Dimensioni del mercato ebook italiano

26 gennaio 2012
Pubblicato da

Le vendite di ebook in Italia hanno totalizzato in tutto il 2011 circa 3,7 milioni di Euro, centomila euro più centomila euro meno. Ovvero meno dello 0,3% del mercato totale dei libri trade (fiction e non-fiction). Per circa 500mila ebook venduti nel corso dell’anno. Circa 1400 di media al giorno.

nel mese di dicembre, al suo primo mese di attività, il Kindle Store di Amazon ha raggiunto e superato le vendite di Ibs.it, praticamente facendo aumentare, in un solo colpo, del 50% il mercato totale degli ebook. Vuol dire che nel 2012 il mercato degli ebook varrà all’incirca il quadruplo del 2011.

Antonio Tombolini sul suo blog: Ebook, ecco cosa sta succedendo in Italia

Tag: , ,

29 Responses to Dimensioni del mercato ebook italiano

  1. daniele ventre il 26 gennaio 2012 alle 11:01

    E speriamo in bene: così magari si potrà dare un solenne calcio a certe piacevolezze della grande editoria cartacea.

  2. Lucio Angelini il 26 gennaio 2012 alle 21:04

    Se vai su Amazon.com trovi i miei primi tre kindle books :-) (digita Lucio Angelini)

    • jan reister il 27 gennaio 2012 alle 22:53

      Però la scheda libro (tua e di tutti gli altri very special books è piuttosto povera, mi sembra. Non si può arricchire? E non c’è l’anteprima? Chiedo, eh.

  3. Fernando Bassoli il 26 gennaio 2012 alle 21:52

    Nel mio piccolo ho investito molto tempo ed energia per rendere disponibili i miei modesti libri in versione ebook e mi permetto di linkarli, non so se si può fare :-)

    http://www.compraebook.com/autore/ebook/90/biografia-autore.html

    Dev dire che mi pare un modo economico e intelligente di ripensare il rapporto dialettico autore (sovente genuflesso, che fa rima con fesso) – editore/Moloch.
    Credetemi: sapere dall’inizio che di ciò che scrivi farai mal che vada un ebook non è poco… Prima si correva davvero il rischio di non essere letti da alcuno!
    Non è differenza da poco, a parer mio.

    • jan reister il 27 gennaio 2012 alle 22:25

      Vedo che hai realizzato dei pdf, secondo me vale la pena produrre anche epub e mobi, per coprire tutti i dispositivi.

  4. Fernando Bassoli il 26 gennaio 2012 alle 21:57

    Mi auguro che l’editoria elettronica ci aiuti a uccidere lo schifo tutto italico dell’editoria a pagamento, della serie nummus non olet. Quanta gente ci ha rimesso milioni? Ma ora certi “editori” (risate dalla platea) non avranno più il comodo alibi dei costi di stampa… postdatati… chi vuole intendere intenda…

  5. AMA il 26 gennaio 2012 alle 23:38

    Io ormai non posso fare a meno del mio Kindle. Davvero. Buona lettura a tutti. Una delle poche cose veramente appaganti.

  6. Mirfet il 27 gennaio 2012 alle 09:12

    Io però ho un dubbio: ma questi ebook vengono poi effettivamente letti da chi li compra (a un prezzo ridicolo)? Sospetto (ne conosco qualcuno) che molti – mai stati dei lettori non dico grandi ma neppure piccoli – li acquistino solo per mostrare il proprio oggetto tanto all’avanguardia. Uno status symbol, insomma, uno dei tanti.
    Poi, da quello che ho capito, Kindle è fatto solo per gli ebook, e qui m’immagino (spero) che chi compra gli ebook ne sia anche lettore. Ma è proprio così? Che genere di lettori sono, forti? o da ombrellone ma modernissimi?

    Ho questo dubbio, ecco.

  7. Fernando Bassoli il 27 gennaio 2012 alle 13:37

    Ragazzi precisiamo una cosa fondamentale: un ebook si può stampare in qualsiasi momento con la propria banalissima stampante, non sei costretto a leggerli in digitale eh?

    • Mirfet il 27 gennaio 2012 alle 14:47

      Non so… se io sono un vero lettore e con ebook, allora non stampo. Se lo voglio stampato, mi compro direttamente il cartaceo.
      Ma se, ipotesi, non sono un vero lettore, a poco prezzo l’ebook mi permette di fare la bella figura dell’intellettuale tecnologico, e non mi sembra poco in una società dove l’immagine conta più della sostanza.

      Ripeto, è un mio dubbio, non ho certezze in questo caso specifico. Per questo chiedevo se qualcuno avesse qualche idea circa la tipologia di lettore da ebook.

      • jan reister il 27 gennaio 2012 alle 22:22

        Mirfet, il lettore di ebook che ha un dispositivo come il Kindle, l’Opus eccetera in Italia ora è un lettore molto forte, perché è stato fino a due mesi fa un lettore innovatore, early adopter e per definizione forte. Con lo sbarco del Kindle su amazon.it ora sempre più sono lettori e basta.

