L’invisibile e l’astratto

31 gennaio 2012
Pubblicato da

(19 marzo 2002)

di Jacopo Galimberti

Chissà cosa dicono oggi, chissà
i 40.000 quadri Fiat che nell’80 a Torino
con un silenzio pio rimbeccavano
il casino operaio. Forse sono le nonnine generose
o i padri pazzi di quei 40.000 laureati
che ogni anno.

Beati loro gli altissimi corazzieri,
era stato ripetutamente minacciato. Nella penombra
un volto con una cicatrice, un revolver
e una carta intestata: Ministero del lavoro.
Fare scudo contro le critiche di matrice
ideologica. Nella stagnazione il genio alato sogna
flussi di denaro corrente
sopra Bologna.

Per ora, ancora, resti inconcepibile
ma nella mia mente, di nascosto,
hai già attecchito ovunque.
E ti svezzerò con il rispetto delle differenze, dei dettagli.
Ti spiegherò i riti del curandero, ti racconterò le soste
lugubri della transiberiana, le brume e i pontili
bretoni, i nidi
nella tundra.

Ma, soldi e asili permettendo, sbrigati a farlo
’sto figlio. Chissà, magari, in segreto,
ti si sta impiantando nel cranio
un nodulo d’amianto.

Nell’udienza di domani il sottosegretario
ha le membra coperte di antracite. Nella penombra
un cappotto fradicio e la foto di una femme fatale.
Il leone alato sonnecchia sui gradini, i mercati
ne hanno salutato le intenzioni. Si volta
per vedere chi l’ha chiamato: una sacca emersa
di lavoro nero. Il proletariato
non dimentica, ove necessario
ci rendiamo disponibili per qualsiasi chiarimento.

Anche ieri faceva troppo freddo per restare in auto
ma due ore di motel sono un salasso,
poi quando fissano e chiedono il documento
mi sento una puttana.
Tutto per quella finta bigotta di mia madre,
’che, è ovvio, se lui avesse un lavoro
sarebbe il benvenuto, anche la notte.

Ma se è davvero solo colpa bruta
della bigottona agite di conseguenza. 

Una consulenza ritrovata che estingua l’odio, il vicepresidente
vile, anche senza giusta causa.
Sarà giustiziato su un podio come monito per gli accoliti.
Un’anfora di ceneri e un putto. Nella penombra
un telegramma da Los Angeles e un passaporto falso.
La valigetta dello stesso è stata rinvenuta sul marciapiede,
la cessazione di un rapporto.

Dentro mi sento cuocere, scarnificare, mi alzo la mattina
con un dolore subito lì a colpi d’ascia, un’ecatombe…
Ha un serbatoio infinito, cazzo, devastante. Non capisco
anche il dolore, si dovrà prima a poi
stancare, dovrà dormire, placarsi,
invece mai. Non capisco com’ è possibile.
Dentro crepo e fuori non si vede,
fuori gli altri non vedono assolutamente
niente.
Resto, ma per i miei figli, perché io per me
non rimango che una cosa braccata, squartata.

Ma che palle…Come se prima della Biagi una cinquantenne
trovava un posto a tempo indeterminato!

Mandiamo un curriculum, chissà.

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8 Responses to L’invisibile e l’astratto

  1. Luciano Mazziotta il 31 gennaio 2012 alle 12:38

    Ho da un po’ dei dubbi sulla poesia civile strictu sensu. Trovo però questa poesia di Jacopo adeguata ai tempi, sia nel lessico sia nello svuotamento – a volte anche ironico – della retorica della letteratura “impegnata”, sia negli inserti – quasi “montati” – che fanno un salto in avanti dal reale da cui si parte. Mi ricorda nello stile l’Inglese delle Lettere alla reinserzione culturale del Disoccupato.
    I versi migliori, a mio parere: “Ma, soldi e asili permettendo, sbrigati a farlo
    ’sto figlio.” e la chiusa che ci riguarda un po’ tutti. Forse il rischio è quello di una “poesia generazionale”, ma lo considero un rischio da correre (visto che anche quella di Corazzini, Palazzeschi, Moretti e Gozzano lo era).

    un saluto
    Luciano

  2. andrea inglese il 31 gennaio 2012 alle 13:52

    caro luciano,

    la poesia civile strictu sensu è pericolosissima: tutti ne vogliono a carrate,ma ce n’è da averne molta paura. Poi, a qualcuno riesce magari anche bene, ma capita di rado.
    Galimberti si prende i suoi rischi, ma come tu hai ben visto ha abbastanza contravveleni.

