mai danzato sulla testa di un cadavere non sa cosa voglia dire la colpa (la gioia è fatta sempre di piccole stringhe rosse).

Quando usciamo fuori di noi per incontrare il desiderio degli altri pensiamo: sarò forte abbastanza da sopportarlo, non mi ucciderà, imparerò a sopportare il dolore semmai, perché è così che si fa. Sopporterò i segni rossi che mi fanno le scarpe nuove, perché ballare mi piace troppo, e di ballare non posso fare a meno. L’ultimo pensiero che pensano i piedi prima di essere separati dal corpo e andare in giro come lucertole tagliate a metà, è un pensiero di forza, un’illusione di forza. Solo che Andersen lo sapeva, che superato il limite che le nostre stesse mani hanno stabilito possiamo solo rimanere schiantati.

*****
Scarpe rosse

di Anne Sexton

traduzione di Marilena Renda

Abito nel cerchio
della città morta
e mi allaccio le scarpe rosse.
Tutto ciò che era calmo
è mio, l’orologio con la formica,
le dita dei piedi, allineate come cani,
il fornello, molto prima che bollisca il rospo,
il salotto, bianco d’inverno, molto prima delle mosche,
la cerva distesa sul muschio, molto prima della pallottola.
Mi allaccio le scarpe rosse.

Non sono mie.
Sono di mia madre.
Sua madre prima di lei
le lasciò come cimelio
ma le nascose come lettere vergognose.
La casa e la strada a cui appartengono
sono nascoste e le donne, anche le donne
sono nascoste.

Tutte quelle ragazze
che indossavano scarpe rosse
salirono su un treno che non si fermò.
Le stazioni fuggirono come spasimanti e non si fermarono.
Danzarono tutte come la trota all’amo.
Furono tutte ingannate.
Si strapparono le orecchie come spille da balia.
Le loro braccia si staccarono e diventarono cappelli.
Le loro teste rotolarono e cantarono per la strada.
E i loro piedi – o Dio, i loro piedi al mercato –
i loro piedi, due scarafaggi che corsero verso l’angolo
e poi danzarono orgogliosi.
La gente esclamava: sicuramente,
sicuramente sono meccanici, altrimenti…

Ma i piedi andarono avanti.
I piedi non si fermarono.
Tesi, come un cobra che ti vede.
Erano un elastico tirato,
erano isole durante un terremoto,
erano barche che si scontrano e affondano.
Tu e io non contavamo.
Non potevano ascoltare.
Non potevano fermarsi.
Quello che facevano era la danza della morte.

Quello che facevano li avrebbe ammazzati.
Qui l’originale.

*****
Altre fiabe

Azzurra D’Agostino, L’arte è una bestialità. Una lettura de “I musicanti di Brema”

Tag: , , , , ,

10 Responses to Scarpe rosse

  1. véronique vergé il 19 gennaio 2012 alle 17:46

    Questa fiabe mi ha fatto pensare a una fiaba di Andersen: La petite sirène che mi segue come un incanto dalla mia infanzia. Mi sembra che è il simbolo della vita:
    il sacrificio della bellezza marina, il sacrificio del nuotare, il sacrificio della poesia per diventare umana, conoscere l’amore- forse è la fiaba opposta alla scarpe rosse/ perché era il mondo dell’illusione che era molto bello, era il solo possibile. Il dolore muto della petite sirène mi ha sempre commossa- Il dolore di camminare sulla terre come gli altri/ come muore la petite sirène nel
    mare, come raggiunge il mondo del sogno azzuro.
    Le scarpe rosse hanno qualcosa da vedere con il sesso- invece interpreto la petite sirène come una impossibilità di vivere la sessualità-
    Ma forse non ho la buona chiave per la lettura.

  2. francesca matteoni il 19 gennaio 2012 alle 17:54

    cara Veronique, direi che la chiave sessuale è perfetta per leggere Andersen, e la sirenetta è proprio la sua fiaba-confessione, di una impossibilità, una difficoltà insormontabile.
    Andersen era un uomo complesso, per molti versi non un simpaticone, diviso tra il suo desiderio di piacere ai “ricchi” e la sua appartenenza interiore, non solo dovuta alle origini umili, agli esclusi.

  3. carmine vitale il 19 gennaio 2012 alle 18:37

    bello e profondo
    superba la poesia
    un carissimo saluto
    c.

  4. Ed Warner il 19 gennaio 2012 alle 19:36

    Visto che ci avviciniamo al giorno della memoria mi è tornata alla mente questa….

    C’E’ UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE

    C’è un paio di scarpette rosse
    numero ventiquattro
    quasi nuove:
    sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
    “Schulze Monaco”
    c’è un paio di scarpette rosse
    in cima a un mucchio di scarpette infantili
    a Buchenwald
    più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
    di ciocche nere e castane
    a Buchenwald

    servivano a far coperte per soldati
    non si sprecava nulla
    e i bimbi li spogliavano e li radevano
    prima di spingerli nelle camere a gas
    c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
    a Buchenwald

    erano di un bambino di tre anni e mezzo
    chi sa di che colore erano gli occhi
    bruciati nei forni
    ma il suo pianto lo possiamo immaginare
    si sa come piangono i bambini
    anche i suoi piedini
    li possiamo immaginare
    scarpa numero ventiquattro
    per l’eternità
    perchè i piedini dei bambini morti non crescono

    c’è un paio di scarpette rosse
    a Buchenwald
    quasi nuove
    perchè i piedini dei bambini morti
    non consumano le suole.

    Joyce Lussu

  5. daniele ventre il 19 gennaio 2012 alle 19:49

    La fiaba è un piccolo mito, che poi diventa il mito che ognuno si porta dentro, come espressione del proprio daimon.

  6. nc il 19 gennaio 2012 alle 20:20

    grandissima. ((((-:

  7. anita mille il 19 gennaio 2012 alle 20:35

    Nelle fiabe spesso il Rosso è collegato alla sessualità,alla femminilità,alla seduzione (rosso è anche il mestruo).

  8. francesca matteoni il 19 gennaio 2012 alle 23:18

    @daniele, sì, la fiaba proprio per la sua indeterminatezza si flette alle esigenze di ogni singolo lettore, che ne diventa attore, più che in ogni altro tipo di testo. La tradizione orale e popolare da cui deriva, anche quando, come nel caso di Andersen, è rielaborata da una mente d’artista, la carica della storia, anzi delle storie mute che fanno la storia, con tutte le sue magagne, difficoltà, paure quotidiane. Perfettamente d’accordo sul daimon, anche se ora quando sento questa parola invece che ai greci penso a Queste oscure materie di Pullman!
    @anita, la simbologia del rosso, è affascinante e complessa. è protezione e pericolo insieme e naturalmente è sangue.
    @ed, grazie.

  9. Marilena il 19 gennaio 2012 alle 23:33

    Per EW: il cappotto rosso della bambina di Schindler’s List.
    Per Anita: direi che in Andersen, e soprattutto qui, di sangue se ne sparge,e non metaforicamente. Io e Matteoni abbiamo in comune una predilezione per le fiabe nere, quelle che in genere non si leggono ai bambini perché si parla appunto di cose che di solito ai bambini non si dicono, ma che sono le uniche in fondo che loro vogliono sapere, anche perché adorano avere paura ;)

    • Ed Warner il 20 gennaio 2012 alle 01:35

      Vero… non ci avevo pensato all’immagine della bambina di Schindler’s List.
      Non era mia intenzione andare OT ma le associazioni di idee mi affascinano sempre. Bel pezzo il tuo! buona giornata



indiani