  8. AMA il 27 gennaio 2012 alle 13:56

    Come se i libri cartacei venissero effettivamente letti e non fossero usati come oggetti da arredamento, quando va bene! Siamo seri, per favore…

    Resta un piacere leggere libri su Kindle. Ormai irrinunciabile.

    • Mirfet il 27 gennaio 2012 alle 14:41

      AMA io ero serissima. Ho solo espresso un mio dubbio. Non capisco dove trovi ironia, non serietà nel mio commento. Ma capisco possa essere un modo per non rispondere.

      Libri come oggetto da arredamento? Forse, ma costano troppo, mi pare, specie se uno non ha vero interesse a leggere. Come oggetti da arredamento se non sbaglio adesso si usano le candele, di plastica o di cera, e schermi TV il più grandi possibile.

      Kindle sarà irrinunciabile per te, non è detto che lo debba essere per il mondo intero che è sempre molto più vasto del piccolo mondo di ciascuno di noi.

  9. AMA il 27 gennaio 2012 alle 13:58

    E comunque quale ORRORE leggere fotocopie. Con Kindle (o chi per lui) hai tutto il piacere del libro in mano. Provare per credere.

    • jan reister il 27 gennaio 2012 alle 22:24

      Ho preso in mano di recente il Kindle ed è eccellente, peccato che ho già un dispositivo più vecchio che funziona bene! Confermo che ha grande leggibilità ed ottima velocità di sfoglio.

      • AMA il 27 gennaio 2012 alle 23:20

        Davvero. Io mi ci immergo completamente senza grossi problemi.

  10. paolo durando il 27 gennaio 2012 alle 17:30

    Quelle che seguono sono alcune riflessioni spontanee e perfettibili, su questioni che mi sembrano cruciali e di cui è bene essere consapevoli, se vogliamo interrogarci sul futuro della creatività, che è anche, per certi aspetti, il nostro futuro personale.
    Un certo grado di casualità nell’affermarsi di certe opere piuttosto che altre ci sia sempre stato, ma fino al XX secolo erano sostanzialmente pochi coloro che accedevano all’espressione di se stessi tramite l’arte e la letteratura. Era relativamente facile essere individuati e riconosciuti, nell’ambito di cerchie ristrette. Era probabile che le traiettorie biografiche di chi creava prima o poi si incontrassero, grazie a luoghi e persone (accademie, università, mecenati, corti e via discorrendo).
    Tutto ciò consentiva il crearsi e consolidarsi di un “canone”, che si
    trasmetteva alle generazioni successive. Il canone letterario, ad esempio,
    variava a seconda delle epoche, ma sempre entro certi limiti. Chi era escluso
    dal canone, ad esempio Dante nel XVIII secolo, prima o poi vi rientrava (Dante
    ora ne fa più che mai parte). Oggi la situazione appare radicalmente mutata. A
    me colpisce subito il fattore quantitativo: l’alfabetizzazione più estesa e
    l’incremento demografico rendono oggettivamente impossibile che si possa
    rendere conto di tutto ciò che si produce in campo artistico e letterario. Non
    può esistere un critico, per quanto efficiente ed onnivoro, che possa leggere
    tutti i romanzi pubblicati in Italia in un solo anno. L’avvento della Rete
    e delle possibilità di autodiffusione e autopubblicazione, di cui l’ebook è un aspetto, rendono potenzialmente superflui i più o meno discutibili “filtri” (case editrici, galleristi o quant’altro), l’ingestibilità quantitativa è diventata ancora più evidente. Diecimila cose prodotte equivarrebbero ad un nulla di fatto. Come uscirne? Secondo me è positivo che chiunque possa essere
    “presente”, se lo desidera, ma è inevitabile che si cerchino di definire nuove forme di selezione, di criteri di inclusione-esclusione. Secondo me questo non potrà più avvenire su vasta scala, proprio per l’impossibilità quantitativa di farlo, ma all’interno di comunità, fondate da/su affinità elettive. Queste si
    struttureranno soprattutto, a parer mio, a livello “locale”. Potranno anche
    essere, però, geograficamente trasversali, multilingue, multiculturali, ma sempre con il collante di un interesse comune. All’interno di questi gruppi di interesse, dalla poesia alla fantascienza ecc., sarà riconosciuto o meno il “talento”. Saranno, per così dire, delle “tribù”, con il loro canone. L’incontro tra queste e altre con i relativi canoni sarà più o meno casuale e
    significativo. Non sarà più possibile, dunque, ammesso che lo sia davvero stato
    in passato, alcuna “storia” della letteratura, delle arti visive ecc. (l’
    architettura farebbe eccezione, perché pone limiti quantitativi molto più
    percepibili: non si potrà mai edificare su ogni centimetro del pianeta! )
    Sarà forse possibile individuare delle linee di tendenza, degli orientamenti
    generali, ma senza che questo sia, alla fine, molto rimarchevole, anche perché
    i percorsi tenderanno, sia pure con connotazioni inevitabilmente differenti, a
    ripresentarsi ciclicamente. Se il post moderno, secondo alcuni, è finito
    (siamo entrati, a mio avviso, nel post-premoderno…dovrò pensarci!) , è
    tuttavia certo che non potranno più esistere tendenze “nuove”, ultimative e
    presunte definitive.