  3. jacopo galimberti il 31 gennaio 2012 alle 14:10

    Non so bene cosa sia la poesia civile.

    Su due piedi direi una poesia che ha in se’ un messaggio abbastanza preciso relativo alla societa’, alla storia, all’umanita’, etc. Ho il piu’ gran rispetto per la poesia civile, intesa in questo senso. Tuttavia, non mi pare che sia distinguibile alcun messaggio preciso in questo mio testo, che mi sembra piu’ incentrato su una domanda del tipo: che forma dovrebbe avere un monumento a Marco Biagi?

  4. Luciano Mazziotta il 1 febbraio 2012 alle 02:31

    Caro Jacopo,

    condivido – in parte – la tua definizione di poesia civile (che implicherebbe per esempio un grande poema come il Tiresia di Giuliano Mesa), ma, non credo si possa negare, che negli ultimi dieci anni, citando Andrea “tutti ne vogliono a carrate,ma ce n’è da averne molta paura. Poi, a qualcuno riesce magari anche bene, ma capita di rado.” Detto ciò io inserirei nella poesia civile che anche io rispetto, ma che molto semplicemente “non mi piace” e non ne condivido la deriva epigonale, tanta poesia, potremmo dire, “post-pasoliniana” e “post-brechtiana”. Detto ciò, il mio commento sopra voleva essere un complimento per il tuo modo di scrivere poesie legate alla realtà ed alla realtà sociale contingente senza essere “neorealistiche”. Magari sono stato poco chiaro io.

    a presto
    Luciano

  5. Massimo Bonifazio il 1 febbraio 2012 alle 16:03

    Questo testo mi piace perché è compatto e sfrangiato insieme, e parla di cose concrete – non so se sia “civile”, ma mi piace che parli di lavoro, che è una cosa che non entra spesso in poesia. Ma al di là di questo: è bello propro lui, il testo.
    Massimo Bonifazio

  6. Anna Bianchi il 4 febbraio 2012 alle 12:35

    …Come uno schiaffo in faccia, a un´intera generazione.
    Mi pare che non solo ci sia passione civile nel suo scrivere, ma una lucidissima vivisezione del presente, una affilata coscienza di quello che si muove dentro e intorno a noi.
    Come in “Dal Basso” e “Disfare Massa” c´e´in questa poesia il tentativo di scuotere, provocare e aprire uno spiraglio, forse una provocazione poetica all´azione, alla lotta, alla ribellione?
    Forse e´questo desiderio di azione riflessa, questa testarda volonta´di effettiva influenza sulle nostre aspettative, le illusioni, i sogni e le possibilita´ che fa la sua poesia civile?

  7. sarmizegetusa il 10 febbraio 2012 alle 01:45

    nel recente universo galimbertiano, sempre più dilatato nella prospettiva (senza tuttavia perdere quella vena materica per la quale abbiamo imparato ad apprezzarlo), uno schizzo di sperma o una coorte di quadri FIAT sono di proporzioni e consistenza simili, e dunque la sua poesia finisce per essere comunque cosmica, pur quando civile.

  8. Gianluca Sansone il 21 febbraio 2012 alle 00:23

    Ce ne vorrebbe, di poesia civile, più di quanto tempo avremmo noi tutti per leggerne. per non essere costretti ad importarla come agrumi chissà da dove, perchè a noi sono rimasti solo i grumi e le vocali di congiunzione. Ho letto questi versi come secondo me vanno letti, non come un canto generazionale ma come un controcanto a una generazione che ha aperto le porte all’indifferenza del valore. Lo dice a mio avviso la netta frattura che si ravvede tra la prima parte e la chiusura.



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