    • jan reister il 27 gennaio 2012 alle 22:32

      I filtri di selezione esistono già e sono quelli che permettono al lettori di costruirsi dei percorsi di lettura individuali e di stabilire dei collegamenti con altre persone. Gli strumenti di aggregazione e filtro dei contenuti RSS per esempio: Google Reader, Liferea eccetera. Oppure gli analoghi filtri su Twitter e reti sociali. Sono sì in crisi le autorità di verifica della qualità, i critici letterari eccetera, ma non si sta per niente male in questa nuova (per modo di dire, sono più di 10 anni…) condizione di “sovraccarico di informazione”.

  11. Fernando Bassoli il 27 gennaio 2012 alle 19:11

    Secondo me siamo nell’iperpostmoderno. Stiamo cioè cercando di raffinare al massimo l’esperienza artistico-letteraria postmoderna.

    • daniele ventre il 29 gennaio 2012 alle 11:48

      In realtà è la reazione del più moderno dei prodotti, la tecnologia, che assesta un sonoro e doveroso calcio nei cosiddetti alla finzione truffaldina del postmoderno.

  12. paolo durando il 27 gennaio 2012 alle 20:38

    Io invece parlavo, più o meno seriamente, di post-premoderno perchè penso che il post-moderno sia definitivamente alle nostre spalle. La crisi, che ci sta risvegliando dalla presunta “immaterialità” della nostra civiltà, la regressione culturale in atto, che vede – e sto parlando anche dell’Italia – il riaffacciarsi di fondamentalismi e oscurantismi che parevano essere stati superati dalla storia, rendono ormai improponibile il discorso post-moderno sulla leggerezza, il pensiero debole, l’ironia pervasiva e, soprattutto, sull’assenza di esperienza. Oggi stiamo tornando alla carne e al sangue, alla realtà. Può essere un bene, ma non soltanto…

  13. Fernando Bassoli il 27 gennaio 2012 alle 20:50

    … può anche essere un male tout court (a me questo pare).
    Sarà un bene solo per i banchieri, come sempre :-)

  14. paolo durando il 27 gennaio 2012 alle 20:57

    … in certi luoghi e contesti pare che il “moderno” si sia sgretolato. E’ come se fossimo tornati ad una condizione precedente, ma quello che nel frattempo è accaduto ha comunque modificato in profondità azioni e reazioni. Per questo “Post-premoderno”.

  15. Fernando Bassoli il 28 gennaio 2012 alle 18:06

    Scusa ma non sarà invece che siamo tornati al pre-postmoderno? (in sostanza stiamo tornando agli anni ’70 con tutte le tensioni sociali ben descritte da Pennacchi ne “Il Fasciocomunista”).

    • paolod il 28 gennaio 2012 alle 18:41

      Non ne sono convinto. Gli anni ’70 mi sembrano lontani. Allora ci si formava anche, e soprattutto, per opposizione. Erano ancora importanti i concetti. Leggere un libro, ad esempio, aveva a che fare, con la propria identità. Oggi è tutto diverso: siamo passati dalla formazione all’informazione, dalla cultura alla competenza. I giovani di oggi possono essere più “competenti” di quelli di allora, perchè è aumentato il “professionismo” in tutti i campi, ma la conoscenza, per loro, non è esperienza (io insegno). Il governo tecnico, in questo senso, è la vera espressione del nostro tempo: contano la competenza e l’affidabilità, non la visione, di destra o sinistra che sia. Non voglio, però, rientrare tra i “laudatores temporis acti”: ci sono sempre stati e mi pare ridicolo ricascarci. Armiamoci di strumenti per capire… :-)

  16. Fernando Bassoli il 28 gennaio 2012 alle 20:47

    No, secondo me siamo passati dalla formazione alla deformazione.
    L’informazione stessa è deformata da interessi di parte, sempre.
    Poi pensiamo alla scuola: i ragazzi ne escono devastati, spesso hanno appreso poco e male. Li testi e subito emergono tutte le loro incredibili lacune: sbagliano i congiuntivi, non conoscono la differenza tra apostrofi e accenti, non leggono, non conoscono il significato di molte parole che utilizzano. Un disastro.

    • AMA il 29 gennaio 2012 alle 01:23

      Guarda che ho la tastiera inglese. Niente accenti dunque: al loro posto mi tocca usare gli apostrofi…

  17. Fernando Bassoli il 29 gennaio 2012 alle 15:44

    hihih un alibi perfetto.

  18. giuliomozzi il 30 gennaio 2012 alle 10:26

    Il quadruplo di 0,3% è 1,2%.

    Adesso abbandono il lettore digitale sul sedile accanto al mio (sono in treno, sulla Milano-Venezia, più o meno all’altezza di Desenzano), vado in bagno, e voglio vedere se al ritorno c’è ancora.



indiani